Iran, ritoccata la foto dei missili. Ma Teheran continua i test e preoccupa gli Usa
Il dilemma iraniano tormenta Washington. Provoca isteria nel Congresso. Lacera i palazzi del potere. La Casa Bianca è pronta a ordinare il bombardamento dei siti nucleari dell’Iran prima delle elezioni, ma Pentagono e Cia si oppongono. “Aprire ora un terzo fronte (dopo Afghanistan e Iraq, ndr) sarebbe estremamente stressante” ha dichiarato l’ammiraglio Mike Mullen, capo di stato maggiore delle forze armate americane. “Quella parte del mondo è estremamente instabile e non vedo la necessità di renderla ancora più instabile”. Quanto alla Cia, preferisce azioni di destabilizzazione in Iran.
In mezzo ai contendenti i grandi centri studi si arrovellano sugli scenari possibili in un contesto complicato dalle elezioni negli Usa (novembre 2008), dalle presidenziali in Iran (giugno 2009) e da una probabile crisi di governo in Israele. Il rapporto che fa più discutere, The last resort, è pubblicato dal Washington Institute for Near East policy. Due specialisti di questioni iraniane, Patrick Clawson e Michael Eisenstadt, sono convinti che “con rinnovato vigore la diplomazia potrebbe ancora avere successo nel convincere l’Iran a sospendere il suo programma nucleare, come è avvenuto nel 2003″. Proprio per questo “bisognerebbe intraprendere ora alcune azioni per rafforzare la credibilità dell’opzione militare”.
In buona sostanza, occorre preparare il terreno per un eventuale attacco preventivo, ponderando costi e benefici.
Il prerequisito per un eventuale bombardamento è “un’accurata intelligence sugli obiettivi da colpire”. Senza di essa, ricordano i due autori, è meglio non far nulla. La seconda condizione è individuare le armi giuste per distruggere sia l’infrastruttura nucleare ufficiale sia quella clandestina. Il terzo fattore è il momento migliore per colpire: “Dovrebbe avvenire prima che fosse prodotto abbastanza materiale fissile per un’arma nucleare e che fosse disperso in più località”.
Ma la riuscita di un’operazione tanto rischiosa non può essere misurata solo in termini tecnico-militari. Deve essere sostenuta da una politica di lungo termine che richiede il supporto di tutto il Congresso, un ampio consenso nell’opinione pubblica americana e il consenso degli alleati chiave, soprattutto in Europa. Senza dimenticare le più importanti correnti all’interno dell’Iran. “Se gli Stati Uniti dovessero optare per l’azione preventiva, il successo deriverebbe in misura non piccola dalla capacità politica di integrare gli strumenti diplomatici, militari e mediatici per mitigare l’effetto della rappresaglia iraniana e stabilire le condizioni per una diplomazia vincente del dopo-bombardamento”. Insomma, vanno sì predisposti piani per evitare il più possibile effetti collaterali contro i civili e colpire solo obiettivi sensibili, ma anche approntate misure d’emergenza per non far schizzare il petrolio a 300 dollari al barile. Infine va programmata una fase post-attacco per convincere Teheran a non far ripartire il programma nucleare.
Tutti questi vincoli lasciano pensare che l’attacco preventivo ha bisogno di molti mesi di preparazione, almeno da parte americana. Che poi sia Israele ad attuare unilateralmente il blitz antiraniano è tutt’altro discorso. Il ministro degli Esteri Franco Frattini lo riterrebbe “una catastrofe”. Ma forse a Washington tirerebbero un sospiro di sollievo.
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- Venerdì 11 Luglio 2008
Ingrid Betancourt con il Generale Mario Montoya
Alvaro Uribe è a Cartagena per accogliere il candidato repubblicano alle presidenziali americane John McCain. Sa quello che sta per accadere, ma non appare preoccupato più di tanto. A McCain lo confida durante il colloquio: “Stiamo per liberare Ingrid Betancourt”.
Può andare bene. Può andare male. Come tante altre volte negli ultimi mesi, il presidente colombiano scommette e vince, dimostrando che in quel fisico minuto ha una tempra d’acciaio.
La mattina di mercoledì 2 luglio Betancourt, 47 anni, già candidata alla presidenza della Colombia, è tornata libera con uno spettacolare blitz durato solo 22 minuti. Era stata sequestata sei anni e cinque mesi fa dai narco-terroristi delle Farc. Con lei hanno lasciato il carcere duro e violento altri tre ostaggi americani e 11 soldati colombiani.
All’indomani dell’operazione chiamata in codice Scacco Matto si può dire quello che Giovanni Falcone aveva previsto per Cosa Nostra: “Come tutte le cose nella vita c’è un inizio e una fine”. Oggi è cominciata la fine del più vecchio movimento guerrigliero marxista dell’America latina, sconfitto dall’inflessibilità del presidente Uribe e dal combinato disposto dell’intelligence americana e delle forze armate colombiane. Altro che pagliacciate alla Hugo Chavez, propostosi nel Natale scorso come mediatore (in realtà si è scoperto successivamente che per anni è stato un complice dei guerriglieri).
Infiltrazioni ad alto livello nella dirigenza delle Farc. Spionaggio elettronico con strumenti sofisticati acquistati in Israele. Tecniche anti-guerriglia degne dei migliori eserciti. Tutto questo ha permesso il ritorno a casa di Betancourt e la sconfitta epocale dei terroristi marxisti diventati narcotrafficanti, che nei mesi scorsi hanno subito la morte di tre dei loro capi e la defezione di 800 militanti.
E allora vediamolo assieme questo film d’azione e di intrighi. Prima scena: novembre dell’anno scorso. L’intelligence militare colombiana riesce a confiscare il video girato dai sequestratori con la prova che Betancourt, cittadina franco-colombiana, è ancora in vita. A quel punto c’è il via libera alle trattative, ma a una condizione: gli interlocutori devono essere quelli che hanno in custodia gli ostaggi, non i leader delle Farc.
E’ a questo punto che i satelliti-spia americani e le intercettazioni elettroniche riescono a circoscrivere l’area nel sud della Colombia dove sono tenuti nascosti i prigionieri. L’ora X di operazione Scacco Matto scatta tre settimane fa quando Betancourt e i suoi compagni di sventura sono rintracciati con assoluta certezza in un villaggio della foresta. I generali escogitano una trappola micidiale riuscendo a beffare il commando delle Farc. Con una sofistica tecnologia israeliana i tecnici dell’intelligence militare si inseriscono nelle frequenze radio usate dalla segreteria generale delle Farc. Uno di loro si spaccia per Alfonso Cano, il nuovo comandante dell’organizzazione dei narcos dopo la morte nel marzo scorso del leggendario Manuel Marulanda. “Compagni Cesar e Gafar (i due aguzzini che hanno in mano i sequestrati, ndr), riunite i prigionieri in un unico gruppo e portateli nella località che vi indicherò”. Il falso Cano spiega ancora che alcuni elicotteri di un’organizzazione umanitaria non governativa avrebbero preso a bordo gli ostaggi per trasferirli in un posto più sicuro. L’ordine è eseguito all’istante.Cesar guida i 14 ostaggi, in precedenza divisi in tre gruppi, vicino al fiume Apaporis, fra il dipartimento di Guaviare e Vaupes, nell’estrema area sud-orientale della Colombia. Qui è previsto l’appuntamento con gli elicotteri di fabbricazione russa e ridipinti in bianco e rosso. A bordo non ci sono però gli operatori umanitari della fantomatica Ong, ma gli agenti sotto copertura dell’intelligence militare, addestrati nelle due settimane precedenti. Indossano magliette con l’immagine sofferta di Che Guevara. Rimane la parte più difficile: convincere i due sequestratori a salire a bordo. E’ sempre la voce camuffata di Cano a superare l’ultimo ostacolo.
Appena gli elicotteri decollano, gli agenti si identificano e mettono le manette ai due terroristi liberando contemporaneamente tutti gli altri ex ostaggi. Il viaggio di ritorno prevede una sosta nell’accampamento militare di San José del Guaviare. Da qui un aereo militare porta tutti all’aeroporto di Bogotà, dove nel frattempo è sbarcato il presidente Uribe reduce dall’incontro con John McCain. “Complimenti, è stata un’operazione impeccabile” commenta Betancourt prima di cominciare la conferenza stampa più bella della sua vita.
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- Giovedì 3 Luglio 2008
È al primo posto nella classifica mondiale per inquinamento. Ma dopo il terremoto, e prima delle Olimpiadi, il colosso asiatico intende cambiare rotta. E ha chiesto aiuto ai paesi industrializzati, in prima fila l’Italia. Indossavano mascherine bianche in segno di protesta per la costruzione di una nuova fabbrica chimica e di una raffineria di petrolio a Chengdou, la capitale della provincia sudoccidentale del Sichuan. Hanno marciato pacificamente tutta la domenica pomeriggio rassicurando le autorità locali: «Non siamo dissidenti. Chiediamo solo l’acqua pulita e le montagne verdi dei nostri avi. Bloccate i nuovi progetti. Ci sono già due impianti chimici ad alto rischio, che andrebbero chiusi subito». Succedeva il 4 maggio scorso. Solo 8 giorni dopo il terremoto del Sichuan ha polverizzato le due fabbriche chimiche messe all’indice dagli ambientalisti uccidendo centinaia di operai. Ma ha anche avvelenato l’aria di Chengdou e dintorni con 80 tonnellate di ammoniaca che si sono sprigionate immediatamente, trasformando la catastrofe naturale in un disastro ambientale. Si dice che in Cina questa sia un’equazione assai comune. Ma chi fa più vittime? Le scosse della terra hanno seppellito a maggio almeno 70 mila cinesi. L’inquinamento dell’aria e la contaminazione dell’acqua ne uccidono prematuramente ogni anno 760 mila, secondo una stima della Banca mondiale. Non è un problema solo del paese più popoloso del pianeta. I gas velenosi e le polveri inquinanti provocano piogge acide in Corea e Giappone, fanno danni fino alla costa occidentale degli Stati Uniti e contribuiscono al cambiamento del clima in tutto il mondo. Un recente rapporto dell’Università della California ha stabilito che la Cina è al primo posto nella classifica mondiale per le emissioni di ossido di carbonio (il principale gas che causa l’effetto serra) avendo superato gli Stati Uniti nel 2007. La crescita economica, l’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno provocato un inquinamento ambientale di proporzioni epiche. Ma, proprio perché respirare al mattino l’aria a Lanzhou, uno dei cosiddetti villaggi del cancro sull’inquinatissimo Fiume Giallo, equivale a fumare un intero pacchetto di sigarette, il governo si è deciso a cambiare rotta. E chiede a gran voce ai paesi industrializzati, Italia in testa, di aiutarlo nell’impresa. «Non possiamo risolvere tutto da soli. La cooperazione italo-cinese sulle questioni ambientali è l’esempio da imitare» indica Yao Weike, il vicedirettore generale del ministero della Scienza e della tecnologia, che agli inizi di maggio ha firmato un importante accordo per il cosiddetto carbone verde con l’Enel. Dire che la Cina rossa diventerà presto verde è un azzardo. «Ma è anche certo che risparmio energetico e inquinamento sono le nostre nuove priorità per garantire uno sviluppo armonioso» dice a Panorama Li Longxing, il funzionario più alto in grado sulle questioni energetiche nella nomenclatura cinese. Ecco la formula magica. L’ha inventata il presidente Hu Jintao e tutti si adeguano. Sviluppo armonioso significa non solo una nuova distribuzione della ricchezza dalle più fortunate province orientali a quelle più depresse dell’ovest. Si traduce anche nel sostenere i livelli di crescita attorno al 10 per cento annuo utilizzando in modo più efficiente e rigoroso le risorse certamente non illimitate. La Repubblica popolare ha stanziato 200 miliardi di dollari per pulire l’aria e l’acqua nei prossimi 5 anni. Il piano del Consiglio di stato, massimo organo di governo, prevede di ridurre del 10 per cento entro il 2013 le emissioni di ossido sulfureo e di risparmiare il 20 per cento dell’energia cambiando l’attuale mix di fonti: più rinnovabili (sole ed eolico) e meno carbone (ora il 67 per cento) e comunque con «tecnologie di carbone pulito». Meno petrolio e gas e più nucleare, che oggi fornisce il 2 per cento dell’energia. Quanto al settore idroelettrico, dovrebbe attestarsi fra il 10 e il 12 per cento. La svolta non è dettata da una repentina conversione verde dei mandarini di Pechino. Il degrado ambientale, secondo i calcoli dell’agenzia per la protezione dell’ambiente (promossa a marzo al rango di ministero per segnalare il nuovo corso), costa all’economia cinese ogni anno il 10 per cento del pil. Non solo, minaccia la stessa stabilità politica. Le cifre si riferiscono al 2005, ma già al tempo si erano registrate 50 mila proteste ambientali, molte delle quali con 40-50 mila partecipanti. L’anno scorso dovrebbero essere state oltre 110 mila. Il Consiglio di stato ha concesso maggiori poteri di controllo e punizione agli ispettori del ministero dell’Ambiente. Ha rimosso e continua a licenziare i dirigenti locali che restano sordi alle nuove disposizioni. E tollera 3 mila gruppi ambientalisti, che stanno contribuendo in modo determinante alla nascita della società civile. Gli eredi di Mao Zedong vinceranno o no l’ennesima sfida? Molto dipende dai Giochi olimpici, che inizieranno l’8 agosto. Dovranno essere, come promesso 12 anni fa, «Olimpiadi verdi». È una bella scommessa soprattutto per Wang Dawei, direttore della divisione per il controllo della qualità dell’aria della municipalità di Pechino. «Siamo fiduciosi perché stiamo affrontando le principali cause dell’inquinamento che sono il carbone, le auto e la produzione industriale. Il gas naturale ha già soppiantato le caldaie a carbone. Siamo riusciti a spostare per sempre una quarantina fra acciaierie, raffinerie e altre industrie in lontane aree non abitate. Sperimenteremo le targhe alterne. Fermeremo tutte le imprese edili a partire dal 20 luglio» elenca a Panorama. Sono misure draconiane e anche all’avanguardia, come il blocco della vendita dei sacchetti di plastica a partire dal 1º giugno (per risparmiare 37 milioni di barili di petrolio) e il divieto di fumo nei taxi e attorno agli impianti olimpici. «Il controllo dell’inquinamento sta diventando più vitale di quello delle nascite» conclude Wang Dawei, con l’aria di chi sa di rischiare la carriera se fallirà. E forse anche la libertà.
- pbuo
- Lunedì 23 Giugno 2008
L’intervista sarà pubblicata solo domenica nel supplemento del quotidiano Yedioth Ahronoth, ma comincia già a fare molto rumore. Panorama.it ne ha avuto un’anticipazione. A parlare è Shaul Mofaz, vice primo ministro e ministro dei Trasporti del governo israeliano. “Se l’Iran continua il suo programma per sviluppare armi nucleari, noi l’attaccheremo. La finestra di opportunità si è chiusa. Le sanzioni non sono efficaci. Non ci sarà alternativa se non attaccare l’Iran in modo da fermare il programma nucleare”. Mofaz è sì un falco, ma è anche un esponente di primo piano del partito di maggioranza governativa Kadima, lo stesso del premier Ehud Olmert. Già capo di stato maggiore delle forze armate israeliane, Mofaz è oggi incaricato anche del “dialogo strategico con gli Stati Uniti”. Nella stessa intervista, il vice primo ministro aggiunge che l’attacco militare contro l’Iran sarà realizzato “con l’accordo, con la comprensione e con l’appoggio degli Stati Uniti”. Lui stesso è reduce da un viaggio a Washington, dove ha trattato ai massimi livelli la questione della bomba atomica iraniana.
Quando il giornalista israeliano ha chiesto a Mofaz cosa pensasse delle dichiarazioni rilasciate a Roma, durante il vertice della Fao, dal presidente Mahmoud Ahmadinejad, e cioè che “Israele sarà cancellato dalla mappa”, l’ex generale prestato alla politica ha risposto senza battere ciglio: “Lui scomparirà prima di Israele”.
Sono dichiarazioni pesanti e preoccupanti. E’ vero che Mofaz punta a ottenere la leadership del partito Kadima, ora che si sta per chiudere la carriera politica di Olmert, invischiato in uno scandalo per corruzione, in alternativa al ministro degli Esteri Tzippi Livni. Ma è anche vero che per la prima volta in Israele si parla apertamente di attaccare l’Iran dopo mille smentite. Negli apparati di sicurezza i piani militari sono praticamente ultimati. L’esercito e l’aeronautica li hanno già consegnati al ministro della Difesa Ehud Barak e allo stesso Olmert.
Seppure una’anatra azzoppata, il premier per la prima volta ha parlato ufficialmente dell’imminenza dell’ora X. Lo ha fatto a Washington al termine di un colloquio di un’ora con il presidente George W. Bush. “Ogni giorno che passa, ci avviciniamo sempre di più a fermare il programma nucleare iraniano”.
Ad ascoltare i consiglieri politico-militari del primo ministro, la nuova accelerazione, decisa di comune accordo con la Casa Bianca, non è legata alla crisi politica in Israele, ma è dettata da notizie sempre più allarmanti che provengono da Teheran e dai paesi vicini. Dopo l’ultimo rapporto dell’Aiea (l’agenzia dell’Onu anti-proliferazione atomica, con sede a Vienna), insolitamente duro contro le ambiguità e i sotterfugi della leadership iraniana, si sono aggiunti alcuni episodi assai gravi. Panorama.it è in grado di rivelare che sia la Turchia sia l’Azerbaijan hanno recentemente fermato due convogli separati di Tir provenienti dalla Russia e diretti alla centrale atomica iraniana di Busher. Durante i controlli- certamente non di routine, ma dettati da soffiate di 007- le autorità doganali hanno scoperto che all’interno del carico registrato regolarmente c’erano apparecchiature e sostanze irregolari, dirette probabilmente ai siti atomici clandestini all’interno dell’Iran. I due convogli sono ancora fermi alle frontiere della Turchia e dell’Azerbaijan. Sia l’azienda russa Atomstroyexport, incaricata della spedizione, sia il governo di Ahmadinejad hanno protestato, ma finora con scarso successo.
Di fronte all’inasprirsi della crisi internazionale qualcosa però sembra muoversi a Teheran. Il 28 maggio scorso Ali Larijani, l’ex capo negoziatore sul nucleare e avversario di Ahmadinejad, ha ottenuto la presidenza del parlamento con 232 voti su 290. La vittoria del fronte conservatore più pragmatico, che si oppone a quello fondamentalista, ha portato subito alla richiesta di coinvolgere anche i deputati nel negoziato sottraendolo in parte alla presidenza della repubblica. Sarebbe un modo per allontanare la resa dei conti con Israele e con gli Stati Uniti. Ma basterà? E soprattutto l’abile Larijani farà ancora in tempo a evitare lo show-down militare che avrebbe conseguenze catastrofiche nel Golfo Persico e anche in Afghanistan?
- pbuo
- Venerdì 6 Giugno 2008
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