Archivio per il tag “onu”
Bolognese, 46 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".
Madrid dovrà attendere probabilmente ancora qualche mese prima di poter mettere un proprio generale alla testa dei caschi blu della missione Unifil in Libano. Al Palazzo di Vetro sembra infatti prendere piede l’ipotesi di prolungare il mandato del generale Claudio Graziano, alpino da quasi tre anni al comando della delicata missione dell’Onu che dalla fine del conflitto dell’estate 2006 ha l’incarico di far rispettare il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Navi Pillay, presidente del Consiglio Onu per i Diritti Umani (AP)
Oggi Israele ha incassato una brutta sconfitta alle Nazioni Unite, insieme a due storici alleati: Italia e Stati Uniti. Il Consiglio Onu per i Diritti Umani ha infatti
approvato una risoluzione che accusa Israele di avere commesso crimini di guerra durante il conflitto dello scorso inverno contro Hamas.
Continua
- Tags: 517, Afgahnistan, attentato, folgore, Ied, italiani, kabul, onu, soldati, telebani, urne, voto
-

da Shewan (Afghanistan), Fausto Biloslavo
Il fumo nero e lugubre si alza in un istante per una quindicina di metri. “Attenzione Ied alla testa del convoglio”, lanciano subito l’allarme (ascolta l’AUDIO) per radio i paracadutisti della Folgore in uno dei blindati più vicini all’esplosione. La tensione è alle stelle. La trappola esplosiva, chiamata in gergo Ied, era nascosta sulla strada.
I parà che spuntano della botola dei mezzi puntano le mitragliatrici pesanti verso le casupole di Shewan, roccaforte dei talebani. La striscia d’asfalto che stiamo percorrendo è la famigerata 517, soprannominata l’autostrada per l’inferno. Il convoglio composto da soldati italiani, americani e poliziotti afghani scorta due camion con il materiale elettorale per le presidenziali del 20 agosto. I talebani di Shewan da giorni annunciano con gli altoparlanti delle moschee che i veri fedeli dell’Islam non devono andare alle urne. Chi sgarra rischia di venir sgozzato o quantomeno di vedersi tagliare il dito, che sarà segnato con l’inchiostro indelebile per evitare che lo stesso elettore voti più volte.
La colonna è partita alle 13.30 da Farah (Afghanistan sud occidentale) per portare urne, schede e altro materiale elettorale nel distretto a rischio di Bala Baluk.
Novanta chilometri di paura, con i talebani che attendono i convogli come avvoltoi. Prima ancora di arrivare nell’area “calda” di Shewan giungevano segnalazioni di insorti in avvicinamento verso il convoglio (ascolta l’AUDIO). Li hanno visti i piloti degli elicotteri d’attacco Mangusta giunti in appoggio dal cielo. Ad un certo punto la strada si infila fra quattro casupole in fango e paglia, dove i civili afghani sembrano scomparsi da un momento all’altro.
I talebani avevano già colpito e dato alle fiamme due cisterne afghane e un camion che trasportava un’ambulanza. Le carcasse fumanti che superiamo sono la prima avvisaglia che ci stanno aspettando. Nel blindato Lince del tenente Alessandro Capone, 30 anni, romano, comandante del primo plotone Nembo, i parà sono pronti al peggio. La trappola esplosiva ha colpito un Coguar americano, all’inizio della colonna con l’obiettivo di immobilizzarlo e bloccare tutto il convoglio. Invece il mezzo anti mina resiste e prosegue senza registrare feriti a bordo.
Sui tetti delle casupole stanno cercando riparo alcuni soldati dell’esercito afghano. “L’Ana (le forze armate di Kabul, nda) ha visto qualcosa” urla il parà che spunta dalla botola del Lince. Tutti hanno il dito sul grilletto e ci si aspetta un’imboscata in piena regola dopo lo scoppio dell’Ied. Invece la coppia di elicotteri Mangusta, che svolazzano bassi su Shewan, consigliano i talebani di tenere giù la testa. L’attacco è fallito. Il materiale elettorale un’ora dopo arriva destinazione (ascolta l’AUDIO) , ma la battaglia per le elezioni in Afghanistan continua.
Visualizza Attentato talebano ai parà del 13/08/2009 in una mappa di dimensioni maggiori
LEGGI ANCHE: Afghanistan: perché aumentano gli attacchi alle nostre truppe
Credits: AP Photo/Rafiq Maqbool
le altre foto
28/07/2009 - Si torna a parlare molto di Afghanistan, in questi giorni.
Si parla delle polemiche politiche intorno alla partecipazione italiana alla missione; delle violenze contro i militari italiani e degli altri contingenti presenti; della campagna elettorale, in corso, che sta lentamente preparando il Paese alle elezioni presidenziali del prossimo 20 agosto.
Con questa galleria di immagini, Panorama.it vuole tornare a parlare della condizione delle donne in quel Paese.
A commentare le immagini, alcuni dati forniti dal rapporto Silence is violence. End the Abuse of Women in Afghanistan (Il silenzio è violenza. La fine dell’abuso sulle donne in Afghanistan), presentato a Kabul lo scorso 8 luglio dal’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Navi Pillay.
I rappresentanti degli Stati dell’Unione europea hanno abbandonato la sala in cui si sta svolgendo la conferenza Onu sul razzismo a Ginevra nel momento in cui il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, nel suo intervento, si è riferito allo stato di Israele (pur senza mai pronunciarne il nome) come ad un “governo razzista”.
Nel suo discorso il presidente Ahmadinejad ha criticato l’istituzione di “un governo razzista” in Medio Oriente dopo il 1945, alludendo chiaramente a Israele. Ma il presidente Ahmadinejad ha ricevuto anche applausi dalla platea: la prima volta quando ha accusato “gli Stati occidentali di essere rimasti in silenzio di fronte ai crimini commessi da Israele a Gaza” e la seconda volta quando ha detto che occorre “rivedere le organizzazioni internazionali e il loro modo di lavorare”. Consensi al presidente iraniano sono arrivati anche quando ha parlato della crisi economica mondiale sottolineando che “continua ad aggravarsi e non ci sono speranze che possa essere superata”.
Poco prima, nel momento in cui il capo di stato iraniano ha preso la parola davanti ai delegati, almeno tre manifestanti con parrucche multicolori e nasi rossi da clown hanno gridato “razzista, razzista” all’indirizzo di Ahmadinejad.
I tre sono stati espulsi dalla sala delle conferenze.
“La lotta al razzismo è una priorità per Italia e Germania”, nonostante i due partner europei abbiano deciso di boicottare la conferenza internazionale contro il razzismo. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Franco Frattini, in una conferenza stampa con il collega tedesco Frank-Walter Steinmeier al termine di un bilaterale a Berlino.
“La nostra assenza (dalla conferenza, ndr) vuol dire evitare che un testo che non condividiamo sia utilizzato per veicolare messaggi sbagliati”, ha precisato il titolare della Farnesina, aggiungendo che “Germania e Italia sono fortissimamente impegnate nella lotta al razzismo e contro ogni forma di discriminazione”.
È necessaria una “estrema fermezza” dell’ Unione europea ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy, definendo il discorso del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla conferenza Onu sul razzismo a Ginevra un “appello intollerabile all’odio razziale”.
LEGGI ANCHE: Fallita ancora prima di iniziare la conferenza Onu sul razzismo -
Il Papa: importante partecipare alla conferenza Onu
Troppe divisioni e polemiche; troppe assenze “pesanti”. È destinata a fallire prima ancora di iniziare Durban 2, la Conferenza dell’Onu sul razzismo che prende il via a Ginevra; il secondo round del primo incontro che nel 2001 si tenne in Sudafrica non sembra avere alcuna possibilità di riuscita. Mancheranno attori importanti, fondamentali per dare una legittimità politica all’avvenimento.
Primi tra tutti gli Stati Uniti di Barack Obama, che dopo alcune settimane di attesa hanno fatto conoscere la loro posizione ufficiale. Non si recheranno nella città svizzera. Non c’è intesa sul documento finale. È vero che nel testo sarebbero stati smussate le frasi contro Israele ma rimangono comunque riferimenti molto critici nei confronti di Gerusalemme. Ma i motivi di contrasto non sono solo questi. C’è poi la questione delle venature anti Occidentali che caratterizzano il documento finale, che fanno intravvedere un scontro tra civilità. Come infine i passaggi (voluti dagli stati mediorientali) sull’offesa alla religione (che secondo molti rischiano di mettere a repentaglio la libertà di espressione), ad aver convinto la Casa Bianca a dire no alla partecipazione alla Conferenza. Il boicottaggio americano è “arrivato alla vigilia di questo incontro che deve valutare il progresso della lotta al razzismo nel mondo. Barack Obama ha aspettato fino all’ultimo, nella speranza che il discutibile linguaggio (come si legge nel comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato) venisse modificato in modo più profondo. Ma ciò non è avvenuto. Ed è stato lo stesso presidente a ribadire il rifiuto statunitense: “Io credo nel multilateralismo e nelle Nazioni Unite, ma non posso accettare quello che è scritto nella bozza” ha detto.
Gli Stati Uniti terranno così compagnia (nell’assenza) a Israele, che da tempo aveva indicato la sua intenzione di non prendere parte ai lavori. Il rifiuto del governo di Gerusalemme era stato motivato con l’esito della prima conferenza. Nel 2001, l’assise era finita in un clima di acrimonia e tensione perché i paesi arabi avevano fatto grosse pressioni affinché il Sionismo venisse definito “razzista” . Nonostante il testo finale dell’appuntamento ginevrino sia stato depurato dalle espressioni più forti nei confronti di Israele, ancora alcune frasi rimangono, scritte, nere su bianco, di profonda critica nei confronti dello stato con la Stella di David. Contenuti definiti antisemititi. Così, quando ieri il papa Benedetto XVI ha annunciato che il Vaticano ci sarà e ha augurato buon lavoro alle delegazioni, il mondo ebraico ha avuto un sussulto di protesta anche nei confronti dell’uscita del Pontefice.
Il rischio che ci sia un’altra conferenza all’insegna di frasi antisemite, aveva convinto l’Italia a non partecipare. Roma non ci sarà. Nelle scorse settimane, il ministro degli esteri Frattini aveva specificato che, secondo Roma, non c’erano le condizioni per partecipare. Come aveva già fatto anche il governo olandese. In realtà, l’Europa si presenta in ordine sparso. Per tutto il week end ci sono state febbrili consultazioni nel difficile tentativo di trovare una posizione comune. C’è stata una conference call telefonica dei ministri degli esteri di Gran Bretagna, Olanda, Repubblica Ceka, Francia e Germania che ha prodotto pochi risultati. Londra ha confermato l’intenzione di andare a Ginevra con una delegazione di bassissimo profilo, per marcare la distanza, senza boicottarla direttamente, dalla conferenza.
La Germania di Angela Merkel invece seguirà l’esempio statunitense e non si > presenterà alla cinque giorni. La Francia,che aveva posto il problema,si trova in una delicata posizione: da una parte non vuole deludere troppo i paesi arabi con cui ha rapporti
storici e dall’altra non ha intenzione di avvallare un testo finale che non convince la stessa Parigi. A complicare il tutto c’è poi il fattore Teheran. I lavori di Durban 2 saranno aperti da un discorso del presidente iraniano Ahmadinejad, l’uomo che in piu’occasioni ha definito l’Olocausto una pura invenzione e ha sostenuto diverse volte la necessità della scomparsa dello Stato di Israele. È il personaggio di più alto livello (gli altri sono solo ministri o ambasciatori) che si reca a Ginevra. La sua presenza vuole essere una sorta di marchio politico sulla conferenza. Per questo, Usa ma anche Canada e Australia, e una parte dell’Europa hanno preferito dire no a Durban 2, provocandone il fallimento in anticipo.

Si apre domani a Ginevra la conferenza promossa dall’ Onu sul razzismo chiamata “Durban Rewiew” o “Durban II”. Ma le effettive conclusioni che verranno prese nel corso degli incontri rischiano di venire offuscate dalle polemiche che precedono la manifestazione, sui contenuti della bozza finale, considerati da alcuni paesi lesivi per Israele. Questa mattina il Papa a Castel Gandolfo ha invece messo in risalto l’importanza dell’appuntamento: ” la conferenza di esame della Dichiarazione di Durban del 2001 contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e la relativa intolleranza” ha detto, “è un’iniziativa importante perché ancora oggi, nonostante gli insegnamenti della storia, si registrano tali deplorevoli fenomeni”.
Il pontefice ha poi citato alcuni passi della Dichiarazione del 2001 mostrando di condividerli: nel testo - ha ricordato - si ”riconosce che ‘tutti i popoli e le persone formano una famiglia umana, ricca in diversità. Essi hanno contribuito al progresso della civiltà e delle culture che costituiscono il patrimonio comune dell’umanità la promozione della tolleranza, del pluralismo e del rispetto può condurre ad una società più inclusiva”. Il Vaticano parteciperà alla conferenza con una propria delegazione. Altri paesi invece non ci saranno: le bozze della dichiarazione conclusiva infatti non hanno mancato di suscitare polemiche. In particolare sono alcune critiche a Israele per la situazione di Gaza che lo stato ebraico ha mostrato non gradire. Nel 2001 in occasione della prima conferenza in Sudafrica Israele e Stati Uniti abbandonarono i lavori quando fu equiparato il razzismo al sionismo.
Il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che gli Stati Uniti boicotteranno anche la conferenza di Ginevra sul razzismo per “il discutibile” linguaggio del documento finale: “Sembra ormai certo che le preoccupazioni non saranno affrontate nel documento che deve essere adottato”. Secondo il portavoce Robert Wood, nonostante i passi avanti, le modifiche appostate al testo finale non risolvono i dubbi riguardo ai pregiudizi anti israeliani e anti occidentali. Analoga la posizione sostenuta dal Canada. Australia e Olanda si sono unite al boicottaggio, mentre la Gran Bretagna ha annunciato la presenza di una sua delegazione: “Stiamo cercando di capire come sviluppare le cose. E’ ancora nostra intenzione esserci”, ha detto un portavoce. La posizione dell’Italia è stata esposta dal ministro degli Esteri Franco Frattini: “Sinora non ci sono le condizioni per l’Italia per re-impegnarsi nel negoziato per la conferenza Durban II”. Le condizioni contenute nel documento preparatorio, sono infatti ”inaccettabili”. ”Anche se - ha assicurato - siamo impegnati con i colleghi europei fino all’ultim’ora” per emendarle. In serata la Farnesina ha confermato che l’Italia non parteciperà. In sostegno a Israele, che questa mattina ha anche duramente criticato il presidente svizzero Hans Rudolph Herz, dopo aver appreso che quest’ultimo incontrerà in apertura dei lavori il presidente iraniano Mahmoud Ahmadineijad. ”La strana decisione del presidente elevetico colpisce in modo maggiore la Svizzera che non nessun altro” ha detto il viceministro degli Esteri israeliano Dani Ayalon. “Sono indignata e profondamente delusa dalla decisione degli Stati Uniti di non partecipare”, ha affermato in una nota. Si è detta “indignata e delusa” dall’atteggiamento degli Usa la commissaria Onu per i diritti umani Navi Pillay: “Una manciata di Stati - ha lamentato - hanno permesso che uno o due temi dominassero il loro approccio alla questione e che pesassero di più delle preoccupazioni di tanti gruppi di persone in tante parti del mondo quotidianamente vittime del razzismo o di altre forme di intolleranza che rovinano le loro esistenze”. Si tratta, ha ricordato, di “questioni globali che devono essere discusse a livello globale, per quanto delicate e difficili”.
Si tratta del primo screzio con le Nazioni Unite per Barack Obama, che ha commentato la scelta dal vertice delle americhe: “Io credo nell’Onu” ha detto il presidente americano, “e voglio collaborare, ma non è questo il caso di Durban-2 che rimanda alla prima conferenza in cui fu “espresso antagonismo contro Israele, a tratti in modo ipocrita e controproducente”.

Barack Obama in Turchia con il presidente turco Abdullah Gul
Il premier spagnolo Zapatero si è perso la foto di gruppo e il nuovo segretario generale della Nato Rasmussen si è slogato un braccio, scendendo le scale di un hotel. Ma al di là degli inconvenienti, il secondo forum mondiale della cosiddetta Alleanza delle civiltà è riuscito a ottenere un’attenzione internazionale mai vista prima. A causa della presenza, annunciata per questa sera, di Barack Obama, che ha dato una dimensione nuova a un’iniziativa fino ad ora poco considerata. L’Unaoc, la United Nations Alliance of Civilizations, è un organismo dell’Onu costituito nel 2005 con l’obiettivo di promuovere la convivenza pacifica e il dialogo tra culture e religioni diverse e fornire un contributo per la comprensione reciproca.
Il primo a lanciare l’idea dell’”Alleanza delle civiltà” fu proprio Zapatero nel 2004, in piena guerra irachena, con Bush e i neocon all’apice della loro parabola politica. Allora, però, parlare di “alleanza” e non di “scontro” di civiltà sembrava poco più di un azzardo buonista. Il premier spagnolo aveva ritirato le truppe del suo paese dall’Iraq, attirandosi l’antipatia di George Bush, che lo avrebbe ricambiato con una freddezza assoluta nel corso dei quattro anni seguenti. Poi, nel 2005, l’”Alleanza di Civiltà” era stata fatta propria dall’Onu, che l’aveva trasformata in un organismo ufficiale e il più convinto sostenitore ne era stato il premier turco Recep Erdogan. Ma il primo forum dell’organismo, riunitosi a Madrid nel gennaio 2008, cui avevano partecipato premi nobel, ex presidenti e studiosi da tutto il mondo, era stato considerato un mezzo fiasco per l’assenza quasi totale dei veri leader politci.
Zapatero era stato criticato in patria, dove l’ex primo ministro Aznar aveva parlato in contrapposizione di “alleanza dei civilizzati”, ovvero dei paesi occidentali, per criticare l’apertura al mondo islamico. Ma con il cambiamento di inquilino alla Casa Bianca per l’”Alleanza” si sono aperti nuovi orizzonti. L’annuncio della visita di Obama alla seconda edizione del forum, oggi a Istanbul, ha dato un nuovo significato all’evento. Per Zapatero è l’occasione di accreditarsi come uno dei più fedeli alleati della nuova amministrazione americana: un’operazione di immagine di cui il premier spagnolo aveva un disperato bisogno, dato che in parlamento si trova isolato, tra i fuochi dei nazionalisti baschi e catalani e l’opposizione del Partido Popular di Mariano Rajoy, che lo attaccano per la gestione della crisi economica. Anche per Erdogan e la Turchia è una situazione da sfruttare, per proporsi come Stato fondamentale nel dialogo tra mondo arabo, Israele e Occidente. Il “ponte” verso l’Islam di cui Obama ha bisogno. Proprio l’idea che vuole affermare il nuovo presidente americano, desiderosi di lasciarsi alle spalle l’era di Bush e il cosiddetto “scontro di civiltà” preconizzato dai neocon. Non è un caso che proprio prima di recarsi in Turchia, nell’incontro con le istituzioni Ue a Praga, Obama si sia speso a favore dell’ingresso di Istanbul nell’Unione Europea. Dichiarazioni che hanno suscitato la reazione stizzita di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel: l’asse franco-tedesco non vede di buon occhio l’allargamento al di là del Bosforo della Ue, anche a causa della forte presenza interna di immigrati turchi. Mentre Spagna, Italia e Gran Bretagna si mostrano più possibilisti nel mediare tra i desideri dell’amministrazione Usa e quelli degli alleati europei capeggiati dall’asse franco-tedesca. Basti pensare al ruolo di mediazione svolto da Berlusconi in occasione dell’ultimo vertice Nato, durante il quale il premier italiano ha fatto pressing su Ankara per accettare l’elezione a segretario generale del premier danese Rasmussen in cambio di un impegno comune della Nato contro i separatisti del Pkk.
Il tenente Marina Catena con le bambine di Tibnin, in Libano
Il cibo come arma di peace keeping. È la parola d’ordine che guida il lavoro del Wfp (o Pam, Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) nei paesi del Terzo mondo. Secondo la Fao, le persone denutrite sono 963 milioni e l’obiettivo è raggiungerle tutte con gli aiuti alimentari. Ma i prezzi del cibo sono aumentati negli ultimi mesi e aumenteranno ancora nei prossimi dieci anni. Il Wfp spende 6 miliardi di dollari l’anno per le derrate alimentari, ma l’incremento dei prezzi ha ridotto il suo potere d’acquisto. Con lo stesso denaro nell’ultimo anno ha consegnato nel Sud del mondo meno cibo, quasi il 40 per cento. E i più poveri ne hanno fatto le spese.
Ma gli operatori non fanno i conti solo con la cresi economica. “Le difficoltà che incontriamo sul campo dimostrano quanto sia importante la collaborazione tra mondo umanitario e mondo militare”, sottolinea Marina Catena, dal settembre 2008 direttore del Programma alimentare mondiale dell’Onu in Francia. Basti pensare alla recente emergenza della Somalia, dove i pirati attaccano le navi che trasportano aiuti alimentari. E dove senza la scorta dei militari della missione a comando Ue chiamata “Atalanta” gli aiuti sarebbero bloccati.
A Milano per partecipare alla conferenza internazionale organizzata da Ipack-Ima alla Fiera di Milano dal titolo “Più tecnologia, sicurezza e qualità, meno fame nel mondo”, Marina Catena incarna l’incontro fra due settori in apparenza tanto diversi come le ong e le forze armate. Originaria di Ortona a Mare, in Abruzzo, 41 anni, comincia la sua attività umanitaria nel ‘99 a fianco di Bernard Kouchner. “Durante le missioni in Kosovo e in Iraq”, racconta, “ho scoperto il valore del lavoro dei nostri soldati all’estero e ho deciso di diventare una di loro”.
Gli aiuti alimentari del Pam, con la tazza rossa, simbolo della lotta alla fame nel mondo
Nel 2005 l’operatrice Catena diventa il tenente Catena, riservista dell’esercito, e nel 2007 parte per il Libano con i paracadutisti della Folgore. Dalla sua esperienza di donna in prima linea nasce il libro Una donna per soldato: diario di una tenente italiana in Libano (Rizzoli), i cui proventi vanno all’orfanotrofio femminile di Tibnin, in Libano.
“Metà soldato e metà operatore umanitario”, così si definisce Marina Catena. La donna giusta al posto giusto, con un entusiasmo che vacilla solo di fronte ai numeri enormi degli affamati del mondo. “Evito di pensare alle dimensioni dell’emergenza”, spiega, “per farmi forza preferisco ricordarmi di Lily. Questa bambina ruandese stava lì davanti ai funzionari del Pam che distribuivano cibo, in mano una tazza rossa con sopra il suo nome. La porgeva vuota e l’ha avuta indietro piena”. La tazza rossa di Lily è diventata il simbolo della lotta alla fame nel mondo.

Alla sbarra. Per la prima volta al mondo, un presidente in carica potrebbe essere portato davanti alla Corte Penale Internazionale per rispondere delle accuse di crimini di guerra e contro l’umanità. E’ quanto ha deciso oggi la Corte con sede all’Aja, che ha spiccato un mandato di cattura nei confronti di Hassan Omar al Bashir, il capo di stato sudanese, accusato dal procuratore generale Luis Moreno Ocampo di essere responsabile dei crimini commessi durante la guerra in Darfur.
La notizia era attesa da giorni, con trepidazione nelle cancellerie di mezzo mondo e con malcelata preoccupazione nelle stanze dei bottoni a Khartoum. Lo stesso Ocampo aveva anticipato la decisione della Corte nei giorni scorsi, annunciando di avere delle “forti prove” di colpevolezza nei confronti del presidente sudanese, contro cui sarebbero pronte a testimoniare circa trenta persone. Ancora ieri, Bashir si faceva beffe della Corte, definendo l’eventuale mandato di cattura “non meritevole dell’inchiostro con cui sarà stampato” e invitando giudici e procuratore a “mangiarselo”. Il Sudan ha atteso la decisione per settimane, tra la preoccupazione dei sostenitori di Bashir e i timori di quanti paventano eventuali ritorsioni del governo sudanese in Darfur, dove la guerra è già costata la vita a 300 mila persone in sei anni e dove le migliaia di caschi blu della missione Unamid potrebbero essere un facile bersaglio per le ire di Bashir.
Nonostante il mandato, è difficile che Bashir venga effettivamente assicurato alla giustizia: le autorità sudanesi hanno fatto sapere che non coopereranno nella cattura del presidente, e l’eventualità che i peacekeepers dell’Unamid, gestita congiuntamente da Onu e Unione Africana, arrestino Bashir, è praticamente impossibile. Ma non saranno solo i caschi blu e i civili darfurini a subire le conseguenze negative di quanto accaduto oggi. Un’anticipazione il governo sudanese l’ha data già, intimando a Medici Senza Frontiere di lasciare il Darfur entro oggi non potendo più garantire la sicurezza dello staff, a séguito della decisione presa dalla Corte.
Ma a segnare il passo potrebbe essere anche il processo di pace, avviato da anni ma mai seriamente decollato a causa delle divisioni interne ai ribelli, frazionatisi nel corso del tempo in dodici gruppi armati, ognuno con i propri uomini e la propria agenda politica. Nonostante l’opinione di alcuni analisti, che vedono il mandato nei confronti di Bashir come uno strumento di pressione diplomatica nei confronti delle autorità sudanesi, è probabile che la decisione di oggi irrigidirà la posizione del governo di Khartoum, già intransigente nei confronti delle richieste occidentali perché “protetto” al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dal veto della Cina, sua alleata.
A pronunciarsi sul mandato potrebbe essere lo stesso Consiglio, che ha facoltà di ritardare di un anno l’esecuzione del provvedimento. Usa, Gran Bretagna e Francia non sembrano però voler concedere ulteriore tempo a Bashir, per il quale il Sudan rischia di diventare una sorta di “prigione dorata” se, per sfuggire alla cattura, il presidente decidesse di rinunciare a vertici internazionali e summit. Certo, a Bashir rimangono gli amici della Lega Araba e dell’Unione Africana. Ma a prescindere dalle conseguenze pratiche, la decisione di oggi ha un altissimo valore morale. E nonostante la sua sicumera, da oggi Bashir potrà dormire un po’ meno tranquillo.
Gli ultimi commenti