- Tags: 11-settembre, Belgio, Carestia nel Corno d'Africa, crisi euro, dalai-lama, Egitto Libia, elezioni usa 2012, fatti 2011, Fukushima, grecia, Il meglio del 2011, indignados, iraq, Nobel-per-la-Pace, Osama-Bin-Laden, primavera araba, Russia, siria, strage di Utoya, world news
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(Credits: Ansa/Ciro Fusco)
Il 2011 verrà ricordato come l’anno della Primavera araba. Dalla Tunisia al Marocco e all’Egitto, e poi lo Yemen, il Bahrein, la Libia e la Siria, i Paesi dell’area mediorientale sono stati attraversati dal vento delle rivolte. In alcuni casi la rivoluzione ha prodotto la caduta dei raìs e libere elezioni, in altri casi i popoli riempiono ancora le Piazze per chiedere il rispetto dei diritti umani e civili. Ma questo è anche l’anno del rinnovato terrore nucleare, con l’incidente alla centrale atomica di Fukushima in Giappone, e della paura per l’Europa e per la sua moneta unica, che sta rischiando di sgretolarsi sotto i colpi della crisi economica.
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(Credits: Ap Photo/Hani Mohammed)
“È un premio per me, ma soprattutto per tutte le donne dello Yemen”, ha dichiarato l’attivista yemenita Tawakkul Karman alla notizia del Nobel per la pace, che ha dedicato “a tutti gli attivisti della primavera araba”. Arrestata a gennaio, la giornalista trentaduenne è sposata, ha tre figli ed è presidente dell’associazione Donne senza catene. In cella era rimasta per poco, perché a quelle latitudini l’onore di intere famiglie, clan e tribù passa sul corpo delle donne. E in una società dove i legami tribali ancora hanno un peso non irrilevante, Karman non poteva restare a lungo in prigione.
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Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. È sposata con un diplomatico italiano in Cina.

Hong Kong, slogan di attivisti davanti al Ministero degli Esteri cinese
“L’Occidente ha definito Liu Xiaobo un combattente, ma in realtà è un criminale che ha cercato per anni di mettere in difficoltà il suo Paese. Fomentato da amici occidentali, ha dichiarato che la Cina dovrebbe essere colonizzata per i prossimi 300 anni e divisa in 18 parti. E Pechino avrebbe quindi reagito al conferimento del Nobel in maniera esagerata? Non mi pare. Se c’è qualcuno che ha esagerato si tratta di Liu Xiaobo”. Si è aperto con queste parole un editoriale pubblicato ieri dal China Daily. Continua
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. È sposata con un diplomatico italiano in Cina.

Il premier giapponese Naoto Kan (Credits: LaPresse)
Il Presidente americano Barack Obama è stato il primo, assieme al Dalai Lama, a chiedere ufficialmente a Pechino la scarcerazione del dissidente cinese Liu Xiaobo subito dopo l’assegnazione del Nobel per la pace. Poco dopo è arrivata la richiesta di liberazione presentata dall’Unione Europea e, oggi, ha stupito l’affermazione del Primo Ministro giapponese Naoto Kan che nel corso di un dibattito al Senato ha dichiarato che “in nome dei diritti universali dell’uomo, che devono essere protetti al di là delle frontiere, è auspicabile” che Liu sia liberato, Continua
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da quattro come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. È sposata con un diplomatico italiano in Cina.

Hong Kong, un attivista con la maschera del dissidente Liu Xiaobo (Ansa/ EPA/YM YIK)
“Per la seconda volta nella storia il Premio Nobel per la pace è stato assegnato a una persona sgradita a Pechino (il riferimento è al premio ricevuto dal Dalai Lama nel 1989, ndr). Liu Xiaobo, il Nobel 2010, è dietro le sbarre a scontare una pena di undici anni per aver apertamente calunniato e incitato altre persone a rovesciare il governo del nostro Paese”. Continua
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Liu Xiaobo (Credits: LaPresse)
Gli Stati Uniti non sono i soli ad aver deciso di cambiare la “strategia cinese”. Sta forse per finire l’era dei compromessi perché l’Occidente vuole tornare in prima linea anche nella battaglia per il rispetto dei diritti umani in Cina? Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Il presidente americano Barack Obama
L’avevano visto cadere, per la prima volta a Copenhagen, dove il suo carisma (internazionale) aveva subito un duro colpo con la perdita (per Chicago) delle Olimpiadi 2016. L’hanno visto rialzarsi poche centinaia di chilometri più a nord, a Oslo, dove il Comitato gli ha assegnato a sorpresa il Nobel per la Pace, edizione 2009. Continua

L’ex presidente finlandese Martti Ahtisaari (1994-2000) è il premio Nobel per la Pace 2008. È stato scelto all’interno di una rosa di 197 candidature - si legge nelle motivazioni - “per i suoi importanti sforzi, in diversi continenti e per oltre trent’anni, per la risoluzione dei conflitti”. 71 anni, ex inviato speciale per il Kosovo per conto delle Nazioni Unite prima della dichiarazione di indipendenza, Ahtisaari non è una voce contro, al contrario di quello che erano in molti ad augurarsi. E nemmeno un attivista dei diritti umani, un personaggio-simbolo, come erano stati nel 2002 l’iraniana Shirin Ebadi, nel 1993 la birmana Aung San Su Ky, nel 1989 Nelson Mandela. Ahtisaari è prima di tutto un diplomatico di carriera. Un uomo di esperienza ma non un volto noto che, alle luci della ribalta, ha sempre preferito il lavoro sotto traccia per spingere le parti in conflitto a sedersi attorno a un tavolo. Come nel 2005, quando riuscì a mettere d’accordo dopo oltre 30 anni il governo dell’Indonesia e i ribelli indipendentisti di Aceh. O nel 1990, quando, grazie alla sua mediazione, la Namibia è diventata indipendente.
Ma al di là dei suoi indiscutibili meriti, chi si aspettava una scelta di più alto profilo politico è rimasto deluso. La scelta dell’ex premier finlandese non scontenta infatti nessuno dei grandi potenti della terra. E fa tirare un sospiro di sollievo soprattutto a Pechino, che alla vigilia della scelta del Nobel aveva fatto sapere senza mezze misure che non avrebbe per nulla gradito la nomina, dopo il Dalai Lama, dei superfavoriti Gao Zhisheng, Hu Jia o ancora dell’imprenditrice uigura Rebiya Kadeer. Tra i nomi che circolavano c’erano però anche quelli del premier designato della Zimbawe, Morgan Tsvangirai o di organizzazioni come la Coalizione per la messa al bando delle bombe a grappolo. La scelta è caduta invece su un diplomatico a tutto tondo, un uomo di comprovata esperienza che ora deve affrontare la prova più difficile: diventare, lui mediatore delle paci impossibili, anche un simbolo di pace universale, un volto conosciuto tra la gente, non solo tra i diplomatici di carriera.
L’annuncio del premio
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