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Nawaz-Sharif
![Asif Ali Zardari[1].Jpgg](http://media.panorama.it/media/foto/2008/09/05/48c14bf90e157_zoom.jpg)
Il presidente Zardari, vedovo di Benazir Bhutto
Non c’era altra via d’uscita. Per evitare al Pakistan altre giornate di tensione, con le strade invase dagli oppositori del governo; per
scongiurare il pericolo che l’aspro confronto politico sfociasse in una
aperta rivolta. Per sottrarsi al richiamo dei militari, che hanno
minacciato di intervenire per mantenere la stabilità. Asif Ali Zardari alla fine ha dovuto gettare la spugna. Il vedovo di Benazir Bhutto è stato costretto a incassare una dura sconfitta. E, il suo già traballante potere ha subito un altro pesante colpo. Il suo principale avversario, il leader della Lega Musulmana, Nawaz Sharif ha vinto: ieri sera il premier pachistano Yousuf Raza Gilani si è presentato negli studi della Tv di stato per leggere un discorso solenne con cui ha annunciato che tutti i giudici destituiti nel 2007 dall’allora presidente Pervez Musharraf, saranno reintegrati nelle loro funzioni. Subito dopo queste dichiarazioni, migliaia di sostenitori di Sharif si sono riversati nelle strade di Islamabad e si sono radunati per festeggiare la vittoria sotto le finestre dell’abitazione del giudice Muhammad Iftikhar Chaudhry, ex presidente della Corte suprema, divenuto il simbolo prima dell’opposizione al generale Musharraf e poi contro l’attuale numero uno del regime, Asif Ali Zardari.
E’ stato lui ad aprire il duello con l’ex alleato. Per “eliminare” Sharif dalla scena politica aveva chiesto alla Corte Suprema di interdirlo - insieme al fratello Shahbaz primo ministro dello stato del Punjab - dagli incarichi pubblici. Le proteste del capo della Lega Musulmana avevano dato il destro a Zardari di metterlo agli arresti domiciliari. Sharif ha risposto colpo su colpo all’offensiva del suo rivale. Prima chiedendo il reintegro del giudice Chaudhry (che avrebbe un grosso dossier in mano sui presunti scandali di Zardari), e poi lanciando la “Lunga Marcia” su Islamabad quando il governo ha risposto picche alla sua richiesta.
Una marcia di protesta - che doveva far convergere sulla capitale
migliaia di persone. La tensione nei giorni scorsi era diventata così
acuta che il premier Gilani e il capo dell’esercito Ashfaq Kayani era intervenuto per fare pressioni sulle parti affinché raggiungessero un compromesso. L’intervento ha convinto Zardari a fare un passo indietro.
“Non aveva altre possibilità. Per evitare un altro shock al paese,
un’altra fase di destabilizzante - dice S. Han a Panorama.it un cronista del quotidiano Dawn, uno dei maggiori giornali del paese — Troppi i problemi che questo governo deve affrontare : i talebani e i guerrieri dei movimenti indipendentisti delle zone tribali, gli attentati dei gruppi fondamentalisti. Una situazione che avrebbe potuto precipitare se ci fosse stata una rivolta popolare. Gilani ha voluto evitarla”. Ma un ruolo fondamentale sarebbe stato giocato dai militari. Non sarebbe stato minacciato alcun colpo di stato, ma i vertici delle forze armate avrebbero fatto capire al vedovo di Benazir Bhutto che se avesse voluto andare a uno scontro aperto con la piazza sarebbe stato lasciato solo.
L’appoggio che Stati Uniti e Gran Bretagna li danno — è stato il
ragionamento dei militari - non sarebbe stato sufficiente a controllare la situazione. Anzi, un Zardari solo, con alle spalle “solo” Washington e Londra — che persegue la logica dello scontro violento contro l’opposizione - lo avrebbe indebolito ulteriormente. “Ora - dice il giornalista di Dawn — con questa retromarcia, il presidente è meno debole di quanto avrebbe potuto essere se non l’avesse compiuta”. Ha voluto evitare lo scontro. Si è dimostrato lungimirante. Seguendo una via democratica. Asif Ali Zardari può ora spendere questo “tesoretto” di credibilità con il suo governo, il suo partito, le forze armate, e l a popolazione. Per tentare di resistere e rinforzare la sua poltrona molto instabile. Anche perchè gli attacchi dell’opposizione non si fermeranno. Il braccio di ferro con l’ex alleato Nawaz Sharif è solo all’inizio.
Nawaz Sharif (Credits foto: Ansa)
Con una serie di colpi di scena, Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto oltre che leader del Partito Popolare Pachistano (PPP), ha letteralmente sconvolto la politica pachistana. Il primo è stato l’annuncio delle elezioni presidenziali per il 6 settembre, in netto anticipo rispetto a quanto si aspettavano sia gli analisti sia Nawaz Sharif, il leader della Lega musulmana pakistana (PML), convinto di aver raggiunto un accordo con il suo rivale quanto meno sulla necessità di approvare una normativa per ridurre i poteri del Presidente prima della elezioni.
Esperti come Swaran Singh credono che, consapevole di non avere un futuro politico roseo, Zardari abbia tradito la parola data (candidatura di un Presidente donna e riduzione dei poteri presidenziali) per garantirsi almeno qualche anno di influenza e privilegi arroccato nella posizione di un Presidente con pieni poteri. Altri, invece, preferiscono non commentare le ragioni di quelle che definiscono scelte apparentemente prive di logica.
Zardari infatti si è candidato come Presidente, sostenuto dal Primo Ministro Yousaf Raza Gilani (sfuggito proprio oggi a un attentato) che lo ha definito il candidato ideale per rappresentare il Paese, quando la maggior parte della popolazione lo considera piuttosto il simbolo della corruzione. Non solo: la coalizione composta principalmente dal PPP e dal PML formatasi circa cinque mesi fa si è spezzata su uno dei problemi più scottanti per la dirigenza attuale: il reintegro dei 60 giudici allontanati da Musharraf lo scorso novembre a seguito della proclamazione dello stato di emergenza.
A febbraio, durante la campagna elettorale, mentre il PML propagandava il reintegro incondizionato dei giudici, il PPP ha mantenuto un profilo più basso paventando la possibilità di un reintegro parziale. Del resto, Zardari non ha ancora dimenticato che, solo un anno fa, il giudice Iftikhar Chaudhry aveva preso posizione contro il provvedimento di amnistia che permetteva allo stesso Zardari di rientrare il Pakistan dopo anni di esilio per sfuggire da una serie accuse di corruzione.
A sorpresa, Zardari ha deciso autonomamente di reintegrare con un provvedimento straordinario un gruppo di otto giudici. Invece di votare un decreto per denunciare l’illegalità del gesto di Musharraf, come proposto da Sharif, Zardari preferisce che i giudici prendano servizio dopo aver prestato un nuovo giuramento, probabilmente per garantirsi una sorta di nuova immunità, sostengono gli esponenti del movimento degli avvocati sceso in piazza oggi per protestare contro la scelta di Zardari, che nella sostanza non ha posto fine alle violazioni della Costituzione messe in atto da Musharraff il 3 novembre scorso.
Nel frattempo, sono state formalizzate anche le candidature di Saeeduzzaman Siddiqui, ex giudice della corte suprema sostenuto dal PML e di Mushahid Hussain Sayed, ex ministro appoggiato dai simpatizzanti di Musharraf. Contemporaneamente, Sharif ha fatto un passo indietro ponendo oggi come unica condizione per rientrare nella coalizione il raggiungimento di un compromesso sulla questione dei giudici.
Tuttavia, con le elezioni alle porte e la necessità di migliorare la propria immagine nel Paese e di garantirsi l’appoggio dei partiti minori, tutti i candidati sembrano aver dimenticato la guerra contro i fondamentalisti islamici, che proprio in questi giorni sta mietendo nuove vittime. Ma dei militanti, sostiene Zardari, è opportuno che si occupi l’esercito, non la classe politica.
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Le elezioni in Pakistan hanno lasciato il Paese in un equilibrio incerto. Per quanto molti analisti abbiano interpretato il risultato elettorale come un plebiscito contro Musharraf, tra le ombre che avvolgono il Paese vi è proprio il destino del Generale.
Per capire meglio che cosa sta capitando a Islamabad, Panorama.it ha incontrato Swaran Singh, professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici presso la Jawaharal Nehru University di Nuova Delhi, in India.
Professor Singh, fino a che punto è credibile che i due partiti di opposizione formino insieme un nuovo governo?
Il punto della questione non è tanto se un’alleanza tra il Partito Popolare Pachistano (PPP) e la Lega musulmana pachistana-N (Pml-N) sia credibile, ma la mancanza di un’alternativa. Se questi due partiti non si metteranno d’accordo, non sarà formato il governo e bisognerà procedere con nuove elezioni. Ecco perché oggi i due gruppi sono alla disperata ricerca di un compromesso.
Quali sono i principali motivi di attrito?
Senza dubbio il destino del Generale Musharraf. Per quanto le elezioni abbiano chiaramente evidenziato un forte malcontento nei suoi confronti, la questione delicata è: se ed eventualmente come estrometterlo dal regime. E mentre il PPP è alla ricerca di una strategia di uscita onorevole, il Pml-N è pronto ad avviare la procedura di impeachment.
Cosa potrebbe succedere in Pakistan se Musharraf fosse definitivamente estromesso dai giochi politici del Paese?
Partendo dal presupposto che la priorità di Musharraf consiste nello scongiurare la concretizzazione di tale scenario, il suo partito, la Lega musulmana pachistana (Plm-Q), ha proposto al PPP di formare insieme un nuovo governo. Ma di fronte al rifiuto del PPP, Musharraf sembra ora orientato a giocare la carta americana.
Cosa intende ?
Gli Stati Uniti, che continuano a mantenere legami con il Genarale -in questi giorni in visita a Washington-, potrebbero trovare il modo per convincere il nuovo governo a non assumere un atteggiamento ostile nei suoi confronti. Inoltre, non è credibile che la nuova coalizione decida di guidare il Paese trascurando gli interessi dei militari. Anche se non sappiamo se l’esercito di fatto appoggi o meno Musharraf, è certo che ufficialmente non sosterrà mai decisioni eccessivamente dure nei suoi confronti.
In tutto questo marasma, esiste qualche partito minore in grado di giocare un ruolo significativo?
I candidati indipendenti che si sono presentati alle elezioni sono 27, ma i partiti che rappresentano sono troppo piccoli per giocare un ruolo significativo nella formazione del governo. Tuttavia, i loro voti potrebbero diventare determinanti per raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare le riforme costituzionali di cui il Paese ha bisogno.
Che conseguenze hanno queste evoluzioni sulle relazioni tra Pakistan e, rispettivamente, Cina, India e Stati Uniti?
Le relazioni tra Pakistan, Cina e Stati Uniti poggiano su basi talmente solide da rendere difficile immaginare delle modifiche sostanziali delle stesse, soprattutto nel breve periodo.
Il caso indiano, invece, è un po’ diverso. Non appena in Pakistan saranno i politici e non più i militari a guidare il Paese, è possibile che i toni dei primi assumano sfumature populiste. In Pakistan, purtroppo, è molto facile ottenere l’approvazione delle masse dipingendo l’India come la causa principale della maggior parte dei problemi del Paese. Tuttavia, quella del populismo è solo un’ipotesi, cui non è detto verrà data sostanza.
In conclusione, quindi, qual’è il suo giudizio su queste elezioni?
Indipendentemente dal risultato finale, ritengo che le ultime elezioni abbiano dato prova del livello di maturità della democrazia in Pakistan. Fino a ieri sarebbe stato impensabile immaginare che la popolazione esprimesse il proprio dissenso contro il Generale Musharraf in maniera così chiara. Tuttavia, quello che mi auguro è che i leader politici siano in grado di gestire l’ondata di cambiamenti che sta attraversando il Paese evitando di appoggiare misure drastiche la cui unica conseguenza sarebbe l’aumento dell’instabilità. Ecco perché spero che l’opposizione raggiunga un accordo sul “destino” del Generale, tenendo anche in considerazione che, nonostante i suoi difetti, è l’unico leader che sa come guidare un Paese come il Pakistan. Benazir Bhutto sarebbe stata un’ottima alternativa, ma sia il marito che il figlio non sembrano avere la sua stessa stoffa. Almeno per ora.

Swaran Singh, professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici presso la Jawaharal Nehru University di Nuova Delhi, in India
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Il presidente pachistano Pervez Musharraf, in un’intervista al Wall Street Journal, ha escluso le sue dimissioni, malgrado l’eclatante vittoria dell’opposizione nelle elezioni legislative di lunedì: un trionfo che secondo gli analisti non semplifica la crisi politica nell’unico Paese musulmano dotato di atomica.
A chiederne le dimissioni si è aggiunto ieri anche Nawaz Sharif, ex primo ministro destituito nel colpo di Stato militare che nel 1999 ha portato al potere Musharraf. Il partito di Sharif, la Lega musulmana pachistana-N (Pml-N) è uscito seconda forza d’opposizione nelle elezioni, subito dopo il Partito popolare pachistano (Ppp) della leader assassinata Benazir Bhutto. Ora i due starebbero pensando a un governo di coalizione con il Pml-N.
Le elezioni, con un’affluenza del 45% superiore alle ultime del 2002, si sono trasformate in un vero referendum contro Musharraf. Il partito creato sei anni fa per sostenere l’allora generale, la Lega musulmana pachistana-Q (Pml-Q), è stato travolto da una sconfitta che ha colto di sopresa la presidenza.
Dagli ultimi risultati, non ancora definitivi, i due partiti d’opposizione avranno in parlamento la maggioranza dei seggi, se raggiungessero i due terzi potrebbero chiedere l’impeachement del presidente, di cui non riconoscono la legittimità perché eletto quando era ancora capo delle forze armate. Musharraf ha smesso la divisa a novembre, su pressioni americane, ma solo dopo essersi assicurato il secondo mandato presidenziale ed avere purgato con leggi speciali due terzi della Corte suprema a lui ostile.
La posizione del presidente non è mai stata tanto precaria, dicono gli osservatori a Islamabad, e ci sono timori per la stabilità del Pakistan. Musharraf, 64 anni, è stato un alleato degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo internazionale e ha ricevuto in cambio 10 miliardi di dollari dal 2001, che hanno aiutato lo sviluppo dell’economia senza in alcun modo ridurre la povertà nel Paese di 160 milioni di persone, di cui il 31 per cento vive in indigenza.
Il presidente americano George Bush, in visita oggi nel Ghana, ha sottolineato che sono state elezioni libere e pertanto rappresentano una vittoria del popolo. “È stata una vittoria del popolo poiché è stato valutato che si è trattato di una consultazione libera: il popolo ha potuto parlare”, ha detto Bush nel corso di una conferenza stampa. Gli Usa amavano molto la Bhutto, ma non hanno nessuna simpatia per Nawaz Sharif.
Fino a questo momento i risultati parziali danno 87 seggi al Ppp, 66 al Pml-N, 39 al Pml-Q, 19 all’alleato del partito di Musharraf Mqm (che di fatto e’ solo nel Sindh), dieci all’Anp (nazionalista laico pashtun, nella Provincia di Frontiera del Nord Ovest), tre al Mma (alleanza di partiti islamici radicali, che ha subito una sconfitta) e 34 ad indipendenti e altri. (ANSA)

Il Pakistan ha dato oggi l’ultimo saluto a Benazir Bhutto, mentre monta la violenza in tutto il Paese gettato in una delle peggiori crisi dei suoi sessant’anni di storia.
La leader dell’opposizione e prima donna premier in un Paese musulmano, uccisa ieri in un attentato suicida, è stata inumata nel mausoleo di famiglia, nella provincia meridionale del Sindh, dove la polizia ha avuto l’ordine di sparare a vista contro dimostranti violenti.
Decine di migliaia di persone in lacrime hanno seguito il feretro, coperto dalla bandiera tricolore verde rossa e nera del Partito popolare pachistano (di cui la Bhutto era presidente a vita), che ha impiegato due ore, tanta era la folla, per percorrere i sette chilometri dalla casa di famiglia, a Larkana, al mausoleo di Garhi Khuda Bakhsh dove Benazir è stata sepolta accanto al padre, impiccato da un dittatore militare nel 1979.
L’ordine di sparare a vista nel Sindh è stato dato dopo che un poliziotto è stato ucciso da uomini non identificati a Karachi, la capitale del Sindh le cui strade oggi deserte erano pattugliate da truppe paramilitari. 16.000 unità sono state dispiegate nel Sindh, 10 mila solo a Karachi. Almeno diciannove persone sono morte in disordini nel Sindh e nel Punjab.
E mentre nel Sud era in corso il funerale della Bhutto, nel Nord, nella valle dello Swat un’autobomba ha ucciso sei persone durante un comizio del Partito nazional democratico (Pnd) del presidente Pervez Musharraf.
Un portavoce del ministero dell’Interno ha detto oggi che l’attentato alla Bhutto, rivendicato da al Qaida a un giornale asiatico, è “con molte probabilità” opera della rete terroristica.
Il governo, che ha imposto tre giorni di lutto nazionale, ha confermato la data delle elezioni legislative, l’8 gennaio, ma l’ex primo ministro e leader dell’opposizione Nawaz Sharif ha detto che mantenere il voto condurrà il Paese alla “distruzione”.
La Bhutto, 54 anni, era tornata in Pakistan poco più di due mesi fa, dopo otto anni di esilio volontario. L’attentato è avvenuto ieri a conclusione di un comizio a Rawalpindi. Un kamikaze le ha sparato prima di farsi saltare in aria. Almeno altre venti persone sono state uccise.
La sua morte ha rafforzato i timori di instabilità nel Paese, di 160 milioni di musulmani, dotato di armamenti nucleari. L’attentato è l’ultimo di una serie che ha insaguinato quest’anno il paese.
Il Pakistan dice addio a Benazir Bhutto: il VIDEO SERVIZIO
L’assassinio di Benazir Bhutto e le proteste di piazza: LE FOTO
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Si tengono oggi i funerali di Benazir Bhutto, la leader dell’opposizione pakistana uccisa ieri in un attentato che ha provocato la morte di almeno venti persone. L’aereo militare con a bordo la salma della donna è arrivato ieri notte a Sukkur, nel sud del Pakistan. La salma è stata poi trasferita in elicottero a Naudero, città natale di Bhutto. Il marito, Asif Zardari, arrivato da Dubai, e i tre figli della coppia hanno avuto la possibilità di rendere omaggio al feretro dell’ex premier nell’aeroporto di Islamabad prima di imbarcarsi anch’essi sull’aereo. La salma di Bhutto sarà tumulata nell’antica tomba di famiglia a Garhi Khuda Bakhsh, vicino alla città di Larkana.
Sul fronte politico, intanto, il primo ministro pachistano pro tempore, Mohammadmian Soomro, ha confermato le elezioni dell’8 gennaio: “Le elezioni si terranno per quando sono state annunciate”‘ ha detto il premier. Il calendario elettorale - che prevede il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento federale di Islamabad, e delle assemblee delle quattro province federate: Sindh, Punjab, Belucistan e North West Frontier - non verrà dunque modificato, malgrado Benazir Bhutto guidasse il Ppp, il Partito Popolare del Pakistan, principale forza di opposizione. L’altro principale capo dello schieramento ostile al presidente Pervez Musharraf, l’ex premier Nawaz Sharif, ha invece ribadito l’intenzione di boicottare il voto.

L’uccisione di Benazir Bhutto ha provocato incidenti in tutto il paese. Alle forze di sicurezza della provincia meridionale pakistana del Sindh è stato impartito l’ordine di sparare ad altezza d’uomo contro i manifestanti che si abbandonino ad atti di violenza. Lo ha confermato anche il ministro provinciale del’Interno, Akhtar Zaman. Bhutto aveva la sua roccaforte proprio a Karachi, capitale della provincia, ed è appunto nel Sindh che si sono verificati i tumulti peggiori. A Karachi ieri un poliziotto è rimasto ucciso negli scontri. Il numero complessivo dei morti accertati causati dai tumulti in atto in tutto il Pakistan sarebbe di almeno undici. La polizia pakistana ha poi ammesso di aver aperto il fuoco contro dimostranti, ferendone cinque, oggi nella città di Hyderabad, nel sud del Paese. Ci sarebbero cinque feriti.
Al Qaida intanto ha rivendicato l’assassinio dell’ex premier pakistano Bhutto con una telefonata di un portavoce della stessa organizzazione terroristica al giornale Asia Times. “Abbiamo eliminato il più prezioso asset degli americani” ha detto il capo delle operazioni di al Qaida in Afghanistan, Mustafa Abu al-Yazid, nella telefonata fatta immediatamente dopo l’attacco di ieri. Il portavoce della rete terroristica ha poi indicato gli autori dell’attacco mortale contro Benazir Bhutto: stando a Mustafa Abu al-Yazid la squadra della morte che ha colpito ieri era composta da elementi originari della regione del Punjab e associati al gruppo anti sciita Lashkar-i-Jhangvi che opera sotto l’ombrello di al Qaida. “Questa è la nostra prima grande vittoria contro coloro (Bhutto e Musharraf) che hanno preso le parti degli infedeli (l’occidente) nella lotta contro al Qaida e hanno dichiarato guerra ai mujahedin”, ha detto ancora Mustafa Abu al-Yazid durante la conversazione telefonica con la testata Asia Times.
Fino alle prime ore del mattino, le agenzie di intelligence americane che hanno mobilitato tutte le loro risorse per scoprire chi sono i responsabili dell’assassinio dell’ex premier pakistana Benazir Bhutto, pur a conoscenza di rivendicazioni da parte di al Qaida, hanno sostenuto di non essere in grado di confermarle o smentirle. Massima prudenza, dunque. “‘Non siamo nella posizione di confermare adesso chi sia stato dietro gli attacchi”, ha detto il direttore dell’intelligence nazionanle Ross Feinstein. Il portavoce dell’Fbi Richard Kolko ha aggiunto che i suoi agenti stanno studiando le rivendicazioni di al Qaida per valutarne il peso di intelligence.
L’assassinio di Benazir Bhutto e le proteste di piazza: LE FOTO
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Bhutto assassinata: il servizio di Bbc News
Cnn: chi era Benazir Bhutto
Il 12 novembre Controcorrente aveva intervistato telefonicamente Benazir Bhutto che si trovava agli arresti domiciliari. Da Skylife/Sky Tg24
Ottobre 2007: il ritorno di Bhutto in Pakistan raccontato da AlJazeera English
La fine del 2007 è stata per il Pakistan piena di avvenimenti drammatici.
Ecco una cronologia:
8 SET - l’ex primo ministro Nawaz Sharif torna in patria dopo sette anni di esilio, ma è bloccato sull’aereo e rispedito in Arabia Saudita.
5 OTT - la Corte suprema autorizza le elezioni presidenziali indirette per il 6 ottobre ma rinvia il giudizio sulla legittimità della candidatura del presidente Musharraf. Musharraf firma con la Bhutto il patto di riconciliazione, che prevede un’amnistia sui reati di corruzione che hanno costretto l’ex premier ad un esilio volontario da otto anni.
6 OTT - In Parlamento e nelle quattro assemblee provinciali si svolge il voto indiretto per le elezioni presidenziali. L’opposizione boicotta. Musharraf è rieletto, ma il risultato resta in sospeso fino al giudizio della Corte Suprema.
8 OTT - Un elicottero della scorta del presidente precipita in Kashmir. Muoiono le 4 persone a bordo, tra cui due guardie del corpo del Presidente e un operatore della televisione di Stato.
18 OTT - Rientra a Karachi, in Pakistan, l’ex premier Benazir Bhutto. Migliaia di sostenitori per le strade per festeggiare. Al passaggio del corteo, un kamikaze si fa esplodere tra la folla. La Bhutto resta illesa, ma i morti sono almeno 139 e i feriti piú di 400.
30 OTT - A Rawalpindi, un kamikaze si fa esplodere ad un check point della polizia, a meno di due chilometri da una riunione di Musharraf con i vertici dei governi centrali e provinciali sulla situazione interna. I morti sono 7.
3 NOV - Musharraf proclama lo stato di emergenza. La Costituzione è sospesa. Il presidente della Corte suprema, Iftikhar Mohammed Chaudry, destituito e sostituito da Hamed Dogar, uomo vicino a Musharraf. Tra il 4 e il 5 novembre, la polizia arresta almeno 1.500 persone, tra cui molti avvocati, giudici e attivisti per i diritti umani. Il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice avverte che gli Usa sono pronti a rivedere gli aiuti finanziari al Pakistan (12 miliardi di dollari).
7 NOV - Benazir Bhutto lancia un appello per una lunga marcia di protesta.
9 NOV - Musharraf ordina gli arresti domiciliari per la Bhutto per impedire la sua marcia. Bhutto di nuovo agli arresti domiciliari dal 12 al 15.
14 NOV - A Lahore, la polizia arresta l’ex star del cricket Imran Khan, leader di un partito di opposizione. Khan viene rilasciato il 21 novembre.
15 NOV - Musharraf termina il suo mandato e le due Camere sono sciolte. Musharraf nomina capo di un governo ad interim il presidente del Senato Mohammedmian Soomro.
16 NOV - L’inviato speciale Usa per il Pakistan John Negroponte inizia la sua missione.
19 NOV - La Corte Suprema pachistana respinge cinque dei sei ricorsi contro l’elezione di Musharraf a presidente. Il 22 la Corte Suprema respinge l’ultimo ricorso.
25 NOV - L’ex primo ministro Nawaz Sharif rientra a Lahore dall’esilio in Arabia Saudita.
29 NOV - Musharraf, che il giorno prima ha lasciato l’esercito, giura come presidente civile del Pakistan.
15 DIC - Musharraf revoca lo stato d’emergenza ed assicura che elezioni legislative previste a gennaio saranno assolutamente libere ed eque.
21 DIC - Un kamikaze si fa esplodere in una moschea nel distretto di Charsadda, tra i fedeli riuniti per l’Aid al-Adha. I morti nell’attentato sono almeno 54. Illeso l’ex ministro dell’Interno Aftab Ahmed Khan Sherpao.
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In Pakistan, un mese dopo lo stato d’emergenza imposto da Musharraf e a un mese dalle elezioni legislative dell’8 gennaio 2008, i maggiori esponenti dell’opposizione cercano una strategia comune per mettere all’angolo il presidente Musharraf. Lunedì 3 dicembre Benazir Bhutto (leader del Partito del Popolo) e Nawaz Sharif (a capo della Lega Musulmana) si sono incontrati per definire insieme le loro richieste a numero uno pachistano, che la settimana scorsa ha giurato per il suo terzo mandato, dopo aver smesso la divisa di capo dell’esercito.
Ma poco prima dell’incontro, per Nawaz Sharif è arrivata una pessima notizia: la commissione elettorale del Pakistan ha respinto la sua candidatura perché condannato, nel 2000, per il dirottamento di un volo di linea nell’ottobre 1999 che trasportava Pervez Musharraf, allora capo di stato maggiore dell’esercito, che a suo avviso stava preparando un colpo di Stato e che in effetti pochi giorni dopo prese il potere rovesciando lo stesso governo Sharif.
Benazir Bhutto potrà invece candidarsi perché gli episodi di corruzione in cui fu coinvolta sono stati amnistiati da Musharraf. Bhutto continua la sua campagna elettorale e nei giorni scorsi ha affermato che il boicottaggio del voto proposto da Sharif favorirebbe l’attuale Capo dello Stato. Ma ora entrambi i leader dell’opposizione hanno concordato che attueranno il boicottaggio se il Presidente non risponderà entro breve alle loro richieste. Prima fra tutte: la fine dello stato d’emergenza, che Musharraf ha promesso di revocare il 16 dicembre.
Eri Garuti, Amina News
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