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(Credits: AP Photo/Chris Carlson)
È ancora lui il favorito per la nomination. Ma la campagna elettorale di Newt Gingrich per le primarie repubblicane, al via tra pochi giorni, rimane costellata di incognite. E i bookmaker stranieri, che da mesi seguono con attenzione l’evolversi delle candidature in seno al Grand Old Party, si precipitano ad aggiornare le loro previsioni. Continua

Martin McGuinness vs Sean Gallagher (Ansa- AP Photo)
Domani si vota in Irlanda per eleggere il nono presidente della Repubblica nella storia del Paese. Poco più di 3 milioni di elettori e 7 candidati. Urne aperte dalle 7 di stamane fino alle 10 di questa sera. Numerosi i motivi di interesse per questa tornata elettorale. Sabato saranno resi noti i risultati.
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- giamp
- Giovedì 27 Ottobre 2011
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Sarah Palin (Credits: LaPresse/Jim Prishing)
La sua ultima gaffe ha fatto il giro del mondo in poche ore. Chi può perdonare a Sarah Palin di non essere un’autorità in politica estera? Così quella frase: “Gli Usa devono stare accanto ai loro alleati Nordcoreani” è diventata subito la prova che nulla è mutato: l’ex governatore dell’Alaska non ha i numeri per aspirare ad essere la prima donna presidente degli Stati Uniti. Poco importa che, come ha rilevato la rivista conservatrice Weekly Standard, la Palin abbia impiegato otto secondi (8) per correggersi, aiutata dal suo ospite Glenn Beck. Il danno era ormai fatto. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Barack Obama in una recente comizio in California (Credits: Ansa/Alex Gallardo)
Le elezioni di Medio Termine (si sa) sono un referendum su Barack Obama. I repubblicani (conosciamo anche questo) dovrebbero vincerle senza grosse sorprese: l’unica incognita è se controlleranno solo uno oppure entrambi i rami del Congresso. I democratici (come abbiamo appreso da tempo) lotteranno con le unghie fino all’ultimo per non perderli. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

il generale David Petraeus parla all'università di Princenton. Credits: LaPresse
Lui si schernisce, smentisce, non conferma. Lui afferma che è già felice di servire il suo paese nel modo in cui lo ha fatto in questi anni. Lui dice di non essere in gara. Si, lui può dire quello che vuole, ma non sono pochi coloro che vedrebbero volentieri David Petraeus alla Casa Bianca nel 2012. Continua
- Tags: Afghanistan, brogli, elezioni, Farah, Hamid-karzai, kabul, presidenziali, provinicia, signore-delle-schede, talebani, voto
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da Sharak (Afghanistan), Fausto Biloslavo
Il “signore delle schede” è un capo tribù che ha pure i gradi di generale della polizia afghana.
Si chiama Zabid Jalil e gira per gli sperduti villaggi della provincia di Farah a raccattare certificati elettorali. Ci pensa lui a votare per chi si trova troppo lontano dai seggi o teme la rappresaglia dei talebani (solo mercoledì 19 agosto un attacco armato a una banca e una bomba al mercato di Kabul hanno fatto otto vittime, mentre martedì le vittime sono state 33) in vista delle elezioni presidenziali e provinciali del 20 agosto.
Lo ha raccontato a Panorama.it, con genuina semplicità, haji Nabu, il referente anziano del villaggio di Sharak. Una manciata di case in fango, paglia e tetti a cupola in mezzo al deserto nel distretto di Bala Baluk. Quaranta famiglie in tutto dove soldati italiani, americani e poliziotti afghani hanno fatto un’ispezione per aprire nella piccola moschea un seggio elettorale. Anche se la zona attorno è infestata da talebani. La sorpresa l’ha snocciolata haji Nabu spiegando che nel villaggio avevano solo otto certificati elettorali. “È passato il comandante Zabid Jalil e gli abbiamo consegnato le schede. Ha detto che ci pensa lui a scegliere per noi il presidente. Meglio così. Se i talebani le trovavano ci avrebbero ammazzato” racconta un po’ timoroso il capo villaggio. Jalil è il boss della tribù e ha pure i gradi di generale della polizia.
Haji Nabu, a destra con turbante e tunica bianca, anziano del villaggio di Sharak, nella provincia di Farah, che ha raccontato a Panorama di sospetti brogli elettorali
Lo conferma il capitano Eric Potter, un ufficiale americano che fa da mentore agli scassati e corrotti agenti locali. La raccolta delle schede è un esempio di “democrazia” all’afghana. Spesso vengono comprate a 30 dollari l’una. Poi con la complicità di qualcuno nella macchina elettorale servono a votare il candidato preferito. Le sorprese elettorali nella provincia di Farah non si fermano al “signore delle schede”. In alcuni villaggi si stupiscono quando chiediamo se le donne andranno alle urne. “Non hanno chiesto di votare. Perchè dovrebbero farlo?” replicano gli anziani.
Giovedì i seggi aprono dalle 7 alle 16, ora afghana, ma nelle zone a rischio, come la provincia di Farah, i talebani hanno intimato una specie di coprifuoco. Attraverso i volantini dell’Emirato islamico dell’Afghanistan affissi nelle moschee annunciano alla popolazione: “Non muovetevi da casa o fra i villaggi il giorno del voto e non andate ai seggi”. Le elezioni sono “illegali”, una fabbricazione “degli infedeli che occupano il paese”. Per boicottare il voto minacciano “di piazzare mine sulle strade principali”. Chi li sfida e va alle urne rischia di farsi sgozzare o almeno tagliare il dito con l’inchiostro indelebile. Un sistema utilizzato nei seggi per evitare che qualcuno voti più volte.
Nel distretto a rischio di Bala Baluk è mobilitata la 6° compagnia paracadutisti Grifi di Tobruk, una delle basi più avanzate dello schieramento italiano nell’Afghanistan occidentale. I paracadutisti garantiranno il pronto intervento in caso di attacco ai sette seggi elettorali aperti per le elezioni. Pochi rispetto ai 30 previsti, ma abbastanza tenendo conto dell’offensiva talebana contro il voto.
Nella zona vicino a Chaqab, poco più a sud di base Tobruk sono stati segnalati cinque attentatori suicidi pronti a colpire. Il tenente Alessandro Capone, 30 anni, romano, prima di farci uscire sul suo blindato Lince rivela una nuova tattica terroristica. “A bordo delle macchine bomba, oltre al kamikaze al volante i talebani avrebbero messo dei manichini” spiega l’ufficiale dei paracadutisti. “Coperti dal burqa per far pensare che con la presenza di una donna non c’è pericolo”.
Il volantino talebano anti elezioni
Attraverso i volantini dell’Emirato islamico dell?Afghanistan affissi nelle moschee, i talebani annunciano alla popolazione: “Non muovetevi da casa o fra i villaggi il giorno del voto e non andate ai seggi”
Il generale Pervez Musharraf, al governo in Pachistan dal colpo di stato del 1999, è apparso stamane davanti agli schermi della televisione per annunciare quello che erano ormai in molti ad attendersi. E di cui di fatto quasi nessuno, tra i più importanti analisti del paese, si è stupito: “Dopo essermi consultato con gli avvocati e con i miei alleati politici, ho deciso di rassegnare le dimissioni. Contro di me” ha però avvertito “hanno mosso accuse false che io nego totalmente”.
Le accuse che hanno costretto alle dimissioni il presidente pachistano sono quelle di aver violato la Costituzione imbrogliando il risultato elettorale delle presidenziali dell’ottobre 2007, dichiarando alla fine dello scorso anno la legge marziale e infine rimuovendo, alla guida della Corte Suprema, il giudice Iftikhar Chaudhry e tutte quelle voci a lui ostili.
L’annuncio delle dimissioni (in inglese)
Uscita vittoriosa nelle legislative del 18 febbraio, la coalizione di governo tra il Partito popolare pachistano di Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto, e la Lega musulmana del Pakistan dell’ex primo ministro Nawaz Sharif (caduto in seguito al golpe del 1999) aveva subito trovato un accordo per incriminarlo e reintegrare i giudici rimossi. Ma l’ultimatum del governo a Musharraf è arrivato solo due giorni fa, il 16 agosto: 24 ore di tempo per le dimissioni, prima dell’avvio formale in parlamento della procedura di impeachment.
Quello di oggi è però solo l’ultimo episodio di una guerra politica e giudiziaria che ha portato il paese sull’orlo di una guerra civile, con i gruppi fondamentalisti all’attacco, un esercito oscillante tra la mano dura e l’accordo coi miliziani fondamentalisti e un presidente ormai impopolare dal quale avevano preso le distanze anche gli americani. I quali dal 2001 in poi avevano considerato il presidente un alleato chiave, per quanto ingombrante, nella guerra contro Al Qaeda e i talebani che si combatte al confine tra Pakistan e Afghanistan.
Il generale ha accusato gli oppositori (”Vogliono danneggiare me, ma faranno del male al Paese”) e difeso i risultati economici ottenuti nei suoi nove anni di governo giustificando il suo operato fin dal 1999.
Le sue dimissioni, più volte rimandate, erano però ritenute inevitabili dopo la sconfitta elettorale di febbraio e la formazione di una maggioranza parlamentare che lo considerava indirettamente responsabile anche dell’attentato contro la Bhutto della fine del 2007.
Ora resta da vedere quale sarà il suo futuro personale, oltre che quello del suo paese. Il segretario di Stato Condoleezza Rice, in un intervento a Fox News, ha definito domenica Musharraf “un buon alleato”, ma non si è sbilanciata sull’ipotesi che siano gli Stati Uniti a concedergli asilo politico: “Non è un tema di cui stiamo discutendo. Il futuro del presidente pachistano sarà il suo paese a deciderlo”. Un chiaro tentativo di smarcamento giunto, non a caso, a poche ore dalle dimissioni. Il presidente pachistano era ormai diventato, da molti mesi, un peso anche per Washington: con lui in sella la guerra contro le milizie filo Al Qaeda del Waziristan era tutt’altro che vinta e il paese rischiava di scivolare verso il caos.
Il VIDEO servizio di Al Jazeera (in inglese):
Il VIDEO servizio:

“Ma McCain è un conservatore?”, si è chiesto Robert Novak, un editorialista di riferimento della destra, sulle pagine del Washington Post. Repubblicano atipico, pronto a collaborare con i sentaori democratici e persino con l’odiatissimo Ted Kennedy con cui ha firmato l’ultima proposta di legge sull’immigrazione, John McCain non attira le simpatie dei conservatori duri e puri. E fino a poche settimane fa nessuno avrebbe scommesso un centesimo su di lui. Ma il suo essere un battitore libero invece lo ripaga, facendone l’unico temuto rivale, in casa repubblicana, di Mitt Romney.
D’altronde le sue passate imprese da combattente sono lì, pronte a ricordare che McCain è un eroe. Nato in una famiglia militare (sia il papà che il nonno erano celebri ammiragli nella U.S. Navy), il senatore dell’Arizona, in carica dal 1987, è un veterano della guerra in Vietnam. È diventato famoso in tutti gli Stati Uniti per i suoi cinque anni e mezzo di prigionia e torture in terra asiatica, dal 1967 al 1973, che gli hanno procurato “più cicatrici del mostro di Frankenstein”, come lui stesso ama ricordare.
Poco prima delle avventure in terra vietnamita, nel 1965, aveva sposato Carol Shepp, una modella originaria di Philadelphia, in Pennsylvania. La coppia divorziò nel 1980 e John si risposò dopo pochi mesi con l’attuale moglie Cindy Hensley, ricca figlia di un magnate della birra dell’Arizona.
John Sidney McCain III è stato candidato alle presidenziali anche nel 2000, dove però aveva trovato sulla strada delle primarie repubblicane un certo George W. Bush. Ora ci riprova. E dopo il ritiro di Rudy Giuliani, a sostenerlo c’è anche l’ex sindaco di New York, ma soprattutto il governatore della California Arnold Schwarzenegger. E il terminator ha detto di lui: “È un crociato, ha un grandioso progetto per proteggere contemporaneamente l’ambiente e l’economia, ha delle credenziali incredibili in materia di sicurezza nazionale e, ovviamente, ha un senso dello stato straordinario”.
LA SCHEDA
Professione: ex militare, Senatore dell’Arizona dal 1987. Rieletto nel 1992, 1998, e 2004
Data di nascita: 29 agosto 1936, Coco Solo, nella Zona del Canale di Panama controllata degli Stati Uniti
Famiglia: figlio di un ammiraglio della U.S. Navy. Il padre John S. McCain Jr. era al comando delle forze statunitensi in Vietnam mentre McCain era prigioniero. Il nonno John S. McCain Sr. era stato comandante dell’aviazione navale durante la battaglia di Okinawa nel 1945. È al secondo matrimonio, prima con Carol (1965) poi con Cindy Hensley (1980). Sette figli: Douglas e Andrew (adottati dalla sua prima moglie), Sidney (1980, avuta da Carol), Meghan (1991) Bridget (adottata nel 1991), John IV e James
Religione: episcopale
Casa: Phoenix (Arizona)
IL PROGRAMMA
PACE COSTRUITA SULLA LIBERTÀ: Il tema di fondo della campagna di McCain è che l’America è impegnata in una lotta “contro gli estremisti radicali islamici”. Per il senatore è la sfida di quest’epoca ed è una guerra che gli Usa e gli alleati devono vincere a tutti i costi per costruire “una pace globale duratura basata sulle fondamenta della libertà”. L’ Iraq è una tappa decisiva del cammino e l’America non può fallire. Non c’è Piano B e la prospettiva di una sconfitta americana sarebbe catastrofica, perché gli estremisti islamici, dopo aver battuto i sovietici in Afghanistan, “penserebbero che il mondo è loro”. Per lo stesso motivo occorre stabilizzare l’Afghanistan, dove le forze Nato devono rinunciare alle restrizioni che si sono imposte e combattere di più.
LA LEGA DELLE DEMOCRAZIE: McCain appoggia il ruolo dell’Onu e spera che agisca con più decisione su Iran, Darfur e altre crisi. Ma il senatore ha pronta un’altra carta. Una Lega delle Democrazie, che riunisca i Paesi a democrazia di mercato in un club operativo che stimoli l’Onu e agisca quando il Palazzo di Vetro esita. Un’idea che lo stesso McCain paragona non tanto alla Lega delle Nazioni di Woodrow Wilson, quanto alla visione di Theodore Roosevelt di nazioni sulla stessa lunghezza d’onda che lavorino insieme per la pace e la libertà.
ASSE TRANSATLANTICO: Per McCain, è vitale per l’America rivitalizzare l’Alleanza Atlantica, e gli americani a suo avviso hanno tutto l’interesse a vedere l’ascesa “di un’Unione Europea forte e fiduciosa”. Insieme all’Ue, McCain prefigura “un nuovo approccio occidentale nei confronti della Russia revanscista”.
L’ANTI-PUTIN: Nel corso della campagna, McCain non ha nascosto la diffidenza per la situazione a Mosca. Ironizzando sulla scelta di Time di proclamare il presidente Vladimir Putin come “Persona dell’anno”, McCain ha spiegato che a lui Putin “fa venire in mente tre lettere: K, G e B”. Secondo il candidato presidente, è l’ora di far tornare il G8 a essere un “club delle principali democrazie di mercato”, escludendo la Russia e invitando invece Brasile e India.
AMBIENTE: Essenzialmente sulla stessa linea della Clinton e di Obama, è favorevole alla partecipazione degli Stati Uniti ad un grande sforzo globale per la riduzione dei gas ad effetto serra e ritiene che lo strumento migliore per affrontare l’emergenza sia un efficiente e funzionale mercato delle emissioni. Considera il Protocollo di Kyoto e l’attuale mercato delle emissioni europeo inefficaci a causa delle loro disfunzioni, ma ritiene che tali disfunzioni non giustifichino il totale disimpegno dell’amministrazione Bush.
IMMIGRAZIONE: Favorevole alla costruzione di una barriera tecnologica col Messico, si oppone però all’espulsione coattiva degli immigrati irregolari. Vuole l’introduzione di un processo di regolarizzazione per gli immigrati illegali, subordinandolo, come Obama e la Clinton, alla conoscenza della lingua inglese ed al pagamento di multe ed oneri fiscali pregressi. È propenso a un programma temporaneo di integrazione professionale degli immigrati irregolari, e all’agevolazione dell’accesso alle scuole per i figli degli immigrati irregolari.
GAY: Si oppone ai matrimoni tra persone dello stesso sesso ma, come i suoi rivali democratici, è favorevole alle unioni civili. È contrario a un divieto costituzionale ai matrimoni omosessuali e ritiene che spetti ai singoli Stati decidere la propria legislazione in materia.
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