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Il premier israeliano B. Netanyahu (Credits: AP Photo/Jack Guez, Pool)
C’è una guerra aperta a Gerusalemme. Solo che non si tratta del “solito” conflitto tra arabi e israeliani: questa volta la lotta è tra il primo ministro conservatore Benjamin Netanyahu e la galassia delle Organizzazioni non governative (Ong) israeliane. In questi giorni infatti la Knesset, il parlamento unicamerale di Gerusalemme, sta discutendo due leggi che limitano severamente il finanziamento delle Ong e che il direttore dell’Associazione israeliana per i diritti civili, Hagai El-Ad, ha definito come “un attacco ai fondamenti della democrazia.” Continua

Un mimo a Tegucigalpa (Credits: rhurtubia by Flickr)
Affrontare la rabbia del traffico con ironia e buon umore. È l’obiettivo di un gruppo di giovani studenti della scuola nazionale di teatro che nella capitale dell’Honduras, Tegucigalpa, sono stati reclutati dal comune per insegnare l’educazione stradale direttamente in strada facendo i mimi.
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Un campo profughi in Darfur
Darfur è ancora una parola oscura, lontana. Difficile da collocare su una mappa. Eppure nei villaggi in fiamme di questa regione del Sudan sono morte 300mila persone negli ultimi sei anni e più di due milioni di persone sono state costrette a fuggire verso il Ciad e altri Stati. Ma a riaccendere i riflettori internazionali sul dramma umanitario è stato il rapimento di tre volontari di Medici senza forntiere, dopo l’espulsione decisa dal presidente sudanese Omar Al Bashir. Trascurato dai mass media, il Darfur può contare, però, sulla mobilitazione continua del popolo della rete. Dove, invece, la regione africana è diventata il simbolo delle tragedie dimenticate.
Ashok Gadgil è un fisico dell’università di Berkeley: con alcuni colleghi ha progettato gratuitamente una stufa che può essere costruita con materiali di scarto. Si tratta, soprattutto, di uno strumento in grado di alleviare il problema della scarsità dei rifornimenti nei campi profughi perché brucia metà della legna richiesta dal focolare rudimentale con tre pietre. Ma il gruppo di Gadgil non si è fermato a questa ricerca tecnologica da “cervelloni”: attraverso il sito Darfur Stove è possibile acquistare le stufe e inviarle in Africa. Singole persone, poi, hanno deciso di contribuire alla mobilitazione globale con iniziative originali. Attraverso un blog, per esempio, una ragazza canadese ha venduto borse fabbricate con materiale riciclato per raccogliere fondi da destinare ai profughi.
Anche musicisti e reporter si sono impegnati per accendere i riflettori su un angolo di mondo così lontano. Due milioni di persone hanno potuto vedere su YouTube il video di Living Darfur, una canzone del duo inglese Mattafix.
Living Darfur dei Mattafix
Dal web è partita una mobilitazione per convincere le televisioni italiane a dedicare più spazio alla guerra nello Stato Africano: la proposta è stata lanciata dal team di Italianblogsfordarfur, un gruppo che ha girato un documentario nelle aree del conflitto.
Andata e ritorno dall’inferno del Darfur, di Antonella Napoli
Sulle mappe di Google Earth bruciano ancora le fiamme che indicano i villaggi distrutti dalle milizie legate al presidente Omar Al Bashir. Ma gli sforzi del pubblico di internet continuano.
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Iran
Blitz della polizia di Teheran nel quartier generale del Centro dei difensori dei diritti umani: è l’ organizzazione non governativa guidata dall’avvocato Shirin Ebadi, la pacifista e femminista insignita nel 2003 del premio Nobel per la Pace per il suo impegno a favore delle donne, dell’infanzia e dei dissidenti. Gli agenti hanno fatto irruzione e chiuso la sede dell’associazione. La denuncia arriva dalla vice di Ebadi, Narges Mohammadi, secondo cui all’operazione prendono parte agenti in uniforme di ordinanza ma anche altri in borghese, probabilmente appartenenti dunque ai corpi speciali. “Stanno facendo l’inventario dei beni di proprietà dell’associazione”, ha spiegato la militante. “Non ci hanno mostrato l’ordine di perquisizione emesso dalla magistratura, ce ne hanno soltanto comunicato il numero di protocollo. Vogliono chiudere l’ufficio”, ha aggiunto. Secondo Mohammadi, diverse decine di poliziotti di rinforzo si sono radunati davanti all’edificio, situato nella parte nord-occidentale della capitale dell’Iran.
Proprio oggi il gruppo umanitario avrebbe dovuto celebrare nella sua sede una cerimonia per commemorare, a posteriori, il sessantesimo anniversario della fondazione, caduto il 10 dicembre scorso: quello stesso giorno Ebadi, 61 anni, prima donna di fede musulmana a ricevere il Nobel per la Pace, si trovava a Ginevra, presso il consiglio delle Nazioni unite per i diritti umani, dove pronunciò un discorso con cui si appellò per il riconoscimento di un ruolo più ampio alle Ong nelle attività dell’organismo Onu e di altri enti ufficiali analoghi. Fondato dalla battagliera avvocatessa insieme a quattro colleghi lo stesso anno in cui le fu conferito il Nobel, il Centro dei Difensori dei Diritti Umani è considerato la principale entità per la tutela delle libertà civili esistente nella Repubblica Islamica. Ha difeso sistematicamente innumerevoli oppositori, prigionieri politici, dirigenti dei movimenti studenteschi e personalita’ perseguitate per la loro lotta a favore della liberta’ di coscienza. Di recente si e’ distinto in particolare per l’appello, rivolto al regime degli ayatollah, affinché siano bloccate le continue esecuzioni di condannati per reati di minore gravità. Il mese scorso, durante un raduno dell’organizzazione, Ebadi attaccò il nuovo codice penale iraniano, sottolineandone il mantenimento delle discriminazioni a danno delle donne e l’interpretazione a suo dire “scorretta” dei principi dell’Islam.
Il rapimento di Dany Egreteau, il 32enne francese responsabile della organizzazione non governativa franco-afgana Afrane, conferma la crescente minaccia costituita dai talebani e dalle bande criminali anche per gli operatori di agenzie e organizzazioni umanitarie.
Egreteau era arrivato la scorsa settimana a Kabul ed è stato rapito da tre uomini armati mentre a piedi si recava a un appuntamento di lavoro nel quartiere di Kart-e-Parwan. Il ministero degli esteri francese ha dichiarato che un afghano appartenente ai servizi di sicurezza ha tentato di aiutare il francese ma è stato ucciso dagli aggressori.
Il sequestro segue l’uccisione, sempre in una strada a Kabul lo scorso 20 ottobre, della cooperante britannica Gayle Williams, nel paese per conto dell’organizzazione Serve Afghanistan. Un omicidio rivendicato dal portavoce talebano Zabihullah Mujahid che ha accusato la Williams di lavorare per un gruppo “che predica la cristianità in Afghanistan”. Gli attacchi contro organizzazioni non governative in Afghanistan hanno toccato quest’anno il livello più dall’inizio dell’ultimo conflitto, nell’ottobre 2001.
Tra gennaio e settembre 2008 si sono registrati 146 incidenti, con il coinvolgimento di gruppi criminali o di ribelli, contro i 135 verificatisi nel corso di tutto il 2007, riferisce il rapporto redatto dai consulenti per la sicurezza dell’Anso (Afghanistan Ngo Safety Office). Secondo lo stesso documento 28 persone appartenenti a organizzazioni umanitarie sono state uccise nel 2008 (inclusi cinque stranieri) e settantadue sono state sequestrate. Cambia anche l’origine degli attacchi: tre quarti delle aggressioni nel 2008 sono state effettuate da gruppi di insorti, quindi talebani o milizie jihadiste, mentre il 25 per cento è opera di bande criminali. L’anno scorso le proporzioni erano invertite a conferma che talebani e Al Qaeda considerano ogni straniero, anche se civile e attivo negli aiuti umanitari, un nemico da colpire.
Un concetto di guerra totale che non sembra però essere compreso dalle organizzazioni non governative che spesso si espongono sul territorio senza scorta e protezione alla minaccia talebana. L’Anso ha infatti paradossalmente consigliato alle ong per la loro sicurezza “di puntare di più sulla propria indipendenza mantenendo le distanze da attori politici e militari”. Un’indicazione che rischia di esporre ulteriormente il personale delle organizzazioni umanitarie, bersaglio ancora più facile per i talebani.
Da Dakar
Come in tutto il mondo, anche in Senegal l’ascesa dei prezzi dei cereali ha avuto ripercussioni drammatici effetti sulla popolazione. Dopo le prime proteste di piazza, il Presidente della Repubblica, Maître Abdoulaye Wade, ha lanciato un appello per aumentare la produzione di cereali attraverso un piano (Grande Offensive Agricole pour la nourriture et l’abondance) che dovrebbe portare la produzione di riso a 500.000 tonnellate (l’anno scorso se ne sono prodotte a malapena 100.000), grazie a un investimento previsto di 344 miliardi di franchi CFA (più di 500 milioni di Euro). Il tutto condito con il solito appello ai paesi donatori e con l’invito a ministri, parlamentari e alti dirigenti dello stato e delle imprese.
Dibattito aperto a Mékhé. Arriviamo a Mékhé, a 120 chilometri dalla capitale Dakar, nella sede di UGPM (Union des Groupements Paysans de Mékhé), un’associazione contadina di base in rapporti di partnership della Ong Fratelli dell’Uomo, presente in Senegal dal 1992. La sala riunioni è piena di facce attente, in buona parte donne. Samba Batch, responsabile del progetto di sicurezza alimentare della Ong, sta illustrando il piano presidenziale. Al termine del suo intervento si apre il dibattito. I commenti sono preoccupati: siamo al 13 maggio, le piogge dovrebbero iniziare a metà giugno, non è il momento di fare proclami ma di organizzare la campagna agricola per il 2008. Perché il piano non dice niente di arachidi e nyebé (una varietà locale di fagioli)? Perché fino a ieri ci incoraggiavano a produrre agrocarburanti? Perché dovremmo concedere preziosi ettari di terra a gente che non ha mai preso una zappa in mano?
Alla fine decidono di affidarsi alle proprie forze. Il rappresentante di ogni villaggio dichiara quante aziende agricole familiari rappresenta, quanti ettari sono previsti per arachidi, miglio, nyebé e manioca. Quasi tutti i gruppi sono pronti per la campagna di semina, ogni famiglia pianterà miglio e nyebé.
I più avvantaggiati sono i 20 villaggi coinvolti dal progetto di sicurezza alimentare, i quali si sono preparati da tempo acquistando sementi migliorate di produzione locale. I più preoccupati sono i villaggi della zona in cui si coltiva soprattutto manioca che poi vendevano per acquistare cereali sul mercato. La banca dei cereali gestita direttamente da UGPM proteggerà i gruppi più deboli dalla speculazione.
In attesa della pioggia. Ci rechiamo in visita ad alcuni villaggi, dove UGPM è presente nella zona dal 1985: i segni dell’intervento si vedono un po’ dappertutto, migliaia di alberi di mango e anacardio per proteggere il terreno dall’erosione eolica, vivai di villaggio, riserve di cereali gestite collettivamente da ogni villaggio. Il clima è di fervente preparazione: tutti aspettano le piogge, ma le piogge, ormai da trent’anni, non sono più così abbondanti. Un vecchio equilibrio è andato in crisi, i contadini della zona ne stanno cercando uno nuovo che permetta ai giovani di non avere l’emigrazione come unica prospettiva. La soluzione sarebbe quella di facilitare l’accesso all’acqua permettendo l’avvio di colture irrigue.
L’acqua ci sarebbe, ma bisogna andarla a prendere a più di 30 metri di profondità, nella zona ci sono ben 66 pozzi abbandonati perché le pompe si sono rotte ed è troppo difficile o costoso far arrivare i pezzi di ricambio. Quelle in funzione sono alimentate a mano e faticosissime da operare, tanto che le donne dei villaggi denunciano che l’estenuante lavoro di procurare l’acqua per tutta la famiglia ha causato diversi casi di aborto spontaneo.
Pannelli solari. Nel villaggio di Tabi nel 2006 è stata installata una pompa alimentata da pannelli solari (i cui componenti arrivano dall’Europa), l’investimento è stato molto impegnativo per il villaggio, 18 milioni di Franchi CFA (circa 27.000 Euro), ma è stato reso possibile da un fondo di microcredito messo a disposizione dal SIDI (la Solidarité internazionale pour le Developpement et l’Investissement).
Gli impianti sono garantiti per una durata di 20 anni, il costo di esercizio e vicino allo zero, non c’è bisogno di acquistare petrolio, non si paga la bolletta, non si contribuisce al cambiamento climatico. Da quando è stata installata la pompa, la vita al villaggio è cambiata, per avere 10 metri cubi d’acqua al giorno basta spingere un bottone; le donne hanno messo a coltura un orto comunitario che quest’anno ha prodotto più di 4 tonnellate di pomodori ed altri ortaggi, niente male per un villaggio di 57 famiglie.
Il piano prevede l’estensione dell’esperienza di Tabi ad altri villaggi attraverso una campagna di raccolta fondi che sta già dando i suoi primi frutti: 40.000 Euro sono stati ricevuti da un’azienda e le prime donazioni di privati incominciano ad arrivare, serviranno per sovvenzionare il prezzo degli impianti.
Un altro elemento innovativo del progetto è costituito dal coinvolgimento degli immigrati provenienti da Mekhe. In Italia vivono e lavorano circa 400 “Mekhois”, concentrati nelle province di Milano, Bergamo, Brescia e Rimini, molto di loro sono inseriti, lavorano in aziende metalmeccaniche o agricole, sono abituati a mandare soldi a casa, per un funerale dignitoso o per rispondere a un’emergenza.
La sfida è quella di riuscire a canalizzare parte di queste risorse per progetti produttivi come quello di Tabi, sarebbe un enorme risultato che con la fatica dei tanti immigrati senegalesi presenti in Italia si riuscisse a garantire l’autosufficienza alimentare delle loro zone di provenienza.
Un altro partner di Fratelli dell’Uomo che sta facendo in lavoro molto interessante nel campo della sovranità alimentare è il GJEG (Groupement des Jeunes Eleveurs de Guelakh), che è attivo nella regione di Saint-Louis, a nord del paese.
Ecovillaggio. Qui da 19 anni va avanti un originale esperimento di “ecovillaggio” africano. Gli animatori di questo esperimento, Doudou e Ousmane Sow sono di etnia Peul. I Peul sono pastori nomadi da centinaia di anni, vivono in tutti i Paesi dell’Africa occidentale, il loro stile di vita è entrato in crisi dopo le grandi siccità degli anni ‘70 e ‘80. Molto semplicemente non pioveva più abbastanza per consentire la pastorizia nomade.
Molti hanno reagito emigrando a Dakar o in Europa, a Guelakh si è invece cercato di elaborare un uovo modello sostenibile che integrasse rimboschimento, agricoltura e pastorizia. I terreni, una volta rimboschiti, sono meno vulnerabili all’erosione eolica e c’è una maggiore disponibilità di foraggio per gli animali che non vengono più allevati in maniera nomade ma in stalla, diventa quindi possibile raccogliere concime da utilizzare per aumentare la fertilità dei terreni. Su questi terreni maggiormente protetti e rivitalizzati è possibile avviare sia colture pluviali che irrigue.
Vicino al villaggio passa un braccio secondario del fiume Senegal, ci sono quindi terreni facilmente irrigabili. Quattro anni fa Doudou e Ousmane hanno incominciato a seminare in via sperimentale del riso, era una scommessa difficile, in un paese che importa 500.000 tonnellate di riso all’anno. Dopo alcune prove e aggiustamenti, quest’anno le colture sono arrivate a 34 ettari, con una resa di 6 tonnellate per ettaro, superiore alla resa nazionale e hanno coinvolto un centinaio di produttori, Ousmane ci racconta con orgoglio “quest’anno non ho dovuto comprare riso per ben otto mesi e l’anno prossimo, se tutto va bene, il raccolto potrebbe bastarmi per tutto l’anno”.
La sostenibilità è contagiosa, e sono sempre più numerosi i contadini e gli allevatori che si rivolgono a Guelakh per avere consigli su come replicare la loro esperienza nei villaggi della zona.
I programmi per il futuro prevedono di aumentare la zona a risicoltura a 100 ettari e di costituire una centrale di acquisto e vendita dei cereali che consenta di lottare contro la speculazione che porta a enormi fluttuazioni dei prezzi agricoli, dannose sia per gli agricoltori che per i consumatori. Dalla visita a queste due realtà si esce rinfrancati, la lotta per la sovranità alimentare non è una battaglia persa, purché i piccoli produttori agricoli, in Senegal e non solo, siano liberi di scegliere cosa e come coltivare.
I più piccoli hanno appena 6 anni, le più a rischio sono le ragazzine di 14-15 anni, ma neppure i loro coetanei hanno scampo. Spesso orfani, senza più nessuno che si preoccupi per loro o un posto dove vivere. Come quella giovanissima di Haiti che dormiva per strada quando “un gruppo di persone ha deciso di guadagnare qualcosa portandola a un uomo che lavora per un’organizzazione internazionale” ha raccontato un testimone teen ager. “L’uomo ha dato alla ragazza un dollaro e lei era felice di avere del denaro. Erano le due del mattino. Lui l’ha presa e l’ha stuprata. Il giorno dopo lei non riusciva neppure a camminare”.
Il rapporto di Save the Children. Queste parole crude, che svelano un orrore insopportabile sono state raccolte da Save the Children (leggi il rapporto), l’Ong che si batte per i diritti dei bambini. Per mesi il personale dell’organizzazione ha visitato il paese centramericano, la Costa d’Avorio e il sud del Sudan incontrando bimbi e adolescenti, ponendo domande difficili, ascoltando storie sulle mostruosità commesse da chi quelle piccole vite avrebbe dovuto proteggerle: caschi blu, personale dell’Onu, membri locali e stranieri delle ong, senza differenze di incarico e a volte di sesso. Sono coinvolti autisti, educatori, soldati e dirigenti, soprattutto uomini, ma anche donne.
Il tema degli abusi, cui la Bbc online ha dedicato oggi l’articolo di apertura, è riassunto in un rapporto dal titolo emblematico, Nessuno a cui dirlo. Perché accanto alle dimensioni sconcertanti del fenomeno, l’aspetto più odioso emerso da questa indagine è proprio il silenzio cui le vittime sono condannate per paura di non essere credute, di subire ritorsioni, di portare per sempre lo stigma della comunità, ma soprattutto di perdere i regali che gli aguzzini “umanitari” offrono come ricompensa per il sesso: “Sta usando quella ragazza, ma senza di lui lei non mangerebbe” confessa una giovanissima ivoriana.
Difficile ribellarsi. Nei paesi poveri, sconvolti da recenti guerre, molte famiglie, gruppi di rifugiati, villaggi interi e soprattutto bambini soli dipendono dalle organizzazioni umanitarie per la loro sicurezza, il cibo, tutto. Per questo ribellarsi contro gli aguzzini travestiti da salvatori può rivelarsi impossibile. “La gente non denuncia gli abusi perché teme che le agenzie smettano di lavorare qui e noi abbiamo bisogno di loro” riassume con spietata lucidità un ragazzo sudanese. “A chi dovremmo dirlo?” si chiede disperato un coetaneo di Haiti. “I poliziotti sono spaventati dai peacekeeper e non possono fare niente e poi ho sentito che anche la polizia fa queste cose”.
L’inferno è fatto di parole e gesti sconci, orribili lusinghe e violenze. Il 65 per cento degli intervistati ha identificato i commenti pesanti come il più frequente degli abusi di cui si macchia il personale umanitario, il 55 per cento ha riportato storie, soprattutto di ragazzine indotte a fare sesso in cambio di qualcosa da mangiare, del sapone e (raramente) beni di lusso come telefonini. Spinte a volte dagli stessi compagni di giochi che i mostri hanno trasformato in complici: “Tutti noi lavoriamo nel campo militare sin da quando i primi uomini sono arrivati qui nel 2003″ spiegano tre quattordicenni della Costa d’Avorio. “Vendiamo sculture e gioielli per dare una mano alle nostre famiglie. Se ci sono altre cose che vogliono e non ne possono parlare di fronte ad altre persone, ci invitano nelle loro stanze e lì chiedono ogni tipo di favore. A volte ci domandano di procurare loro delle ragazze, della nostra età. Spesso gruppi di otto o dieci uomini si dividono tra loro due o tre ragazze. Quando abbiamo provato a consigliare quelle più grandi, hanno rifiutato, le vogliono della nostra età. Alla fine abbiamo trovato alcune che l’avevano già fatto ed erano contente per i regali che venivano loro promessi. Lo sappiamo che è una cosa cattiva” concludono. “Ma così riusciamo a trarne dei profitti: soldi, ma anche magliette, orologi e scarpe da tennis”.
Meno frequente (30 per cento) ma anche più temuta la violenza sessuale da parte di singoli e gruppi. “Ogni tanto i militari vengono qui e stanno in un accampamento locale, che si trova vicino a una pompa dove vanno a prendere l’acqua anche le ragazze del villaggio” ha spiegato un teen ager del Sudan. “Questi uomini le chiamano e le portano nei loro alloggi. Una di loro è rimasta incinta e poi è scomparsa. E’ successo nel 2007 e ancora non sappiamo che fine abbia fatto”.
Organizzazioni coinvolte. Tuttavia i risultati dell’inchiesta di Save the Children squarciano il velo su un’emergenza che sfugge quasi completamente alle statistiche ufficiali: poche agenzie dell’Onu e praticamente nessuna grande Ong raccoglie e soprattutto pubblica dati su questo fenomeno. Tra il 2004 e il 2006 il dipartimento cui fanno capo i caschi blu (Dpko), che sono risultati i più coinvolti nei casi di abusi, ha rilevato 112 episodi, il Programma alimentare mondiale 2, l’Alto commissariato per i rifugiati 3 e i Volontari delle Nazioni unite 5. Neppure Save the children è immune e nel 2007 ha indagato su 15 casi, di cui sette riguardano accuse contro partner e otto contro il personale della stessa organizzazione, tre delle quali risultate infondate.
L’accaduto ha comunque portato, scrive l’Ong nel rapporto a un rafforzamento delle procedure di controllo interne. “Nonostante le dichiarazioni di impegno a risolvere il problema da parte dei governi e delle organizzazioni internazionali, il nostro rapporto documenta come gli abusi nei confronti dei minori continuino” commenta Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia, “e soprattutto ci lascia intendere che per ogni caso identificato ce ne siano probabilmente molti che rimangono nascosti o sconosciuti”. Che fare? Save the Children chiede all’Onu di far sì che nei paesi dove è forte la presenza di personale internazionale, sia reso più facile ai piccoli e alle loro famiglie riportare i casi di violenze e soprattutto che siano prese misure rapide nei confronti di chi le commette. Suggerisce infine la creazione di un super “cane da guardia” globale che tenga sotto controllo gli sforzi compiuti dalle agenzie e dalle ong internazionali per contrastare gli abusi.
Scandali sessuali e peacekeepers: conferenza Onu 2007
Il VIDEO servizio:
Una foto di Giuliano Paganini, uno dei due operatori umanitari dell’organizzazione CINS sequestrato in Somalia
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Sono Iolanda Occhipinti, perito agronomo di sessantasei anni originario di Pistoia, e Giuliano Paganini, infermiera ragusana impegnata come amministratrice, i due italiani rapiti nelle prime ore di stamane in Somalia, intorno alle 5:30 locali - in Italia 4:30 -, ad Awdhegle, 65 km a sud di Mogadiscio. I due lavorano per la Cins (Cooperazione internazionale nord sud), una Ong nata nel 1988 e impegnata su un progetto cofinanziato dalla comunità europea e dalla Fao. Con loro è stato anche rapito un operatore locale umanitario, Abderahman Yusuf Arale, il responsabile della sede locale del Cins, impegnata in progetti di sviluppo agricoli nella zona dove è avvenuto il rapimento, quella del Basso Shabele, una delle più infestate da predoni e integralisti. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dato istruzione di attivare tutti i meccanismi istituzionali per prestare assistenza agli italiani rapiti in Somalia, pur nella consapevolezza di operare in un territorio dove le difficoltà sono particolarmente gravi.
Stando alle prime testimonianze, uomini armati a bordo di tre fuoristrada hanno attaccato all’alba gli uffici della Cins di Awdigle sequestrando i due cooperanti italiani e quello somalo. “I rapitori, dopo aver neutralizzato le guardie, sono entrati all’interno degli uffici dell’ong, hanno messo una benda agli occhi ai tre e li hanno portati via”, ha detto un rappresentante dell’ong. Un responsabile locale della sicurezza ha assicurato che le forze dell’ordine stanno cercando di localizzare gli ostaggi e “sapere chi sono i rapitori e dove hanno portato” i tre cooperanti. Quella dei rapimenti è una pratica tristemente diffusa in Somalia.
Una foto di Iolanda Occhipinti
Rapimenti precedenti. Si tratta di rapimento a scopo estorsivo secondo fonti ben informate dell’agenzia missionaria Misna. Di solito i sequestri si concludono con il pagamento di forti riscatti In Somalia sono ancora in corso due sequestri, non ancora risolti. Un cittadino britannico ed uno keniano rapiti in aprile (il primo sembra sia rimasto ferito nell’agguato), ed un keniano lettore presso un università somala rapito la scorsa settimana. È noto, seppur ufficiosamente, che per la loro liberazione sono stati chiesti ingenti riscatti.
I viaggi in Somalia sono sconsigliati dall’Italia e da tutti i paese Europei a causa della difficile situazione nel paese. La situazione di sicurezza in Somalia permane fortemente critica in tutto il Paese compresa la capitale Mogadiscio, a causa del conflitto tra il Governo federale transitorio di Baidoa - sostenuto dalle truppe etiopi - ed un’opposizione a sud incentrata sull’Unione delle Corti islamiche, degli atti terroristici, dell’elevato livello della criminalità e del rischio di rapimenti a danno di operatori delle Ong o Agenzie Internazionali. Da ultimo si segnalano i sequestri avvenuti nel Puntland a danno di volontari di una ONG francese.
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