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olimpiadi-2008

La fiamma olimpica riparte per i XIII Giochi Paralimpici

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  • Tags: Cina, olimpiadi-2008, pechino-giochi-paralimpici
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Oscar Pistorius durante la prova all'Arena di Milano

Questa volta non c’entrano né la Grecia né il barone De Coubertin. Perché i Giochi Paralimpici nascono oltremanica, nel Buckinghamshire, dove nel 1948 il medico britannico Ludwig Guttmann organizzò la prima competizione sportiva per i veterani che nella Seconda Guerra Mondiale avevano riportato danni alla colonna vertebrale: i cosiddetti Stoke Mandeville Games (dal nome della cittadina dove vennero disputati). Nell’edizione del 1952 parteciparono anche alcuni atleti olandesi e nel 1958 il medico italiano Antonio Maglio, allora direttore del centro paraplegici dell’Inail, propose a Guttmann di disputare l’edizione del 1960 a Roma, che nello stesso anno avrebbe ospitato le Olimpiadi. Parte così il tandem fra gli Stoke Mandeville Games e i più noti Giochi Olimpici. Bisognerà però attendere il 1984 per la nascita della denominazione “Giochi Paralimpici” e il 2001 per l’abbinamento istituzionale con i Giochi Olimpici.

Abbassato il sipario sulla XXIX Olimpiade, si riaccendeno i riflettori su Pechino in occasione della XIII edizione dei Giochi Paralimpici: il 28 agosto parte la torcia, che dopo aver percorso tutta la Cina per un totale di oltre 13 mila km e grazie a 850 teofori, tornerà nella capitale dell’ex Impero Celeste, per dare il via ufficiale alle Paralimpiaidi, allo Stadio Nido d’uccello, il 6 settembre. Circa 4000 gli atleti, in rappresentanza di 150 nazioni: fra questi 86 gli italiani, che gareggeranno in dodici discipline (atletica, canottaggio, ciclismo, judo, nuoto, scherma in carrozzina, sport equestri, tennis in carrozzina, tennistavolo, tiro a segno, tiro con l’arco, vela). Portabandiera della falange azzurra sarà Francesca Porcellato (campionessa di atletica e veterana dei Giochi con 5 partecipazioni, la prima a Seul 1988), accompagnata dalla sedicenne nuotatrice lombarda, Cecilia Camellini.

Fra le star di questa edizione i sudafricani Oscar Pistoius e Natalie Du Toit. Se il primo ha tentato invano la doppia qualificazione per l’Olimpiade tradizionale, la 26enne nuotatrice è riuscita invece, prima atleta nella storia dello sport, a qualificarsi sia per le Paralimpiadi che per le Olimpiadi, dove ha portato a termine a la 10 chilometri di fondo, classificandosi al sedicesimo posto. Tra le novità di questa edizione, anche una copertura mediatica completa, durante i 12 giorni di gare: per questa che spesso è trattata come una manifestazione cenerentola, il Comitato Paralimpico, ha infatti creato un canale su YouTube: accedendo all’indirizzo ParalympicSportTV sarà possibile assistere a tutte le gare.

  • cecilia.pierami
  • Giovedì 28 Agosto 2008

Passate le Olimpiadi, l’India si scopre invidiosa della Cina

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  • Tags: Cina, India, olimpiadi-2008
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cerimonia di chiusura

L’India è la seconda Nazione più popolosa del mondo ma ha portato a casa da Pechino solo tre medaglie. Il confronto coi “vicini” è impietoso. “Colpa della passione per il cricket e della scarsità di strutture” si lamentano atleti e quotidiani indiani. Certo, un po’ di invidia c’è: con una popolazione di quasi un miliardo di persone, New Delhi porta a casa nella più fruttifera edizione dei Giochi la miseria di 3 medaglie (di cui solo una d’oro) e il potente vicino, quello di sopra, si prende il primo posto nel medagliere con cento podi e 51 primi posti. Insomma, si può capire lo stato d’animo degli indiani quando pensano allo stato del loro sport comparato con il trionfo cinese.

Solo di sport si parla, certo, ma il discorso inevitabilmente tocca altri campi: dal confronto tra democrazia e totalitarismo, organizzazione, potenza economica, sviluppo. In sintesi, la domanda che si pongono molti commentatori indiani in questi giorni è: perché i cinesi superano l’America e noi (più democratici, con standard di crescita analoghi e la seconda popolazione del pianeta) neanche ci avviciniamo alla Giamaica?
“Sono contento del risultato: tre medaglie individuali, anche senza hockey” ha detto il presidente del Comitato olimpico indiano Suresh Kalmadi, “possiamo migliorare in vista delle Olimpiadi di Londra 2012”. E’ vero, è stato il miglior bottino olimpico della storia per l’India. Ma gli atleti, intervistati dai quotidiani locali, non sono certo entusiasti. “Non dobbiamo essere compiacenti con noi stessi. Se la Giamaica, con due milioni di abitanti, può fare bottino pieno nella velocità, dove possiamo arrivare noi?” si chiede l’ex velocista PT Usha. “Il problema è che in questo Paese si vive solo di cricket” (è lo sport nazionale) si lamenta il capitano della forte squadra di hockey Dahnray Pillaj sul Times of India. Il sentimento è comprensibile, basta pensare alle polemiche tutte italiane sul “trattamento di favore” riservato al calcio. Ma c’è di più: “Perché non impariamo qualcosa dalla Cina?” Si chiede il corridore Gurbachan Singh Randhawa (110 ostacoli) “I nostri coach hanno degli standard obsoleti, non hanno il minimo interesse a imparare le novità”.

Il fatto è che gli allenatori sono pagati dallo Stato, ma a quanto pare il governo indiano non è così esigente come quello cinese. La situazione di strutture e fondi, poi, è tutt’altro che ideale. “A Pechino i tiratori, la nostra migliore opzione di medaglia, non avevano le munizioni per allenarsi, mentre i lottatori non avevano i massaggiatori a disposizione” svela un altro atleta (anonimo) intervistato dalla Reuters. Insomma, la situazione delle strutture per lo sport in India non è certo idilliaca. Basti pensare che l’unico oro conquistato a Pechino è arrivato dal tiratore Abhinav Binda, che è riuscito ad allenarsi grazie alla sua personale ostinazione e soprattutto alle finanze del padre, un facoltoso uomo d’affari, che gli ha costruito un poligono di tiro e gli ha permesso di viaggiare per il mondo in business class. Condizioni che ben pochi possono permettersi da Delhi a Mumbai. Ma le cose potrebbero cambiare: nel paese si è ormai formata una borghesia che guarda ai successi cinesi non solo in campo imprenditoriale. Il ricchissimo magnate dell’acciaio Lakshmi Mittal ha finanziato due anni fa una fondazione privata con lo scopo di trovare e far crescere i talenti dello sport indiano. Il suo collega Vijay Millya ha creato l’anno scorso il primo team di Formula1 indiano, la Force India per cui corre Giancarlo Fisichella. Il cui motto è “Riesci a sentire la forza di un miliardo di persone?”

  • redazione
  • Giovedì 28 Agosto 2008

Pechino: cosa resta delle Olimpiadi

OkNotizie

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  • Tags: Cina, olimpiadi-2008, Pechino
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Pechino dopo le Olimpiadi

LEGGI ANCHE: Cina: è depressione post-olimpica

Le Olimpiadi sono finite, ma i giardinieri di Pechino restano indaffarati. Non per realizzare sculture di vasi di fiori, ma per smantellarle. A mezzogiorno intorno allo stadio nazionale vagano con i loro parasole intere famiglie di cinesi con l’obiettivo di farsi immortalare sotto la struttura d’acciaio del Nido. Purtroppo per loro, la zona resta off limits, in vista dei prossimi giochi paralimpici. Certo, qualche differenza rispetto a due giorni fa si nota: in giro gli stranieri (soprattutto i giornalisti con l’accredito al collo) sono merce rara e i controlli di sicurezza meno severi. I tassisti possono persino sperare di superare i check point intorno allo stadio nazionale senza discussioni. Ma è dentro all’ex villaggio olimpico, da oggi paralimpico (come annunciano i primi cartelli sui “ring” di Pechino e il pupazzone rosa a forma di mucca all’ingresso), che si notano le differenze più grandi e ci si sente tutti un po’ reduci.
Pechino dopo le olimpiadi
Nell’area internazionale gli atleti sono una minoranza, mescolati a volontari, commessi e addetti alla sicurezza. Sotto il tendone che ospita la banca, tre bielorussi maneggiano un gruzzolo di yuan che probabilmente servirà per lo shopping. Nel negozio dei gadget olimpici restano solo magliette large ed extralarge, zainetti con il dragone e oggetti con effigiate le mascotte delle Olimpiadi. Molti prodotti sono in offerta a metà prezzo. Questa sino a pochi giorni fa era una delle mete più frequentate dagli atleti italiani, soprattutto dalle ragazze, ma oggi, di tute azzurre, nemmeno l’ombra. Sono soprattutto i cinesi a sbirciare tra la merce avanzata sugli scaffali. La scena più curiosa si svolge lungo la stradina che conduce ai palazzoni dove dormivano gli atleti: è diventata una fiera. Qui i giovani volontari scambiano magliette e spille con atleti, giornalisti e altri visitatori. Chi chiede il prezzo della merce riceve una risposta stizzita: “Qui non si compra”.
Pechino dopo le olimpiadi
Un americano prova a scambiare una maglietta della squadra di basket di Miami con due polo blu dei volontari. Il giovane cinese tentenna e poi chiede un cambio alla pari: vuole anche la t-shirt dei Patriots, team di football americano. L’affare non si conclude. Un altro americano, in bicicletta, baratta spille. Tra gli oggetti che girano c’è pure una maglietta della squadra italiana. È un pezzo molto richiesto. In esposizione sui muretti intorno al palazzo del “sindaco del villaggio”, c’è anche qualche tuta. Non tutti gli atleti le hanno riportate a casa: c’è quella dell’Argentina e quella della Namibia, oltre a una maglia da calcio degli Usa.
Pechino dopo le olimpiadi
Pezzi di Olimpiade da mettere in valigia e imbarcare per chissà dove. Infatti i capannelli di questo suk sono davvero internazionali, come conferma l’aitante inglese con in mano la maglietta di un atleta algerino. È il momento di andar via. L’ultima tappa è il posto telefonico a pochi metri dall’uscita. Qui un sudanese in ciabatte guarda un po’ smarrito una ragazza che gli porge il resto e lo rassicura: “I help you”, “Ti aiuto io”. La cosa più interessante è il tazebao sulla porta: molti atleti hanno lasciato i loro saluti prima di andar via.

Il palestinese Zakia ha scritto il suo nome in rosso, proprio al centro; Fiona Butter, hockeysta sudafricana, ha disegnato una faccina sorridente; un algerino dalla firma incomprensibile ha scarabocchiato un cuore. I saluti arrivano da tutto il mondo, dalla Guinea equatoriale a Trinidad e Tobago. E gli italiani? Pochi, ma originali: hanno disegnato un omino che spara contro un bersaglio. È il ricordo lasciato dai nostri tiratori. La firma più riconoscibile è quella di Mauro Badaracchi, classe 1984, di Tivoli. Non avrà vinto una medaglia, ma almeno al villaggio ha lasciato il “segno” .
Pechino dopo le olimpiadi

 

  • giacomo.amadori
  • Mercoledì 27 Agosto 2008

Cina: è depressione post-olimpica

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  • Tags: Lin-Ye, olimpiadi-2008, Pechino, shanghai, sindrome-olimpica, Yang-Xiaowei, Zhang-Jimou
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cerimonia di chiusura
Niente più Giochi, né medaglie, né fuochi d’artificio: la Cina scopre di essere in preda al panico da fine kermesse, un’epidemia che ha colpito quasi tutta la popolazione. Si chiama “sindrome olimpica” e, secondo quanto riporta l’agenzia di informazione Xinhua, colpisce soprattutto gli studenti e gli impiegati. Che avvertono un incolmabile senso di vuoto nelle loro vite. Per non perdere neanche una gare in molti hanno rinunciato a dormire e mangiare. Ora soffrono perché le gare che per due settimane erano diventate un appuntamento quotidiano, non ci sono più.
I primi casi sono definiti di “depressione post-Giochi”. Secondo quanto riporta Xinhua, molti cinesi non riescono a riabituarsi alla routine e non vogliono credere che le Olimpiadi che per anni hanno condizionato la loro vita, siano ormai un ricordo. Un psicologo di Shanghai, Lin Ye racconta che questo tipo di sindrome post traumatica, “è frequente nel paese asiatico e colpisce soprattutto gli spettatori delle gare sportive, come ad esempio i tifosi dei mondiali di calcio”. Secondo Ye, le famiglie che guardavano le gare in televisione hanno vissuto per settimane un’atmosfera di divertimento ed eccitamento che gli ha fatto dimenticare i problemi della vita quotidiana.
I Giochi insomma avrebbero creato un’illusione, una patina di felicità che ha nascosto la dura realtà. Ma alla fine dei Giochi, domenica, tutti sono dovuti ritornare alla vita normale ed affrontare le preoccupazioni del lavoro. Per vincere il malessere la specialista Yang Xiaowei, docente della East China Normal University, suggerisce di stare il più lontano possibile dalla televisione e cercare di fare attività all’aria aperta. Per vincere l’incubo post Pechino bisogna dimenticare il sogno olimpico.
Il regista Zhang Jimou, autore degli spettacoli di apertura e di chiusura dei Giochi, aveva tradotto bene quel senso di malessere della gente di Pechino, che avrebbe voluto Giochi eterni. La torre, alta 23 metri su cui 396 acrobati simulavano il fuoco della fiamma olimpica, mentre quello vero si spegneva nel braciere posto in cima allo stadio Nido d’uccello, è crollata.

  • antonietta.demurtas
  • Mercoledì 27 Agosto 2008

Si spegne la fiaccola a Pechino. E i cinesi sperano di non tornare indietro

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  • Tags: cerimonia-chiusura, Cina, olimpiadi-2008, Pechino, riforme
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cerimonia di chiusura

Alle 21,30 in punto la fiamma olimpica si è spenta sopra lo stadio nazionale di Pechino. E una anziana volontaria addetta alle pulizie dei bagni del secondo piano si è appoggiata a uno stipite e si è commossa. Centinaia di giovani colleghi, pure loro con gli occhi lucidi , si sono fatti fotografare in mille pose diverse con lo stadio sullo sfondo. Per loro non finiscono solo le Olimpiadi, ma anche il periodo di maggiore libertà che abbiano conosciuto da quando sono nati. Ora non possono prevedere se con quella fiamma si sia spento anche il «sogno» annunciato da migliaia di cartelli in tutta la capitale in questi giorni. Poche ore prima, il regista Zhang Yimou, direttore artistico delle cerimonie di apertura e chiusura dei giochi, con le sue parole, sembrava aver cercato di rassicurarli: «Stanotte la fiamma olimpica sarà spenta a Pechino. Alla Cerimonia di chiusura speriamo di dirvi attraverso il nostro spettacolo: “In realtà la fiamma olimica non è spenta, ma brucerà nel cuore di ciascuno di noi». Resta da capire se le sue siano solo parole o una concreta speranza per tutti i cinesi che si augurano che dopo queste Olimpiadi non si possa più tornare indietro sulla strada delle riforme. Alla fine, verso le 22,30, tutto era già impacchettato, la spazzatura raccolta. E fuori dallo stadio, nei prefabbricati dove per almeno un mese hanno vissuto volontari e responsabili della security si sentivano per la prima volta risate e gridolini. Mentre il pubblico defluiva, un ventenne con la maglia del comitato organizzatore si lavava i denti in strada. Essì, perché su Pechino 2008 è sceso il sipario e la festa è finita. Ma è stata bella.
Lo spettacolo, con le sue luci, le sue acrobazie e i suoi 4 mila costumi, ha sorpreso per visionarietà anche questa volta. E il caldo è stato meno opprimente, i fuochi d’artificio più colorati, le delegazioni degli atleti più disordinate e chiassose come per un ultimo giorno di scuola (gli italiani erano pochi, la maggior parte di loro erano già in vacanza). Uno dei momenti più solenni (insieme con lo spegnimento della torcia olimpica) è stato il passaggio di testimone con l’ospite dei prossimi Giochi: Londra. Dopo 8 anni le Olimpiadi tornano nella Vecchia Europa e vedere sventolare insieme le bandiere cinese, greca e britannica è stato un momento dall’alto contenuto simbolico. Tutto è riuscito perfettamente, come da copione (il press kit dei giornalisti conteneva un dettagliatissimo programma rispettato al minuto), Peccato che il biglietto da visita degli inglesi ricordi una cartolina ingiallita di quelle che si trovano ancora nei mercatini di Notting Hill. I creativi di Londra per raccontare la capitale inglese non sono riusciti a scegliere niente di meglio che un autobus a due piani, ombrelli per la pioggia, un punk, una figlia del meltingpot inglese sempre meno modello, un quasi ex calciatore (David Beckam), la vincitrice di un progrmma tv (Leona Lewis) e un pezzo di archeologia della musica rock (Jimmy Page, dei Led Zeppelin). È come se l’Italia avesse scelto per farsi rappresentare in mondovisione pizza, mandolino, Costantino, Bobo Vieri e Roby Facchinetti dei Pooh. Speriamo che per il 2012 qualcosa di nuovo succeda Oltremanica.

  • giacomo.amadori
  • Lunedì 25 Agosto 2008

Il sinologo: dopo le Olimpiadi il rischio è che tutto torni come prima

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  • Tags: Cina, olimpiadi-2008, Pechino, pechino-2008
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La cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici

E’ già tempo di bilanci a Pechino. La Cina ha dimostrato di poter competere con le nazioni più industrializzate non solo sul piano sportivo ma anche su quello dell’efficienza organizzativa. E apparentemente ha vinto la sua battaglia. Ma, dopo i giochi, i veri giochi che decideranno il futuro immediato del paese si faranno a settembre, quando si riunirà il Comitato centrale del Pcc. Lo dice a Panorama.it il francese Jean-Philippe Béjà, uno dei più rinomati sinologi del mondo, già ricercatore presso il CNRS di Parigi e il CEFC di Hong Kong. A lui abbiamo chiesto di fare un bilancio. E di fare una previsione.
Jean-Philippe, la Cina è davvero riuscita a ripulire la propria immagine?
Per quel che riguarda l’organizzazione dei giochi, Pechino (più che la Cina) ha dimostrato di essere all’altezza del compito che le è stato affidato: ha messo in scena spettacoli complessi, ha curato l’organizzazione delle gare, ed è riuscita ad accogliere i grandi del pianeta senza che si verificassero incidenti. Allo stesso tempo, gli attentati dello Xinjiang hanno dimostrato che in Cina persistono fattori di instabilità piuttosto gravi. Ma quel che è davvero interessante è che, dal punto di vista cinese, i “falsi” della cerimonia di apertura costituiscono una macchia indelebile. Non solo: la dichiarazione (gratuita) fatta da un direttore musicale che ha addossato la colpa della decisione di far cantare Lin Miaoke in playback perché più fotogenica a un membro dell’ufficio politico del Partito è molto strana. È la prima volta che l’ufficio politico viene accusato in maniera così plateale. Di fatto, sono stati rivelati dei segreti di Stato, e questo dimostra l’esistenza di forti tensioni all’interno del Partito.

E riguardo alle manifestazioni, invece? Come mai sono state così poche?
In Cina sono state prese tutte le misure possibili per impedire ogni tipo di dissenso. Sono stati bloccati gli occidentali, e ai cinesi non è stato neppure dato il permesso di manifestare nelle zone adibite alle proteste. Da questo punto di vista la Cina ha raggiunto il suo obiettivo, ma è evidente che ha commesso un grave errore di propaganda: eliminando completamente ogni spazio per la contestazione, ha finito col proiettare un’immagine di sé estremamente negativa.

E perché le proteste non ci sono state neppure a Hong Kong, tradizionalmente più libera?
Il comportamento di Hong Kong è particolarmente strano. Con le sporadiche eccezioni dei primi giorni, non è stato organizzata nessuna manifestazione, né per il Tibet né per i diritti umani. Neppure gli attivisti del Falun Gong sono scesi in piazza. Verrebbe quasi da chiedersi se si siano preventivamente messi d’accordo con il governo, dove magari l’Alleanza Democratica per il Miglioramento di Hong Kong si è a sua volta impegnata per evitare di “tradire la Patria”.

Quando i riflettori olimpici si saranno spenti ci sarà un nuovo giro di vite sulla dissidenza?
È molto difficile rispondere a questa domanda. A fine settembre il Comitato Centrale del partito si riunirà per fare un bilancio dei giochi, ma personalmente sono molto scettico sulla possibilità che la Cina scelga di approfondire l’apertura. Certo, le misure di sicurezza straordinarie introdotte per le Olimpiadi verranno via via eliminate, ma sia in Tibet e ancor più nello Xinjiang verrà mantenuta la linea dura per riprendere il controllo della situazione. Se nel Plenum di settembre i massimi dirigenti del Partito ritroveranno l’intesa sulle linee decise in occasione del 17esimo Congresso del Partito dello scorso ottobre, resterà tutto come prima. Se invece emergeranno tensioni, è possibile che si verificheranno dei cambiamenti. Ma è ancora presto per intuire in quale direzione. Certo è che la priorità del partito resterà quella di mantenere la legittimità interna, e le reazioni del mondo esterno verranno prese sempre meno in considerazione.

  • claudia astarita
  • Domenica 24 Agosto 2008

Cammarelle mette ko la Cina, l’Olimpiade italiana si chiude con l’oro più bello

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  • Tags: olimpiadi, olimpiadi-2008, pechino-2008, Roberto-Cammarelle, Stefano-Baldini
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Roberto Cammarelle

L’ultima giornata dei Giochi era cominciata male per l’Italia. Delusione dopo delusione: maratona, volley maschile, ginnastica ritmica. Ma a far dimenticare le amarezze della mattinata ci ha pensato Roberto Cammarelle, il gigante buono del pugilato azzurro che ha strappato l’oro proprio alla Cina mandando al tappeto il suo avversario. L’Italia chiude le Olimpiadi di Pechino con 28 medaglie (8 ori, 10 argenti, 10 bronzi), quattro in meno rispetto ai Giochi del 2004.

Il finale dei Giochi era iniziato con la maratona, vinta dal keniota Samuel Wanjiru, che ha visto Stefano Baldini finire in dodicesima posizione, Ruggero Pertile quindicesimo e Ottaviano Andriani ventitreesimo. I maratoneti azzurri hanno complessivamente disputato una buona prova: a livello di squadra l’Italia è stata battuta solo dal Kenya. Ma Baldini non ha nascosto la propria delusione: “Questa era la mia ultima maratona”, ha detto al termine l’oro di Atene 2004. “Mi è sembrato giusto chiudere la mia carriera con un’Olimpiade. Ero venuto per fare molto meglio, ma sono stato condizionato da mille cose in questo periodo”.

Amarezza, proteste e lacrime per il risultato (quarto posto) delle ragazze della ritmica (Elisa Blanchi, Fabrizia D’Ottavio, Marinella Falca, Daniela Masseroni, Elisa Santoni e Anzhelika Savrayuk), in una gara vinta dalle russe, seguite dalle cinesi e dalle bielorusse. Dopo il primo esercizio alle funi, in cui l’Italia aveva totalizzato 17 punti, lo staff azzurro aveva fatto ricorso giudicando eccessivamente penalizzante lo score, ma i giudici dopo aver rivisto il filmato hanno confermato il punteggio.

Nella pallavolo un altro quarto posto. Un 3-0 rifilato dalla Russia agli azzurri, che non sono riusciti a continuare la striscia olimpica di medaglie degli ultimi Giochi: pur non avendo mai vinto l’oro, l’Italia nelle ultime tre edizioni aveva conquistato 2 argenti e 1 bronzo.

Intorno alle 10.30 è salito sul ring Roberto Cammarelle. Il supermassimo lombardo, campione mondiale in carica della categoria e bronzo ad Atene, ha sconfitto il cinese Zhang Zhilei nell’ultima gara azzurra di questa 29esima edizione dei Giochi. Un colpo potente in avvio del quarto round ha posto fine all’incontro, confermando un ampio pronostico che dava vincente Cammarelle. La prima ripresa si era chiusa già con un vantaggio per l’italiano: 6 a 1; nella seconda 5 a 2 per l’azzurro, mentre la terza era risultata più equilibrata, 2 a 1 per Cammarelle. Infine il colpo del ko che ha spinto l’arbitro a dichiarare concluso l’incontro e a decretare la vittoria di Cammarelle. Era dalle Olimpiadi di Seoul, nel 1988, che l’Italia non vinceva un oro nella boxe. Al termine dell’incontro, Cammarelle è stato letteralmente sommerso dall’abbraccio del team azzurro e dai dirigenti del Coni, in testa il presidente Gianni Petrucci e il segretario generale e capo delegazione italiano a Pechino, Raffaele Pagnozzi.

GALLERY: Le medaglie olimpiche degli italiani - LEGGI ANCHE: Lo speciale Olimpiadi - Partecipa al FORUM

  • redazione
  • Domenica 24 Agosto 2008

Alle Olimpiadi col velo islamico

OkNotizie

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  • Tags: hijab, olimpiadi-2008, pechino-2008
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Alle Olimpiadi con il velo
Ruqaya al Ghasara è¨ nata il 6 settembre 1982 in Bahrain

Record da battere, gare da vincere. Ma soprattutto la voglia di esserci, di far vedere al mondo che in un’occasione del genere non si è stati solo spettatori. Per gli atleti giunti a Pechino le Olimpiadi sono state tutto questo e molto di più, immortalato in migliaia di immagini che passeranno alla storia. Per un gruppo ristretto di donne, però, l’esperienza cinese ha avuto un sapore speciale: quello della sfida nella sfida. Ai pregiudizi, alle imposizioni, ai divieti, alle minacce. E, partecipando, hanno tutte vinto la prova forse più dura, restando fedeli a se stesse e alla propria religione: l’Islam. Tutte donne che hanno corso, sparato, remato portando serenamente il proprio velo (hijab) sulla testa. Tutte con lo stesso desiderio: quello di essere una fonte di ispirazione per quelle donne che nei loro paesi faticano ancora a infrangere il muro del pregiudizio.

Al contrario di alcune atlete come l’afghana Mahbooba Ahadyar, che ha dovuto piegare la testa davanti alle ripetute minacce di morte e ha deciso di darsi alla fuga mentre si trovava in ritiro in Italia, queste ragazze hanno preso parte ai giochi e hanno anche, in qualche caso, ben figurato. E’ il caso ad esempio di Ruqaya al Ghasara, 25enne sprinter del Barhain, che dopo aver superato le resistenze dei più conservatori, è stata la prima atleta a prendere parte alle Olimpiadi indossando l’hijab ad Atene 2004. A distanza di 4 anni, è stata scelta come portabandiera, e ha corso i 100 metri e i 200 con il suo velo bianco (firmato Nike) sulla testa.

Alle Olimpiadi con il velo
Homa Hosseini è nata in Iran il 22 dicembre 1988. E’ la prima donna iraniana presente ai Giochi Olimpici di Pechino come atleta del canottaggio femminile ed è stata inoltre la portabandiera del proprio paese nella cerimonia di apertura dei Giochi.

Rugaya non è l’unica musulmana ad aver fatto l’ingresso nello stadio, alla cerimonia di apertura, stringendo la bandiera nazionale tra le mani. Stesso riconoscimento è toccato alla campionessa di canottaggio iraniana Homa Hosseini, e poco importa se c’è stato chi, in madrepatria, ha avuto da ridire. Così come la velocista del Barhain non è stata la sola a correre con il capo coperto. Anche Waseelah Fadhl Saad, per lo Yemen, e Robina Muqimyar, afghana, hanno preso parte ai 100 metri piani. Robina, unica donna a rappresentare l’Afghanistan ai Giochi, è arrivata a Pechino senza uno sponsor, senza un vero allenatore, da un Paese ancora in guerra. Certo non poteva puntare a un grande risultato in pista, ma questo non le ha impedito di dire ai giornalisti: “Sono la ragazza più fortunata al mondo”.

E tra le tante foto ricordo di questa eccezionale avventura a cinque cerchi ci saranno anche quella della velata campionessa di tennis da tavolo egiziana Shaimaa Abdul-Aziz mentre, concentratissima, ribatte la pallina in campo avversario, così come quelle delle sue connazionali Eman e Shaimaa El Gammal, schermitrici, mentre si calano la visiera sulla testa già coperta, una volta salite sulla pedana.

E come dimenticare l’immagine di un’altra egiziana, Shimaa Ashad: espressione seria, hijab chermisi sul capo e carabina tra le mani. O ancora la canoa che sfila veloce sull’acqua sotto le vigorose remate di Heba Ahmed, anche lei egiziana.

Alle Olimpiadi con il velo

Heba Ahmed è nata l’1 gennaio 1985 in Egitto. Si è presentata ai Giochi Olimpici di Pechino nella specialità sportiva del canottaggio Femminile Singolo.

La felicità di esserci e di contare si è vista anche sul viso bello e sorridente dell’iraniana Najmeh Abtin: arco e freccie in mano, cappellino da baseball sulla testa fermato da un velo coordinato e dagli occhiali da sole all’ultima moda.

E infine i colpi inferti agli avversari dall’iraniana Sara Khoshjamal Fekri, nella disciplina del taekwondo, e dall’egiziana Samah Ramadan nel judo: chissà se questi colpi sono in qualche modo riusciti a scalfire l’ostilità di quanti (tanti) avrebbero voluto che queste due donne restassero confinate tra le mura domestiche.

Alle Olimpiadi con il velo

Najmeh Abtin è nata il 12 agosto 1982. Rappresenta l’Iran nella specialità olimpica del tiro con l’arco

  • tiziana.prezzo
  • Domenica 24 Agosto 2008
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