
Guarda la GALLERY del Ritiro Usa
“L’ora della sovranità nazionale? L’abbiamo già sentita, questa”. A pochi giorni dal ritiro delle truppe americane dalle città dell’Iraq, è lo scetticismo a dominare i pensieri degli abitanti di Baghdad. Almeno a giudicare da ciò che scrivono quelli che hanno un blog in inglese. Si tratta sicuramente di un’esigua minoranza, in un paese povero e devastato da sei anni di guerra, ma il loro punto di vista è significativo proprio perché distinto dal resoconto ufficiale che parla di feste in piazza e orgoglio nazionale ritrovato.
Solo propaganda o festa nazionale?
“L’ex governatore americano Bremer parlò di sovranità irachena già nel 2004, poi ancora con le elezioni nel gennaio 2005, ancora con il voto per la nuova Costituzione… quindi perdonateci se non saltiamo sul carro delle lodi” scrive su globalvoices Salam Adil, che però linka un post entusiastico da Mosul 4 all del 30 giugno: “Mi sono svegliato e c’era aria di festa. E’ il primo giorno in cui a Mosul non vedremo nessun soldato per strada. La gente lo stava celebrando in strada con dolci e succo di frutta”.
Molto meno positive le impressioni di Hammorabi: “L’occupazione continua, le truppe si sono solo spostate fuori dalla vista, non tanto lontano: hanno ancora il controllo delle città e possono diminuire le perdite, quella di Al-Maliki (il premier iracheno che ha proclamato la festa nazionale, ndr) è propaganda: la corruzione è peggio che sotto il precedente dittatore”.
Anche Layla Anwar non è entusiasta: “Non si può parlare di ritiro, è propaganda: la versione ufficiale che vogliono farci credere è che si tratti di una vittoria: sono stronzate: solo oggi c’è stata una campagna di arresti arbitrari in due quartieri di Baghdad, Adhamyia e Shula’a”.
Speranza e voglia di normalità
Su “Iraqi blog updates” vengono monitorati i blog del paese e per il 30 giugno scorso si apre con una mappa delle province irachene inviata da Washington per auspicare la fine del conflitto. I commenti registrati sono in questo caso più contrastanti, c’è anche chi esprime il proprio dolore per la morte di soldati americani, come scrive l’autore di “Talisman gate” Nibras Kazimi. Un messaggio di speranza arriva da Last of Iraqis: “E’ una pietra angolare, un incrocio fondamentale e una chance per il governo iracheno che deve provare la propria lealtà al popolo e dargli sicurezza. Incrociamo le dita”.
Ma forse il messaggio più importante arriva dai tanti che dell’avvenimento non hanno parlato nemmeno: c’è chi pubblica le foto della sua nuova moto, chi si lamenta della svendita del petrolio, chi augura buone vacanze e parla dei propri progetti. Una normalità che prova a rispuntare nella sabbia.

Visita a sorpresa in Iraq del presidente Obama, ultima tappa del suo primo viaggio oltreoceano che lo ha già portato in otto giorni in sei Paesi. La visita è stata annunciata dalla Casa Bianca per motivi di sicurezza, solo quando l’Air Force One ha raggiunto Baghdad alle 15,30 ora italiana. Trasferitosi a Camp Victory per incontrare le truppe americane che ha ringraziato personalmente “per lo straordinario lavoro che stanno svolgendo” e il loro comandante generale Ray Odierno, Obama ha dichiarato che “i prossimi diciotto mesi saranno cruciali” per la stabilità del Paese e che il rimpatrio delle truppe , previsto entro l’agosto 2010, è legato al fatto che l’Iraq diventi un paese stabile e non un rifugio per i terroristi. “Finché io sarò alla Casa Bianca avrete tutto il sostegno necessario”.
Un trasferimento in elicottero nella Zona Verde, per colloqui diretti con i dirigenti iracheni, è stato cancellato per le cattive condizione del tempo. Secondo il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs la sosta in Iraq è stata preferita, ad una possibile sosta in Afghanistan, per la vicinanza del paese con la Turchia e per la necessità di colloqui con i dirigenti iracheni “perché i progressi sono collegati adesso al raggiungimento di soluzioni politiche”. Agli iracheni, parlando nella base di Camp Victory, Obama ha invece mandato un messaggio molto chiaro: “È arrivato il momento per noi di trasferire (il controllo) agli iracheni: devono assumersi la responsabilità del loro Paese”. Un passaggio, questo, che è stato particolarmente applaudito dai soldati che lo ascoltavano.
Il presidente Usa parlerà al telefono col presidente Jalal Talibani mentre il premier Nuri al Maliki si sta recando alla base dove si trova il numero uno di Washington per parlare del previsto ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq, della situazione generale e delle tensione al confine settentrionale, da dove i separatisti curdi attaccano continuamente la Turchia. Obama ha detto oggi di sperare che la sua visita in Iraq possa aiutare a spingere le fazioni politiche del paese a raggiungere “una equa soluzione” prima delle elezioni di dicembre, dove - a differenza di quanto accaduto nel 2005, quando i sunniti boicottarono le urne - si prevede un’alta affluenza alle urne. Ha anche parlato - secondo il New York Times - di “significativi progressi politici in Iraq”.
Come presidente degli Stati Uniti, nella sua visita all’Università di Istanbul, Obama ha detto di avere la chiara consapevolezza della responsabilità che ha sulle sue spalle. Il ritiro, previsto entro l’agosto 2010, avverrà gradualmente e in modo responsabile, a tappe. Interrogato ieri da uno studente all’Università di Istanbul aveva dichiarato: “Molta gente mi chiede perché, se io mi sono opposto a questa guerra, non ritiri subito le truppe dall’Iraq. Be’, proprio perché mi sono opposto, non significa che non abbia delle responsabilità per accertarmi che questo avvenga in modo responsabile”.
Gli ultimi commenti