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La pirateria in Somalia e l’impotenza dell’Onu

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  • Tags: Mogadiscio, pirates, pirati, Somalia
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Un gruppo di imputati somali per pirateria al processo intentato dal Pm Catherine Mwangi a Mombasa

Continua l’allarme pirateria in Somalia. Il fenomeno è talmente cresciuto negli ultimi mesi da far scendere in campo anche l’Unione Africana. Secondo Jean Ping, capo della Commissione dell’organizzazione, a foraggiare i corsari del Corno d’Africa contribuiscono anche le divisioni politiche all’interno della Somalia, teatro di una guerra civile che dura ormai da 17 anni e che ha annullato nel Paese qualsiasi forma di autorità statale.

Secondo il capo della Commissione dell’Unione Africana, vincere la guerra contro i pirati è impossibile senza prima far cessare la guerra in Somalia. L’opinione di Ping è condivisa anche dall’analista Hans Tino Hansen, direttore della danese Risk Intelligence, una compagnia esperta in sicurezza marittima. “Sconfiggere la pirateria significa prima di tutto dover controllare le coste somale”, spiega a Panorama.it. “Le navi militari inviate nel Golfo di Aden sono solo una soluzione temporanea. Ho paura che, quando l’attenzione mediatica verrà meno, anche gli sforzi della comunità internazionale ne risentiranno”. Mentre all’Onu si discute sui metodi per contrastare il fenomeno, i pirati non stanno con le mani in mano: sabato scorso hanno sequestrato una superpetroliera saudita, la Sirius Star, che trasportava una quantità di greggio del valore di 100 milioni di dollari. I pirati, in contatto con i proprietari dell’imbarcazione, ne hanno chiesti 25 per liberare la nave e i 25 membri dell’equipaggio nelle loro mani. E negli ultimi giorni altre due navi sarebbero finite nella rete dei corsari: un’imbarcazione registrata a Hong Kong e diretta in Iran, e un peschereccio thailandese. “Ci sono tantissime imbarcazioni sequestrate dai pirati di cui non si parla mai”, continua Hansen. “Questo perché, a livello mediatico, una nave contenente armi o petrolio fa molto più notizia di una che trasporta cemento”.

Nel caos somalo, i pirati sembrano l’unica organizzazione efficiente: i loro attacchi aumentano costantemente di numero e il loro raggio di azione si allarga sempre più, arrivando a colpire imbarcazioni a centinaia di chilometri dalla costa. Se il trend dovesse continuare, la raccogliticcia flotta militare che pattuglia il Golfo di Aden nel tentativo di scortare le imbarcazioni lungo un ridotto corridoio di sicurezza potrebbe non bastare. La scorsa settimana, la Marina americana si è detta stupita delle capacità operative dei pirati, e nonostante alcuni sporadici successi (ieri una nave militare indiana ha affondanto un’imbarcazione corsara), per sradicare il fenomeno occorre ben altro.

Ma sconfiggere i pirati vorrebbe dire inviare un robusto contingente di caschi blu in Somalia, infilandosi nuovamente in un ginepraio da cui l’Onu si tirò fuori nel 1993. Al Palazzo di Vetro, nonostante le richieste del segretario generale Ban Ki-moon, nessuno ha intenzione di inviare i propri contingenti in un Paese diventato una terra di nessuno. La scorsa settimana, il presidente somalo Abdullahi Yusuf ha ammesso che le truppe governative controllano solamente l’area attorno alle città di Baidoa e Mogadiscio, nella Somalia centrale, mentre il resto del territorio è in mano alle milizie islamiche, decise a riprendere il controllo del Paese dopo essere state cacciate dalla capitale alla fine del 2006. Il governo è paralizzato da settimane a causa delle divergenze tra il presidente e il premier Nur Hassan Hussein, mentre l’Etiopia, che sostiene il governo somalo con la presenza di più di 10.000 soldati a Mogadiscio e Baidoa, ha annunciato che potrebbe presto richiamare i propri contingenti. In questo caso, a presidiare la capitale rimarrebbero poco più di duemila peacekeepers dell’Unione Africana, diventati negli ultimi mesi uno dei bersagli preferiti dell’insorgenza islamica. Ce n’è abbastanza perché l’Onu lascia la Somalia e le sue coste al loro destino.

  • matteo.fagotto
  • Giovedì 20 Novembre 2008

Pirati in Somalia: se l’arsenale finisce in mano alle Corti Islamiche?

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  • Tags: Corno-dAfrica, golfo-di-Aden, pirateria, pirates, Somalia
  • 6 commenti

Somalia
Un’imbarcazione di pirati si affianca alla nave ucraina. Photo: Ap

I corsari del Corno d’Africa hanno colpito ancora. Solo che stavolta l’hanno combinata più grossa del solito. Famosi per aver reso le acque del golfo di Aden le più pericolose del mondo, lo scorso giovedì i pirati somali hanno sequestrato una nave ucraina che trasportava 33 carri armati e altro materiale bellico destinato all’esercito keniano. Il colpo più grande nella recente storia della pirateria potrebbe però segnare una svolta nella lotta internazionale al fenomeno.

Non è chiaro se i pirati sapessero cosa trasportava l’imbarcazione ucraina Faina, ma per dei cacciatori di taglie come loro poco importa. La richiesta di riscatto è di 20 milioni di dollari per nave ed equipaggio, composto da 20 uomini, uno dei quali sarebbe morto domenica. La minaccia che le armi finiscano in mano ai miliziani somali è così grave che perfino Usa e Russia hanno deciso di collaborare. La nave da guerra Neustrashimy sta facendo rotta verso le acque somale, mentre domenica l’americana USS Howard avrebbe avvistato la nave tra i porti di Harardheere e Hobyo, lungo le coste orientali della Somalia, e la starebbe tenendo d’occhio aspettando l’arrivo di rinforzi. I pirati non sembrano preoccupati dello spiegamento di forze, e hanno avvertito di essere pronti a combattere fino alla morte per respingere qualsiasi attacco nei loro confronti.

Nati in quel laboratorio bellico che è la Somalia, ormai in guerra permanente dal 1991, i pirati hanno prosperato approfittando del disinteresse della comunità internazionale e della debolezza delle istituzioni somale. Nella regione autonoma del Puntland hanno creato un’organizzazione sempre più sofisticata, che ora ha addirittura un portavoce per i rapporti con la stampa. Come ha riferito a Panorama.it Andrew Mwangura, dell’East African Seafarers Association i corsari si spostano in gruppi di piccole imbarcazioni a motore, estremamente veloci e facili da manovrare. Coordinati generalmente da una nave-madre dotata di gru per poter controllare il mare in lontananza, sono equipaggiati di armi pesanti, cellulari e impianti Gps, e riescono a operare fino a 300 km di distanza dalla costa. I pirati attaccano qualsiasi tipo di imbarcazione passi attraverso il golfo di Aden: nelle loro mani sono caduti pescherecci, navi-cargo, imbarcazioni del World Food Program e yacht di lusso. Nel solo 2008, gli attacchi al largo delle coste somale registrati dall’International Maritime Bureau sono stati 24.

Nonostante la minaccia per una rotta così importante come quella che, attraverso il Mar Rosso, collega il Mediterraneo all’ Oceano Indiano, finora la comunità internazionale non si è mossa. Lo scorso giugno il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato una risoluzione che autorizza i Paesi alleati della Somalia a intervenire militarmente nelle acque del golfo di Aden. Ma a parte la spettacolare cattura di un gruppo di pirati per mano dell’esercito francese avvenuta la scorsa estate e qualche pattugliamento, nulla è stato fatto a livello di coordinamento degli sforzi. L’episodio di giovedì potrebbe rappresentare uno spartiacque importante: c’è infatti il pericolo che le armi sequestrate dai pirati finiscano in mano agli insorti somali vicini alle Corti islamiche, che dall’inizio 2006 cercano di rovesciare il governo di Mogadiscio. Una minaccia che potrebbe favorire la creazione di una “coalizione di volenterosi” per risolvere il problema.

  • matteo.fagotto
  • Lunedì 29 Settembre 2008

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