[/i]<br />](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-settembre/myanmar/mondo/normal_bangkok1.jpg)
Retate durante la notte. Desaparecidos. Siti web oscurati. Monaci arrestati e trasportati nei campi di lavoro. Sfilate “oceaniche” organizzate dal regime nelle principali città del Paese per dimostrare che i militari hanno ancora il Paese in pugno. E stamani, dalle colonne dell’ufficiale New Light of Myanmar, un nuovo affondo contro la comunità internazionale (rea di aver condannato la repressione in Birmania), ma anche una promessa che fa temere un altro bagno di sangue: “A Myanmar non esistono prigionieri politici. Per questo non cambieremo rotta, elimineremo tutti gli ostacoli che si frappongono sulla nostra strada”.
Questa è una storia. L’altra parte della storia la raccontano, sui blog dell’opposizione in esilio, decine di cittadini, rigorosamente anonimi, pronti a squarciare il velo sulle verità della dittatura: da una settimana, in Birmania, dicono, è tornata la paura. Una paura sorda che ha spinto migliaia di attivisti a rintanarsi di nuovo in casa nella speranza che i militari non li prelevino nottetempo. Dice - su Burmese bloggers - una casalinga di Rangoon il 29 settembre: “Ho visto gente picchiata selvaggiamente. Gente che non stava nemmeno prendendo parte alle proteste. C’era un ragazzino, tutto solo, che stava guardando sfilare il corteo. Non urlava né batteva le mani. Un colonnello gli si è avvicinato e ha cominciato a bastonarlo sulla schiena. È crollato a terra. Lo hanno caricato in uno di quei camion che portano via i manifestanti. Il colonnello ha detto: “Avete dieci minuti per sgomberare”. (…) Una mia amica ha perso suo figlio durante le proteste. Pensava fosse sulla via di casa, invece non l’ha più trovato”. Intanto, sull’ufficiale New Light of Myanmar appare - sempre secondo il sito Burmese bloggers - l’altra verità, quella del regime: una foto dei manifestanti filo-birmani a Londra dell’8 settembre si trasforma, nella didascalia, in una manifestazione contro la guerra in Iraq.
Un ragazzo, anche lui anonimo, racconta invece di come la Giunta negli ultimi tempi sia riuscita a distruggere la fiducia tra le persone. Una cappa del silenzio è calata su tutto il Paese: “Non c’è più legame tra noi. Nel nostro quartiere i gruppi addetti alle sicurezza arrestano chiunque soltanto accenni a queste proteste. Persino nei locali dove andiamo a prendere il té dobbiamo imparare a tacere. Le spie sono ovunque. Possiamo rivolgere la parola soltanto alle persone che conosciamo. I bar si sono svuotati: non ci sono soldi e oltrettutto che senso ha ubriacarsi quando non puoi rivolgere la parola a nessuno?”. Gente comune. Che ha smesso di ascoltare la radio attraverso cui, fino a qualche settimana fa, si facevano un’idea di quello che accadeva in Birmania, al di là delle verità ufficiali. Ora ascoltare la radio, attraverso le onde provenienti dai gruppi di opposizione in Thailandia, è diventato troppo pericoloso. E chiunque sia sorpreso con un cellulare o una telecamera o una macchina fotografica se la vede confiscare. Racconta amareggiata un’insegnante, testimone di un’operazione di pulizia contro i monaci: “Sono quasi 50 anni che cerchiamo di proteggere la nostra cultura e cerchiamo di tollerare i militari al potere. Ma questa volta hanno passato il segno. Hanno mancato di rispetto a quello abbiamo di più caro e sacro. Conosco decine di monaci. Uno di questi è vecchissimo, ha 78 anni. In tutta la sua vita non gli era mai capitato di doversi nascondere. Il giorno dopo che iniziarono le sparatorie ho fatto visita al suo monastero: quello che ho visto sul suo volto non era paura, era amarezza, sconfinata. Il problema è che ora i giovani monaci con cui ho parlato vogliono lasciare tutto. Non hanno più la forza di andare avanti. Mi hanno detto: “Meglio imparare a tacere”. Gli ho chiesto perché, ho detto loro che sarebbe stata una sconfitta per il buddismo. “Che senso ha la meditazione?”, mi hanno detto. “Il potere della meditazione non impedirà loro di continuare a massacrarci”.
- Martedì 16 Ottobre 2007
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