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Mitt Romney e Newt Gingrich all'ultimo dibattito televisivo in South Carolina (credis: AP Photo/David Goldman)
Al termine di una settimana densa di colpi di scena, movimentata da ritiri ufficiali e scandali personali, sondaggi errati e processi mediatici, un weekend con finale a sorpresa era il minimo che ci si potesse attendere. La vittoria di Newt Gingrich nelle primarie repubblicane del South Carolina con quasi 10 punti di distacco su Mitt Romney ha rimescolato le carte e riaperto i giochi per la nomination del candidato che sfiderà Barack Obama alle presidenziali di novembre. Continua

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Il quesito, alla vigilia della sua audizione, era: l’America di Barack Obama parlerà con una sola voce al mondo? Hillary Rodham Clinton ha dato la risposta che il “suo” presidente si aspettava: non ci saranno divisioni tra lei e lui nella conduzione della politica estera statunitense. L’ex senatrice di New York, il Segretario di Stato designato, è apparsa davanti alla Commissione Esteri del Senato per essere sottoposta all’esame di Capitol Hill. Fin dalla prima seduta, è sembrato evidente che la sua nomina dovrebbe essere ratificata senza difficoltà e che l’ex First Lady diventerà la terza donna nella storia (dopo Madeleine Albright e Condoleezza Rice) a guidare la diplomazia Usa.
Supportata alla figlia Chelsea, seduta alle sue spalle, tra il pubblico dell’aula del Senato, ma non dal marito Bill - il quale ha preferito rimanere defilato - la Clinton ha risposto per ore alle domande dei membri della commissione, presieduta dall’ex candidato democratico alla Casa Bianca, John Kerry. Con tono pacato e sicuro, il futuro segretario di stato ha esposto la sua visione di quello che dovrà essere il ruolo degli Stati Uniti a livello globale. Ma soprattutto ha voluto mandare un chiaro messaggio: le mie idee e quelle di Barack Obama coincidono. Sul fronte più caldo, sulla crisi mediorientale, Hillary Clinton ha parlato al plurale. “Il presidente eletto e io - ha dichiarato - pensiamo che Israele abbia il diritto alla sicurezza e a difendersi dai continui lanci di razzi da parte di Hamas. Ma, allo stesso tempo - ha aggiunto - dobbiamo ricordarci delle sofferenze dei civili di entrambi gli schieramenti. Per questo dobbiamo aumentare la nostra determinazione nel raggiungere un accordo di pace duraturo”.
Questione israelo-palestinese. L’ex First lady ha voluto rimarcare questo concetto: deve esserci una soluzione pacifica del conflitto; si deve seguire la strada già tracciata dai precedenti presidenti statunitensi, tra cui, ha citato Bill Clinton. “La speranza di trovare un accordo israeliani e palestinesi non deve essere abbandonata”, ha dichiarato con tono solenne. Per raggiungere l’obiettivo, dovrà essere usata la diplomazia. Con tutte le parti in causa. E anche se ci saranno trattative ufficiali con Hamas, come ha ripetuto Hillary, da tempo si sa dell’intenzione della nuova amministrazione di avere contatti informali con i rappresentanti della formazione fondamentalista islamica. In questo ambito, e in linea con le ultime dichiarazioni di Barack Obama, anche Hillary Clinton ha parlato di un nuovo approccio con l’Iran e la Siria. Devono abbandonare la loro “politica irresponsabile nella regione”, e l’opera di convinzione passare prima di tutto attraverso il dialogo.
Iran. Sul delicato dossier iraniano, a differenza del passato, in questa occasione, il futuro numero uno della diplomazia statunitense, ha dato risposte simili a quelle fornite da Barack Obama. Se una volta sembrava preferire il bastone alla carota, nei confronti di Teheran, davanti alla Commissione del Senato, la Clinton ha voluto usare toni più morbidi. Senza però lasciare dubbi sulla determinazione americana. Così, quando John Kerry le ha chiesto se considerasse “inaccettabile” o semplicemente “non desiderabile” che l’Iran sviluppasse il suo programma nucleare, Hillary è stata netta: “Useremo tutta la nostra capacità di persuasione diplomatica, ma nessuna opzione (compresa quindi quella militare) è stata tolta dal tavolo”. Noi, ha aggiunto, “riteniamo non accettabile che l’Iran entri a far parte del novero di paesi dotati di armi atomiche”.
Russia, Cuba e Cina. Nel corso dell’audizione, mandata in onda in diretta da alcune reti televisivi americane, la Clinton ha anche spiegato che cambierà l’atteggiamento nei confronti della Russia e della Cina, con le quali Washington intenderà collaborare più che in passato. Ci saranno novità anche nel rapporto con Cuba. L’amministrazione Obama sarà impegnata a rimuovere le restrizioni sui viaggi a l’Avana per famiglie di esuli cubani che dall’America vogliono visitare parenti sull’isola, ha detto l’ex First Lady. La politica estera americana - ha specificato - sarà basata su di un mix di principi e di pragmatismo, ma non più ( e qui è stata esplicita la critica alla passata amministrazione Bush) sulla rigida ideologia: “Sarà condizionata dai fatti, non dalle emozioni o dai pregiudizi”. L’obiettivo è quello di riconquistare una leadership mondiale apparsa offuscata negli anni di George W. E verrà raggiunta, usando uno “smart power”, una potenza intelligente, basata su di una gamma di strumenti disposizione degli Usa: diplomatici, militari, economici, politici, legali e culturali. Parole ascoltate con soddisfazione in un consesso, la Commissione Affari Esteri del Senato Usa, a maggioranza democratico. Ma, contrariamente ai suoi timori della vigilia, il futuro segretario di stato è stato accolto senza acrimonia anche dai repubblicani. Il Senatore dell’Indiana Richard G. Lugar ha tirato fuori un vecchio cavallo di battaglia del Grand Old Party: ha chiesto che ci fosse trasparenza sulle donazioni private alla Fondazione guidata dal marito Bill. Ma la richiesta è stata avanzata con tono pacato. Segno che anche per gli “acerrimi nemici”, la conferma di Hillary Rodham Clinton alla guida della politica estera americana sembra ormai un fatto ineluttabile.

Alla fine, pur di vedere la moglie al dipartimento di Stato, Bill Clinton ha accettato di fare i nomi dei donatori della William J. Clinton Foundation. Era una delle richieste avanzate da Obama perché Hillary potesse assumere l’incarico prestigioso di Segretario di Stato, il biglietto da visita del nuovo governo all’estero. Salvo sorprese nei conti della fondazione che potrebbero rivelare possibili conflitti di interesse tra la Clinton corporation e la sua futura attività istituzionale, dovrebbe essere lei, l’ex rivale di Obama, a prendere il posto occupato da Colin Powell prima e da Condi Rice poi negli ultimi otto anni. Le resistenze, dopo il sì di Clinton, sono superate.
Senza fretta, soppesando le esigenze di cambiamento e quella della continuità istituzionale, il 44esimo presidente statunitense sta però sistemando tutte le pedine della sua futura squadra di governo. Un team dove gli ex clintoniani la fanno da padroni. L’ex senatore Tom Daschle, 60 anni, ex speaker dei Democratici caduto in disgrazia negli ultimi anni, dovrebbe guidare la riforma sanitaria che Obama ha in mente per riportare l’assistenza a circa 46 milioni di americani che vivono senza assistenza medica. Favoritissima per portare avanti la lotta al terrorismo (il Dipartimento della Sicurezza era stato istituito da Bush subito dopo l’11 settembre) è invece la 50enne Janet Napolitano, un’obamiana della prima ora e governatrice dell’Arizona distintasi nel 1991 come avvocato in un famoso processo in cui un giudice della Corte Suprema veniva accusato di violenze sessuali. Al Commercio Obama avrebbe scelto invece Penny Pritzker, 49 anni, ereditiera della famiglia che ha fondato la catena Hyatt e al 153esimo posto tra le famiglie più ricche d’America, secondo la classifica di Forbes, con un patrimonio di circa 2 miliardi di dollari.
Ieri l’equipe del presidente eletto aveva annunciato una serie di nomine per gruppi di lavoro destinati ad assicurare la transizione, nomi che comunque potrebbero entrare eventualmente anche nel governo. Come consigliere della Sicurezza nazionale, nel posto che fu di Condi Rice dal 2001 al 2005, è stato scelto James Steinberg, vice consigliere ai temi di Clinton. Sarà affiancato da Susan Rice, consigliere di Obama per la politica estera, già vicesegretario di Stato per gli Affari africani ai tempi del Clinton II. Per l’economia il gruppo di lavoro sarà presieduto da Daniel Tarullo, anche lui un clintoniano, mentre per la tecnologia e l’innovazione è stata scelta Sonal Shah, un’economista di stretta osservanza obamiana già direttrice della branca filantropica di Google. David Axelrod, di Chicago, tra i collaboratori più vicini di Obama, diventerà consigliere alla Casa Bianca, mentre un altro consigliere chiave della campagna presidenziale, Greg Craig, già avvocato di Clinton durante il processo di impeachment, sarà consigliere personale del presidente. Secondo il Boston Globe John Kerry, dato inizialmente tra i papabili per il posto della Segreteria di Stato, diventerà invece presidente della Commissione Esteri del Senato al posto di Joe Biden.

L’ago della bilancia continua a spostarsi verso Obama. Nei due Stati che hanno votato per le primarie, Kentucky e Oregon, i candidati democratici attendono l’assegnazione definitiva dei delegati: finora in Kentucky Hillary Clinton ha ottenuto oltre il 65% dei voti, il senatore nero dell’Illinois il 30% circa. Un segnale chiaro: nove elettori su dieci sono bianchi e hanno scelto la senatrice di New York. In Oregon, invece, Obama ha vinto in maniera più netta del previsto in base ai primi risultati: era a quota 61% con il 40% delle schede scrutinate. Come confermato dalla Cnn, il rivale dell’ex first lady ha ora superato il traguardo psicologico dei 1.627 delegati eletti su un totale di 3.253. Quando lo ha annunciato a Des Moines, la capitale dell’Iowa conquistata a sorpresa il 3 gennaio in apertura della (lunga) stagione delle primarie, i suoi sostenitori lo hanno applaudito a lungo.
Appello all’unità. Adesso entrambi i candidati fanno appello all’unità in vista delle presidenziali di novembre, ma Paul Tewes, organizzatore della campagna di Obama, è stato già inviato al Comitato nazionale dei democratici in vista della campagna autunnale per la Casa Bianca. Restano ancora tre primarie dove i due sfidanti si affronteranno: l’isola di Porto Rico e gli Stati settentrionali del Montana e del Nord Dakota. In totale il senatore dell’Illinois ha 180 voti in più di Hillary Clinton per la convention di Denver (1.953 contro 1.770) e gliene mancano 73 dalla conquista di quota 2.026 che assegna matematicamente la nomination. Il mese scorso Obama ha raccolto 30 milioni di dollari per finanziare la sua campagna (dieci in più della rivale): il 94% delle donazioni inviate ha un valore inferiore ai duecento dollari. Il repubblicano John McCain, invece, ha ricevuto 18 milioni di dollari.
Iowa: il discorso della vittoria psicologica di Obama (il testo)
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Leggi il delegate calculator del NyT
Siamo alle battute finali. Le primarie democratiche in North Carolina e Indiana hanno un numero di delegati in palio (rispettivamente 115 e 72) come in nessun altro Stato che ancora si deve recare alle urne (guarda il grafico). Chiaro che per Hillary Clinton, alla quale il NyT assegna 1602 delegati contro i 1735 del rivale, quella di oggi è davvero l’ultima chance (ricorsi in Michigan e Florida permettendo) per recuperare terreno nei delegati elettivi e cercare di conquistare i 300 superdelegati (su 796) ancora indecisi. Gli scenari, secondo quanto scrive stamane il New York Times, sono tre, a secondo che nel voto di oggi, che sarà reso noto quando in Italia saranno circa le prime ore del mattino, vinca Obama o Hillary. Il numero per ottenere la maggioranza è 2025. A Obama ne mancano solo 290, a Hillary 423.
Prima ipotesi: Hillary vince in Indiana e North Carolina
Stando ai sondaggi un’eventuale doppietta dell’ex Fist Lady è altamente improbabile: Obama conserva un vantaggio di otto punti - secondo Zogby - in North Carolina e di soli due punti in Indiana. Ma se riuscisse a vincere, e a maggior ragione se trionfasse con un margine consistente in entrambi gli Stati, rientrerebbe prepotentemente nei giochi, sposterebbe gli equilibri psicologici del match, indurrebbe gran parte dei 300 superdelegati ancora indecisi a sciogliere la riserva. Steve Jarding, un consulente del Partito democratico, sintetizza così la situazione: “Se Obama dovesse perdere entrambi gli Stati bisognerebbe tornare con la mente a quello che è successo nelle ultime quattro settimane e vi apparirebbe l’ingombrante presenza del reverendo Wright”, l’ex pastore del senatore che, con le sue dichiarazioni omofobiche e anti-bianche, ha rischiato di giocare un brutto scherzo al suo pupillo. Ultimo particolare: Hillary finora ha vinto in sette Stati popolosi su otto, sfondando tra la middle e working class bianca e tra gli over 60. Un particolare nient’affatto trascurabile su cui fa leva la senatrice per sostenere di avere il profilo giusto per sconfiggere McCain. Se dovesse ottenerne nove su dieci, avrebbe gioco facile a sostenere che lei vince dove bisogna vincere: in quegli Stati che assegneranno la Casa Bianca. Certo, per Obama una doppia sconfitta non sarebbe il colpo del KO, ma una mazzata da cui dovrebbe subito rialzarsi.
Seconda ipotesi: Obama vince in North Carolina e in Indiana
Partita virtualmente chiusa. Se Hillary dovesse perdere in entrambi gli Stati - ha sentenziato Jerry Meek, presidente del Partito in North Carolina - “non vedo come potrebbe continuare a combattere”. La tenace senatrice potrebbe essere anche tentata dal combattimento a oltranza, ma - secondo gli analisti - darebbe la triste impressione del soldato giapponese nella giungla. Quello che continua a combattere quando la guerra è già conclusa. A quel punto, ha detto Matthew Dowd, lo stratega della campagna Bush del 2004, “sarebbe praticamente impossibile per lei ottenere la nomination”, qualsiasi ricorso di carte bollate decida di fare.
Terza ipotesi: Obama vince in North Carolina e Hillary in Indiana
Uno scenario possibile, anzi, probabile a dar retta ai sondaggi della vigilia. La battaglia per la nomination continuerebbe. Hillary - che pure difficilmente riuscirebbe a vincere solo grazie ai delegati ottenuti col voto popolare - ha un obiettivo: convincere i superdelegati (governatori, notabili e parlamentari) a votare contro la maggioranza dei delegati elettivi e ci potrebbe riuscire se, il 3 giugno, quando termineranno le primarie, dimostrerà di essere a poche lunghezze da Obama nella conta dei delegati elettivi (attualmente 1493 vs 1338) ma più avanti nella conta totale dei voti (a maggior ragione negli Stati più popolosi). Attualmente Obama ha ottenuto 14.8 milioni di voti, e Hillary 14.2, esclusi quelli di Florida e Michigan. Due Stati potenzialmente favorevoli a Clinton ma privati del diritto di essere rappresentati per avere anticipato le primarie a una data precedente rispetto alle altre tornate elettorali. Sarebbe quest’ultima l’arma segreta della senatrice: riaprire i giochi facendo votare due Stati dove i vertici del Partito hanno escluso dalla conta per ragioni giuridiche. Un’arma disperata, ma quella in corso tra Obama e Hillary può diventare anche una guerra di carte bollate, oltre che di veleni e bordate dialettiche.
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Avrebbe sortito l’effetto sperato - sondaggi alla mano - la decisione di Obama di prendere apertamente le distanze dal suo vecchio pastore, Jeremiah Wright, autore di alcune dichiarazioni che potevano costare molto care al pupillo in corsa per la nomination: l’Aids? “Un’invenzione del governo americano per infiacchire il black power”. L’inno degli Stati Uniti? “Gli afroamericani dovrebbero intonare non God bless America ma God damn America“. Dichiarazioni, queste, che erano costate parecchi punti all’uomo che, sul superamento degli steccati razziali, ha incentrato tutta la campagna elettorale, sfondando anche tra l’elettorato bianco e tra le élite.
Sondaggi in ascesa. Secondo gli ultimi sondaggi - pubblicati dal ‘New York Times‘ e dalla rete tv Cbs (guarda il grafico) - il senatore dell’Illinois può contare oggi a livello nazionale, dopo la sconfessione di quello che a torto o a ragione era considerato il suo padre spirituale, sull’appoggio del 50 per cento dei votanti democratici nelle primarie, contro il 38 per cento della sua rivale, Hillary: quattro punti in più di quanto emerso nell’ultimo sondaggio, fatto all’indomani delle discutibili dichiarazioni di Wright. Un’inversione di tendenza che cade proprio alla vigilia delle attesissime primarie in due Stati chiave come il North Carolina e l’Indiana (in palio rispettivamente 115 e 72 delegati popolari) il cui esito potrebbe indurre i circa 300 super-delegati ancora indecisi a sciogliere la riserva, mettendo la parola fine sulla più lunga e lacerante corsa verso la nomination democratica degli ultimi decenni.
Il vecchio McCain. Superdelegati, decidete in fretta. È questa la richiesta che, quasi ogni giorno, avanza Howard Dean, il segretario del Partito democratico, preoccupato che la prosecuzione del duello Hillary vs Obama - appassionante sul piano mediatico ma distruttiva per l’Asinello - possa alla fine favorire il repubblicano John McCain, il cui vero tallone d’achille sembra essere l’età troppo avanzata (71 anni e una guerra vittoriosa contro il cancro alla pelle) che in caso di elezione lo renderebbe - ha scritto il NyT - “l’uomo più vecchio della storia americana a diventare presidente”. Se si votasse oggi, ed è questa la buona notizia per i democratici, sia Hillary sia Obama vincerebbero contro di lui (51% contro il 40% se il candidato fosse Obama; 53% contro il 41 se fosse Hillary). Domani? Chissà. Howard Dean insiste: decidete in fretta.
Gap difficilmente colmabile. Da indomita combattente quale è, Hillary, nonostante il suo gap sia sopra i 100 delegati, non sembra affatto intenzionata a lasciare la scena. I sondaggi Zogby, in North Carolina, la danno indietro 48% a 39%, ma una sconfitta risicata in North Carolina e una vittoria nell’Indiana (dove gli ultimi sondaggi le assegnano due punti di svantaggio) la indurrebbero a proseguire la corsa. Obama invece spera nella doppietta, una possibilità alla sua portata: se vincesse in tutt’e due gli Stati la strada per la nomination sarebbe spianata. E Hillary - avverte la stampa Usa - non avrebbe più scuse: dovrebbe ritirarsi e ammettere per il bene del Partito la sconfitta. Difficile comunque che il match possa proseguire fino alla convention di Denver di fine agosto: entro giugno, secondo Al Gore (che non ha dichiarato ancora per chi parteggia), il partito deve decidere. Ne va della speranza di riuscire a battere i repubblicani. Due mandati consecutivi per lo stesso partito, in un Paese storicamente abituato all’alternanza come l’America, sono tanti. E se il prossimo presidente dovesse essere McCain, i democratici dovrebbero maledire solo loro stessi. Nessun partito può permettersi che una guerra fratricida possa proseguire per troppi mesi senza pagare dazio.
Wright: Dio maledica l’America
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Dal profondo Sud degli Stati Uniti arriva un’altra vittoria per Barack Obama, che si impone in uno Stato, il Mississippi, dove a fare la differenza è il voto degli afroamericani. Per il senatore nero dell’Illinois è un nuovo successo dopo quello in Wyoming del fine settimana e una nuova iniezione di delegati (ne sono in palio trentatre) nel testa a testa contro Hillary Clinton per la nomination presidenziale.
”Stiamo dimostrando che c’è un grande bisogno di cambiamento in questo paese”, ha detto Obama dopo la vittoria, ribadendo di ritenere prematuro parlare di una accoppiata presidenziale con la Clinton, ma si è detto convinto che ”il partito alla convention si unirà dietro il candidato che sfiderà i repubblicani”.
Le primarie nello Stato della magnolia, del blues e del tragico passato segregazionista, sono state caratterizzate da una netta impronta razziale. In uno degli Stati più poveri d’America, con il 36% della popolazione costituito da afroamericani (metà degli elettori democratici sono neri), Obama secondo gli exit polls si è aggiudicato il 90% del voto dei neri, ma solo un terzo di quello dei bianchi. Uno scenario che conferma divisioni analoghe in altre primarie del Sud vinte da Obama in South Carolina, Alabama, Georgia e Louisiana.
In palio in Mississippi c’erano 33 delegati, di cui Obama ha vinto la fetta più grossa (i calcoli definitivi richiederanno qualche tempo). Prima del voto, arrivato dopo 43 tappe in stati e territori americani dove si è votato negli ultimi due mesi, Obama era in testa nella corsa con 1.591 delegati, contro i 1.467 di Hillary Clinton (per la nomination sono necessari 2.025 delegati). Con i successi in Mississippi e in Wyoming, Obama ha praticamente recuperato in termini numerici ciò che aveva perso nel martedì elettorale della settimana scorsa, quando la Clinton si era imposta in Texas, Ohio e Rhode Island (il senatore si era aggiudicato il Vermont).
Ma l’effetto delle vittorie dell’ex First Lady la settimana scorsa è stato soprattutto psicologico e d’immagine, dando la sensazione di un ritorno a pieno ritmo in corsa della Clinton dopo 12 vittorie consecutive dell’avversario. Wyoming e Mississippi difficilmente cambieranno la percezione di una gara ancora del tutto incerta. E la Clinton conta su un’importante vittoria nella prossima tappa, il 22 aprile in Pennsylvania, uno stato dove ha già cominciato a concentrare le proprie risorse.
In attesa del prossimo voto, il partito democratico dovrà cercare di risolvere una questione delicata e difficile: quella dell’eventuale ripetizione delle primarie in Michigan e Florida, due stati puniti con l’annullamento di tutti i delegati per aver votato prima del tempo. I due Stati hanno la possibilità di cambiare lo scenario e forse anche di chiudere la gara, ma non c’è accordo per ora su se e come farli di nuovo votare, anche se sta emergendo l’ipotesi di un voto per posta.

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La Pennsylvania, lo stato della sanguinosa battaglia di Gettysburg giudicata dagli storici il punto di svolta nella Guerra Civile, sarà il teatro dello scontro campale del 22 aprile tra Hillary Clinton e Barack Obama.
È dai tempi di Jimmy Carter nel 1976 che gli elettori dello stato di Filadelfia, un ‘clone’ demografico dell’Ohio dove ieri ha vinto Hillary Clinton, hanno una voce reale nella stagione delle primarie. “La Pennsylvania è diventata il centro dell’universo” ha detto il governatore Ed Rendall, un sostenitore della senatrice di New York dopo il voto di ieri che ha ridato ossigeno alla campagna di Hillary.
I democratici arriveranno in Pennsylvania passando attraverso due primarie minori, sabato in Wyoming e l’11 in Mississippi. Mancano sette settimane al 22 aprile e saranno sette settimane di fuoco incrociato tra i due rivali: centinaia di volontari si trasferiranno nei prossimi giorni nello stato in uno sforzo di por fine allo scontro dissanguante per le energie del partito in vista del vero scontro in novembre contro John McCain.
“Immaginatevi un’Iowa con gli steroidi”, ha detto il presidente del partito democratico della Pennsylvania T.J. Roney riferendosi alla battaglia delle assemblee statali di inizio gennaio nello stato granaio degli Usa: “Sarà all’ultimo sangue”.
La Pennsylvania è uno stato multifaccia: ci sono le ex miniere di carbone di Scranton dove è ancora forte la componente italiana, le vecchie acciaierie di Pittsburgh. Molti i cattolici, più che in Ohio e questo va a vantaggio di Hillary. Tra emergenza mutui e spirale salute, la crisi economica ha colpito pesantemente la middle class, anche questo un plus per la ex First Lady, ma i sobborghi di Filadelfia e le chiese nere della città della dichiarazione di Indipendenza sono per Obama.

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