Archivio per il tag “Nazioni-Unite”

Crimini in Darfur: la Corte dell’Aja incrimina il presidente sudanese

Omar al Bashir

Alla sbarra. Per la prima volta al mondo, un presidente in carica potrebbe essere portato davanti alla Corte Penale Internazionale  per rispondere delle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità. E’ quanto ha deciso oggi la Corte con sede all’Aja, che ha spiccato un mandato di cattura nei confronti di Hassan Omar al Bashir, il capo di stato sudanese, accusato dal procuratore generale Luis Moreno Ocampo di essere responsabile dei crimini commessi durante la guerra in Darfur.

La notizia era attesa da giorni, con trepidazione nelle cancellerie di mezzo mondo e con malcelata preoccupazione nelle stanze dei bottoni a Khartoum. Lo stesso Ocampo aveva anticipato la decisione della Corte nei giorni scorsi, annunciando di avere delle “forti prove” di colpevolezza nei confronti del presidente sudanese, contro cui sarebbero pronte a testimoniare circa trenta persone. Ancora ieri, Bashir  si faceva beffe della Corte, definendo l’eventuale mandato di cattura “non meritevole dell’inchiostro con cui sarà stampato” e invitando giudici e procuratore a “mangiarselo”. Il Sudan ha atteso la decisione per settimane, tra la preoccupazione dei sostenitori di Bashir e i timori di quanti paventano eventuali ritorsioni del governo sudanese in Darfur, dove la guerra è già costata la vita a 300 mila  persone in sei anni e dove le migliaia di caschi blu della missione Unamid potrebbero essere un facile bersaglio per le ire di Bashir.

Nonostante il mandato, è difficile che Bashir venga effettivamente assicurato alla giustizia: le autorità sudanesi hanno fatto sapere che non coopereranno nella cattura del presidente, e l’eventualità che i peacekeepers dell’Unamid, gestita congiuntamente da Onu e Unione Africana, arrestino Bashir, è praticamente impossibile. Ma non saranno solo i caschi blu e i civili darfurini a subire le conseguenze negative di quanto accaduto oggi. Un’anticipazione il governo sudanese l’ha data già, intimando a Medici Senza Frontiere di lasciare il Darfur entro oggi non potendo più garantire la sicurezza dello staff, a séguito della decisione presa dalla Corte.

Ma a segnare il passo potrebbe essere anche il processo di pace, avviato da anni ma mai seriamente decollato a causa delle divisioni interne ai ribelli, frazionatisi nel corso del tempo in dodici gruppi armati, ognuno con i propri uomini e la propria agenda politica. Nonostante l’opinione di alcuni analisti, che vedono il mandato nei confronti di Bashir come uno strumento di pressione diplomatica nei confronti delle autorità sudanesi, è probabile che la decisione di oggi irrigidirà la posizione del governo di Khartoum, già intransigente nei confronti delle richieste occidentali perché “protetto” al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dal veto della Cina, sua alleata.

A pronunciarsi sul mandato potrebbe essere lo stesso Consiglio, che ha facoltà di ritardare di un anno l’esecuzione del provvedimento. Usa, Gran Bretagna e Francia non sembrano però voler concedere ulteriore tempo a Bashir, per il quale il Sudan rischia di diventare una sorta di “prigione dorata” se, per sfuggire alla cattura, il presidente decidesse di rinunciare a vertici internazionali e summit. Certo, a Bashir rimangono gli amici della Lega Araba e dell’Unione Africana. Ma a prescindere dalle conseguenze pratiche, la decisione di oggi ha un altissimo valore morale. E nonostante la sua sicumera, da oggi Bashir potrà dormire un po’ meno tranquillo.

Sarkò da Lula: il patto franco-brasiliano

Giappone

Data peggiore per il vertice-chiave tra Brasile e Unione Europea, giunto quest’anno alla sua seconda edizione, non ci poteva essere. Il 22 e il 23 dicembre, infatti è festa. Tanto più in Brasile , dove  l’estate è appena iniziata e chiunque ti spiegherà  che “qui siamo tutti in ferie sino a dopo il Carnevale ”.
Quest’anno, tuttavia, ad accendere i riflettori sull’evento che dovrebbe sbloccare l’impasse commerciale nei rapporti UE-Mercosur, organizzazione regionale di cui il Brasile ha la presidenza sino al prossimo primo gennaio, ci hanno pensato Nicolas Sarkozy e sua moglie Carla Bruni, protagonista sui giornali carioca per le sue visite in favela, per gli abiti e anche perché, proprio a San Paolo, vive il suo padre biologico. Il presidente francese dal canto suo teneva moltissimo a questo viaggio, lo aveva programmato da un anno, perché - come riferisce il direttore per il Mercosur del prestigioso Istituto di Studi Politici di Parigi, Alfredo Valladao -  “la Francia sta scoprendo che tra i paesi emergenti, il Brasile è  il socio più interessante”.
Un interesse rappresentato dall’accordo militare firmato da Parigi e Brasilia e che oltre alla collaborazione tecnica per la costruzione del primo sottomarino nucleare verde-oro entro tre anni prevede una partnership a 360 gradi nel settore. Ma anche dai tre patti sull’Amazzonia, che vedranno Francia e Brasile lavorare assieme per proteggere la biodiversità del più grande polmone verde del pianeta. La Francia sta dunque entrando con sempre maggior interesse in Brasile e, in cambio, Sarkozy ha fatto sapere che difenderà quella che, da sempre, è una delle maggiori aspirazioni della diplomazia verde-oro, ossia avere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Rifugiati: al mondo sono 32 milioni. Laura Boldrini: “Il diritto d’asilo va garantito”

immigrati

L’ultimo naufragio è di pochi giorni fa: 150 morti nel Mediterraneo, al largo delle coste libiche. Mentre l’Europa indurisce le condizioni per i rimpatri dei clandestini e i controlli sull’immigrazione, non si fermano i viaggi dei disperati verso le coste siciliane, spagnole, greche. Panorama.it ha sentito la portavoce dell’Alto commissariato Onu Laura Boldrini, nella giornata mondiale dedicata ai rifugiati.

Il 20 giugno è la giornata mondiale del rifugiato, lo slogan scelto è “Proteggere i rifugiati è un dovere, essere protetti è un diritto”. C’è forse qualche governo europeo che disattende questo principio basilare?
Questo slogan lo abbiamo scritto sullo striscione appeso sul Colosseo illuminato. Una scelta non casuale, era un luogo di persecuzione. Bisogna mettersi in testa che i rifugiati non sono persone che vengono qui per scelta, ma perchè non hanno il privilegio di poter vivere a casa loro.
Noi italiani come siamo messi?
Ogni anno vengono presentate circa 14mila domande d’ asilo. La metà di queste riguardano persone arrivate via mare coi viaggi dei disperati e ospitate nei Cpt. Tra coloro che giungono in Italia coi barconi, una persona su tre fa richiesta d’asilo e mediamente una forma di protezione o lo status di rifugiato viene concesso a una su cinque. Sono numeri contenuti, il totale degli arrivi via mare è stabile da anni tra i 18 e i 22mila. Non ci sono dati precisi, purtroppo, per chi invece non ce la fa e muore nel mediterraneo. Solo il 10% degli irregolari presenti in Italia è arrivato così, non mi sembra questa l’emergenza dell’immigrazione.
Da quali paesi provengono i rifugiati che ottengono asilo in Italia?
La maggior parte da paesi africani in condizione di guerra da anni: Somalia, Eritrea, Etiopia, Costa d’Avorio, Sudan.
Due giorni fa è stata approvata la Direttiva europea sui rimpatri, qual è il suo giudizio?
Non la possiamo certo sostenere. L’Europa una volta volava più alto. Adesso si va sempre al ribasso, agli standard minimi.
Cosa non la convince?
Le preoccupazioni maggiori sono per la detenzione di minori non accompagnati, ma anche la permanenza nei Cpt per 18 mesi. C’è poi una lista di Stati considerati “sicuri” per i quali non si prende in considerazione il merito della richiesta, ma il diritto d’asilo è una questione che dovrebbe riguardare la singola persona, non la nazionalità.
Ma c’è anche l’assistenza legale gratuita per gli immigrati
Almeno quella… Comunque in Italia era già prevista.
Quanti rifugiati ci sono nel mondo?
Possiamo sempre dare solo delle stime, l’agenzia Onu fornisce assistenza a circa 32 milioni di persone. Secondo i nostri dati, nel 2007 sono aumentati sia gli sfollati all’interno dei propri paesi (26 milioni), sia i rifugiati che sono scappati dai loro confini, 11 milioni circa. Poi ci sono i profughi, gli apolidi. Tutti coloro costretti ad abbandonare la propria casa, insomma.
Quali iniziative avete in programma per la giornata mondiale?
Ci saranno dei gazebo nelle principali città italiane. A Roma terremo una conferenza domattina a cui interverrà Thomas Hammarberg, commissario dei diritti umani per il Consiglio d’Europa. Poi consegneremo i premi “Per mare” a tre capitani di imbarcazioni che hanno salvato persone nel canale di Sicilia, a darglieli sarà Andrea Camilleri.

Abusi sui bambini: quando l’orco è un operatore umanitario

Bambini intorno a un soldato dell' ONU

I più piccoli hanno appena 6 anni, le più a rischio sono le ragazzine di 14-15 anni, ma neppure i loro coetanei hanno scampo. Spesso orfani, senza più nessuno che si preoccupi per loro o un posto dove vivere. Come quella giovanissima di Haiti che dormiva per strada quando “un gruppo di persone ha deciso di guadagnare qualcosa portandola a un uomo che lavora per un’organizzazione internazionale” ha raccontato un testimone teen ager. “L’uomo ha dato alla ragazza un dollaro e lei era felice di avere del denaro. Erano le due del mattino. Lui l’ha presa e l’ha stuprata. Il giorno dopo lei non riusciva neppure a camminare”.

Il rapporto di Save the Children. Queste parole crude, che svelano un orrore insopportabile sono state raccolte da Save the Children (leggi il rapporto), l’Ong che si batte per i diritti dei bambini. Per mesi il personale dell’organizzazione ha visitato il paese centramericano, la Costa d’Avorio e il sud del Sudan incontrando bimbi e adolescenti, ponendo domande difficili, ascoltando storie sulle mostruosità commesse da chi quelle piccole vite avrebbe dovuto proteggerle: caschi blu, personale dell’Onu, membri locali e stranieri delle ong, senza differenze di incarico e a volte di sesso. Sono coinvolti autisti, educatori, soldati e dirigenti, soprattutto uomini, ma anche donne.

Il tema degli abusi, cui la Bbc online ha dedicato oggi l’articolo di apertura, è riassunto in un rapporto dal titolo emblematico, Nessuno a cui dirlo. Perché accanto alle dimensioni sconcertanti del fenomeno, l’aspetto più odioso emerso da questa indagine è proprio il silenzio cui le vittime sono condannate per paura di non essere credute, di subire ritorsioni, di portare per sempre lo stigma della comunità, ma soprattutto di perdere i regali che gli aguzzini “umanitari” offrono come ricompensa per il sesso: “Sta usando quella ragazza, ma senza di lui lei non mangerebbe” confessa una giovanissima ivoriana.

Difficile ribellarsi. Nei paesi poveri, sconvolti da recenti guerre, molte famiglie, gruppi di rifugiati, villaggi interi e soprattutto bambini soli dipendono dalle organizzazioni umanitarie per la loro sicurezza, il cibo, tutto. Per questo ribellarsi contro gli aguzzini travestiti da salvatori può rivelarsi impossibile. “La gente non denuncia gli abusi perché teme che le agenzie smettano di lavorare qui e noi abbiamo bisogno di loro” riassume con spietata lucidità un ragazzo sudanese. “A chi dovremmo dirlo?” si chiede disperato un coetaneo di Haiti. “I poliziotti sono spaventati dai peacekeeper e non possono fare niente e poi ho sentito che anche la polizia fa queste cose”.

L’inferno è fatto di parole e gesti sconci, orribili lusinghe e violenze. Il 65 per cento degli intervistati ha identificato i commenti pesanti come il più frequente degli abusi di cui si macchia il personale umanitario, il 55 per cento ha riportato storie, soprattutto di ragazzine indotte a fare sesso in cambio di qualcosa da mangiare, del sapone e (raramente) beni di lusso come telefonini. Spinte a volte dagli stessi compagni di giochi che i mostri hanno trasformato in complici: “Tutti noi lavoriamo nel campo militare sin da quando i primi uomini sono arrivati qui nel 2003″ spiegano tre quattordicenni della Costa d’Avorio. “Vendiamo sculture e gioielli per dare una mano alle nostre famiglie. Se ci sono altre cose che vogliono e non ne possono parlare di fronte ad altre persone, ci invitano nelle loro stanze e lì chiedono ogni tipo di favore. A volte ci domandano di procurare loro delle ragazze, della nostra età. Spesso gruppi di otto o dieci uomini si dividono tra loro due o tre ragazze. Quando abbiamo provato a consigliare quelle più grandi, hanno rifiutato, le vogliono della nostra età. Alla fine abbiamo trovato alcune che l’avevano già fatto ed erano contente per i regali che venivano loro promessi. Lo sappiamo che è una cosa cattiva” concludono. “Ma così riusciamo a trarne dei profitti: soldi, ma anche magliette, orologi e scarpe da tennis”.

Meno frequente (30 per cento) ma anche più temuta la violenza sessuale da parte di singoli e gruppi. “Ogni tanto i militari vengono qui e stanno in un accampamento locale, che si trova vicino a una pompa dove vanno a prendere l’acqua anche le ragazze del villaggio” ha spiegato un teen ager del Sudan. “Questi uomini le chiamano e le portano nei loro alloggi. Una di loro è rimasta incinta e poi è scomparsa. E’ successo nel 2007 e ancora non sappiamo che fine abbia fatto”.

Organizzazioni coinvolte. Tuttavia i risultati dell’inchiesta di Save the Children squarciano il velo su un’emergenza che sfugge quasi completamente alle statistiche ufficiali: poche agenzie dell’Onu e praticamente nessuna grande Ong raccoglie e soprattutto pubblica dati su questo fenomeno. Tra il 2004 e il 2006 il dipartimento cui fanno capo i caschi blu (Dpko), che sono risultati i più coinvolti nei casi di abusi, ha rilevato 112 episodi, il Programma alimentare mondiale 2, l’Alto commissariato per i rifugiati 3 e i Volontari delle Nazioni unite 5. Neppure Save the children è immune e nel 2007 ha indagato su 15 casi, di cui sette riguardano accuse contro partner e otto contro il personale della stessa organizzazione, tre delle quali risultate infondate.

L’accaduto ha comunque portato, scrive l’Ong nel rapporto a un rafforzamento delle procedure di controllo interne. “Nonostante le dichiarazioni di impegno a risolvere il problema da parte dei governi e delle organizzazioni internazionali, il nostro rapporto documenta come gli abusi nei confronti dei minori continuino” commenta Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, “e soprattutto ci lascia intendere che per ogni caso identificato ce ne siano probabilmente molti che rimangono nascosti o sconosciuti”. Che fare? Save the Children chiede all’Onu di far sì che nei paesi dove è forte la presenza di personale internazionale, sia reso più facile ai piccoli e alle loro famiglie riportare i casi di violenze e soprattutto che siano prese misure rapide nei confronti di chi le commette. Suggerisce infine la creazione di un super “cane da guardia” globale che tenga sotto controllo gli sforzi compiuti dalle agenzie e dalle ong internazionali per contrastare gli abusi.

Scandali sessuali e peacekeepers: conferenza Onu 2007

Il VIDEO servizio:

Libano: e ora mani più libere per i militari in missione

Il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, il 19 gennaio a Beirut, alla cerimonia dell'Ashura.
Di Matteo Buffolo

Hezbollah Land e militari italiani: guarda le GALLERY

Dopo la polemica che dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz ha investito la missione Unifil in Libano, sono tornate al centro dell’attenzione e delle discussioni politiche le regole d’ingaggio per i militari italiani. “Ma questo è un falso problema - spiega a Panorama.it Vittorio Emanuele Parsi, professore dell’Università Cattolica di Milano e massimo esperto di relazioni internazionali - Come sempre le regole sono molto generali. Ciò che sarebbe eventualmente da rivedere sono i caveat (le eventuali restrizioni relative alle caratteristiche e all’area di impiego dei militari ndr) dati dal ministero della Difesa e la loro interpretazione. Ma ancora prima di rivederli, dobbiamo capire se le regole che ci siamo dati sono adeguate agli obiettivi che vogliamo raggiungere”.

Specialmente in uno scenario regionale che, dall’inizio della missione quasi due anni fa, è profondamente cambiato. Già allora il Parlamento libanese si stava preparando per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Ancora oggi, dopo 18 consultazioni, i partiti politici non sono riusciti a raggiungere un accordo. “E oltre alle dinamiche interne fra Hezbollah e il governo di Fouad Siniora - dice Parsi - ci sono anche quelle fra Hezbollah e Israele, che non sono intenzionati a riconoscersi. Quindi l’Ue, che a parole è lì per una missione di interposizione ma che in realtà vuole giocare un ruolo nella sicurezza complessiva del Medio oriente, deve semplicemente chiedersi se è disposta a correre dei rischi per raggiungere l’obiettivo che si è preposta”.

Un aiuto in questo senso potrebbe venire dal cambio di governo. Il ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, infatti, potrebbe smuovere l’empasse che si è venuta a creare. “Il cambio di governo può aiutare principalmente per due motivi - dice Parsi - Da un lato per un nuovo governo è più facile rivedere i caveat: non li hanno stabiliti loro, e se li rivedessero non potrebbero essere accusati di incoerenza. Dall’altro, non avendo mandato loro le truppe in Libano, possono chiedere più facilmente un meeting con gli alleati francesi e spagnoli per ridiscutere il ruolo della missione”. E per dare finalmente ai nostri militari il permesso di fare quello per cui sono lì, senza essere bloccati da veti di politica interna.

n

n

n

Giusto cambiare le regole di ingaggio Unifil in Libano per consentire ai soldati di sparare per disarmare i contendenti?

Bufera sulla missione Unifil in Libano

Hezbollah Land e militari italiani: guarda le GALLERY

Israele accusa Claudio Graziano, il comandante della missione Unifil in Libano, di aver nascosto deliberatamente informazioni sul rafforzamento militare della milizia sciita di Hezbollah nel Libano, a sud del fiume Litani. Secondo il quotidiano Hareetz, che riporta autorevoli fonti del governo di Gerusalemme, negli ultimi sei mesi sarebbero avvenuti diversi momenti di tensione tra i caschi blu e i miliziani sciiti, dei quali il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è mai stato messo al corrente.

Militanti palestinesi inneggiano a Nasrallab a Sidone.

Il dubbio che l’operazione Leonte, dove i soldati internazionali sono chiamati ad agire come semplice “cuscinetto” tra i contendenti, stia insabbiando le attività di Hezbollah cova da tempo tra gli alti comandi dell’esercito israeliano ma è esploso nel corso di una riunione a porte chiuse dopo l’episodio, rivelato di recente, che ha visto la notte tra il 30 e il 31 marzo militari italiani scoprire un carico di armi e tornare alla base sotto le minacce di un gruppo di miliziani. Graziano, secondo gli alti gradi dell’esercito ebraico, “continua a presentare mezze verità nel timore di eventuali conflitti con Hezbollah” .

Quello che secondo Israele il comandante italiano sta mettendo in atto è un’interpretazione quantomeno indulgente del suo mandato ma il cui risultato è quello di svuotare il contenuto della risoluzione 1701 (leggi qui). Secondo una fonte diplomatica delle Nazioni Unite contattata da Hareetz, anche l’incidente di marzo era destinato ad essere cancellato dal rapporto dell’Onu sotto pressioni del segretariato generale del Palazzo di Vetro e di ufficiali in alto grado di Unifil. Uno dei problemi più dibattuti della missione in Libano sono le cosiddette regole di ingaggio, in base alle quali i soldati possono sì usare le armi per disarmare i contendenti ma solo se attaccati.

n

n

Giusto cambiare le regole di ingaggio Unifil in Libano per consentire ai soldati di sparare per disarmare i contendenti?

La mappa mondiale della rivolta contro la fame

La mappa della crisi alimentare sul settimanale tedesco
La mappa di Der Spiegel sulle rivolte dovute agli aumenti dei generi agroalimentari

Durante il vertice Onu denominato Commercio e sviluppo tenutosi ad Accra, in Ghana, Ban Ki-Moon, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che l’impennata dei prezzi dei cereali e del carburante ha reso sempre più irrealistico il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio sottoscritti dagli Stati membri nel 2000. La speranza di dimezzare la povertà in Africa entro il 2015 è insomma, per il segretario Onu, “sempre più lontana”, a causa del boom dei prezzi dei beni agroalimentari.
Il dramma africano è però soltanto la parte più visibile di un iceberg immerso nelle acque agitate dell’attuale crisi mondiale che attanaglia gran parte dei Paesi del sud del mondo. Secondo un rapporto della Banca Mondiale, le ondate di violenza causate dal boom dei prezzi delle derrate alimentari (+83 negli ultimi 26 mesi) stanno minacciando la stabilità politica di almeno 36 Paesi, (guarda la mappa di Der Spiegel) in quasi tutti i continenti. Per dirla con il Relatore delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, Jean Ziegler, per le aree più povere del pianeta “è prevedibile un lungo periodo di conflitti e di destabilizzazione regionale incontrollabile”. Con prevedibili ricadute politiche sulla stabilità di gran parte dei Paesi coinvolti, anche perché, come hanno segnalato le principali istituzioni internazionali, l’attuale crisi alimentare è destinata a durare ancora per molto tempo.

Burkina Faso
Le prime rivolte scoppiate in Burkina Faso, il 20 febbraio scorso, si concludono con un centinaio di arresti e decine di feriti. Nelle strade scendono migliaia di persone, vittime di un sistema commerciale internazionale che colpisce soprattutto i paesi importatori di materie prime agricole. “Il riso asiatico è di gran lunga il più consumato in Burkina” spiega il settimanale San Finna, “ma purtroppo sta sparendo dai mercati nazionali dopo il blocco all’esportazione imposto da alcuni governi asiatici”. Le famiglie burkinabé ringraziano: “La crescita irresistibile dei prezzi dei beni di prima necessità sui mercati internazionali ha cambiato radicalmente i rapporti tra Martine e il suo marito Jean-Christophe” scrive su Vita Non profit Magazine il giornalista burkinabé Koffi Ametepe. Olio (+100%), riso (+70%), mais (+50%): per questa coppia anche “la carne è diventata un lusso”. Ma i problemi non finiscono qui: “Come tanti altri lavoratori della classe media burkinabé, Jean-Christophe mette i suoi figli al riparo dei mal di pancia grazie ai crediti rilasciati da commercianti senza scrupoli”.

Senegal
Accusati di sfruttare l’impennata dei corsi mondiali per accumulare profitti, i grossisti di Dakar giustificano la vendita del riso a peso d’oro con l’aumento vertiginoso del carburante. “Non possiamo farci nulla” avrebbero detto i loro rappresentanti sindacali a Abdoulaye Wade. Di fronte all’esplosione di un’ondata di proteste senza precedenti, il presidente del Senegal ha prima risposto inviando l’esercito e infine è corso ai ripari prelevando dalla casse pubbliche 10 miliardi di Franchi CFA (oltre 15 milioni di euro, ndr) per dare ossigeno al mondo rurale. “Alcuni specialisti sostengono che ci vogliono almeno 200 milioni di euro per consentire agli agricoltori di fronteggiare la crisi” assicura a Panorama.it il caporedattore del principale quotidiano indipendente senegalese, Sud Quotidien. “Non vedo come Wade possa placare la rabbia della gente, anche perché ora deve giustificare la montagna di denaro speso per accogliere a Dakar il recente Summit dell’Oci (Organizzazione della Conferenza islamica)”, rilancia.

LEGGI: proposte e soluzioni su Swissinfo

Haiti
Nell’isola caraibica, il patto fra governo e cittadini è sul punto di spezzarsi. A segnare il destino del primo ministro haitiano Jacques Edouard Alexis sono state le rivolte urbane esplose contro il carovita e il cui bilancio (cinque morti e oltre 200 feriti) ha spinto il Senato a destituirlo recentemente dalle sue funzioni. Nel giorno in cui il Senato sfiduciava il primo ministro, il presidente René Préval ha costretto gli importatori di derrate alimentare a ridurre il prezzo di un sacco di riso di oltre 15 punti percentuali (da 32 a 27 euro). . “Una decisione opportuna” sostiene da Bruxelles il giornalista haitiano e direttore della rivista The Courier ACP-EU Hegel Goutier, e supportata a sua volta dai 10 milioni di dollari di aiuti concessi dala Banca Mondiale. Molti esperti sottolineano però che la crisi attuale è stata aggravata dalle politiche di dumping esercitate negli anni ‘90 dalle compagnie agroalimentari americane. “Da paese esportatore” conclude Goutier, “Haiti è diventato un importatore netto di riso”. In un territorio dove l’80% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno, la pace recente conquistata dopo anni di conflitti rischia di sgretolarsi nel giro di pochi mesi.

Egitto
Al comando da ormai 27 anni, il presidente Hosni Mubarak ha represso nel sangue le manifestazioni contro l’aumento del pane. Per il Raìs, le elezioni municipali dell’8 aprile sono state l’occasione per soffocare i tentativi dei Fratelli Musulmani di strumentalizzare il malcontento contro il carovita. Mubarak deve stare in guardia, avverte il quotidiano Al-Masri Al-Ayoum. In Egitto, circa 30 milioni di cittadini vivono con meno di 1,5 dollari al giorni. Per oltre il 40% della popolazione, il consumo alimentare quotidiano si riassume in pane, pasta e riso, tutti beni i cui prezzi sono cresciuti del 25%. Le sovvenzioni, assieme agli ordini inferti all’esercito per aumentare la produzione locale di pane non sono bastate a placare la rabbia. “Fino quando il regime non affronterà di petto le riforme” conclude Al-Masri Al-Ayoum, “gli scontri che si sono verificati a Mahalla Al-Kubra rischiano di ripetersi in altre aree del Paese. Pensare il contrario sarebbe un grave errore”.

LEGGI: La crisi del pane in Egitto su Afrikalink



Filippine
Anche in Asia lo scenario è fosco. Le stesse inquietudini prevalgono nelle Filippine, con la differenza, drammatica, che la presidenta Gloria Macapagal-Arroyo è alla guida del più grande Paese importatore mondiale di riso. Il governo è stato costretto a correre ai ripari con un sussidio eccezionale di oltre un miliardo di dollari per il mondo agricolo. “Una goccia in un oceano di emergenza” accusano i potenti sindacati del settore, convinti che la Arroyo si trovi davanti a “un vulcano pronto ad esplodere in qualsiasi momento”. Per ora i militari filippini, da sempre padroni del Paese, assicurano che “le rivolte non sono all’ordine del giorno”. Ma c’è chi scommette su un futuro nero.

Il Papa alle Nazioni Unite: un discorso di annuncio, non di denuncia

[i](Credits: Ansa)[/i]<br />
di Ignazio Ingrao da New York

LEGGI ANCHE: Il Papa e gli ebrei - Il Pontefice e i preti pedofili - Il Papa americano - Partecipa al FORUM e guarda la GALLERY

Chi si aspettava la condanna della pena di morte, la denuncia dei conflitti dimenticati o la richiesta di una moratoria per l’aborto è rimasto deluso. La storica visita di Benedetto XVI alle Nazioni Unite è stata in linea con il resto della sua visita negli Stati Uniti: un viaggio di annuncio, non di denuncia. Il Papa teologo, giunto al suo ottavo viaggio internazionale, è venuto per annunciare Dio agli Stati Uniti e al mondo. E dalla tribuna del Palazzo di Vetro ha affermato che solo “una
visione della vita saldamente ancorata alla dimensione religiosa” può aiutare in maniera davvero efficace la realizzazione degli scopi delle Nazioni Unite, cioè la promozione di un ordine sociale “rispettoso della dignità e dei diritti delle persone” (qui il discorso integrale).
Ai delegati all’Assemblea generale dei 192 Paesi membri dell’Onu ha spiegato: “Il riconoscimento del valore trascendente di ogni uomo e di ogni donna favorisce la conversione del cuore, che poi porta ad un impegno di resistere alla violenza, al terrorismo e alla guerra e di promuovere la giustizia e la pace”. Certo, il Papa ha ribadito la difesa del “multilateralismo” secondo la linea tradizionale della diplomazia vaticana, ha rilanciato l’appello per una ricerca rispettosa dell’ordine della creazione, ha raccomandato la soluzione negoziale dei conflitti, ha chiesto tra gli applausi che la guerra contro il terrorismo avvenga “in buona fede, nel rispetto della legge e nella promozione della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta”. Ma ciò che sta veramente a cuore a Benedetto XVI è annunciare al mondo la centralità di Dio nella storia.
Ratzinger è il Papa dell’annuncio, osserva il direttore dell’Osservatore Romano , Gian Maria Vian, ricordando il terzo anniversario dell’inizio del pontificato di Benedetto XVI (19 aprile 2005). I toni del Papa sono sempre miti ma la
sostanza del messaggio è forte, si potrebbe dire “fondamentalista” nel senso, positivo, di un pensiero che punta alla radice, al fondamento, del rapporto tra fede e ragione, tra religione e mondo. Per l’Osservatore permanente della Santa Sede alle Nazioni Unite, monsignor Celestino Migliore, il Papa è venuto a parlare da “profeta” in mezzo ai “re”. Ma, come insegna la storia, l’annuncio dei profeti spesso è un annuncio che provoca e divide. Un annuncio, quello di Ratzinger,
politicamente e “diplomaticamente scorretto”.

Il discorso del Papa all’Onu

Il benvenuto del segretario Onu

Kenya: la mission impossible di Kofi Annan

Rifugiati sotto il camion degli aiuti
Rifugiati a Nairobi sotto il camion degli aiuti

Guarda la GALLERY

Come risolvere la crisi del Kenya? La domanda vale oro, la risposta molto, ma molto, di più. Problema: ad oggi nessuno tra esperti e rappresentanti della comunità internazionale è in grado di trovare una soluzione. A provarci questa volta è l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, appena giunto a Nairobi per convincere il presidente uscente Mwai Kibaki, dell’etnia Luo, e il suo tenace oppositore Raila Odinga, dell’etnia Kikuyu, a chiudere il conflitto che li oppone dal 27 dicembre scorso, quando Kibaki vinse, tra polemiche e accuse di brogli, le ultime presidenziali.

Al suo arrivo nella capitale keniota, Annan ha invitato le parti in conflitto ad avviare “un dialogo sulla base della buona volontà” ricordando che “non ci potrà essere pace e stabilità senza il rispetto dello stato di diritto”. Ma il carismatico diplomatico ghanese dovrà fare i conti con il blocco imposto dai protagonisti della crisi e con una violenza politica che rischia di trasformarsi anche in violenza etnica tra Luo (Kibaki) e Kikuyu (Odinga). Per voce del ministro degli Affari Esteri, il governo Kibaki ha subito precisato che quella di Annan “non è una missione di mediazione e che la legittimità del presidente non è negoziabile”. Sul fronte opposto, Raila Odinga, ex ministro e leader dell’Orange democratic movement, non dà segni di cedimento. Per l’ennesima volta ha chiesto alla comunità internazionale di adoperarsi per “organizzare elezioni trasparenti”.

I massacri tra le due fazioni intanto non si fermano. Le manifestazioni promosse da Odinga in tutto il paese (e seguite con scarso seguito) sono state represse nel sangue e macchiate da episodi di violenza che hanno ulteriormente accresciuto il bilancio delle vittime registrate dall’inizio della crisi. La soglia dei settecento morti dopo la contestata vittoria di Kibaki sarebbe già stata superata, secondo le stime più attendibili, e 250.000 profughi kenioti, rifugiatisi per lo più in Uganda dopo l’esplosione delle violenze, aspettano ancora di tornare a casa.

Disorientata, la comunità internazionale sembra più che mai divisa sulle strategie da adottare. E ancora una volta, l’Unione europea, la grande assente delle crisi africane, non fa bella figura. La scorsa settimana, il Parlamento si era pronunciato a favore di “un congelamento totale degli aiuti al Kenya”. Il Commissario europeo allo Sviluppo e agli aiuti umanitari, Louis Michel, sbarcato ieri a Nairobi, si è invece detto convinto che la sospensione degli aiuti colpirebbe soprattutto le fasce sociali più povere del Kenya.

Scene di guerriglia urbana a Nairobi

Da profondo conoscitore dell’Africa Michel sa pure che, nonostante la corruzione dilagante, l’amministrazione keniota è una delle poche sul continente africano ad aver creato un sistema di tassazione efficiente che rende praticamente ininfluente il peso degli aiuti europei nel budget statale. Ma il governo Kibaki non può considerarsi al riparo dei guai. Due mesi di conflitto stanno mettendo a durissima prova l’economia del paese. Secondo l’ufficio del turismo keniota, le violenze hanno svuotato gli alberghi (-90%) provocando un buco finanziario di 31 milioni di euro nel solo mese di gennaio in un Paese in cui il settore alberghiero genera il 20% del Pil nazionale. Non bastasse, la crisi keniota sta mettendo a rischio tutta la regione dell’Africa centrorientale. Per Kibaki e Odinga, il destino dei paesi frontalieri non è all’ordine del giorno. La loro battaglia si sta giocando tutta in casa. E anche da qualche parte in Europa. Entrambi infatti si sarebbero rivolti alla Corte penale internazionale dell’Aia: Odinga per denunciare “crimini contro l’umanità”, Kibaki addirittura per “genocidio”. Al peggio non c’è davvero fine.

Una donna schiva le pallottole tra manifestanti di fazioni opposte

Guerre, l’embargo Onu da solo non ferma le forniture di armi

Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon.<br /> (Ansa)<br />
L’embargo internazionale sulle importazioni di armi e di altri materiali strategici imposto dalle Nazioni Unite a stati sconvolti da guerre civili o colpevoli di violazioni del diritto internazionale funziona davvero? Un originale rapporto realizzato dall’International Peace Research Institute di Stoccolma (il Sipri, già noto per l’annuale rapporto sulle spese militari e il commercio di armi) e dall’Università di Uppsala ha cercato di rispondere a una domanda che investe anche l’efficacia reale delle iniziative assunte dal Palazzo di Vetro. Nel report intitolato “Gli embarghi delle Nazioni Unite” sono stati presi in esame ventisette casi decisi dall’Onu a partire dal 1990 ai quali sono abbinati undici studi resi noti successivamente alla pubblicazione del rapporto sul sito del Sipri: Eritrea-Etiopia, Haiti, Liberia, Libia, Ruanda, Sierra Leone, Sudan, Somalia, Afghanistan talebano ed ex-Jugoslavia.

Nei fatti nessun embargo è stato esente da violazioni più o meno gravi. Basti pensare agli ingenti quantitativi di armi giunti agli eserciti etnici in ex Jugoslavia da tutta l’Europa, o alle armi arrivate alle milizie somale dallo Yemen e dall’Etiopia, o alle forniture russe, ucraine e cinesi che hanno alimentato gli eserciti etiopico e eritreo. Fino ai casi più eclatanti degli armamenti e tecnologie sofisticati forniti sotto banco a Saddam Hussein.

Il rapporto mette in luce che l’embargo ha rappresentato uno dei metodi applicati per attuare il compito primario dell’Onu: prevenire o far cessare i conflitti. Nell’analizzare il loro impatto politico ed economico, il rapporto evidenzia come la corruzione abbia costituito uno dei principali limiti alle misure adottate per fermare i traffici di armi e sottolinea come il blocco venisse maggiormente rispettato dove erano presenti forze d’interposizione delle Nazioni Unite.

Sondaggio

Aiuti ad Haiti: scontro Bertolaso vs Clinton. Chi ha ragione?
Mostra i risultati

Archivi