
Di Marco De Martino
Mentre andava all’appuntamento con l’uomo che gli aveva promesso di fargli incontrare i suoi bambini per abusarne, Jimmy aveva intuito che sarebbe stato arrestato, eppure non è riuscito a fermarsi: “Ero troppo eccitato, nel computer avevo accumulato decine di foto pornografiche di ragazzini e finalmente in una chat su internet avevo incontrato uno che sembrava come me, che diceva di volermi presentare dei bambini”. Vista oggi, a mente lucida, l’offerta di quell’uomo incontrato online non aveva senso: quale padre potrebbe concepire di dare i propri figli in pasto a un pedofilo? Eppure, solo quando scattarono le manette Jimmy capì che per due settimane aveva descritto quello che avrebbe voluto fare con quei bambini a un poliziotto: “La mia sola consolazione è non avere mai potuto mettere in pratica quelle orribili fantasie”.
Era il 2001. Jimmy allora aveva 26 anni e una voce più baritonale di quella angelica con cui ora racconta a Panorama la sua storia. Unica condizione, la promessa di mantenere l’anonimato. “Non solo ho la voce in falsetto e ho guadagnato peso, mi si è anche ristretto un testicolo e ho perso tutti i peli che avevo sul corpo. Capita spesso a quelli come me”. Quelli come lui sono la versione contemporanea degli eunuchi rinascimentali, resi tali non dall’evirazione fisica che si praticava allora, ma dalla castrazione chimica provocata da un’iniezione mensile di 7,5 milligrammi circa di Depo-Lupron. La medicina, chiamata anche leuprolide, di solito viene usata per il tumore alla prostata. Ma poiché abbassa i livelli di testosterone, serve anche a diminuire il desiderio sessuale. “Ho chiesto di cominciare la cura ancora prima di essere condannato a quattro anni di carcere” ricorda Jimmy. “Senza l’aiuto della medicina non sarei mai riuscito a controllare la mia frenetica voglia di sesso”.
Di castrazione chimica non si dibatte solo in Italia, dove un emendamento della Lega nord al decreto sugli stupri chiede benefici carcerari per i violentatori che si sottopongano volontariamente al trattamento farmacologico per una durata minima di due anni. Anche in altri paesi europei (Polonia e Spagna, per esempio) sono state avanzate proposte simili. Ma è negli Stati Uniti che la sperimentazione è più avanzata. In California la castrazione chimica è obbligatoria dopo il secondo arresto per violenza carnale, e può essere ordinata dai giudici anche al momento della prima condanna se la vittima ha meno di 13 anni. I giudici di Iowa e Florida hanno facoltà di valutare caso per caso l’opportunità di ordinare il trattamento, mentre il governatore della Louisiana ha dato facoltà ai giudici del suo stato di decidere se ordinare la castrazione chimica dopo il rilascio del condannato dal carcere. Altrove si va anche oltre. In Texas ai condannati per stupro viene offerta la castrazione chirurgica, ovvero l’eliminazione dei testicoli, in cambio di riduzioni della pena. Mentre 94 incriminati per violenza carnale sono stati castrati nella Repubblica Ceca, l’unico paese europeo a consentire questa pratica, che il comitato antitortura del Consiglio d’Europa sta cercando di bloccare dopo averla definita “invasiva, irreversibile e mutilante”.
Una lista di aggettivi a cui Fred Berlin, che a Baltimora dirige la clinica sui disordini sessuali della Johns Hopkins University, aggiungerebbe anche la parola “inefficace”, almeno se la si confronta alla castrazione chimica: “A chi è evirato per recuperare il desiderio dopo l’operazione chirurgica basta ordinare testosterone su internet” informa Berlin (vedere il riquadro nella pagina precedente). “Chi si sottopone a castrazione chimica invece è controllato dal medico che somministra la medicina”.
Jimmy, che abita in Pennsylvania, è uno dei circa 100 pazienti del dottor Berlin che ogni mese viaggia fino a Baltimora per la sua iniezione: “L’effetto del Depo-Lupron è rendere il sesso un pensiero occasionale, che puoi controllare, perché l’abbassamento del testosterone ti dà lo spazio mentale per valutare le situazioni” racconta Jimmy. “Prima di cominciare il trattamento invece ero totalmente posseduto dai miei impulsi: non potevo trattenermi, ero fuori controllo. Passavo il giorno su internet a organizzare incontri: facevo sesso con partner che spesso rimanevano anonimi e dopo tornavo a casa a guardare porno, non solo immagini di maschi adulti ma anche di bambini”. Ora il sesso è un pensiero ancora presente, ma remoto. Jimmy ha un fidanzato, che conosce la sua storia ma vive in un’altra città. Con lui ha rapporti intimi: “Succede una o due volte l’anno, e va bene così: nonostante la medicina posso ancora avere delle erezioni, ma la voglia di sesso è poca. Se alla televisione vedo una persona che mi eccita, magari penso di masturbarmi, ma poi quasi sempre non lo faccio. E quando succede l’orgasmo non è più appagante come un tempo”. Basta non prendere più la medicina, però, e il desiderio torna. A Jimmy è capitato mentre era in prigione: “A un certo punto ho notato che avevo un nodulo sul petto, e i dottori del carcere hanno deciso di interrompere il Depo-Lupron. Non è stato un problema mentre ero in galera, ma appena sono uscito ho ricominciato a fare sesso in giro”. La cosa è venuta fuori durante l’esame con la macchina della verità a cui si deve sottoporre ogni anno, parte delle condizioni del regime di semilibertà a cui è vincolato per 10 anni dopo l’uscita di prigione: “Quando il dottor Berlin ha visto i risultati del test, mi ha proposto di ricominciare con la medicina e subito il desiderio è calato nuovamente”. Jimmy però non pensa che sia stato il Depo-Lupron da solo a riportare la sua sessualità a una dimensione gestibile.
“Ad aiutare molto sono anche i gruppi di sostegno a cui partecipo con altri che hanno problemi legati alla sessualità, e che si affiancano alle sedute individuali con uno psicologo. Ora comincio a capire che i miei problemi derivano probabilmente dall’avere nascosto per anni il mio essere gay, dall’avere avuto paura di rivelarmi agli altri, dall’avere cercato di nascondere questa situazione mettendomi in contatto online con altri che a loro volta conducevano una doppia vita”. Oltre a non potere avvicinarsi a bambini, Jimmy non può neppure usare internet. E tutti i suoi vicini sanno del suo passato, perché dopo l’uscita di prigione si è dovuto iscrivere al registro dei “sex offender”, i condannati per reati legati alla violenza sessuale, consultabile da tutti su internet. A Jimmy il termine castrazione chimica non dà fastidio: “La possiamo chiamare come vogliamo, ma non è una evirazione totale: il corpo funziona ancora”. L’unica cosa che non sopporta è l’idea che in alcuni stati la medicina che lui sta prendendo volontariamente possa essere obbligatoria: “Non tutti i molestatori hanno bisogno del trattamento farmacologico, a molti basta il supporto terapeutico per essere in grado di controllare le loro pulsioni. Sarebbe crudele sottoporli comunque a una cura che ha effetti collaterali molto pesanti”. Appena possibile lui vorrebbe interrompere con la medicina: “Penso che riuscirò a farlo tra cinque anni, ma solo se sarò ancora stabilmente fidanzato. Allora, probabilmente, per mantenere l’autocontrollo mi basteranno le sedute terapeutiche di gruppo. Quelle continuerò a farle molti anni dopo avere interrotto il trattamento farmacologico. Anche dopo avere terminato la libertà condizionale. Avere una situazione in cui mi posso esprimere liberamente con altri come me mi aiuta tantissimo”.

Sarà processato per direttissima il turista italiano di 60 anni, D. C. R., arrestato ieri nella località marittima di Pattaya perché sospettato di avere avuto rapporti sessuali con un bambino thailandese. Fermato dagli agenti della Divisione per la lotta ai crimini contro l’infanzia e le donne e già interrogato presso la centrale di polizia locale, l’italiano è stato trasferito sotto scorta dalla località di villeggiatura alla capitale Bangkok. Un mese fa, in un’operazione della Polizia italiana denominata Thai, che aveva portato a 5 arresti, 110 indagati e 116 perquisizioni in tutta Italia, era stato bloccato a Fiumicino, mentre sbarcava da un volo da Bangkok, un professore universitario di 55 anni. Nella sua casa erano stati sequestrati video pedo-pornografici girati in Thailandia.
Di Senio Bonini
Sono convinto che le offese, le calunnie, ma soprattutto le minacce anche fisiche che mi sono arrivate in seguito all’inchiesta sulla pedofilia a Malindi condotta da me per Panorama rappresentino più una conferma di quanto denunciato che una legittima confutazione. Detto questo, e premesso che non perderò il mio tempo a controbattere agli insulti che mi sono stati indirizzati, ci tengo a rispondere a quanto mi è stato mosso.
Il reportage. Ci si spinge a sostenere che io non sia mai stato a Malindi. Per me parla il mio passaporto e le ricevute che ho con me. Per me parlano le centinaia di foto scattate da Simone Stefanelli, mio compagno di viaggio. Foto che ritraggono non una, ma decine di ragazzine, tra i 10 e i 14 anni, davanti a quei locali, o addirittura all’interno di quei locali, citati nel pezzo. Per me parlano le testimonianze di vita raccolte in strada, delle ragazzine e delle loro famiglie.
Molti degli attacchi che ho subìto hanno messo in discussione le interviste con l’ambasciatore Pierandrea Magistrati e il giornalista Fred Olouch a Nairobi. Ebbene, stupito per questi attacchi improvvidi, in questi giorni ho provveduto a contattarli nuovamente ricevendo la conferma tanto dei nostri incontri quanto del tenore delle nostre conversazioni. Senza considerare le foto scattate nello stesso studio dell’ambasciatore.
Per di più il collega del “Nation”, Fred Olouch, ha negato categoricamente di essere mai stato contattato di recente dal consolato italiano e dalle associazioni che fanno riferimento alla comunità italiana a Malindi, come riportato nelle lettere contro di me. Anche l’ufficiale di polizia Philip Opiyo, raggiunto telefonicamente, non ritratta quanto detto né tanto meno afferma di non avermi mai incontrato.
Come confutare poi un dossier diffuso dalla più autorevole delle organizzazioni internazionali a tutela dell’infanzia, l’Unicef, che nero su bianco conferma quanto da me raccolto sul campo? Così come lo confermano altre due ong in prima linea da anni nella difesa dei bambini vittime di violenze sessuali, Ecpat e Unicef Italia. E lo stesso Giorgio Manzi, del Ris di Roma, interpellato sull’argomento, conferma il mio racconto.
Certo, l’inchiesta può aver suscitato la rabbia dei residenti italiani a Malindi che onestamente vivono e lavorano in questa località da anni, ma non era assolutamente nei miei intenti infangare un’intera comunità, (e questo è dimostrato dalle espressioni che ho usato nel testo, come ad esempio “alcuni italiani ne approfittano”), bensì quello di denunciare una piaga che mina l’infanzia di centinaia di bambini. E poi, non dovrebbero essere gli onesti per primi a chiedere che si faccia pulizia dei pedofili? O quella realtà disturba chi vuol farsi spensieratamente i bagni nelle acque di Malindi senza guardare che cosa succede intorno? E chi vive di turismo, reagendo in questo modo, non dà l’impressione di preoccuparsi dei propri affari più che delle bambine sfruttate sessualmente?
Considero dunque del tutto pretestuosa, se non strumentale, l’accusa di aver pubblicato “un’inchiesta vecchia di alcuni mesi” con il solo scopo di “danneggiare il turismo a Malindi”. Ho proposto la mia inchiesta a Panorama che per settimane mi ha chiesto verifiche e riscontri. Davvero si vuol far finta di credere che sia scorretto denunciare una tragedia come quella della pedofilia solo perché sono trascorsi alcuni mesi dalla raccolta dell’informazioni sul campo? Il rispetto e la dignità dei bambini non vanno in prescrizione.
Di Senio Bonini
“Lui mi ha preso la prima volta che avevo 9 anni. Da allora lo incontro tutte le settimane, l’ultima volta due giorni fa. Arriva, ferma la macchina. Io entro, mi porta nella villa. A volte ci sono altri uomini con lui. Poi, quando tutto è finito, mi riporta a casa. I soldi? Cinquecento scellini, più o meno 5 euro”. In fondo lui paga bene. È puntuale. E si comporta come tanti qui. “E poi lui non picchia. E non vuole neanche quelle cose strane…”. È anche gentile, lui. “Qualche volta mi fa anche dei regali, vestiti, una collana, caramelle”. Lui è un “mzungu”, un uomo bianco. Agisce indisturbato, forte del suo portafoglio. Lui ha modi morbidi e morbosi. Lui è italiano. E non è solo, ma in buona compagnia.
Evelyne vive a Maweni, sobborgo d’argilla e lamiera di Malindi, in Kenya. Poche centinaia di metri dai resort a cinque stelle, dalle spiagge bianche miste a saponaria che disegnano la costa, a un palmo dalle “villas” di Casuarina, Mayungo e Mambrui, muri di protezione alti 3 metri e buganvillee. Ed è lei una delle vittime silenziose dell’orco italiano che in questa cittadina un tempo portoghese si macchia di violenze che guai a commetterle in patria.
“Karibuni italiani”, benvenuti. La sua infanzia si sgretola quando diventa “proprietà degli italiani” e in un sol colpo donna, seppure violata. “Il mio si chiama Angelo, viene da Roma” racconta sull’uscio della baracca che divide con la madre e due sorelline. Avrà sì e no 13 anni, anche se come una nenia ripete di averne 18. In fondo spera di trovarsi di fronte a un altro acquirente, magari l’ultimo, pronto a strapparla dall’inferno quotidiano che è la sua esistenza. Pronto a portarla via, laggiù in Italia. “È il mio lavoro” dice con un filo di voce mentre violenta la magliettina rossa incapace di coprire una pancia sospettosamente pronunciata. Al suo fianco c’è la madre, meno di 40 anni e il volto solcato dalle rughe. Un passato da “malaya”, prostituta: sette figli e la convinzione che Evelyne non possa far altro che emulare il suo passato. Prende le mie mani, le guida sulla pelle ancora liscia della figlia e in swahili sibila qualcosa, come a garantire della qualità della merce. “È roba buona, te la sta consegnando” interviene Alì, la nostra guida nei bassifondi di Malindi. Non sono solo le spiagge o la buona cucina ad attrarre gli italiani a Malindi. C’è anche il suo serbatoio umano a buon mercato. Ragazzine e ragazzini a portata di mano, ma soprattutto a rischio zero. “Di bambine come Evelyne ne trovi a centinaia qui” spiega Alì, un tempo trafficante d’eroina a Mombasa, oggi venditore di conchiglie, quattro figli da sfamare. “Gli italiani fanno quello che vogliono, prendono i nostri bambini, li violentano, ne abusano e nessuno fa niente. I poliziotti non intervengono, ogni tanto ne beccano uno sulla spiaggia, si fanno dare un ‘kitu kidogo’, una bustarella di 5 mila scellini (50 euro, ndr), e lo lasciano andare. Però quelli più organizzati, quelli che qui ci vengono da anni, non si fanno trovare. Prendono i bambini e li portano nelle ville che affittano o che hanno comprato. E i genitori lasciano fare, è normale”. In un Paese dove un cameriere riesce a guadagnare 60 euro al mese, e dove secondo le usanze tribali sposarsi a 13 anni è considerato naturale, lo sfruttamento sessuale dei bambini appare fisiologico. E alcuni italiani (2.500 i residenti solo a Malindi, molte migliaia quelli che ogni anno vi si recano in vacanza) ne approfittano. Nero su bianco, c’è un rapporto diffuso dall’Unicef che mette spalle al muro la comunità italiana di Malindi (qui il report in pdf).
Non solo Thailandia, Filippine, Cambogia: il nuovo confine del sesso proibito è qui. Si legge che nel tratto di costa compreso tra Mombasa e Lamu sarebbero 10-15 mila ragazzini e adolescenti fino a 18 anni vittime dello sfruttamento e del turismo sessuale. Il 10 per cento al di sotto dei 12 anni. E gli italiani (il 18 per cento dei clienti) occuperebbero saldamente la prima posizione nella triste classifica delle nazionalità che ne fanno uso e abuso. Prima di tedeschi (14 per cento), svizzeri (12), poi a ruota ugandesi, tanzaniani e britannici. Un mercato a luci rosse accettato dal 75 per cento dei keniani.
Procurarsi un minorenne è semplice. Basta rivolgersi a loro, i beach boy sulla spiaggia, i disperati di Uhuru Park, gli accattoni dei quartieri malfamati. Solerti imprenditori di se stessi, pronti a consegnarti per poche centinaia di scellini una bambina o un bambino, a seconda dei gusti.
La rete sommersa. Oppure frequentare i locali giusti. Le più giovani aspettano fuori. “Italiano? Scopare?”. Ti avvicinano, trucco e vestiti scelti per celare l’età. “Io ci vado tutte le sere” spiega Chris, 13 anni e un rossetto sbavato sulle labbra. “Gli italiani sono i clienti migliori. Pagano fino a 2 mila scellini, quasi 20 euro. Di più senza preservativo. Del resto tu le caramelle mica le mangi con la carta”. Poche battute e l’affare è fatto. Altrimenti, “per le cose fatte bene” come dice Alì “per il servizio a domicilio, pochi rischi e divertimento assicurato”, non resta che votarsi alla “rete”.
“Esiste, eccome, è tutto in mano loro”: Philip Opiyo è un giovane poliziotto a capo della stazione di Malindi. Scuote la testa: “Molti italiani hanno formato negli anni una rete neppure troppo sotterranea che controlla il traffico sessuale dei nostri bambini. Sono imprenditori, proprietari di bar, ristoranti, tour operator. Gli ’shugada’, i pedofili, si rivolgono a loro per avere i piccoli che vengono presi e portati nelle ville. Sappiamo che spesso partono dall’Italia tour organizzati con tanto di ordinazioni. Gli intermediari ci guadagnano e non di rado partecipano ai festini. Noi difficilmente riusciamo a fare qualcosa. In primo luogo perché le ville sono come fortini, blindati, inaccessibili. Secondo perché povertà e corruzione inquinano i nostri uomini”.
Corruzione e rassegnazione. Tesi sostenuta anche da Fred Olouch, giornalista del Nation, il più importante quotidiano del Kenya, da anni in prima linea nella battaglia contro lo sfruttamento dei bambini. “Perché un poliziotto che coglie in flagranza un italiano con un minorenne dovrebbe denunciarlo? Con il suo silenzio guadagna in 5 minuti l’equivalente di mesi di lavoro. Senza considerare che, se anche fa il suo dovere, c’è sempre la possibilità che l’italiano sorpreso con un minorenne la faccia franca corrompendo un giudice o pagando una cauzione di poche decine di migliaia di scellini: niente per le vostre tasche”.
Toni rassegnati come quelli che usa Haman Shambi, una sorta di prefetto della città, per disegnare la cartina e la storia del potere degli italiani a Malindi. “I primi arrivarono qui negli anni 80, ma il boom vero e proprio esplose 10 anni più tardi. Attirati dalla bella vita e dalle belle donne a buon prezzo e, per alcuni di loro, qualche camorrista e brigatista in fuga dall’Italia, dalla certezza di non poter essere estradato”.
Oggi Malindi parla italiano, le insegne e i cartelli stradali sono in due lingue e il tricolore sventola dai palazzi. La comunità si riunisce attorno agli esercizi commerciali: il Bar Bar, il Sultana Cottage, il Baby Marrow. “Sotto sotto qui molti odiano gli italiani” puntualizza Alì. “Ci hanno comprato, fanno quel che vogliono e non puoi ribellarti, non ci metterebbero molto a fartela pagare”. Evelyne, Chris, Maria, Jenny recitano un rosario fatto di nomi e cognomi. E così scopri che nella rete vengono inclusi imprenditori, turisti qualsiasi e gente che qui è venuta per ricominciare una nuova vita, addirittura qualcuno degli storici rappresentanti della comunità italiana.
“È vero, la situazione è gravissima” conferma Robert Nyagah, un tempo giornalista e ora tour operator. “Questo è il regno degli italiani che sfruttano il lassismo delle istituzioni e del governo, delle organizzazioni non governative interessate solo ai fondi della cooperazione internazionale, in un paese dove il turismo, anche in questo periodo di disordini, resta la terza risorsa economica”.
Prostitute in attesa a Malindi
“Nessuna emergenza”. “Non ho niente da dichiarare, gli italiani qui godono di ottima reputazione. Questa storia dei bambini non ha senso. Arrivederci”: Roberto Macrì, console onorario di Malindi, liquida così qualsiasi discussione che sfiori le accuse che molti qui muovono contro i nostri connazionali. “Non c’è alcuna emergenza, queste sono infamie belle e buone contro un’intera comunità che qui è ben vista”. Ma decine di testimonianze, le voci dei bambini, il dito puntato contro degli organi di polizia… “Niente da aggiungere. Arrivederci”. E quel rapporto dell’Unicef? “Figuriamoci. Non ci hanno neppure contattato per sentire il nostro parere, per noi quel dossier non ha alcun valore”. Perché allora non avete affidato a una lettera, a un intervento pubblico, il vostro risentimento contro quello che considerate un affronto? “Non è mio compito. Vi prego di andarvene adesso”.
Diverso il registro di Pierandrea Magistrati, ambasciatore italiano a Nairobi. “Non lo possiamo nascondere, la situazione a Malindi è preoccupante. Più fonti in nostro possesso confermano quanto avete raccolto sul campo in queste settimane, per questo bisogna affrontare seriamente il problema. Dobbiamo promuovere un’efficace azione di cooperazione internazionale del nostro ministero degli Esteri”.
Promessa mantenuta: tutto è pronto al ministero degli Esteri per l’avvio ufficiale di un progetto di cooperazione internazionale per combattere la piaga dello sfruttamento della prostituzione minorile a Malindi. “Il nostro progetto, preparato in collaborazione con Unicef, Ecpat e Cisp, sta per muovere i primi passi” spiega Paola Viero, responsabile dei progetti per i minorenni dell’Unità tecnica centrale del ministero: 1,5 milioni di euro, corsi di formazione per operatori sociali, funzionari di polizia, psicologi. “Per sensibilizzare da un lato le popolazioni locali, sviluppando quella che noi definiamo un’educazione inclusiva, tutta rivolta ai loro piccoli, dall’altro per infittire i rapporti di collaborazione con organi di sicurezza e procure che oggi sono ancora scarsi”. Un modo per agire chirurgicamente sul campo, ma anche per aggirare “quella rete di nostri rappresentanti sparsi per il mondo che troppo spesso si rendono complici silenziosi di questi traffici” puntualizza Viero. Un po’ come è avvenuto per Malindi, se è vero che “proprio nei giorni immediatamente successivi al vostro colloquio con l’ambasciatore Magistrati” prosegue la funzionaria della Farnesina “al ministero è arrivato un telegramma a sua firma che chiedeva immediati provvedimenti per contrastare l’emergenza pedofilia sulla costa keniana”.
La guerra all’orco. Sono almeno una ventina i progetti di cooperazione internazionale attivati dalla Farnesina negli ultimi 10 anni: 20 milioni di euro investiti a partire dal 1998. Un’azione capillare riconosciuta dal Consiglio d’Europa che lo scorso anno, in occasione della firma della Convenzione per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali, “ha individuato nell’Italia l’avanguardia dei progetti di cooperazione a livello europeo” ricorda Paola Viero. “Siamo sulla strada giusta” è il commento di Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’Ecpat (End child prostitution, pornography and trafficking). “Però c’è ancora molto da fare. Il problema è che le leggi italiane contro lo sfruttamento della prostituzione minorile, introdotte nel 1998 e ampliate nel 2006, non bastano. Sebbene siano tra le migliori e più rigide al mondo, mancano di un tassello fondamentale: gli strumenti di raccordo tra le polizie e le procure dei diversi stati. Quando in Italia viene scoperta un’organizzazione criminale che si muove all’estero, la nostra polizia non sa con chi parlarne”.
Opinione condivisa da Antonio Sclavi, presidente dell’Unicef Italia: “Questo gap vanifica ogni sforzo in termini di contrasto allo sfruttamento dei bambini, in più si aggiunga la complicata questione delle prove. Si pensi a quanto può essere difficile portare a testimoniare in Italia un bambino vittima all’estero di violenze sessuali”. Ed è in questa direzione che si inscrivono le ultime iniziative dell’Unicef e dell’Ecpat: sostenere le spese di viaggio e alloggio dei testimoni che si costituiscono parte civile nei processi. “La nostra sfida resta comunque quella di convincere i paesi finiti nella rete della criminalità transfrontaliera a denunciare chi si macchia di reati contro i bambini” precisa Scarpati. “Deve passare il principio secondo il quale la denuncia, in termini di sostegno, aiuti economici, cooperazione, paga più del silenzio”.
Una prostituta a Malindi
L’identikit. Già, la denuncia: un passaggio che spesso resta lettera morta. “Il più delle volte dei nostri connazionali fermati all’estero non si sa proprio niente perché le nostre ambasciate non ne vengono informate” spiega il colonnello Giorgio Manzi, del reparto analisi criminologiche dei carabinieri del Ris di Roma. “E spesso, contrariamente a quanto si possa pensare, sono gli stessi pedofili arrestati a preferire la via del giudizio all’estero, vuoi perché le pene sono meno dure, vuoi perché possono sempre sperare che il giudice applichi il cosiddetto principio della corruzione del maggiorenne. Attenzione, non si tratta di una categoria giuridica vera e propria, ma della diffusa convinzione che l’adulto possa essere, come dire, indotto in tentazione dal minorenne. Vuoi, infine, perché così salvano la loro reputazione in patria”. Non sono invece riuscite a farla franca quelle 30, 40 persone condannate fino a oggi in Italia per turismo sessuale. “Dal primo caso, quello di Roberto Rossinelli, anche noto come “il Thailandese”, condannato nel 1998 a 12 anni, sono alcune decine i pedofili che abbiamo incastrato” continua Manzi. “Ma almeno il doppio hanno subito condanne all’estero”. E questa sarebbe solo la punta visibile: “Dai dati che abbiamo sono centinaia quelli che non vengono mai presi”. C’è da crederci. Secondo i dati forniti dall’Ecpat, sarebbero 80 mila gli italiani che ogni anno si dedicano al turismo sessuale, dei quali il 3 per cento (circa 2.400 persone) alla ricerca di minorenni. Uno scenario sconcertante reso ancora più torbido dall’identikit dei moderni orchi. “Giovani, di età compresa in media tra i 25 e i 27 anni, ricchi o meno abbienti non importa” spiega Manzi. “I viaggi low cost hanno reso accessibili un po’ a tutti le mete turistiche anche più lontane”.
Insospettabili in Italia, non appena varcato il confine queste persone “vengono prese da quella particolare condizione che indichiamo come “craving”, uno stato d’ansia e frustrazione crescente, quasi patologico, alimentato dalla privazione dell’oggetto del desiderio, in questo caso il bambino. E poi ci sono i cosiddetti pedofili di reflusso, persone che in questa società all’insegna della libertà sessuale hanno già provato tutto e cercano nei minorenni l’ultima trasgressione possibile”.
Il miraggio di una vita nuova. In fondo Evelyne, la bambina di Malindi, sa che il sapore amarognolo del marungi, l’erba oppiacea dei poveri della costa keniana, non è altro che un modo per ingannare se stessa e le sue giornate alla luce del sole. Per le notti non c’è niente da fare: bisogna viverle, lavorarle con l’ultimo mzungu, l’uomo bianco di turno, dall’accento italiano ormai maledettamente familiare. L’erba in bocca, i soldi nel pugno, un “grazie” sommesso, rassegnato. Nonostante i 13 anni Evelyne ha capito benissimo il perché le siano stati dati questi 2 mila scellini: per i suoi racconti e “senza mangiare nemmeno la caramella”, come dice lei. L’altra mano è sempre lì, testarda come a tormentare quella magliettina esausta. Di parole come craving, procure, convenzioni internazionali non ha mai sentito parlare e forse mai ne sentirà. Per lei la vita è questa, è sempre stata questa e sembra accettarla così com’è. O forse no, quando ti si avvicina e chiede, apparentemente distratta: “Com’è l’Italia?”. “Karibuni italiani”, benvenuti.

“Sono profondamente dispiaciuto per il dolore e la sofferenza delle vittime e assicuro loro che, come loro pastore, anch’io condivido la loro sofferenza”, con queste parole, aggiunte al testo ufficiale dell’omelia nella St.Mary Cathedral di Sidney, di fronte alla Conferenza episcopale australiana al completo, Benedetto XVI ha voluto dare il massimo risalto possibile alle scuse rivolte alle vittime dei sacerdoti pedofili in Australia. Il Papa ha voluto “sottolineare personalmente” e con il massimo rilievo possibile il suo dispiacere per gli episodi di pedofilia che già da anni hanno macchiato la Chiesa australiana, ha spiegato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi.
Allo stesso tempo Benedetto XVI ha voluto indicare una linea di condotta ai 65 vescovi australiani: “Desidero qui fare una pausa per riconoscere la vergogna che tutti abbiamo sentito a seguito degli abusi sessuali sui minori da parte di alcuni sacerdoti o religiosi in questa Nazione. Questi misfatti, che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile. Essi hanno causato grande dolore ed hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa”, ha detto il Papa nell’omelia. Secondo i dati dell’associazione australiania “Broken Rites”, che riunisce familiari e vittime dei preti pedofili, fino a questo momento in Australia sono stati 107 i sacerdoti e i religiosi condannati per questo reato. La Chiesa australiana, infatti, è stata la prima Chiesa nel mondo a misurarsi con questo problema, prima ancora di quella statunitense. “Chiedo a tutti voi”, ha detto il pontefice rivolgendosi a sacerdoti, religiosi e seminaristi, “di sostenere e assistere i vostri Vescovi e di collaborare con loro per combattere questo male. Le vittime devono ricevere compassione e cura e i responsabili di questi mali devono essere portati davanti alla giustizia. La priorità urgente è quella di promuovere un ambiente più sicuro e più sano, specialmente per i giovani. Mentre la Chiesa in Australia continua, nello spirito del Vangelo, ad affrontare con efficacia questa seria sfida pastorale, mi unisco a voi nel pregare affinché questo tempo di purificazione porti con sé guarigione, riconciliazione e una fedeltà sempre più grande alle esigenze morali del Vangelo”.
Parole impegnative dunque, con le quali il Papa auspica per i sacerdoti accusati di pedofilia non solo provvedimenti canonici ma anche un giusto processo dinanzi ai tribunali penali. Non sono però sono bastate all’associazione delle vittime dei preti pedofili. John McNally, portavoce dell’associazione “Broken Rites”, intervistato da Panorama ha sottolineato che “queste parole sono importanti ma non sufficienti. Il Papa infatti continua ad invitare i fedeli vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti a rivolgersi ai vescovi. Ma sono stati proprio loro in questi anni che molte volte hanno insabbiato e rallentato la ricerca della verità e la punizione dei colpevoli”. McNelly oggi ha 56 anni, a 11 è stato abusato da un sacerdote in una parrocchia di Melbourne. Lo ha denunciato, ma secondo il suo racconto, il sacerdote sarebbe fuggito in Inghilterra e non avrebbe subito alcun processo. “Ci deve essere più chiarezza e più trasparenza da parte della Chiesa nel perseguire i preti pedofili”, afferma Stephen Woods, 46 anni, abusato all’età di nove da un sacerdote che insegnava in una scuola nei dintorni di Melbourne. Il sacerdote che lo ha violentato è stato riconosciuto colpevole di altri 40 casi e ora è in prigione. Woods ha ottenuto anche un risarcimento in denaro. Per il momento però il Papa non ha incontrato le vittime dei sacerdoti pedofili, come si attende da giorni l’opinione pubblica australiana.
E mentre i 250 mila giovani partecipanti alla Gmg affluivano nell’ippodromo di Randwick a Sidney per la veglia di preghiera con il Papa, la comunità gay della città insieme con il comitato “No To Pope” è scesa in piazza. Il Comitato è composto da una dozzina di sigle: oltre alle associazioni gay e lesbiche e all’associazione delle vittime dei preti pedofili, ci sono anche i comitati per i diritti civili, le associazioni per la lotta all’Aids e la “Socialist Alliance”, il partito a cui fa riferimento la sinistra radicale australiana. Erano diverse centinaia i partecipanti alla manifestazione che, scortati dalla polizia, hanno marciato fin nei pressi dell’ippodromo di Randwick. Una manifestazione colorata e ironica con slogan, cartelloni, finte suore e finti vescovi, diavoli e persino una papamobile con un manichino del Papa. “Non siamo contro la Giornata mondiale della gioventù”, ha spiegato a Panorama Antony Englund, uno dei portavoce del Comitato, “chiediamo però più rispetto da parte della Chiesa per gli omosessuali, libertà di scelta per le donne sull’aborto, sostegno all’uso del profilattico contro l’Aids e contestiamo l’uso del denaro pubblico per finanziare una manifestazione cattolica come la Gmg”. Rincara la dose l’altra portavoce del Comitato, Rachel Evans: “Il Santo Padre è autore di un editto conservatore sulla contraccezione che condanna milioni di persone a morire di Aids. In più l’anziano Papa Benedetto ha detto che gli omosessuali sono obiettivamente disordinati e il matrimonio tra persone dello stesso sesso è una minaccia alla pace mondiale”. C’è da scommettere che soprattutto il dibattito sull’uso del denaro pubblico per coprire le spese della Gmg (costata oltre 236 milioni di dollari australiani, quasi 170 milioni di euro) continuerà in Australia anche nelle prossime settimane.
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da Sidney
È un “Papa ecologista” quello che si presenta ai 200mila giovani di tutto il mondo riuniti a Sidney, in Australia, fino al 20 luglio per la Giornata mondiale della Gioventù. La desertificazione sta mettendo a dura prova il continente australiano: in alcune regioni regioni non piove da anni, e la siccità riduce progressivamente le aree coltivabili. Benedetto XVI prende atto degli scarsi progressi nella tutela ambientale in occasione dell’ultima riunione del G8 e, conversando con i giornalisti in volo verso Sidney, spiega che “questo argomento sarà molto presente in questa Giornata mondiale della Gioventù: parleremo della creazione e delle nostre responsabilità nei confronti della creazione”. Certamente, sottolinea il Papa, “non è mia pretesa entrare nel merito di questioni tecniche che politici e specialisti devono risolvere, ma dare gli spunti essenziali e richiamare alla responsabilità di ciascuno per essere capaci di rispondere alla grande sfida di riscoprire nella Terra il volto di Dio creatore e di riscoprire la nostra responsabilità davanti al creatore”. Prosegue Benedetto XVI: “La creazione è affidata a noi e tocca a noi trovare la capacità etica per un nuovo stile di vita, se vogliamo davvero svegliare le coscienze e arrivare a soluzioni positive”.
La questione ambientale, spiega ancora il pontefice, è strettamente legata al tema scelto per questa Giornata mondiale della Gioventù (”Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni”), poiché “noi abbiamo bisogno dei frutti della terra, dell’aria, dell’acqua” che Dio ha donato attraverso l’azione dello Spirito Santo. Durante il suo viaggio Benedetto XVI affronterà la questione della pedofilia che ha messo a dura prova la Chiesa australiana, al pari di quella americana, dopo la scoperta di diversi casi di abusi sessuali compiuti da sacerdoti ai danni dei bambini. “Mi sento obbligato a parlare di questo problema come ho fatto negli Stati Uniti” osserva il pontefice “non basta chiedere perdono, dobbiamo interrogarci su cosa è stato inadeguato nel nostro comportamento e cosa possiamo fare per prevenire, curare e rinconciliare la Chiesa con le vittime”. Essere sacerdote, ha sottolineato il Papa, “è incompatibile con questi comportamenti” e sono stati compiuti errori nella formazione dei seminaristi. Benedetto XVI è preoccupato anche per il futuro della Chiesa anglicana, riunita in questi giorni a Lambeth, per la conferenza generale, dopo i recenti scontri sull’ordinazione delle donne vescovo e sui matrimoni omosessuali. “Prego per i vescovi anglicani riuniti a Lambeth” dice il pontefice “affinché riescano ad evitare scismi e fratture e trovino insieme soluzioni in modo maturo, creativo ma fedele al messaggio di Cristo”.
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