
Basterà il vertice delle Americhe in calendario nel fine settimana a Trinidad e Tobago per riconfermare la leadership degli Stati Uniti in America Latina? Sono in molti a chiederselo e lo ha fatto anche il prestigioso New York Times, di fronte alla rapida escalation in questa parte di mondo di un altro gigante, la Cina. E così se per decenni, data anche la prossimità geografica, il governo di Washington ha fatto sempre sentire in modo più o meno diverso la sua presenza, Obama e i suoi adesso dovranno tenere conto, e seriamente, di concorrenti agguerritissimi. La Cina infatti sta ampliando freneticamente la propra presenza finanziaria e commerciale in tutta l’area.
Nelle ultime settimane Pechino ha raddoppiato un fondo di investimenti in Venezuela portandolo alla considerevole cifra di 12 miliardi di dollari, ha prestato un miliardo di dollari all’Ecuador per costruire una centrale idroelettrica, ha concesso all’Argentina la possibilità di attingere a 10 miliardi di dollari in valuta cinese per pagare le sue importazioni dalla Cina e ha prestato dieci miliardi di dollari alla compagnia petrolifera di Stato del Brasile. E’ proprio l’oro nero di cui il continente, dal Venezuela al Brasile è ricchissimo, a far gola a Pechino. Da cui l’impegno finanziario con paesi con cui solo dieci anni fa sarebbe stato impensabile concludere una sola negoziazione.
A Obama dunque spetta un difficile compito. Nell’incontro di Trinidad e Tobago con i leader di tutta l’area dovrà fare seriamente il punto sull’attuale crisi economica internazionale ma soprattutto mettere le basi per il rilancio dell’Inter-American Development Bank, vero punto di riferimento dell’influenza dell’Usa in America Latina.

Ioannes McCainus, Sara Palina e Baraci Hussein Obama. Sono i personaggi chiave della saga da basso impero (americano) che descrive, in un gustoso editoriale tutto scritto in latino, la giornalista del New York Times Maureen Dowd. La scelta del latino non è casuale. “Mentre il nostro castello di sabbia finanziario sembra sul punto di rovinare sotto il peso dell’azzardo e dei debiti - avverte - la nostra società si autoassolve e scivola verso lo stoicismo”. Esattamente come accadde nell’Antica Roma prima dell’autodistruzione.
Esagerazioni giornalistiche? Forse. Ma l’articolo fa riflettere con il sorriso. Il candidato repubblicano viene definito “mavericus et vetaranus captivisque Belli Francoindosinini”. La sua vice, Sarah Palin, è denominata “barracuda borealis”. Ed entrambi aizzano la folla di pretoriani repubblicani contro “l’amator terroris” Barack Obama di cui viene persino chiesta la decapitazione (”Caput excidi!”) per la sua presunta fede musulmana. Un uomo di cui i suoi due avversari mettono in risalto la “caeca ambitio”, la cieca ambizione, e il suo passato (per altro pubblicamente ammesso) di “iuvenerum snifferendum cocaini minimi”, di sniffatore, occasionale, di polvere bianca quando era studente all’università di Chicago.
Quasi a insistere sull’irriverente parallelismo storico, la Dowd scrive nel suo incipit fulminante: “Il declino e la caduta dell’Impero americano riecheggia quello della Roma antica, quando l’impero si ingrandì a dismisura sperperando con l’azzardo le proprie risorse”.
Bellum Gallium - dal New York Times
Manes Julii Caesaris paucis diebus aderant — “O, most bloody sight!” — cum Ioannes McCainus, mavericus et veteranus captivusque Belli Francoindosinini, et Sara Palina, barracuda borealis, qui sneerare amant Baracum Obamam causa oratorii, pillorant ut demagogi veri, Africanum-Americanum senatorem Terrae Lincolni, ad Republicanas rallias.
Rabidi subcanes candidati, pretendant “no orator as Brutis is,” ut “stir men’s blood” et disturbant mentes populi ad “a sudden flood of mutiny,” ut Wilhelmus Shakespearus scripsit.
Cum Quirites Americani ad rallias Republicanas audiunt nomen Baraci Husseini Obamae, clamant “Mortem!” “Amator terroris!” “Socialiste!” “Bomba Obamam!” “Obama est Arabus!” “Caput excidi!” tempus sit rabble-rouseribus desistere “Smear Talk Express,” ut Stephanus Colbertus dixit. Obama demonatus est tamquam Musulmanus-Manchurianus candidatus — civis “collo-cerviciliaris” ad ralliam Floridianam Palinae exhabet mascum Obamae ut Luciferis.
Obama non queretur high-tech lynching. Sed secreto-serventes agentes nervosissmi sunt.
Vix quisque audivit nomen “Palinae” ante lunibus paucis. Surgivit ex suo tanning bed ad silvas in Terram Eskimorum, rogans quis sit traitorosus, ominosus, scurrilosus, periculosus amator LXs terroris criminalisque Chicagoani? Tu betchus!
“Caeca ambitio Obamana,” novum rumorem Palina McCainusque dixit. “Cum utilis, Obama laborat cum amatore terroris Wilhelmo Ayro. Cum putatus, perjuravit.” McCainianus bossus maximus Francus Keatinx vocat Obamam, “plebeium,” et ut iuvenum snifferendum cocaini minimi (“a little blow.”)
Cum Primus Dudus, spousus Palinanus, culpari attemptaret “Centurionem-Gate,” judices Terrae Santae Elvorumque castigat gubernatricem Palinam de abusu auctoritatis per familiam revengendum.
Tamen Sara et Ioannes bury Obama, not praise him. Maverici, ut capiunt auxilium de friga-domina, hench-femina, Cynthia McCaina Birrabaronessa, (quae culpat Obamam periculandi suum filum in Babylonia), brazen-iter distractant mentes populares de minimissimis IV 0 I K.ibus, deminutione “Motorum Omnium,” et Depressione Magna II.0. Omnes de Georgio Busio Secundo colossale goofballo. “V” (because there’s no W. in Latin) etiam duxit per disastrum ad gymnasium.
Gubernatrix (prope Russia) Palina, spectans candidaciam MMXII, post multam educationem cum Kissingro et post multam parodiam de Sabbatis Nocte Vivo atque de Tina Feia, ferociter vituperat Obamam, ut supralupocidit (aerial shooting of wolves) in Hyperborea.
Vilmingtoni, in Ohionem, McCain’s Mean Girl (Ferox Puella) defendit se gladiatricem politicam esse: “Pauci dicant, O Jupiter, te negativam esse. Non, negativa non sum, sed verissima.” Talk about lipsticka in porcam! Quasi Leeus Atwater de oppugnatione Busii Primi ad Dukakem: “non negativus, sed comparativus.”
Decine di persone in piazza a Parigi davanti alla sede dell’operatore satellitare Eutelsat. Motivo della protesta che va avanti ormai ininterrottamente è lo stop improvviso della diffusione in Asia di NTD Tv, canale cinese nato con lo scopo di raccontare, anche in modo molto critico, l’altra faccia del paese del dragone, quella non ufficiale. Eutelsat, dal canto suo, risponde che la sospensione è dovuta ad un danno tecnico giudicato irreversibile. Ma a neanche due settimane dalle Olimpiadi sono in molti a pensare che il governo cinese stia in realtà solo apportando gli ultimi ritocchi alla sua strategia di immagine in vista dei Giochi. Una strategia durissima, secondo quanto denuncia un’inchiesta del New York Times, in cui non solo le voci fuori dal coro non sono gradite ma in cui il pugno di ferro è stato stretto a tal punto da trasformarsi in una morsa fatale. Lo sanno bene i familiari delle 70 mila vittime del terremoto di Sichuan del 12 maggio scorso, di cui diecimila erano bambini. Nelle scorse settimane il loro silenzio è stato pagato dal governo l’equivalente di 9000 dollari a famiglia con tanto di contratto ufficiale. Le autorità cinesi temono un’emorragia di informazioni e ulteriori critiche alla pessima gestione dei soccorsi. Ma le misure pro Olimpiadi riservano altre sorprese. Si potranno organizzare manifestazioni pubbliche durante i giochi ma solo in tre parchi autorizzati e ben lontani dal centro di Pechino.Quanto alle pubblicità, dall’8 al 24 agosto è vietata la diffusione di qualsiasi messaggio che risulti lesivo dell’immagine della Cina. Verranno inoltre bandite anche tutte quelle pubblicità che reclamizzano prodotti legati alle performance sessuali e alle sigarette. Sì invece a quei messaggi pubblicitari che incoraggiano al rispetto dell’ambiente, ai valori olimpici e alla diversità culturale.
Dopo sette anni di guerra in Afghanistan e cinque anni e mezzo in Iraq i grandi network televisivi statunitensi hanno ridotto sensibilmente lo spazio dedicato alle operazioni militari e all’andamento dei conflitti. Nonostante gli Stati Uniti garantiscano con le proprie truppe il 90 per cento delle forze alleate in Iraq e il 60 per cento di quelle in Afghanistan sempre più raramente le notizie dai fronti bellici trovano spazio, specie nella programmazione serale, orario di punta per l’audience. Uno studio realizzato da Andrew Tyndall, che monitora le trasmissioni delle emittenti CBS, ABC e NBC, la copertura dei due conflitti “è diminuita in modo drastico nel corso dell’anno”
Nei primi sei mesi del 2008 le tre televisioni hanno mandato in onda servizi sull’Iraq per complessivi 181 minuti durante i giorni infrasettimanali, contro i 1.157 dell’intero 2007. Come riporta il New York Times, il seguitissimo notiziario serale “CBS Evening News” ha dedicato al conflitto 51 minuti, contro i 55 di “World News“, in onda su ABC, e i 74 minuti di “NBC Nightly News“.
La CBS ha addirittura ritirato il corrispondente fisso dall’Iraq ma tutti i principali uffici di corrispondenza a Baghdad sono stati drasticamente ridimensionati in primavera, come ha spiegato Paul Friedman , vicedirettore generale di CBS News. Difficile non mettere in relazione il drastico calo della copertura televisiva della guerra in Iraq con i progressi conseguiti dai soldati americani in quel teatro bellico e con l’accendersi della campagna elettorale per le presidenziali.
Le tre emittenti televisive prese in esame da Tyndall sono tutte schierate su posizioni vicine al Partito Democratico che dopo aver impostato la sua opposizione alla presidenza Bush sulle difficoltà incontrate in Iraq oggi è in difficoltà di fronte ai successi conseguiti dal generale David Petraeus che non solo hanno determinato un calo delle violenze nel paese pari all’80 per cento ma anche una significativa riduzione dei caduti americani, 4.014 dall’inizio del conflitto. Leggermente in crescita invece la copertura mediatica del conflitto afgano con 46 minuti nei primi sei mesi del 2008 contro gli 83 del 2007. NBC ha dedicato al conflitto 25 minuti contro i 13 minuti di ABC e gli appena 8 minuti di CBS.

Qual è la gerarchia delle notizie? Come vengono selezionate? Quali sono i criteri che guidano i capiredattori della sezione esteri dei principali quotidiani internazionali? Perché si occupano di un Paese piuttosto che di un altro? La mappa in flash cliccabile che vi mostriamo, curata dal sito francese observatoire des medias, mette in luce il peso delle varie aree del mondo nelle pagine di otto importanti giornali stranieri. Dall’americano New York Times al francese L’Humanité (organo del Partito comunista francese) fino ai britannici The Sun e The Guardian: un modo rapido per capire il peso di un paese (o di un’area) su ciascun giornale, in funzione del numero di abitanti, della potenza economica, del grado di sviluppo, della nazionalità del media e, last but not least, delle scelte soggettive delle redazioni.
Clicca sui pallini rossi a fianco di ciascun quotidiano: più le aree si tingono di rosso più se ne è parlato
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Quando si poteva dire certo della nomination alla Casa Bianca, il front runner repubblicano John McCain deve far fronte al primo attacco proveniente dalle colonne del ‘New York Times‘. Che, andando a rovistare nei suoi “armadi”, ha scovato una storia che potrebbe metterne in dubbio (siamo pur sempre nel Paese del caso Gary Hart e del Lewinsky-gate) le qualità etiche, uno dei punti forti della campagna politica del senatore dell’Arizona.
Otto anni fa, quando il veterano del Vietnam ‘correva’ per le presidenziali americane contro George Bush, una lobbysta usava frequentare i suoi uffici, instaurando con lui - ipotizza il Nyt - una relazione sentimentale che spinse il senatore a favorirla sul piano professionale. Jill Hazelbaker, il direttore della sua campagna elettorale, ha subito fatto sapere che McCain non ha violato “alcuno dei principi che hanno sempre guidato la sua carriera”. Ma il siluro è destinato a lasciare il segno. E che McCain sia in difficoltà lo conferma l’immediata conferenza stampa convocata a Toledo, in Ohio, per chiarire quella che è una vicenda scabrosa, non tanto sul piano privato, quanto su quello della moralità pubblica, almeno in America. Clinton, del resto, fu “impalato” dalla stampa americana non per la relazione adulterina in quanto tale ma perché aveva dichiarato il falso sotto giuramento (Chi non ricorda il famoso “I did not have a sexual relationship with that woman”?).
La donna in questione, Vicki Iseman, 40 anni, era una lobbysta - racconta il quotidiano nel suo sito web - che compariva spesso negli eventi per la raccolta di fondi, visitava gli uffici di McCain, lo accompagnava nei voli su un aereo di proprieta’ di uno dei suoi clienti. Convinti che la relazione avesse assunto toni personali, alcuni dei consiglieri di McCain intervennero “per proteggerlo da se stesso”; e obbligarono i suoi collaboratori a bloccare l’accesso alla donna avvertendo McCain del problema. Ma quando si venne a sapere che il senatore repubblicano aveva scritto al governo per favorire i clienti rappresentati dalla Iseman, alcuni dei suoi consiglieri cominciarono a temere il peggio.

Dopo la scelta di campo del New York Times a favore di Hillary Clinton e John McCain, l’eterna guerra tra i due principali tabloid newyorchesi, Daily News e New York Post, si è spostata anche sul terreno della corsa alla Casa Bianca. Il Daily News ha esortato i propri lettori a votare Hillary Clinton nelle primarie dei democratici di martedì, 5 febbraio, prendendo così le distanza dall’appoggio a sorpresa a Barack Obama deciso dal ‘Post’, il quotidiano del magnate dell’editoria Rupert Murdoch.
Pur riconoscendo che sia la Clinton, sia Obama sono due figure di grande rilievo che “hanno energizzato i loro sostenitori, facendo sperare loro una vittoria a novembre”, la senatrice di New York viene ritenuta più preparata e pronta ad assumere il comando del paese. Il Post è rimasta la voce in controtendenza: dopo che Murdoch negli ultimi tempi era sembrato avvicinarsi ai Clinton, nei giorni scorsi il giornale ha invitato i propri lettori a votare per il senatore nero.
Il VIDEO-servizio: testa a testa Obama-Hillary
In un editoriale, il secondo in una settimana contro la pena di morte, il New York Times ha criticato il Texas, “stato senza pietà“‘, per la “vergognosa distinzione ” di essere l’ “indiscussa capitale delle esecuzioni”.
L’editoriale prende le mosse da un servizio di ieri in prima pagina in cui, cifre alla mano, si dimostrava che negli ultimi tre anni la percentuale di esecuzioni effettuate in Texas era salita dal 32 al 60 per cento su scala nazionale. “Le tradizionali ragioni per opporsi alla pena di more sono più vere che mai”, scrive il quotidiano: “E’ una barbarie, è imposta con criteri discriminatori, è troppo soggetta a errori”. Il Times osserva che “tutti gli stati americani dovrebbero abolire la pena capitale “, ma che se il Texas non è disposto a farlo, “dovrebbe per lo meno aprire una revisione di un sistema che produce così tante esecuzioni e che è così selvaggiamente in disaccordo con il resto del paese “. Il quotidiano di New York aveva dedicato un editoriale alla pena di morte il 20 dicembre, appoggiando il voto all’Assemblea Generale dell’Onu sulla moratoria delle esecuzioni.
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