Farian Sabahi, docente presso l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere. Per Bruno Mondadori ha scritto
Storia dell'Iran (dal 1892 a oggi).
Sul nucleare Teheran avrebbe dovuto dare una risposta entro ieri sera ma non l’ha fatto. Certo, il ritardo era già nell’aria: la delegazione iraniana a Vienna era di medio livello e le buone intenzioni dei negoziatori potevano essere facilmente smorzate dai grandi capi a Teheran. Continua

Nicolas Sarkozy sta imponendo una svolta nella politica estera francese unendo il consolidamento della politica euro-mediterranea e i tradizionali legami con l’Africa occidentale con un’importante iniziativa rivolta al mondo islamico. Dopo Stati Uniti e Gran Bretagna, che mantengono basi fisse nel Golfo Persico, anche la Francia diventerà una potenza presente in modo continuativo nelle acque dove transita il 40 per cento del greggio mondiale. Dal 2009 disporrà infatti di una base militare negli Emirati Arabi, in prossimità dello stretto di Hormuz, il braccio di mare che divide la penisola arabica dall’Iran teatro pochi giorni orsono di un grave incidente tra navi statunitensi e iraniane.
L’accordo, firmato il 15 gennaio ad Abu Dhabi durante la visita di Sarkozy, prevede il dispiegamento permanente di circa 500 militari francesi sul territorio degli Emirati. La base militare, la prima che la Francia impianta nel Golfo e la prima aperta dalla fine della guerra d’Algeria nel 1962, verrà costruita all’interno dell’attuale porto commerciale di Abu Dhabi, ma l’accordo prevede anche il rischieramento di forze aeree e terrestri. È chiaro che il nuovo ruolo della Francia nel Golfo costituisce un valido supporto alla strategia americana di contenimento dell’Iran poiché anche Parigi considera inaccettabile che Teheran si doti di armi atomiche. Al tempo stesso la presenza militare francese costituirà un valido deterrente contro possibili attacchi iraniani agli Emirati.
La nuova politica estera francese mira da un lato a rinsaldare l’alleanza con Washington dopo la frattura prodotta dalla guerra in Iraq ma la coincidenza di interessi tra Parigi e Washington non significa che tra i due non vi siano rivalità, soprattutto sul piano commerciale e in particolare nella vendita di armi. E non significa nemmeno che la Francia abbia inunciato a perseguire una propria politica estera autonoma nell’area mediterranea e mediorientale, anche sotto Sarkozy. Solo poche settimane fa il pacchetto miliardario di forniture francesi al Marocco ha perso un pezzo importante dopo che Rabat ha annunciato di preferire i caccia F-16 americani ai Rafale francesi.
Gli accordi firmati da Sarkozy negli emirati riguardano anche forniture militari ed energetiche come la vendita di tre modernissimi reattori atomici per la produzione di energia a scopi pacifici e in progetti di desalinizzazione delle acque.
Nel suo recente viaggio in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Sarkozy ha quindi replicato gli accordi commerciali ed energetici già raggiunti negli ultimi mesi con Libia e Algeria che prevedono forniture di armi e
centrali atomiche a paesi che produttori di petrolio e gas il cui sfruttamento coinvolge anche società francesi. Un’iniziativa pragmatica tesa a consolidare il ruolo della Francia come grande potenza presente nelle aree ritenute di interesse strategico prioritario e non solo in quelle tradizionalmente sotto l’influenza di Parigi.

Col benestare di Europa e Stati Uniti continua la corsa dei Paesi arabi al nucleare civile. Quelli tra Francia e Libia sono solo l’ultimo episodio di una lunga catena di accordi di cooperazione in materia tra Ue e Paesi del Maghreb. La vicina Algeria, che già da tempo dispone di reattori monitorati dall’Aiea (uno fornito dalla Cina, un altro dall’Argentina), ha firmato a settembre un’intesa con gli Stati Uniti per lo scambio di conoscenze e lo sviluppo di progetti comuni. Ma Algeri intende cooperare anche con l’Egitto, altro Paese interessato al nucleare. E a sua volta la Russia sostiene lo sviluppo dell’energia atomica in Marocco e in Arabia Saudita, mentre la Tunisia trova nella Francia una sponda per lo sviluppo di un progetto nucleare. Giordania, Emirati Arabi e altri staterelli del Golfo seguono a ruota.
Se il nucleare fa tendenza è perché lo si vuole utilizzare per scopi di desalinizzazione e come fonte di energia alternativa. Anche i Paesi produttori di petrolio non vogliono farsi trovare impreparati quando il greggio nel sottosuolo si esaurirà. Ma la fretta con cui la moda si sta diffondendo fa pensare che dietro ci sia la volontà di dotarsi di una tecnologia che - prima o poi - potrebbe essere applicata a scopo bellico, anche solo come deterrente. Magari contro l’Iran sciita (che peraltro continua a sostenere il carattere civile del proprio progetto nucleare), visto ormai come rivale dal mondo arabo (sunnita) e in particolare dai sauditi. Ma l’Occidente non sembra preoccuparsene troppo e anzi incoraggia l’uso dell’energia atomica, come nel caso della Libia, che dopo aver rinunciato
alle applicazioni militare del nucleare ha ottenuto l’aiuto francese per la costruzione delle sue centrali. L’accordo, formalizzato nelle scorse settimane durante la visita di Gheddafi a Parigi, sarebbe stato una delle contropartite richieste del leader libico alcuni mesi fa in cambio della liberazione delle infermiere bulgare condannate da un tribunale di Tripoli.
Gli ultimi commenti