
Un cacciabombardiere F-35. Li compreremo anche se Obama cancella le commesse ialle aziende taliane? (Credits: Lockheed Martin)
Buy american, compra americano, è uno degli slogan più utilizzati dal presidente Barack Obama per fronteggiare la crisi incoraggiando a comprare prodotti statunitensi. Roba che dovrebbe far ridere nell’epoca dei “mercati globali” ma lo slogan è utilizzato anche in Francia da Nicolas Sarkozy mentre in Italia la sua piena applicazione venne attuata durante gli anni ‘30 dal Duce, che la chiamava Autarchia, ma si trattò di una scelta obbligata a causa delle sanzioni economiche internazionali per l’invasione dell’Abissinia. Il populismo oggi certo non difetta dall’altra parte dell’Atlantico dove però il “buy american” obamiano si è tradotto in una raffica di tagli a contratti militari con aziende europee e soprattutto italiane.
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Una postazione missilistica dell'esercito americano in Afghanistan (Credits: Us Army)
Comincia a prendere forma la nuova strategia dell’Amministrazione Obama che prevede in futuro un riorganizzazione dello strumento militare e dei suoi costi senza però alterare la totale supremazia globale di Washington. Dopo l’annuncio della Defense Strategic Review (non a caso intitolata Sustaining US global leadership) incentrata sulla riduzione degli impegni oltremare con il ritiro già completato dall’Iraq e quello in corso dall’Afghanistan e sul potenziamento delle forze schierate in Asia e Pacifico (senza dimenticare il Golfo Persico), il segretario alla Difesa, Leon Panetta, ha quantificato il taglio delle forze statunitensi schierate in Europa.
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(Credits: Epa/Michael Reynolds)
Basta con i generali che criticano le decisioni della Casa Bianca, è tempo di comandanti più allineati con le posizioni politiche. Dopo aver subito le pesanti critiche contro di lui e il suo staff da parte del generale Stanley McChrystal, il presidente Obama sta per liberarsi anche dei due massimi esponenti militari, per incarico, grado e prestigio, che in questi anni non hanno lesinato critiche al suo operato quale comandante in capo.
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(Credits: Ansa/Khaled Elfiqi)
La crisi libica rischia di mettere a nudo l’incapacità degli organismi internazionali e dell’Occidente di esercitare un ruolo di leadership e soprattutto di trovare o imporre soluzioni ai problemi di sicurezza globale. Negli ultimi giorni vertici e summit di Nato, Unione Europea e Lega Araba non hanno portato a nulla di concreto se non alle solite dichiarazioni di condanna di Muammar Gheddafi.
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(Credits: Ansa)
Meno fondi per il Pentagono ma a calare per ora sono solo le spese belliche necessarie ad alimentare i fronti iracheno e afghano. Il bilancio presentato dalla Casa Bianca per la Difesa per l’anno fiscale 2012 vedrà scendere la spesa militare complessiva a 671 miliardi di dollari contro i 708 dell’esercizio finanziario 2011 ma a ben guardare caleranno solo gli stanziamenti strettamente legati alla guerra.
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(Credits: Ansa/Luciano Del Castillo)
Un passaggio di poteri al Cairo sembra essere ormai inevitabile ma la successione controllata che lo stesso presidente Hosni Mubarak ha preparato potrebbe non andare in porto. La nomina a vicepresidente il capo dei servizi d’intelligence, il generale Omar Soliman, ricalca la tradizione politica egiziana che dal golpe contro il re Faruk del 1952 vede al potere militari (Neghib, Nasser, Sadat, Mubarak) e vicepresidenti che subentrano a presidenti.
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Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(Credits: Epa/Humayoun Shiab)
Il conflitto afghano sembra destinato a provocare continue polemiche e spaccature negli Stati Uniti. Dopo l’acceso dibattito dell’anno scorso all’interno dell’amministrazione Obama per decidere la strategia migliore da attuare tocca ora alle forze armate e alle agenzie di intelligence confrontarsi nell’analisi degli sviluppi bellici.
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