
(Credits: Epa/Abedin Taherkenareh)
La presa dell’ambasciata britannica da parte di un gruppo di studenti iraniani filo-regime è il gesto disperato di una fazione della Repubblica islamica che si sente spalle al muro. Nei confronti della comunità internazionale, che nei giorni scorsi ha deciso ulteriori sanzioni contro Teheran. Ma anche nei confronti dell’ala moderata all’interno della repubblica di ayatollah e pasdaran (sempre più potenti).
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- farian
- Martedì 29 Novembre 2011

(Credits: Epa/Massoud Hossaini)

Nei giorni scorsi i media hanno dato molta visibilità alle informazioni rese note ancora una volta da WikiLeaks circa il ruolo dell’Iran nell’armare e indirizzare le milizie talebane contro i militari alleati e italiani in Afghanistan Occidentale. Notizie emerse da alcuni dispacci militari statunitensi tra i 15.000 rimasti inediti e di cui l’Ansa ha preso visione. Tra il 2007 e la fine del 2009 il governo iraniano ha addestrato, coordinato e armato alcuni gruppi talebani nelle province di Herat e Farah, dove i militari statunitensi e italiani operano fianco a fianco.
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Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(Credits: AP Photo/Altaf Qadri)
Ancora una volta le notizie emerse dai report classificati resi noti a da WikiLeaks non rivelano nulla di nuovo ma confermano una realtà in molti casi taciuta dalle fonti ufficiali. Un rapporto dell’intelligence italiana dall’Iraq redatto nella primavera del 2004, otto mesi dopo l’inizio della missione militare Antica Babilonia a Nassirya, informava dell’arrivo in città di 400/500 combattenti “provenienti dall’Iran”.
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Bolognese, 47 anni, ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(Credits: LaPresse)
dal nostro inviato a Herat (Afghanistan)
Non è certo la prima volta che emergono dall’Afghanistan prove dettagliate circa il supporto diretto che l’Iran offre ai talebani afghani in termini di denaro, armi e addestramento, ma le fonti citate dal britannico Sunday Times hanno fornito una mole di materiale tale da compromettere la posizione del regime di Teheran che a parole vuole contribuire a stabilizzare lo stato confinante.
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Farian Sabahi, docente presso
l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive
per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con
alcune radio locali e straniere. Per Bruno Mondadori ha
scritto
Storia dell'Iran (dal 1892 a
oggi) e per Laterza "Un'estate a Teheran". Nel 2010 è stata insignita del premio di giornalismo Amalfi Media Award.

(Credits: Ansa)
Nel quotidiano del Bahrein Gulf News ho trovato un articolo che desta preoccupazione. Si legge che gli israeliani stanno preparando un attacco militare contro l’Iran partendo dalle basi dell’Azerbaigian e della Georgia. L’obiettivo dello stato ebraico sarebbe bombardare Teheran partendo dal Caucaso. Il quotidiano del Bahrein cita il giornale Akhbar Al Khaleej che a sua volta cita fonti militari.
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Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà
La voce di Davood Karimi tradisce la pre-occupazione e l’eccitazione per quanto sta accadendo a Teheran. Aspetta questo momento da trent’anni. Lui come gli altri rifugiati iraniani e gli oppositori politici del regime islamista che si riconoscono nella guida della Resistenza Iraniana, Massoud Rajavi. Karimi cura un blog molto aggiornato con notizie e foto dall’Iran ed è il presidente dell’Agenzia Iran democratico. A Panorama.it parla della rivolta nelle strade delle città iraniane.
Cosa vogliono davvero i manifestanti? Un riconteggio dei voti, l’elezione di Mousavi o un cambiamento più radicale dell’intero sistema?
La protesta ripercuote la volontà di un popolo oppresso da trent’anni, che vuole semplicemente libertà e democrazia. Le elezioni sono state il pretesto di cui c’era bisogno, anche se quasi tutti sapevano che si trattava di una fiction tv.
Ma Mousavi non è propriamente contro il sistema e finora l’obiettivo delle proteste non è Khamenei ma Ahmadinejad
Non è vero. La contestazione è più radicale. Ieri nelle piazze di Rezai, a Teheran, i giovani gridavano “Morte a Khamenei”, la Guida suprema. Non si limitano a chiedere un cambio del governo. I nostri amici e colleghi tentano di testimoniarlo, ma temo che il regime non tornerà sui suoi passi. Non c’è una soluzione politica all’orizzonte, l’Occidente deve ascoltare il popolo iraniano e non concentrarsi sul colore verde.
Ma chi c’è dietro ai manifestanti? Chi organizza le proteste? Gli appoggi politici sono da cercarsi nella parte vicina a Rafsanjani?
Il giorno dopo le elezioni il ministro dell’Interno ha detto che le manifestazioni erano sostenute da gruppi terroristici e non dai partiti. L’unica leadership riconosciuta è quella della resistenza iraniana, quello che vogliono gli studenti è la morte del regime e la democrazia. E hanno colto le elezioni come occasione per allargare le spaccature interne al clero e ai politici.
Crede che Mousavi continuerà con l’opposizione se questa si radicalizzerà?
Ci sono due strade per Mousavi: o si arrende a Khamenei o sceglie la resistenza che lotta da trent’anni. E’ l’unica via. Ormai il popolo è in piazza, nonostante i Basiji e la repressione.
La grande maggioranza delle informazioni ci giungono da Teheran, ma cosa sta succedendo nel resto del paese?
A quanto sappiamo in ogni città ci sono focolai di protesta e tensioni soffocate nella repressione. Il nord dell’Iran e la zona dove vivono i Curdi è paralizzata da scioperi e manifestazioni. Ma la partita decisiva si gioca a Teheran.
Sembra ormai accertato che ci siano stati brogli, ma il sostegno ad Ahmadinejad nelle aree rurali non era comunque molto alto?
Balle. False voci diffuse dal regime, veleno che è stato raccolto dai giornalisti occidentali. Le elezioni erano una farsa e la partecipazione è stata bassa. Io sapevo già nel pomeriggio che avrebbe “vinto” Ahmadinejad, il regime aveva bisogno di questa fiction, anche quattro anni fa avevano organizzato i brogli per fare vincere i conservatori. Mousavi è stato imbrogliato, pensava di potercela fare. Ma questa volta è stato un boomerang perché la gente che è andata a votare si è resa conto della truffa.
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale in questo scenario?
La resistenza iraniana ha chiesto di sostenere il popolo iraniano e chiudere ogni accondiscendenza nei confronti del regime: il dialogo non ha prodotto nulla
Un intervento militare?
Assolutamente no. Sarebbe sfruttato dagli ayatollah, maestri dell’inganno, e ricompatterebbe il consenso contro l’Occidente. C’è una terza via: il sostegno politico alla resistenza e al popolo iraniano, che sa camminare con le sue gambe.
Voi rifugiati e oppositori politici all’estero come agite?
Cerchiamo di fare pressione e dare informazione. Pochi giorni fa a Parigi c’è stata una grande manifestazione di 95mila persone. Il nostro dovere è di tenere alta l’attenzione internazionale, fare arrivare le storie di chi muore per manifestare, come quella povera ragazza, Neda. Dobbiamo dimostrare che non è morta inutilmente. Per questo ho organizzato una manifestazione domani a Roma, a Montecitorio, alle 5 del pomeriggio, in suo nome.
Cosa pensa che accadrà in Iran se le proteste continueranno?
La diga della paura, del terrore, ormai è saltata. Aumenteranno le violenze e la repressione dei Basiji, il regime si chiuderà in se stesso e porterà a termine la chirurgia interna eliminando le voci più critiche. Ma per loro la fine è iniziata. Andiamo verso la resa dei conti.
Mi sembra difficile che il movimento abbia successo senza alcun appoggio tra i militari…
Proprio ieri ho saputo che uno dei maggiori capi dei Pasdaran è stato rimosso dall’incarico per essersi rifiutato di sparare ai manifestanti. Il nome non lo posso dire. Ma l’opposizone tra le forze armate c’è, molti sono già stati eliminati. Ma il colpo finale verrà dalle donne: sono loro a dare la svolta. Scendono in piazza, incitano i compagni e i figli e sono più efficaci delle armi. La libertà e la democrazia sono vicine.
Iran in rivolta. Cosa dovrebbe fare l’Amministrazione americana?
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A pochi giorni da un viaggio del presidente degli Stati Uniti George W. Bush in Medio Oriente, un incidente è stato sfiorato - avverte la Cnn - tra cinque vedette dei pasdaran iraniani e tre navi da guerra americani nello strategico stretto di Hormuz, braccio di Mare che collega il golfo persico e il golfo di Oman e separa la penisola arabica dalle coste dell’Iran. Si è verificato domenica all’alba, e secondo le fonti americane, si è trattato di una provocazione iraniana, con uno scontro a fuoco evitato per un soffio in una zona strategica per l’approvvigionamento di greggio e quindi per il suo prezzo sul mercato mondiale.
Prima il portavoce del Dipartimento di Stato Sean McCormack, poi il suo collega del Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, Gordon Johndroe, hanno condannato fermamente quanto avvenuto, giudicando l’atteggiamento iraniano potenzialmente ostile, con i rischi di un vero incidente tra Washington e Teheran.
McCormack ha definito “sconsiderato, sprezzante e potenzialmente ostile” l’incidente nello Stretto, avvertendo che Washington “è pronta ad affrontare” l’Iran se farà atti ostili contro gli Usa o i suoi alleati. In base alle prime ricostruzione fatte da fonti anonime del Pentagono, “si è trattato della piu’ grave provocazione di questo tipo che abbiamo mai visto”. “Cinque piccole imbarcazioni si sono comportate in maniera molto aggressiva - hanno spiegato le fonti -, minacciando le navi e gettando casse in mare proprio di fronte alle tre navi, obbligandole a fare manovre di allontanamento… Nessuno è stato ferito, ma avrebbe potuto succedere e proprio quando le navi Usa si preparavano ad aprire il fuoco” le navi iraniane si sono allontanate. Secondo la fonte del Pentagono citata dalla Cnn, da una delle navi dei pasdaran sarebbe partito il seguente messaggio: “Stiamo per attaccarvi, vi faremo saltare per aria tra pochi minuti”.
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