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Trattare con i pirati? Assolutamente sì, perché loro si considerano dei Businessmen, degli “Uomini di Affari” che catturano una nave solo per “rivenderla” al proprietario. Stephen Askins è un ex marine della Royal Navy che, dopo aver speso diversi anni in giro per il mondo al servizio di Sua Maestà Britannica, è diventato “associato” dell’Ince & Co, uno dei più importanti studi legali internazionali, specializzati in diritto marittimo, con sedi a Londra, Dubai, Hong Kong, Amburgo. Lui è il massimo esperto di pirateria del mare di questa società, chiamata in causa da armatori, assicurazioni, ma anche da governi per avere consulenze in caso di sequestro di una imbarcazione. Askins risponde alle domande sulla strategia da adottare per debellare il flagello della “Moderna Pirateria”.
E sull’opportunità di negoziare con i rapitori, risponde in modo netto: “In genere, le trattative vanno a buon fine. Durano alcune settimane, a volte solo giorni, ma il fatto che gli equipaggi delle navi sequestrate siano disarmati e che, quindi, non ci siano scontri a fuoco, rende questi episodi più facili da chiudere”. L’ex marine non vuole parlare di casi specifici, come quello che riguarda il Bucaneer, il rimorchiatore italiano catturato alcuni giorni fa, con i sui 16 membri d’equipaggio, tra cui 10 connazionali, e portato, scortato da tre imbarcazioni piene di uomini armati alla fonda, al largo del villaggio di Lasqorey, nella regione autonomista somala del Puntland. Non vuole farlo, per motivi di riservatezza. Che in queste vicende è sempre ben gradita, come sembra indicare la prudenza con cui Stephen Askins parla di un argomento per lui assolutamente famigliare.
Con la sua risposta, comunque, l’avvocato londinese sembra voler dire che il negoziato è la via maestra da seguire per riportare a casa “armi e bagagli”, navi e marinai. L’uso dei muscoli, il ricorso al blitz militare per liberare gli ostaggi, l’ipotesi di andare a colpire la basi dei pirati lungo la costa somala, come vorrebbero fare i governi degli Usa e della Gran Bretagna, potrebbero essere addirittura controproducenti. Creare ulteriori tensioni e violenze, in un’area i cui equilibri sono delicati e dove, come si sa, le spedizioni militari occidentali non hanno avuto mai troppo successo, potrebbe essere ancora più pericoloso per le sorti del commercio marittimo tra Asia e Europa. Anche perchè, sottolinea l’ex soldato ora uomo di legge, c’è il rischio che queste azioni facciano coalizzare gruppi di pirati che, allo stato attuale, invece sono in gara tra di loro per le prede.
Questa collaborazione si è vista dopo l’intervento Usa contro i pirati che tenevano in ostaggio Richard Phillips, comandante della Maersk Alabama, liberato dai Navy Seals della U. S. Navy. Sia battelli del clan somalo degli Hawiye che imbarcazioni di un altro gruppo, quello dei Darod, hanno cercato di raggiungere il battello su cui era tenuto ostaggio il cittadino statunitense, per aiutare i quattro pirati, tre dei quali sarebbero poi stati uccisi nella sparatoria. “Si è trattato di un fatto abbastanza insolito”, dice Stephen Askins. Che aggiunge: “Io sono un avvocato e non uno stratega - dice - ma credo comunque che la soluzione della pirateria nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano non passi attraverso “scontri” in mezzo al mare, ma risolvendolo alla radice, sulle coste somale, dialogando con i somali”.
Per mettere fine allo stillicidio di sequestri. Realizzati da giovani tra i 17 e i 25 anni, cresciuti in un paese senza legge, povero e senza risorse, per lo più pescatori che hanno trovato nella pirateria la loro vera attività imprenditrice. Attività che andrà avanti anche nelle prossime settimane. Stephen Askins è disposto a scommettere che gli attacchi alle navi aumenteranno nei prossimi mesi, con la bella stagione. E questo anche se ci fossero degli attacchi militari contro le loro basi. “Anzi, ci saranno vendette contro le imbarcazioni americane o occidentali e verrano intensificati gli assalti se ciò avvenisse. Finora non è avvenuto che i sequestri finissero con la violenza. Spero che questa dinamica non cambi, anche se ci sono segnali, pericolosi, che la situazione possa diventare più calda”. Con questi pescatori - guerrieri, sembra suggerire l’avvocato londinese sarebbe meglio parlare, trattare e non fare sentire le armi. E’ quello che accadrà?
Il summit internazionale convocato dalle Nazioni Unite il 23 aprile e che vedrà una trentina di Paesi discutere di lotta alla pirateria dovrà innanzitutto prendere atto del fallimento delle iniziative messe in campo finora dalla comunità internazionale limitate a estenuanti improduttivi pattugliamenti condotti in un vastissimo specchio di mare da due dozzina di navi di tutte le principali marine.
Le flotte Nato e Ue alternatesi finora, la Task Force 151 a guida americana, la flotta francese dell’Oceano Indiano più navi cinesi, russe, indiane, malesi, iraniane e sud coreane non sono riuscite a impedire ai pirati somali di sequestrare l’anno scorso 42 navi incassando riscatti per 120/150 milioni di dollari. L’inconsistenza della risposta della comunità internazionale, ben rappresentata dagli interventi di elicotteri e navi da guerra che quasi mai hanno aperto il fuoco sui pirati, ha galvanizzato i filibustieri somali che da gennaio hanno già catturato 20 navi e 350 marinai con incursioni che hanno registrato un netto aumento nelle ultime settimane grazie alle perfette condizioni meteo.
Dopo i blitz della scorsa settimana effettuati dalle forze speciali francesi e statunitensi alcuni Paesi sembrano determinati a usare il pugno di ferro per “porre fine alla diffusione della pirateria in Somalia” come ha annunciato il giorno di Pasqua Barack Obama. Gli Usa e la Gran Bretagna stanno concentrando nel Golfo di Aden ingenti forze da sbarco con due portaelicotteri e 3.000 fanti di marina che si aggiungono alle truppe francesi e americane già schierate a Gibuti. Sul piano concreto esiste un’evidente spaccatura tra l’esigenza immediata di riportare l’ordine nelle acque somale ripristinando la libera navigazione e le aspirazioni dell’Onu che punta a risolvere prima il problema dell’anarchia che domina la Somalia rafforzando il governo di transizione somalo e l’inconsistente missione Amisom dell’Unione Africana.
Una posizione, sostenuta da molti Paesi europei, che sembra però anche un alibi dal momento che nessuno in ambito Ue sembra disposto a farsi coinvolgere con proprie truppe nella pacificazione della Somalia. Anche le operazioni punitive nei confronti dei pirati sembrano incontrare poco entusiasmo tra i Paesi che hanno varato la missione europea Atalanta eccezion fatta per britannici e soprattutto francesi distintisi non solo in di raids per la liberazione di ostaggi ma anche per la cattura in mare di diversi pirati poi consegnati alle autorità kenyane.
Sul piano del diritto internazionale i raids contro le basi dei pirati possono essere condotti da tutti i Paesi come prevede la Convenzione Internazionale di Montego Bay del 1982
e la Risoluzione 1851 dell’Onu approvata nel dicembre scorso che consente di penetrare nello spazio aereo e sulle coste somale. Blitz militari sollecitati inoltre dal governo di transizione somalo e da quello del Puntland, territorio non riconosciuto come stato a livello internazionale ma sul quale hanno sede la gran parte delle bande di pirati.
Non c’è nessun ostacolo militare o giuridico a colpire i criminali del mare. Manca solo la volontà politica. Si continua intanto a trattare per la liberazione del 16 marinai (10 italiani) del rimorchiatore Buccaneer detenuti nei pressi di Lasqorei, sulla costa del Puntland. Alla vicenda si sono interessate anche le autorità locali e sulla possibilità di una soluzione della vicenda a Roma si nutre un cauto ottimismo. Secondo testimoni oculari i marinai italiani si trovano a bordo del Buccaneer e noin hanno subito maltrattamenti.

Un intervento della Marina francese nel Golfo di Aden
Nuovo attacco dei pirati al largo delle coste somale. Nel mirino dei corsari è finita questa volta una nave mercantile battente bandiera americana, il Liberty Sun, che è riuscita a sventare l’assalto. Ora è protetta da una scorta militare americana. Diretto a Mombasa in Kenya con un carico di aiuti alimentari americani, il Liberty è stato attaccato con granate e armi automatiche prima che intervenisse in suo soccorso il cacciatorpediniere Bainbridge, lo stesso che ha a bordo il comandante della Maersk Alabama liberato lunedì notte dai cecchini delle forze speciali. Abdi Garad, un capo dei pirati somali, ha riferito che l’attacco odierno era un tentativo di prendersi una vendetta per il blitz delle forze speciali Usa di domenica scorsa in cui sono morti tre pirati. “Puntavamo a distruggere la nave battente bandiera americana e l’equipaggio a bordo, ma purtroppo ci sono appena sfuggiti”.
È stato un marinaio dell’equipaggio a raccontare in diretta il tentato arrembaggio, con un sms inviato alla madre a Wheaton nell’Illinois. “Siamo sotto attacco dei pirati - ha scritto Thomas Urbik - Siamo stati colpiti da razzi e pallottole. Siamo barricati nella sala macchine. Per ora nessuno è ferito. Un razzo ha bucato la paratia ma il buco è piccolo. C’è anche un po’ di fuoco, ma lo abbiamo spento”. La signora Urbik ha poi riferito alla Cnn che mezz’ora dopo il primo messaggio ne è arrivato uno più tranquillizzante: “La marina ha mostrato i muscoli ed ora siamo sotto scorta militare”.

Secondo quanto detto alla Reuters da un ufficiale della marina americana, il cacciatorpediniere Bainbridge “ha ricevuto l’ordine di cambiare rotta e dare assistenza al cargo”, ma all’arrivo nei pressi della Liberty Sun i pirati erano già fuggiti. Il cargo americano è la seconda nave che riesce a sfuggire all’arrembaggio in pochi giorni. Lunedè scorso ci era riuscito il Panamax Anna, cargo da 35.000 tonnellate che batte bandiera maltese ed appartiene allo stesso armatore greco del Pireo che si è visto sequestrare ieri la Irene Em con 22 marinai. Attualmente sono oltre 300 gli ostaggi nelle mani dei pirati. Dieci di loro sono gli italiani del rimorchiatore Buccaneer.
Soltanto nel 2008 i bucanieri somali, per nulla impensieriti dal pattugliamento globale della Missione Atlanta dell’Unione, hanno incassato 80 milioni di dollari in riscatti. Per assicurare le navi gli armatori sono costretti a pagare per i contratti di nuova stipula alle compagnie di assicurazione un sovrappiù per i danni (fino a un massimale di 5 milioni di euro) che può arrivare fino a 50-60 mila euro all’anno e un’assicurazione specifica da 10-20 mila dollari a tratta Kidnap and Ransom in caso di navigazione lungo il Golfo di Aden. La missione Ue è divisa sulla strategia da adottare per rispondere agli attacchi dei pirati. La Francia è per la linea dura. Gli altri Paesi Ue tentennano. Senza trascurare il fatto che, in questa zona di mare, sono presenti solo una decina di navi europee. Troppo poche per affrontare i bucanieri del 21esimo secolo, attrattezzati con armi leggere, granate e tecnologie supermoderne.

Di Stella Pende da Mombasa
Sulla spiaggia rovente il pirata Isse pare il Sandokan dei poveri. Al posto del turbante, una lurida T-shirt gli fascia la faccia. Al posto del veliero salgariano, una piccola lancia col motore Yamaha arrugginito. Una cosa la Tigre di Mompracem gli avrebbe invidiato: il lanciarazzi Rpg che il nuovo corsaro dondola fra le mani come una canna da pesca. “Eravamo poveri pescatori, ma le navi dei ricchi asiatici ci rubavano il mare e i pesci” dice masticando il khat, foglie di droga. “Oggi ci difendiamo e i loro vascelli sono diventati le nostre aragoste. Le loro navi i nostri squali”.
Le coste della Somalia e il Golfo di Aden sono diventati l’eldorado per i nuovi furfanti del mare. Tra le 30 mila navi all’anno che viaggiano nel golfo, le prede più prelibate sono le grandi petroliere saudite, le navi francesi che fanno arrivare il Bordeaux in Giappone, le italiane che caricano Porsche e Ferrari per Dubai. I numeri volano: un esercito di 1.500 corsari, 293 incidenti nel 2008, 889 membri di equipaggio presi in ostaggio, 32 feriti, 21 desaparecidos. È un affare enorme quello che volteggia intorno al tesoro dei pirati: 170 milioni di euro e più, secondo stime.
“Cosa nostra del mare spa” è organizzata come una vera azienda. Intanto ha calamitato nelle sue file nuovi e rapaci soci. Prime fra tutte le gang yemenite, che hanno investito un milione di euro per arricchire il parco lance degli amici (200 nuove di zecca dotate di gps). Anche gli shebab delle corti islamiche, talebani del Corno d’Africa, si sono infiltrati tra i nuovi corsari offrendo basi di protezione a terra, dotate di torrette di avvistamento. Per ultima Al Qaeda, che ha inaugurato da poco i nuovi corsi intensivi di pirateria. “Nello Yemen addestrano ragazzini all’arrembaggio, all’uso di lanciarazzi e di armi pesanti” mi dice Matt Freman, esperto di terrorismo a Londra. E proprio dal Regno Unito parte il tam-tam delle notizie. Finanziatori e sponsor eccellenti, i più conosciuti sono Mohamed Abdi Hassan e Fara Hersy Kulan, si sono piazzati a Londra dopo matrimoni “strategici” con somale emigrate. Là cercano di carpire informazioni agli agenti delle compagnie assicurative. Ottenute date e rotte, le news rimbalzano a Mombasa, dove i pirati hanno seminato cellule. Un business che rischia, però, di sgonfiarsi.
Gli armatori sono soffocati dalle polizze di assicurazione miliardarie. Ed è un momento di gloria per le agenzie di sicurezza come la Blackwater, l’italiana Start sicurezza e la Security consulting group di Roma, che forniscono kit antipirati: elettrificazione di prue e poppe, cannoni ad acqua, ma soprattutto dissuasori acustici che fino a 200 metri spaccano i timpani ai corsari. Notizie che fanno sorridere sotto il turbante Isse. “Le leggende su noi pirati corrono più delle nostre lance” mi dice, sempre arroccato sulla sua barchetta-casa. Oso: l’Onu ha approvato due risoluzioni perché i paesi più colpiti dagli attacchi possano cacciarvi come bestie feroci per terra e per mare. Perfino Barack Obama ha voluto la Task force 151 che schiererà contro di voi le navi da guerra di 23 paesi. Infine la missione europea Atalanta, che ha da poco fatto partire le sue ammiraglie. Ormai siete stretti in una morsa… Isse è pacifico come il suo mare: “Mandassero pure la flotta navale della Terra intera. Perderebbero. La nostra rabbia invece vincerà su tutti. Vogliono fermare i pirati? Restituiscano pace e dignità alla Somalia”.
Dietro le rocce sfavillano occhi di donne foderate di nero. Il villaggio intero ci spia. Sanno che l’ultima legge della pirateria ordina il taglio del braccio fino al gomito per chi parla agli occidentali.
L’uomo racconta che la pirateria somala è un baobab della cuccagna diviso in due grandi rami. Il primo cresce a nord e fiorisce soprattutto intorno al porto di Eyl, nello stato indipendente e fatato del Puntland. Altri gruppi invece crescono più a sud, tra Chisimaio e Harardhere. Fra questi ecco il mito dei gangster dell’acqua. Nome: Abdul Hassan. Lui e i suoi 350 miliziani hanno sequestrato 30 navi solo nel 2008.
“L’uomo che non dorme mai” è considerato leggenda per il coraggio, ma anche per l’ironia che gli ha fatto chiamare “Centro delle guardie costiere” la sua corte dei miracoli, affollata di briganti, avanzi di galera e mercenari. Ma oggi sta diventando importante un’altra armata di filibustieri del mare: “È cresciuta intorno al porto di Bosaso, che si affaccia proprio sul Golfo di Aden” racconta un pescatore di Buur Gaabo con un piede masticato da uno squalo. “Lì 350 uomini si sono specializzati nell’assalto alle navi più lente, che non riescono a far manovra per scappare”. L’uomo senza piede racconta che i corsari si spostano sempre con una nave madre, spesso un vecchio peschereccio russo, che segue le prede nelle acque del golfo, come un vascello fantasma. Coperti dalle reti, i corsari tengono lance veloci, cannocchiali e scanner che avvistano le navi anche a 300 miglia.
Il segreto di ogni attacco è la velocità. Shamun Indhabur, leader dei pirati somali con fama d’immortalità (”Durante gli attacchi in mare siamo lupi affamati in cerca di carne”), vanta una truppa così addestrata da conquistare una nave in 15 minuti precisi. La lancia parte, circonda l’imbarcazione e minaccia con i lanciarazzi di affondarla. Chi tocca per primo il ponte si guadagna un premio: una jeep, una moglie sotto i 18 anni o un chilo di khat. Se non ha ucciso nessuno, però. Perché nel codice d’onore del pirata l’assassinio è vietato.
La morte del capitano della nave Faina, sequestrata con un arsenale di guerra a bordo, parla da sola. “L’uomo non ha superato un brutto infarto da stress. Ma i pirati, per dimostrarne la morte da malattia, hanno tenuto il corpo nel freezer fino alla nostra liberazione, in cambio di 3,2 milioni di dollari” racconta il nuovo capitano Viktor Nikolsky, schierato con l’intero equipaggio sulla banchina del porto di Mombasa. Racconti di terrore: “Cinque mesi chiusi come topi in cabina. Kalashnikov puntati anche per la doccia. Poi un giorno ci offrono spaghetti e ci portano sul ponte” racconta Dimitri, marinaio con le cornee rosse. “Adesso ci ammazzano, ho pensato. Invece la marina americana ci voleva tutti lì per la foto di controllo”. Gli americani sono rispettati dai pirati: “Ci arrestano, ma poi ci liberano perché li lasciamo in pace”. I francesi, invece, hanno osato sfidare i briganti marini. Dopo il pagamento del riscatto per la nave francese Le Ponant, il presidente Nicolas Sarkozy ha scatenato gli elicotteri Apache catturando almeno sei membri del commando.
Oggi, comunque, i veri diavoli dell’acqua sono i marinai orientali. Forti di due ammiraglie antipirati, i cinesi hanno cominciato il 26 febbraio salvando un equipaggio italiano nel Golfo di Aden. Ferma per avaria al motore, la nave vede lontano un puntino che schizza sull’acqua. Chiede soccorso alla vicina flotta cinese e quelli partono con un elicottero. Comincia l’inseguimento cielo-acqua. I cinesi volteggiano sulla lancia come avvoltoi. I somali scappano. Per la nave Zhenhua 4, invece, il combattimento è a bordo. Il capitano Peng Weiyuan racconta: “Erano in sei, ma li abbiamo attaccati con bombe incendiarie fatte a mano e perfino con bottiglie di birra. Finché i nostri non sono arrivati con i rinforzi”. Navi gialle o fantasma, la pirateria rischia di diventare un business dannato e infinito come l’oppio in Afghanistan. E il Golfo di Aden rimane un tratto di mare senza legge. “La pirateria somala è lo specchio di questo paese martoriato che è diventato il Far West dell’Africa” dice Mahmood Noor, leader dell’Alleanza per la liberazione della Somalia. “Il governo provvisorio si nutre di quest’ambiguità e dei milioni della pirateria. E il popolo muore di fame”. Ma talvolta il popolo si vendica. Il 9 gennaio un elicottero cala un pacchetto con 3 milioni di dollari sulla tolda della Sirius Star, petroliera saudita sequestrata con 100 milioni di barili di petrolio. I banditi marini agguantano il malloppo ed esultanti puntano terra con le lance. Piroette tra le onde, la barca con i soldi si ribalta. Sei corsari affogano. L’acqua si riempie di dollari. Da terra un gruppo di poveri nomadi vede la scena. I poveretti si tuffano e agguantano i bigliettoni qua e là. I pirati perdono oltre 300 mila euro.

Pirati somali ancora all’arrembaggio nelle acque del Golfo di Aden dove negli ultimi giorni sono state sequestrate una petroliera tedesca e un cargo degli Emirati Arabi Uniti a fronte del rilascio, dietro pagamento di un lauto riscatto, della nave ucraina Faina carica di armi dirette in Kenya e di un peschereccio d’altura cinese.
La motonave Faina, sequestrata in settembre, è stata rilasciata dopo lunghe trattative che hanno ridotto il riscatto a 3,2 milioni di dollari contro i 20 richiesti inizialmente mentre nel 2008 111 navi sono state attaccate dai pirati somali che ne hanno catturato 42 incassando almeno un centinaio di milioni di dollari. Nonostante siano ormai due dozzine le navi da guerra schierate nell’area il fenomeno non accenna a diminuire forse anche perché la flotta internazionale non è in grado di coprire un’area che marittima che si estende da Gibuti alle coste del Kenya e anche quando intervengono a difesa di navi mercantili, le forze navali si limitano quasi sempre a mettere in fuga i pirati senza aprire il fuoco.
Oltre alla flotta americana (Task Force 150) e a quella europea (Operazione Atalanta) sono presenti nell’area due navi cinesi, una russa, due indiane, due iraniane e una malese mentre sono attese almeno due fregate turche inviate da Ankara dopo il sequestro di tre cargo nazionali e due cacciatorpediniere giapponesi.
Uno sforzo militare costosissimo non solo perché richiede l’impiego di navi del valore di centinaia di milioni di euro ma anche per gli elevati costi di mantenimento di queste unità navali per turni prolungati in quelle acque. Improbabile che gli equipaggi delle navi mercantili abbiano la capacità e la convenienza ad esporsi in pericolosi tentativi di difesa per i quali non sono addestrati ma al tempo stesso è evidente che una forza navale così imponente è paradossalmente anche così inutile dal momento che nessuno applica quanto previsto dall’ultima risoluzione dell’Onu che in dicembre autorizzò l’attacco diretto alle basi dei pirati sulla costa somala.
Il prolungarsi della crisi che ha raggiunto l’apice già dal giugno scorso, rischia poi di facilitare improbabili giustificazioni ideali all’opera dei criminali del mare come dimostrano le dichiarazioni del leader libico Muhammar Gheddafi, presidente di turno dell’Unione Africana, che il 6 febbraio è sceso in campo in difesa dei pirati somali. “Non è pirateria, è autodifesa, stanno difendendo il cibo dei loro figli” ha dichiarato il leader libico al giornale keniota Daily Nation aggiungendo che la pirateria “è una risposta all’avidità delle nazioni occidentali che invadono e sfruttano illegalmente le risorse delle acque territoriali somale”.

I pirati sono tornati in azione al largo della Somalia sequestrando ieri una petroliera tedesca, la Longchamp, che trasportava oltre 3.415 tonnellate di greggio. Sulla nave era imbarcato un equipaggio di 13 marinai, in maggioranza filippini. L’attacco è avvenuto proprio mentre a Gibuti nove paesi dell’area stavano firmando un accordo per rafforzare la cooperazione regionale nella lotta alla pirateria. Nel 2008 nelle acque del Corno d’Africa sono state catturate 42 navi, nel 2007 erano 12, nel 2006, 7.
Quello più spettacolare era stato proprio l’attacco alla Sirius Star, la mega petroliera presa d’assalto il 16 novembre scorso a 750 chilometri dalla costa keniana. Per il rilascio, avvenuto il 9 gennaio, è stato pagato un riscatto di circa 3 milioni di dollari, ma «la sola notizia dell’avvenuto sequestro aveva provocato un aumento del prezzo del petrolio pari a un dollaro al barile» ha chiarito l’ammiraglio Luciano Callini direttore del Centro militare di studi strategici che il 28 gennaio ha presieduto a Torino una conferenza internazionale sulla pirateria organizzata dall’Unicri.
Da oltre 4 mesi è ancora nelle mani dei pirati, invece, la Faina, nave da carico ucraina che trasportava carri armati, munizioni e lancia granate destinati, forse, al Sudan, per la quale sono stati chiesti 20 milioni di dollari. L’attacco alla petroliera tedesca, smorza le speranze che l’intensa attività militare nel golfo di Aden potesse aver frenato il fenomeno, come i dati di gennaio dimostravano. In quel tratto di mare passa il 20 per cento del traffico commerciale del mondo e attualmente sono presenti navi della marina americana, cinese, russa, saudita e indiana, oltre a quelle della missione europea Atalanta lanciata a dicembre dell’anno scorso con il compito di contrastare la pirateria.

Modalità di attacco. I moderni bucanieri sono per lo più pescatori che usano pescherecci come nave madre e poi lanciano l’assalto a bordo di piccole e rapide imbarcazioni. La nave madre, che trasporta le armi e il carburante, segue come un’ombra la “preda” aspettando il momento migliore per entrare in azione. Quando il vento non è troppo forte, le correnti buone, e l’obiettivo selezionato viaggia a una velocità non troppo sostenuta, il commando a bordo di una o due piccole barche a motore, accosta la nave, spara colpi di avvertimento con il kalashnikov o il lanciarazzi per fermare la sua corsa e poi sale a bordo arrampicandosi su scale di legno. «La preda a quel punto viene scortata verso acque sotto il controllo dei pirati» spiega Callini «al largo delle coste somale». Nel tempo gli attacchi si sono fatti sempre più ambiziosi anche perché i commando si sono dotati delle più moderne tecnologie (satellitari, gps). «Uno scanner per le frequenze radar che permette di individuare le tracce dei mercantili si può acquistare a Mogadiscio per 2mila dollari» ha rilevato un esperto alla conferenza Unicri, «non è poco per quel paese, ma può essere un investimento davvero redditizio».
Operazioni Onu sulla terraferma? Le basi dei banditi sono concentrate per lo più a Boosaaso, Eyl e Haradere, ma per quanto la risoluzione dell’Onu che autorizza la missione contro la pirateria dia la possibilità di compiere operazioni anche sulla terraferma «si sta ancora discutendo dell’opportunità di una tale azione» ha affermato il vice ammiraglio Rober Moeller, numero due di Africom: «Troppi i rischi, poche le certezze di successo: come reagirebbe la popolazione locale alla vista di truppe straniere?». Il punto vero è che la Somalia da 18 anni è senza un governo centrale e questo rende difficile dal punto di vista legale molte decisioni. Non ultima quella su chi abbia la giurisdizione per processare i pirati che vengano eventualmente catturati. Alcuni sono stati consegnati al Kenya, altri sono stati rilasciati dopo il sequestro di armi e attrezzature. I francesi, dopo aver pagato il riscatto per il sequestro di un panfilo di lusso, il Ponant, sono andati a prenderli con un blitz e li hanno portati a Parigi (guarda il VIDEO).
E prendere di mira le navi madre? «Impossibile» ammette Nick Gibbons comandante della marina britannica, membro della missione europea nel golfo di Aden «bisognerebbe controllare ogni peschereccio, ma possiamo farlo solo se abbiamo sospetti fondati che sia coinvolto in atti di pirateria». Non resta che rafforzare le regole di sicurezza per i mercantili, migliorare il controllo con il satellite. «È necessaria una maggior collaborazione tra il settore privato, che detiene le tecnologie migliori, e gli Stati», dice Sandro Calvani, direttore di Unicri. Ma la situazione non potrà risolversi finché in Somalia non si insedierà un governo capace di affrontare l’emergenza. Possibilmente prima che ai terroristi islamici, a detta di molti, piuttosto attivi nell’area, venga in mente di sfruttare l’abilità dei pirati per far tanti soldi, abbastanza facilmente.
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Diventerà pienamente operativa il 15 dicembre la flotta dell’Unione Europea mobilitata per fronteggiare la minaccia dei pirati somali nelle acque del Golfo di Aden. Varata il 10 novembre scorso, l’Operazione Atalanta sarà composta da sei navi da guerra, per lo più fregate lanciamissili, e da tre aerei da pattugliamento marittimo a lungo raggio basati nel poeto di Gibuti, già sede della Flotta francese dell’Oceano Indiano.
La forza europea, per la quale Bruxelles ha stanziato 8,3 milioni di euro per tutto il 2009, rimpiazzerà le tre unità della NATO schierate già da alcune settimane in quelle acque (con il doppio compito di proteggere i mercantili in transito e scortare le navi del Programma Alimentare Mondiale che hanno scaricato a Mogadiscio 30.000 tonnellate di aiuti umanitari) anche se nei giorni scorsi l’Alleanza Atlantica ha annunciato di voler aumentare le misure di contrasto al fenomeno della pirateria che nelle acque somale ha già visto attaccate oltre 100 navi, 40 delle quali catturate e portate nelle “tortughe” di Harardere e Eyl. Un’attività illecita che oltre ad aver fruttato alle bande somale oltre 50 milioni di dollari in riscatti sta costando una fortuna agli armatori (a causa dei premi assicurativi delle navi saliti da 900 a 9.000 dollari al giorno) e all’Egitto in seguito al calo del traffico verso il Canale di Suez.
Xavier Solana, responsabile per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, ha annunciato che la flotta guidata dall’ammiraglio britannico Philip Jones “svolgerà i suoi compiti con regole d’ingaggio molto robuste” che dovrebbero includere l’uso delle armi contro i barchini pirati. Nella conferenza stampa tenutasi ieri a Bruxelles Jones ha però ammesso che al momento la missione prende il via con appena tre navi fornite da Londra, Parigi e Atene anche se “nei prossimi mesi ci aspettiamo una nave dalla Germania poi dalla Spagna, dall’Olanda e dal Belgio”. Jones ha auspicato che anche l’Italia partecipi all’operazione superando i problemi di natura finanziaria che finora hanno indotto Roma a non aderire a Eunavfor. Il contrammiraglio della Royal Navy ha annunciato che le sue navi potranno usare ”tutte le misure necessarie, incluso l’uso della forza, come deterrente per prevenire e intervenire al fine di impedire atti di pirateria e rapine armate che possono essere commesse nell’area”.
A parte la fregata britannica Cumberland che ha inviato motoscafi dei Royal Marines a uccidere e catturare alcuni pirati,
le navi della NATO guidate dal cacciatorpediniere italiano Durand de La Penne
non hanno mai aperto il fuoco contro i veloci barchini dei pirati limitandosi a metterli in fuga con sorvoli a bassa quota degli elicotteri o ostacolandone le manovre né sono autorizzate a liberare le navi sequestrate o a colpire le basi dei gruppi criminali sulle coste del Puntland somalo.
L’uso della forza militare contro la pirateria è giuridicamente autorizzato dalla Convenzione di Montego Bay del 1982 ed è stato sollecitato anche nei giorni scorsi dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU che autorizza le navi ad entrare nelle acque territoriali somale per inseguire i pirati. Inoltre ogni stato che ha subito attacchi alle sue savi mercantili potrebbe legittimamente attaccare i pirati. Per ottenere risultati concreti e risolutivi sarebbero però necessarie azioni sul territorio somalo per distruggere le imbarcazioni e le basi stesse dei pirati con raid militari . Interventi militari a terra richiesti dal governo del Puntland (stato autoproclamatosi tale e non riconosciuto dall’ONU) e dal primo ministro del governo ad interim somalo, Nur Hassan Hussein, secondo il quale “le operazioni navali non sono sufficienti ma devono essere attaccate anche le basi sulla terraferma”.
Una posizione condivisa da Noel Choong, direttore del Centro di monitoraggio della pirateria dell’International Marittime Bureau di Kuala Lumpur, il quale ritiene che “senza dissuasione e a fronte di rischi minimi, con la prospettiva di ricchi guadagni, gli attacchi continueranno”.

Definirli pirati, a questo punto, diventa riduttivo. Dopo mesi di silenzio, i corsari che imperversano nel Corno d’Africa, sequestrando decine di navi l’anno e mettendo in pericolo le forniture di petrolio via mare per l’Europa, cominciano a parlare. E a svelare che, a sostenere il fenomeno della pirateria, c’è una rete di collaboratori che si estende in tutto il mondo.
Agenti, traduttori, negoziatori per facilitare la presa di contatto con le compagnie delle navi sequestrate: sono solo alcune delle figure che gravitano attorno alla pirateria somala, secondo quanto emerso da un’inchiesta realizzata dall’Associated Press. “I pirati sono un’organizzazione criminale, e come tale attirano una miriade di gente che ne vuole approfittare”, spiega a Panorama.it Robert Middleton, ricercatore esperto di Africa orientale presso l’organizzazione Chatham House. “Sono persone che si definiscono consulenti legali o finanziari, ma spesso non hanno alcuna qualifica specifica. Ciò non toglie che possano tornare utili, soprattutto se basati all’estero”.
Man mano che il business dei rapimenti si allarga, crescono anche le capacità operative dei pirati. Buona parte dei “collaboratori esterni” farebbero parte della diaspora somala, e sarebbero stanziati in punti nevralgici per il traffico mondiale come gli Emirati Arabi Uniti, o in Paesi come il Canada dove la presenza somala è molto forte. Loro compito sarebbe il curare le relazioni esterne, ma anche riciclare il denaro dei riscatti e in alcuni casi riscuoterlo direttamente, grazie al sistema dell’hawala. Cresciuto esponenzialmente durante la guerra civile a causa della liquefazione dello stato somalo e delle banche, l’hawala è una specie di sistema bancario informale, in cui persone di fiducia all’estero ricevono o emettono pagamenti per conto dei somali ancora residenti in patria, salvo poi riscuotere (o consegnare) il denaro grazie a un agente di stanza in Somalia, che spesso è un parente o un amico fidato.
Un sistema in cui non si usano carte, transazioni su internet o altro, e che per questo motivo è estremamente difficile da contrastare. “La forza del fenomeno è proprio quella di essere informale”, prosegue Middleton. “I pirati non possono certo essere paragonati alla mafia come livello organizzativo, almeno per il momento. Ed è proprio il livello artigianale di questi aspetti che garantisce loro di non essere scovati”. Pagamenti in contatti e attraverso una rete di rapporti familiari e alleanze tra clan impossibili da monitorare. Per questo gli Emirati Arabi stanno tentando di contrastare il fenomeno regolamentando l’hawala (che dovrebbe essere segnalata in caso superi un certo ammontare) e limitando i pagamenti cash. Provvedimenti che, per il momento, hanno avuto un’efficacia limitata. Anche perché, dall’altra parte del Golfo di Aden, sulla costa somala, una pletora di ufficiali governativi corrotti è sempre pronta a sostenere la principale “attività economica” che il Paese ha avviato dallo scoppio della guerra civile ad oggi.
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