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Obama e Mc Cain alla guerra dei carburanti

In Texas

Petrolio ed etanolo infiammano la campagna elettorale americana. La speculazione sul prezzo del greggio sta mettendo in seria difficoltà l’economia degli Usa e rischia di modificare gli stili di vita degli americani, abituati alla benzina a costi bassi e ad auto da grossi consumi. Il tema è un terreno di battaglia. Lo ha dimostrato ieri Barack Obama: il candidato democratico ha accusato McCain di favorire una legge che consente la speculazione sul petrolio, sfruttando un vuoto legislativo chiamato “buco Enron“, dal nome del gigante energetico americano fallito nel 2002 per le spericolate operazioni finanziarie dei suoi amministratori. Secondo i democratici, la stessa mancanza di regolamentazioni precise sui futures energetici è la principale causa della bolla dei prezzi petroliferi. Ieri Jon Corzine, governatore del New Jersey ed ex capo della banca Goldman Sachs, schierato con Obama, ha attaccato direttamente Phil Gramm, uno dei consiglieri economici di Mc Cain, ex senatore del Texas, che favorì nel 2000 il vuoto legislativo sfruttato dalla Enron, nel cui consiglio d’amministrazione sedeva sua moglie Wendy.
La controffensiva di McCain. John Mc Cain sta cercando di accreditarsi come candidato attento all’ambiente, per marcare il più possibile la sua differenza da Bush. Essere associato agli speculatori petroliferi o al crack Enron può nuocere particolarmente alla sua immagine. Ma il candidato repubblicano non è stato fermo a guardare: prima ha lanciato la proposta di un premio di 300 milioni di dollari (”uno per ogni cittadino di questa nazione”) per chi inventerà una batteria davvero efficiente per le auto elettriche. Poi ha proposto lui stesso misure restrittive sulle operazioni finanziarie nel settore energetico. Infine ha attaccato Obama sui suoi rapporti con la lobby dell’etanolo. Secondo quanto riporta Larry Rother sul New York Times di ieri, infatti, a fare il tifo per il candidato democratico ci sono anche le industrie dei biocarburanti, in netta crescita (Usa e Brasile sono i principali produttori mondiali) specialmente negli Stati della cosiddetta Corn belt, come l’Iowa e l’Illinois, dove Obama ha ottenuto le vittorie più convincenti. E dove ha presenziato a inaugurazioni di centrali di raffinazione dell’etanolo come quella della Vera Sun Energy a Charles City, in Iowa. Secondo il giornale newyorkese, da senatore l’ afroamericano si è sempre speso a favore dei sussidi ai produttori di biocarburante americani e opposto all’importazione dell’etanolo dal Brasile. “Sostituire il petrolio importato con l’etanolo importato non aiuta l’indipendenza energetica americana” dichiarò l’anno scorso quando Bush e il presidente brasiliano Lula firmarono un accordo commerciale. Mc Cain invece innalza lo stendardo del libero mercato e della riduzione dei gas serra e propone di ridurre i dazi sul combustibile verdeoro. Che, a differenza di quello statunitense, prodotto dal mais, viene dalla canna da zucchero ed è quattro volte più efficiente. La corsa per la Casa Bianca è iniziata, la vincerà chi ha più benzina. Anzi, chi ne ha meno.

Mississippi, Obama recupera la sconfitta texana: niente ticket con Hillary

Barack Obama, a poche ore dal supertuesday
Dal profondo Sud degli Stati Uniti arriva un’altra vittoria per Barack Obama, che si impone in uno Stato, il Mississippi, dove a fare la differenza è il voto degli afroamericani. Per il senatore nero dell’Illinois è un nuovo successo dopo quello in Wyoming del fine settimana e una nuova iniezione di delegati (ne sono in palio trentatre)  nel  testa a testa contro Hillary Clinton per la nomination presidenziale.
”Stiamo dimostrando che c’è un grande bisogno di cambiamento in questo paese”, ha detto Obama dopo la vittoria, ribadendo di ritenere prematuro parlare di una accoppiata presidenziale con la Clinton, ma si è detto convinto che ”il partito alla convention si unirà dietro il candidato che sfiderà i repubblicani”.
Le primarie nello Stato della magnolia, del blues e del tragico passato segregazionista, sono state caratterizzate da una netta impronta razziale. In uno degli Stati più poveri d’America, con il 36% della popolazione costituito da afroamericani (metà degli elettori democratici sono neri), Obama secondo gli exit polls si è aggiudicato il 90% del voto dei neri, ma solo un terzo di quello dei bianchi. Uno scenario che conferma divisioni analoghe in altre primarie del Sud vinte da Obama in South Carolina, Alabama, Georgia e Louisiana.
In palio in Mississippi c’erano 33 delegati, di cui Obama ha vinto la fetta più grossa (i calcoli definitivi richiederanno qualche tempo). Prima del voto, arrivato dopo 43 tappe in stati e territori americani dove si è votato negli ultimi due mesi, Obama era in testa nella corsa con 1.591 delegati, contro i 1.467 di Hillary Clinton (per la nomination sono necessari 2.025 delegati). Con i successi in Mississippi e in Wyoming, Obama ha praticamente recuperato in termini numerici ciò che aveva perso nel martedì elettorale della settimana scorsa, quando la Clinton si era imposta in Texas, Ohio e Rhode Island (il senatore si era aggiudicato il Vermont).
Ma l’effetto delle vittorie dell’ex First Lady la settimana scorsa è stato soprattutto psicologico e d’immagine, dando la sensazione di un ritorno a pieno ritmo in corsa della Clinton dopo 12 vittorie consecutive dell’avversario. Wyoming e Mississippi difficilmente cambieranno la percezione di una gara ancora del tutto incerta. E la Clinton conta su un’importante vittoria nella prossima tappa, il 22 aprile in Pennsylvania, uno stato dove ha già cominciato a concentrare le proprie risorse.
In attesa del prossimo voto, il partito democratico dovrà cercare di risolvere una questione delicata e difficile: quella dell’eventuale ripetizione delle primarie in Michigan e Florida, due stati puniti con l’annullamento di tutti i delegati per aver votato prima del tempo. I due Stati hanno la possibilità di cambiare lo scenario e forse anche di chiudere la gara, ma non c’è accordo per ora su se e come farli di nuovo votare, anche se sta emergendo l’ipotesi di un voto per posta.

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