
Il premier giapponese Naoto Kan (Credits: LaPresse)

Il primo ministro giapponese Naoto Kan ha lasciato la presidenza del Partito democratico e del governo. Nel Sol Levante il numero uno del partito di maggioranza alla Camera è il capo dell’esecutivo anche quando, come oggi, il Senato è in mano all’opposizione. Tutto questo a poche ore sia dall’annuncio di Moody’s del taglio da Aa3 a Aa2 del rating sul debito sovrano nipponico a causa del “grande deficit di bilancio e dell’accumulo di debito publico sin dalla recessione del 2009″, sia dall’approvazione di due leggi su tre da parte del Parlamento cui Kan aveva subordinato qualche mese fa il suo passo indietro. Continua

Renho Murata (Credits: AP Photo/Kyodo News)
La storia di Renhō Murata potrà non stupire il lettore italiano, ma la carriera di uno dei politici più popolari in Giappone è cominciata come testimonial pubblicitaria. Nel 1988, quando aveva 25 anni, Renhō Murata venne selezionata grazie alla sue bellezza per essere la tredicesima “Clarion Girl”, ovvero per diventare il volto dei prodotti (essenzialmente autoradio) della Clarion.
Il concorso è stato molto popolare nel Giappone degli anni Settanta e Ottanta. Per molte vincitrici, ha rappresentato un efficace trampolino di lancio verso una carriera nel mondo dello spettacolo. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Barack Obama e Bill Clinton (Credits: LaPresse/Bill Auth)
L’America scopre di avere due presidenti: Barack Obama e Bill Clinton. Non poteva esserci migliore e più plastica rappresentazione della volontà dell’attuale inquilino della Casa Bianca di voler dare una svolta alla sua presidenza; non poteva esistere miglior ritratto delle difficoltà di interpretazione della nuova fase del suo primo mandato, di quello disegnato, o meglio, scolpito, dal duetto (a sorpresa) in sala stampa del Numero 44 (Obama) e del Numero 42 (Clinton). Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

La Speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi (Credits: LaPresse/Alex Brandon)
L’allarme rosso non è ancora suonato al quartier generale repubblicano, ma da un paio di giorni a questa parte i sorrisi a trentadue denti che annunciavano la vittoria nelle prossime elezioni di Medio Termine sono stati sostituiti da più sobrie e prudenti espressioni del viso. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Christine O'Donnell, la candidata del Tea Party che ha vinto le primarie in Delaware ( Credits: LaPresse )
Jeff Zeleny - l’editorialista politico di punta del New York Times - scrive che si respira un clima simile a quello che si avvertiva nel 1994, quando l’ondata repubblicana sommerse il Congresso a maggioranza democratica, dando via al ciclo politico (e culturale) in cui - nonostante altri sei anni di Bill Clinton alla Casa Bianca - la destra americana (ri)prese in mano le redini del Paese, guidandolo poi per più di un decennio. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Barack Obama e Rahm Emanuel nello Studio Ovale della Casa Bianca (Credits: LaPresse)
Se sei un candidato “scomodo” dentro un partito e qualcuno (al vertice) ti offre un incarico di prestigio nel governo per abbandonare la competizione elettorale, farti da parte e lasciare la strada libera al tuo concorrente (avversario) interno per quella poltrona in Parlamento; se ti contattassero chiedendoti di abbandonare i tuoi sogni di Congressman per un sicuro ufficio dell’amministrazione; se ti dovesse capitare, lettore (semmai non ti sia già capitato), questa (ir)rituale pratica politica, come la chiameresti ? Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

barack obama e joe biden commentano il voto sulla riforma sanitaria. Credits : Ansa
La prima risposta degli americani è arrivata quando la votazione non era stata ancora completata. E non era un bel segnale per Barack Obama. Certo, sotto la forma di un (fallace) sondaggio; ma pochi hanno dubbi che quelle cifre non corrispondano alla realtà. E, a poche ore dallo storico voto a Capitol Hill, quelle rilevazioni indicano che il 59% dell’opinione pubblica statunitense è (era) contraria alla riforma sanitaria tanto voluta dal Presidente. Continua

Barack Obama stravince in North Carolina (58 delegati a 42), mentre l’Indiana va ad Hillary Clinton per un pugno di voti (37 delegati a 33). Salvo passi indietro dell’ex First Lady, il risultato è che il testa a testa continua e, a questo punto, bisognerà attendere il 3 giugno prossimo, data della fine delle primarie democratiche, per capire chi tra Obama e Hillary sfiderà a novembre il candidato del GOP, John McCain.
Obama doveva conquistare sia l’Indiana che il North Carolina per tagliare il traguardo della nomination del Partito Democratico e Hillary doveva vincere in entrambi gli Stati per riaprire una corsa che per lei, tanto più dopo il voto di oggi, continua a essere drammaticamente in salita. Così non è stato e, come previsto dai sondaggi della vigilia e dagli analisti, la Carolina del Nord è andata ad Obama (cui ora mancherebbero 189 delegati per raggiungere quota 2025 e che ha un vantaggio di 155 delegati sulla rivale ndr) mentre l’Indiana ad Hillary. La guerra di nervi tra i due rivali continuerà dunque a sfinire esperti e giornalisti di mezzo mondo mentre se la ride il repubblicano McCain, già sicuro di essere in lizza per le elezioni del prossimo 4 novembre. Aspetta, come un cinese sulla sponda del fiume, di vedere quale “cadavere democratico” gli passerà al fianco trascinato a valle dalla corrente. Soprattutto perché in base agli exit poll che hanno allietato la notte appena conclusasi solo il 45% degli elettori democratici del North Carolina che hanno votato per la Clinton alle primarie si sono detti disposti a puntare su Obama a novembre.
Corsa a oltranza. Difficile comunque credere, come alcuni esperti hanno paventato, che la Clinton si ritiri dalla corsa adesso che mancano “appena” una manciata di stati alla fine delle primarie. Altrettanto improbabile che possa proporsi un ticket democratico con entrambi i candidati in lizza, con Obama alla presidenza e la Clinton sua vice. Alcuni democratici, timorosi che questa lunghissima lotta divida il partito comunque lo vorrebbero.
David Axelrod, consigliere strategico di Obama si è detto felice perché il Partito Democratico è riuscito a “portare al voto migliaia di nuovi giovani, che si sono registrati per la prima volta”. Il senso del messaggio? Più partecipazione uguale a più felicità anche se, strategicamente ragionando, il punto vero è che mentre i due candidati democratici continuano a combattersi l’un l’altro, il repubblicano McCain ha già iniziato mesi fa a fare campagna per le presidenziali. La domanda che, dunque, molti si fanno è: possiamo permetterci di partire con un paio di mesi di ritardo in una maratona presidenziale?
Dopo il risultato di stanotte, comunque, se un favorito c’è tra i Democratici questi è Obama che in testa era e in testa rimane per quanto concerne il numero dei delegati. Per tagliare il traguardo della candidatura, uno dei due deve arrivare a quota 2025. A Obama ne mancano circa 200, alla Clinton 350 e, dunque, Hillary per riuscire nell’impresa dovrebbe raccogliere almeno il 70% dei delegati e superdelegati ancora in palio. Un’impresa oggettivamente titanica.
Ciò che comunque colpisce di più della maratona tv è la pazienza del popolo statunitense che da sei mesi assiste senza batter ciglio alle analisi del voto proposte dai bravissimi anchorman di CNN in inglese, BBC e CNN en español. Nel North Carolina il 67% dei votanti bianchi democratici con un’età superiore ai 21 anni che non hanno conseguito un diploma al college ha votato per Hillary. E cioé: i bianchi meno scolarizzati delle zone rurali continuano a preferire una donna bianca a un uomo nero. Più interessanti gli exit poll sul voto diviso per origine razziale. In North Carolina, ad esempio, Obama ha raccolto uno strabiliante 91% del voto dei neri, contro appena il 6% della Clinton. Più trasversale il voto dei bianchi che hanno votato nel 59% dei casi Hillary e nel 36% il candidato di colore.
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Che cosa ha detto Obama. Ma come hanno commentato il risultato i due protagonisti? Il primo a prendere la parola è stato Obama. Con un sorriso smagliante lo ha fatto da Raleigh, nel North Carolina, davanti a una folla urlante a spoglio ancora in corso. “Grazie, grazie, grazie”, rivolgendosi a una folla che impazzita urlava “presidente, presidente”. “Grazie a tutti, grazie North Carolina”, ha ripetuto una decina di volte. “Voglio iniziare congratulandomi con Hillary per quella che sembra una sua vittoria in Indiana. Grazie alla gente dell’Indiana. Ma soprattutto grazie alla gente del North Carolina, uno stato dove lotteremo duramente se sarò io il candidato alla Casa Bianca”, ha detto Obama che poi si è soffermato sulle divisioni, solo presunte secondo lui, tra i suoi supporter e quelli di Hillary. “Siamo a 200 delegati dall’assicurarci la candidatura alla Casa Bianca. Ma più importante è che abbiamo dimostrato che può essere superata la politica di divisione. Questo è il significato di questo voto. Per questo vogliamo cambiare questo paese. Quella attuale è una delle lotte più serrate nella storia delle primarie Usa. Questa sera c’è chi ha suggerito che i Democratici sono divisi e che gli elettori di Hillary non appoggeranno me e viceversa nel voto presidenziale. Non lo credo. Questa elezione è per scegliere chi cambierà questo paese e quando queste primarie saranno finite faremo bene a ricordare che siamo il partito di Jefferson, il partito degli ideali. Per questo dobbiamo camminare uniti verso una nazione migliore. Dopo due mandati di Bush non possiamo concedere un terzo mandato ai repubblicani. Perciò, nonostante tutte le voci, noi democratici saremo uniti a Novembre”. Poi una serie di riferimenti alla situazione economica, al sistema sanitario che oggi non è accessibile a tutti e che con lui lo sarà, a chi ha perso il lavoro, a chi ha perso i figli in Iraq e ai parenti dei marines che non possono sopportare altri 4 anni lontano dai propri figli. “Non è la guerra che ci fa più sicuri, abbiamo bisogno di più rispetto. Per questo mi candido”, ha detto Obama che ha poi lanciato un invito alle compagnie petrolifere perché investano in energia pulita.
Il discorso di Hillary. Al fianco il marito Bill e la figlia Chelsie. Con due ore di ritardo rispetto al suo avversario, indossando un completo blu mare, Hillary comincia il suo discorso all’attacco. “Nove mesi fa Obama aveva detto che l’Indiana sarebbe stata decisiva e che l’avrebbe vinta. Bene, grazie gente dell’Indiana, oggi è la vostra vittoria!”. “Presidente, presidente” urla il popolo di Hillary al quale la senatrice lancia un appello, “andate su hillaryclinton.com e aiutatemi a continuare questo lungo viaggio”, un chiaro riferimento alle difficoltà di fundraising che la Clinton ha avuto negli ultimi mesi. Poi un discorso sugli “invisibili” d’America, i disoccupati, quelli che hanno perso un figlio in Iraq, chi è senza assistenza sociale. Hillary, assicura, di conoscerli bene e di “volere lottare per loro”. “Io sono la presidente in grado di far funzionare le cose, con competenze economiche e per questo mi impegnerò affinché le compagnie petrolifere riducano le tasse. È ora che tutti abbiano un’assistenza sanitaria. L’America ha bisogno di un sogno americano e del Partito Democratico. Perciò è importante andare avanti e riportare gli Stati Uniti a un futuro migliore per voi e i vostri figli”. Poi un tenue appello all’unità del partito. “Io lavorerò per la nomina di un candidato democratico perché noi dobbiamo vincere a novembre. Non possiamo permetterci che i repubblicani restino al potere e questa è una battaglia non solo dei democratici ma di tutti gli americani che vogliono un paese differente”. Infine un richiamo al regime dittatoriale di Myanmar affinché lasci “entrare gli aiuti umanitari dal resto del mondo” e un appello perché il Comitato elettorale del Partito Democratico “conti anche i voti della Florida e del Michigan”, che invece secondo quanto stabilito inizialmente non eleggono delegati per la Convention di Denver. Una chiusura non casuale perché proprio il cambiamento delle regole è forse l’ultima speranza di vittoria per Hillary contro Obama.
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Chi vorreste vedere come prossimo presidente degli Stati Uniti?

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