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Pervez-Musharraf

Di Fausto Biloslavo
Il generale Ashfaq Parvez Kayani, capo delle forze armate pachistane, dev’essere stato il primo a capire che si era salvato per un pelo. Il 20 settembre la cena ufficiale per la sospensione del Ramadan, il digiuno islamico, avrebbe dovuto tenersi all’hotel Marriott di Islamabad. Gli invitati erano il primo ministro, Raza Gilani, il nuovo capo dello stato, Asif Ali Zardari, e le alte sfere militari. Poi c’è stato un repentino cambio di programma “che ha evitato la catastrofe”, secondo il ministro degli Interni Rehman Malik. I generali e i politici hanno cenato nella residenza del premier a poche centinaia di metri dal Marriott. Erano a tavola quando un camion, imbottito con 600 chili di esplosivo, ha scatenato l’inferno nell’albergo a cinque stelle (53 morti e 266 feriti).
Il generale Kayani, vero uomo forte del Pakistan, è il nemico numero uno dei terroristi. Accanito fumatore e giocatore di golf, 56 anni, ha appreso l’arte militare nelle accademie Usa. Con Cia e Fbi ha catturato Abu Faraj al-Libbi, numero tre di Al Qaeda. Nel 2004 l’allora uomo forte del Pakistan, Pervez Musharraf, lo nominò a capo dell’Isi, il potente servizio segreto. Lo scorso novembre ha sostituito Musharraf al vertice delle forze armate e gestito con abilità la transizione, tenendo i militari fuori dagli scontri politici.
Su Kayani puntano gli americani, anche se nelle ultime settimane è in atto un pericoloso braccio di ferro con Washington. La Casa Bianca ha emesso una direttiva segreta che permette ai corpi speciali operazioni antiterrorismo nelle aree tribali fra Pakistan e Afghanistan senza il consenso di Islamabad. Il debole governo pachistano avrebbe chiuso un occhio, ma Kayani è insorto. Con un comunicato ha ribadito che “la sovranità e l’integrità territoriale del paese saranno difese a tutti i costi”. Militari pachistani avrebbero già sparato a elicotteri americani che avevano passato il confine a caccia di terroristi e talebani.
Non a caso, tre giorni prima dell’attentato al Marriott, il capo degli stati maggiori americani, l’ammiraglio Mike Mullen, era volato a Islamabad per incontrare Kayani. La visita era stata il seguito della riunione che doveva rimanere segreta del 27 agosto a bordo della portaerei Abraham Lincoln nell’Oceano Indiano. Da una parte Mullen e il generale David Petraeus, reduce dall’Iraq, dall’altra Kayani. Si era parlato non solo di terrorismo, ma dell’imminente elezione di Zardari a capo dello Stato. Il nuovo presidente, soprannominato “Mister 10 per cento” per storie di mazzette, è il vedovo di Benazir Bhutto, l’ex premier uccisa in un attentato lo scorso dicembre.
In Pakistan il capo dello Stato ha l’ultima parola sull’arsenale nucleare. E con Zardari gli americani nutrono timori per la stessa stabilità del paese. Kayani è visto come il tutore del presidente. A fine anni Ottanta era il vicesegretario militare di Benazir Bhutto, al suo primo incarico a capo del governo (precedente grazie al quale conosce tutti i maneggi di Zardari). E l’anno scorso era stato scelto dall’allora presidente Musharraf per mediare il rientro in patria di Bhutto e del marito. L’ex generale Talat Massod, ora analista politico, sostiene che “se Kayani tenta di promuovere la democrazia e ne diventa protettore, il Pakistan ha una possibilità di farcela”. Ecco perché molti pensano che l’uomo forte con le stellette può diventare il futuro leader del paese.
I leader della coalizione al governo in Pakistan non hanno ancora trovato un accordo sul candidato alla successione dell’ex generale Pervez Musharraf. Né sul reinsediamento dei giudici licenziati lo scorso novembre. Ma tra la popolazione, la questione della leadership è passata in secondo piano: gli scontri nei distretti di Bajaur e di Kurram, nelle tumultuose aree tribali al confine con l’Afghanistan, nelle ultime settimane hanno provocato la morte di più di 800 persone, altre 250mila sono state costrette alla fuga dalle operazioni dell’esercito. 50 persone sono state uccise stamane in un doppio attacco suicida contro una fabbrica di armi vicino a Islamabad che ha provocato anche 70 feriti. L’uscita di scena del presidente Pervez Musharraf, cui Londra potrebbe aver garantito l’immunità, apre insomma più incognite di quante ne chiuda. E Swaran Singh, autorevole studioso di Relazioni Internazionali della Jawaharal Nehru University di Nuova Delhi, è convinto che il generale sia pronto ad andare in esilio.
Da cosa nasce questa convinzione?
Giocando la carta delle dimissioni Musharraf ha eliminato ogni spazio per la procedura di impeachment e si sta preparando ad andare in esilio. Tuttavia non vuole dare l’impressione di scappare dal suo Paese. Partirà tra poco per due brevi soggiorni in Arabia Saudita e in Turchia, e solo in un secondo momento si sposterà negli Stati Uniti, dove vivono il figlio e il fratello. Raggiungere l’America troppo presto alimenterebbe troppe polemiche.
Quale futuro per il Pakistan dopo l’uscita di scena dell’uomo che ha comandato negli ultimi nove anni?
Asif Ali Zardari, leader del Partito Popolare Pachistano (PPP) e vedovo della Bhutto, ha già annunciato che il prossimo presidente sarà una donna. Una dichiarazione che dimostra la volontà di rafforzare la propria posizione politica, minacciata sia dall’interno del PPP che dalla Lega musulmana pakistana (PML) di Nawaz Sharif. Certo, la scelta del nuovo Presidente richiederà moltissimo tempo, ma è certo è che il nuovo leader sarà sicuramente un politico del PPP accettabile anche per il PML.
Sarà un altro Musharraf?
No, sarà un Presidente privo di poteri. Entrambi i partiti, infatti, hanno trovato l’accordo sulla necessità di emendare la Costituzione del 1973 tagliando la maggior parte dei poteri presidenziali.
L’esercito ridefinirà gli equilibri pakistani?
Sin da quando è stato nominato Capo di Stato Maggione nel novembre 2007, il Generale Ashfaq Parvez Kayani ha chiarito che l’esercito non avrebbe più interferito con la politica pakistana. E così è stato.
E la guerra al terrorismo continuerà?
Sì, ma con la solita ambiguità di un Paese che a parole sostiene la posizione statunitense ma di fatto permette ad alcuni esponenti dell’Islam radicale di muoversi liberamente sul proprio territorio. Tuttavia, tale ambivalenza è dovuta anche all’incapacità pakistana di combattere gruppi terroristici che di fatto minacciano la stabilità politica e sociale del paese.
Musharraf ha veramente combattuto i fondamentalisti?
Certo che li ha contrastati. Lo conferma il fatto che il Generale sia stato spesso preso di mira dai miliziani. I risultati ottenuti creano non poche perplessità, è vero, ma questa è un’altra storia…
Il generale Pervez Musharraf, al governo in Pachistan dal colpo di stato del 1999, è apparso stamane davanti agli schermi della televisione per annunciare quello che erano ormai in molti ad attendersi. E di cui di fatto quasi nessuno, tra i più importanti analisti del paese, si è stupito: “Dopo essermi consultato con gli avvocati e con i miei alleati politici, ho deciso di rassegnare le dimissioni. Contro di me” ha però avvertito “hanno mosso accuse false che io nego totalmente”.
Le accuse che hanno costretto alle dimissioni il presidente pachistano sono quelle di aver violato la Costituzione imbrogliando il risultato elettorale delle presidenziali dell’ottobre 2007, dichiarando alla fine dello scorso anno la legge marziale e infine rimuovendo, alla guida della Corte Suprema, il giudice Iftikhar Chaudhry e tutte quelle voci a lui ostili.
L’annuncio delle dimissioni (in inglese)
Uscita vittoriosa nelle legislative del 18 febbraio, la coalizione di governo tra il Partito popolare pachistano di Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, e la Lega musulmana del Pakistan dell’ex primo ministro Nawaz Sharif (caduto in seguito al golpe del 1999) aveva subito trovato un accordo per incriminarlo e reintegrare i giudici rimossi. Ma l’ultimatum del governo a Musharraf è arrivato solo due giorni fa, il 16 agosto: 24 ore di tempo per le dimissioni, prima dell’avvio formale in parlamento della procedura di impeachment.
Quello di oggi è però solo l’ultimo episodio di una guerra politica e giudiziaria che ha portato il paese sull’orlo di una guerra civile, con i gruppi fondamentalisti all’attacco, un esercito oscillante tra la mano dura e l’accordo coi miliziani fondamentalisti e un presidente ormai impopolare dal quale avevano preso le distanze anche gli americani. I quali dal 2001 in poi avevano considerato il presidente un alleato chiave, per quanto ingombrante, nella guerra contro Al Qaeda e i talebani che si combatte al confine tra Pakistan e Afghanistan.
Il generale ha accusato gli oppositori (”Vogliono danneggiare me, ma faranno del male al Paese”) e difeso i risultati economici ottenuti nei suoi nove anni di governo giustificando il suo operato fin dal 1999.
Le sue dimissioni, più volte rimandate, erano però ritenute inevitabili dopo la sconfitta elettorale di febbraio e la formazione di una maggioranza parlamentare che lo considerava indirettamente responsabile anche dell’attentato contro la Bhutto della fine del 2007.
Ora resta da vedere quale sarà il suo futuro personale, oltre che quello del suo paese. Il segretario di Stato Condoleezza Rice, in un intervento a Fox News, ha definito domenica Musharraf “un buon alleato”, ma non si è sbilanciata sull’ipotesi che siano gli Stati Uniti a concedergli asilo politico: “Non è un tema di cui stiamo discutendo. Il futuro del presidente pachistano sarà il suo paese a deciderlo”. Un chiaro tentativo di smarcamento giunto, non a caso, a poche ore dalle dimissioni. Il presidente pachistano era ormai diventato, da molti mesi, un peso anche per Washington: con lui in sella la guerra contro le milizie filo Al Qaeda del Waziristan era tutt’altro che vinta e il paese rischiava di scivolare verso il caos.
Il VIDEO servizio di Al Jazeera (in inglese):
Il VIDEO servizio:
Hamid Gul è uno dei personaggi più potenti e oscuri del Pakistan. Ex capo dell’Isi, il servizio segreto pakistano, questo generale ritiratosi dall’esercito dopo uno scontro con i vertici della forze armate, nel corso degli anni ha assunto un importante ruolo politico, diventando un punto di riferimento per i gruppi dei fondamentalisti islamici. Uomo capace di condizionare il corso della vita politica pakistana, Gul ne è stato uno dei protagonisti degli ultimi mesi.
Arrestato nello scorso novembre dal generale Musharaff dopo la proclamazione dello stato d’emergenza, rilasciato dopo poco tempo anche grazie alle pressioni dei sauditi, Hamid Gul venne accusato da Benazir Bhutto di essere uno dei mandanti della strage di Karachi, nello scorso ottobre, quando una bomba fece una strage tra la folla, al passaggio del corteo della leader pachistana, appena rientrata in Pakistan dopo otto anni di esilio. Gul ha sempre respinto le accuse. Fu proprio la Bhutto, quando era Primo Ministro, nel 1989, ad allontanarlo dai vertici dell’Isi, dove era stato nominato, due anni prima, dall’allora presidente Muhammad Zia ul- Haq.
Raggiunto da Panorama.it a Islamabad, Gul risponde ad alcune domande sulle accuse di coinvolgimento dell’Isi nell’attentato contro l’ambasciata indiana a Kabul, avvenuto lo scorso 7 luglio. E ne approfitta per mandare qualche messaggio. “Non è possibile che l’Inter-Services Intelligence abbia avuto un ruolo in quella strage. Il nostro servizio segreto non si muove in modo autonomo, ma agli ordini del governo. Il nostro esecutivo non ha alcun interesse a destabilizzare l’Afghanistan”.
Però funzionari dello stesso governo di Islamabad, in alcune dichiarazioni, hanno fatto intendere di non escludere una “pista Isi” e le autorità pakistane hanno aperto anche un’inchiesta ? “Uno può dire quello che vuole, ma questo non significa che sia la realtà. Un sacco di persone, in Europa, non credevano al fatto che l’11 settembre fosse stato opera di Al Qaeda, ma pensavano che fosse stato compiuto dagli stessi americani. La realtà era ben diversa. Poi basta con queste accuse lanciate dagli Stati Uniti. Non si può più credere ai rapporti e alle veline della Cia. Si ricordi cosa hanno detto e fatto con l’Iraq. Tutte bugie”. Ma ci sono ancora collegamenti tra l’Isi e i Talebani ? “No. L’ Isi sta combattendo contro i Talebani. Il servizio segreto, in Afghanistan, ora è inquadrato in una struttura composta dalle intelligence di tutte le forze armate, esercito e aeronautica, voluta dal Presidente Mushraff. Quindi, se ci sono rapporti tra i nostri soldati e i talebani, la colpa è sua, di Mushraff”. Senta, ma l’Isi è stato descritto come una sorta di “Stato nello Stato”. Cosa ne dice ? “Mah…è quello che dicono di tutti i servizi segreti. La Cia non è stata chiamata il “governo ombra” degli Stati Uniti ? No, guardi, l’Isi risponde agli ordini dei vertici del governo pakistano”. E come si colloca l’Inter-Services Intelligence nella lotta di potere a Islabamad ? E’ più vicino al Presidente Mushraff o al Primo Ministro Yusaf Raza Gilani? “Il servizio risponde agli ordini del Primo Ministro, come è sempre stato”. Ma, di questo, sono in molti a dubitare.

Le elezioni in Pakistan hanno lasciato il Paese in un equilibrio incerto. Per quanto molti analisti abbiano interpretato il risultato elettorale come un plebiscito contro Musharraf, tra le ombre che avvolgono il Paese vi è proprio il destino del Generale.
Per capire meglio che cosa sta capitando a Islamabad, Panorama.it ha incontrato Swaran Singh, professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici presso la Jawaharal Nehru University di Nuova Delhi, in India.
Professor Singh, fino a che punto è credibile che i due partiti di opposizione formino insieme un nuovo governo?
Il punto della questione non è tanto se un’alleanza tra il Partito Popolare Pachistano (PPP) e la Lega musulmana pachistana-N (Pml-N) sia credibile, ma la mancanza di un’alternativa. Se questi due partiti non si metteranno d’accordo, non sarà formato il governo e bisognerà procedere con nuove elezioni. Ecco perché oggi i due gruppi sono alla disperata ricerca di un compromesso.
Quali sono i principali motivi di attrito?
Senza dubbio il destino del Generale Musharraf. Per quanto le elezioni abbiano chiaramente evidenziato un forte malcontento nei suoi confronti, la questione delicata è: se ed eventualmente come estrometterlo dal regime. E mentre il PPP è alla ricerca di una strategia di uscita onorevole, il Pml-N è pronto ad avviare la procedura di impeachment.
Cosa potrebbe succedere in Pakistan se Musharraf fosse definitivamente estromesso dai giochi politici del Paese?
Partendo dal presupposto che la priorità di Musharraf consiste nello scongiurare la concretizzazione di tale scenario, il suo partito, la Lega musulmana pachistana (Plm-Q), ha proposto al PPP di formare insieme un nuovo governo. Ma di fronte al rifiuto del PPP, Musharraf sembra ora orientato a giocare la carta americana.
Cosa intende ?
Gli Stati Uniti, che continuano a mantenere legami con il Genarale -in questi giorni in visita a Washington-, potrebbero trovare il modo per convincere il nuovo governo a non assumere un atteggiamento ostile nei suoi confronti. Inoltre, non è credibile che la nuova coalizione decida di guidare il Paese trascurando gli interessi dei militari. Anche se non sappiamo se l’esercito di fatto appoggi o meno Musharraf, è certo che ufficialmente non sosterrà mai decisioni eccessivamente dure nei suoi confronti.
In tutto questo marasma, esiste qualche partito minore in grado di giocare un ruolo significativo?
I candidati indipendenti che si sono presentati alle elezioni sono 27, ma i partiti che rappresentano sono troppo piccoli per giocare un ruolo significativo nella formazione del governo. Tuttavia, i loro voti potrebbero diventare determinanti per raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare le riforme costituzionali di cui il Paese ha bisogno.
Che conseguenze hanno queste evoluzioni sulle relazioni tra Pakistan e, rispettivamente, Cina, India e Stati Uniti?
Le relazioni tra Pakistan, Cina e Stati Uniti poggiano su basi talmente solide da rendere difficile immaginare delle modifiche sostanziali delle stesse, soprattutto nel breve periodo.
Il caso indiano, invece, è un po’ diverso. Non appena in Pakistan saranno i politici e non più i militari a guidare il Paese, è possibile che i toni dei primi assumano sfumature populiste. In Pakistan, purtroppo, è molto facile ottenere l’approvazione delle masse dipingendo l’India come la causa principale della maggior parte dei problemi del Paese. Tuttavia, quella del populismo è solo un’ipotesi, cui non è detto verrà data sostanza.
In conclusione, quindi, qual’è il suo giudizio su queste elezioni?
Indipendentemente dal risultato finale, ritengo che le ultime elezioni abbiano dato prova del livello di maturità della democrazia in Pakistan. Fino a ieri sarebbe stato impensabile immaginare che la popolazione esprimesse il proprio dissenso contro il Generale Musharraf in maniera così chiara. Tuttavia, quello che mi auguro è che i leader politici siano in grado di gestire l’ondata di cambiamenti che sta attraversando il Paese evitando di appoggiare misure drastiche la cui unica conseguenza sarebbe l’aumento dell’instabilità. Ecco perché spero che l’opposizione raggiunga un accordo sul “destino” del Generale, tenendo anche in considerazione che, nonostante i suoi difetti, è l’unico leader che sa come guidare un Paese come il Pakistan. Benazir Bhutto sarebbe stata un’ottima alternativa, ma sia il marito che il figlio non sembrano avere la sua stessa stoffa. Almeno per ora.

Swaran Singh, professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici presso la Jawaharal Nehru University di Nuova Delhi, in India
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Il presidente pachistano Pervez Musharraf, in un’intervista al Wall Street Journal, ha escluso le sue dimissioni, malgrado l’eclatante vittoria dell’opposizione nelle elezioni legislative di lunedì: un trionfo che secondo gli analisti non semplifica la crisi politica nell’unico Paese musulmano dotato di atomica.
A chiederne le dimissioni si è aggiunto ieri anche Nawaz Sharif, ex primo ministro destituito nel colpo di Stato militare che nel 1999 ha portato al potere Musharraf. Il partito di Sharif, la Lega musulmana pachistana-N (Pml-N) è uscito seconda forza d’opposizione nelle elezioni, subito dopo il Partito popolare pachistano (Ppp) della leader assassinata Benazir Bhutto. Ora i due starebbero pensando a un governo di coalizione con il Pml-N.
Le elezioni, con un’affluenza del 45% superiore alle ultime del 2002, si sono trasformate in un vero referendum contro Musharraf. Il partito creato sei anni fa per sostenere l’allora generale, la Lega musulmana pachistana-Q (Pml-Q), è stato travolto da una sconfitta che ha colto di sopresa la presidenza.
Dagli ultimi risultati, non ancora definitivi, i due partiti d’opposizione avranno in parlamento la maggioranza dei seggi, se raggiungessero i due terzi potrebbero chiedere l’impeachement del presidente, di cui non riconoscono la legittimità perché eletto quando era ancora capo delle forze armate. Musharraf ha smesso la divisa a novembre, su pressioni americane, ma solo dopo essersi assicurato il secondo mandato presidenziale ed avere purgato con leggi speciali due terzi della Corte suprema a lui ostile.
La posizione del presidente non è mai stata tanto precaria, dicono gli osservatori a Islamabad, e ci sono timori per la stabilità del Pakistan. Musharraf, 64 anni, è stato un alleato degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo internazionale e ha ricevuto in cambio 10 miliardi di dollari dal 2001, che hanno aiutato lo sviluppo dell’economia senza in alcun modo ridurre la povertà nel Paese di 160 milioni di persone, di cui il 31 per cento vive in indigenza.
Il presidente americano George Bush, in visita oggi nel Ghana, ha sottolineato che sono state elezioni libere e pertanto rappresentano una vittoria del popolo. “È stata una vittoria del popolo poiché è stato valutato che si è trattato di una consultazione libera: il popolo ha potuto parlare”, ha detto Bush nel corso di una conferenza stampa. Gli Usa amavano molto la Bhutto, ma non hanno nessuna simpatia per Nawaz Sharif.
Fino a questo momento i risultati parziali danno 87 seggi al Ppp, 66 al Pml-N, 39 al Pml-Q, 19 all’alleato del partito di Musharraf Mqm (che di fatto e’ solo nel Sindh), dieci all’Anp (nazionalista laico pashtun, nella Provincia di Frontiera del Nord Ovest), tre al Mma (alleanza di partiti islamici radicali, che ha subito una sconfitta) e 34 ad indipendenti e altri. (ANSA)

Il partito che sostiene il presidente si avvia verso un pesante fallimento nelle elezioni legislative che si sono svolte ieri, fra assenteismo e paure di attentati. “Via tutti gli uomini del re”, “La vendetta della democrazia”, “Alleati di Musharraf subiscono l’indignazione dei votanti”, titolano i giornali del mattino, dopo che nella notte i sostenitori dell’opposizione avevano già celebrato la vittoria.
Dodici ore dopo la chiusura delle urne, la Lega musulmana-N dell’ex primo ministro Nawaz Sharif guidava con il 29 per cento, seguita dal Partito popolare pachistano (Ppp) della leader assassinata Benazir Bhutto con il 27 per cento, contro il 9 per cento della Lega musulmana pachistana-Q (partito costituito sei anni fa da Musharraf) e il 7 per cento del partito nazionale pashtu Anp. Mentre è andato male il partito dei radicali islamici, Muttahida Majlis-e-Amal.
Sharif, rientrato da otto anni di esilio dopo accuse di corruzione, ha capitalizzato sulla rivalità aperta con Musharraf e il sostegno ai giudici, mentre il Ppp si è rafforzato sull’onda dell’emozione dell’omicidio della Bhutto, malgrado sia ormai un partito senza leader.
Uomini importanti, potenti, molto vicini al presidente, come il capo del partito Lega musulmana pachistana Chaudhry Shujaat Hussain e il ministro delle ferrovie e consigliere Sheikh Rashid Ahmed, non sono stati rieletti. “Se l’andamento è confermato, è un referendum contro il presidente”, afferma il giudice Wajihuddin Ahmed, a capo del movimento dei togati, che molta parte ha avuto nel crollo della popolarità di Musharraf. “È decisamente un voto contro Musharraf”, ha detto l’analista politico Kamran Shafi ha detto alla televisione privata Dawn.
“Questa è la voce della nazione”, aveva detto ieri Musharraf alla televisione di Stato. “Dobbiamo tutti accettare i risultati, me incluso”. Ottanta milioni di aventi diritto, la metà della popolazione, sono stati chiamati alle urne, l’affluenza è stata del 40 per cento, dopo una campagna elettorale silenziosa e sanguinosa, cominciata con l’assassinio della Bhutto a dicembre e conclusasi con un bilancio di 450 morti dall’inizio dell’anno. Ma la giornata si e’ svolta senza incidenti gravi.
I risultati definitivi di queste none elezioni nella storia dell’unico Paese musulmano dotato di arsenale nucleare arriveranno fra oggi e domani. La consultazione, per 272 dei 342 seggi del parlamento nazionale e per le assemblee provinciali, dovrebbe segnare la conclusione della transizione a un governo civile, dopo che Musharraf, su pressioni dell’alleato Stati Uniti, ha smesso la divisa da generale prima del giuramento per il nuovo mandato a novembre. La sua rielezione è contestata come incostituzionale dall’opposizione che se si dovesse alleare e ottenere due terzi del parlamento potrebbe chiedere l’impeachement di Musharraf.
Centinaia di osservatori stranieri e migliaia di pachistani hanno monitorato lo svolgimento delle elezioni, ma non sono stati autorizzati a condurre exit polls. Il gruppo dell’Unione europea dovrebbe esprimere un giudizio preliminare mercoledì.
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Con uno schieramento di mezzo milione di poliziotti e militari, ottantuno milioni di pachistani hanno iniziato a votare oggi per elezioni legislative offuscate dalla violenza ma considerate cruciali per il futuro dell’unico Paese musulmano dotato di armamenti nucleari.
Poco prima delle apertura dei seggi, cinque persone, tra le quali un candidato dell’opposizione, sono rimaste uccise in un attentato a Lahore: secondo fonti della polizia, due uomini armati hanno aperto il fuoco sull’auto di Asif Ashraf, che era in visita al suo collegio elettorale e poi si sono dati alla fuga. La vittima era nelle liste dell’ex primo ministro pachistano, Nawaz Sharif. Insieme al candidato sono rimasti uccisi, tra gli altri, il suo segretario e una guardia del corpo. Le elezioni nel collegio elettorale sono state sospese.
Le elezioni, per 272 seggi dell’assemblea nazionale e per le assemblee provinciali, dovrebbero segnare la conclusione della transizione a un governo civile, dopo che il presidente Pervez Musharraf ha smesso la divisa da generale prima del giuramento per il nuovo mandato a novembre. La sua rielezione è contestata come incostituzionale dall’opposizione che, se si allea e dovesse ottenere due terzi del parlamento, potrebbe chiedere l’impeachement di Musharraf.
I sondaggi indicano un crollo nella popolarità del presidente, al potere dal 1998 con un colpo di Stato militare, e una grande rimonta del Partito popolare, sull’onda dell’emozione dell’assassinio della leader Benazir Bhutto a dicembre.
Guadagnerebbe anche terreno la Lega musulmana-N dell’altro ex premier Nawaz Sharif. I più importanti partiti islamici boicottano la consultazione.
Il voto si svolge dopo una campagna elettorale scarsa di parole e segnata da violenze, che è iniziata con l’assassinio della Bhutto, il 27 dicembre a Rawalpindi, e si è conclusa con un bilancio di 450 morti dall’inizio dell’anno. Le elezioni erano state fissate per l’8 gennaio, ma sono state rinviate dopo l’attentato alla Bhutto.
Gli Stati Uniti hanno fatto pressioni sull’alleato Musharraf perché chiuda il periodo di governo militare - i generali hanno comandato in Pakistan per la metà dei suoi 61 anni di storia.
Ma la popolazione sembra disinteressata e disillusa dalla politica. Analisti concordano che l’affluenza, il 42 per cento nell’ultima consultazione del 2002, sarà scarsa. Pochi i votanti a inizio di mattinata.
I primi risultati si avranno intorno alla mezzanotte locale di oggi e l’andamento nella provincia del Punjab, dove è eletta la metà del parlamento, si saprà martedì mattina. Centinaia di osservatori stranieri e migliaia di pachistani controlleranno lo svolgimento delle elezioni, ma non sono autorizzati a condurre exit polls. Il gruppo dell’Unione europea dovrebbe esprimere un giudizio preliminare entro le 72 ore successive le elezioni.
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