
(Credits: Epa/Yuri Kochetkov)

Mosca è sotto choc. Il numero dei morti all’aeroporto di Domodedovo è salito a 35; oltre cento i feriti tra i quali 40 versano in gravissime condizioni. L’attentato non è stato ancora rivendicato, ma Dmitri Medvedev attacca i servizi di sicurezza dello scalo, colpevoli di non aver evitato la strage.
“Qualcuno avrà fatto una gran fatica a portare una simile quantità di esplosivo nell’aeroporto”, ha detto il presidente russo, puntando il dito contro la sicurezza aeroportuale.
Continua

L’accordo firmato sotto le volte del Cremlino tra Barack Obama e Dmitri Medvedev (video) è uno delle più importanti intese sulla riduzione degli armamenti nucleari siglate negli ultimi trent’anni. Con questa road map verso lo svuotamento degli arsenali atomici, Washington e Mosca riprendono con forza e decisione, il cammino di dialogo dopo la sospensione dei mesi scorsi, gli attriti nati (con la precedente amministrazione George W. Bush) dopo la guerra tra Georgia e Russia dell’estate 2008.
Ma non solo. Come hanno detto i loro Numeri Uno, le due superpotenze mondiali vogliono dare il “buon esempio”: la strada è la riduzione delle testate atomiche nel mondo, non il loro aumento, come invece vorrebbero gli ayatollah iraniani. L’intesa preliminare (una bozza che poi verrà trasformata in un vero e proprio trattato) prevede che i due paesi portino rispettivamente a 1.500 (gli Usa) e 1.675 (la Russia), il numero delle ogive nucleari a loro disposizione. Un’ulteriore riduzione rispetto alle 2.200 previste in un primo momento.
Sul tavolo delle trattative - che verrano ancora portate aventi dagli sherpa fino all’accordo finale - anche il taglio dei siti e delle rampe di lancio dei missili balistici che dovrebbero passare dalle 1600 concordate in un primo momento a un numero variabile tra le 500 e le 1.100 postazioni. Durante la conferenza stampa che è seguita alla solenne firma del pre-trattato, Barack Obama ha detto che spera di arrivare alla firma definitiva della nuova versione (di fatto) dello START (l’accordo di riduzione delle armi strategiche) entro la fine dell’anno
Ma il presidente Usa ha raggiunto con il suo collega russo anche un altro importante punto di intesa che riguarda l’Afghanistan. Mosca ha concesso il passaggio di convogli di truppe e rifornimenti alle truppe Nato e a quelle statunitensi coinvolte nelle operazioni militari a Kabul contro i Talebani. Un altro passo molto significativo, sintomo di una rinnovato vigore nei rapporti tra i due paesi. Che riprende quota anche grazie al rapporto personale che sembra poter nascere tra i due presidenti. Perché se è vero che l’arrivo a Mosca di Barack Obama è stato “festeggiato” sotto tono dai media russi, quasi con freddezza, determinata dalle critiche (più o meno esplicite) del presidente Usa a Vladimir Putin, l’attuale primo ministro russo, è anche vero che i risultati ottenuti dall’inquilino della casa Bianca, nel suo colloquio con Dmitri Medvedev sembrano essere stato soddisfacenti, frutto di una (potenziale) intesa.
Sembra proprio che Obama voglia puntare sul suo giovane collega russo. “E’ l’interlocutore con cui mi interessa parlare”, ha fatto notare durante l’incontro con i giornalisti. Una benedizione esplicita. Un atto politico ben preciso. Dare questo riconoscimento a Medvedev dopo aver definito Vladimir Putin “un uomo del passato” sembra fare parte di una precisa strategia di Washington: incunearsi nel connubio ( un po’ in crisi, dicono i ben informati) tra Medvedev e Putin, alimentare le tensioni tra i due, invitare il presidente russo a emanciparsi dal suo potentissimo predecessore e alleato per seguire una politica più filo-occidentale.
Per ora, forse, solo uno scenario tratteggiato, non un piano preciso, di cui però si intravvedono i contorni. Diversi esperti statunitensi hanno espresso la loro opinione sulla politica che Obama dovrebbe tenere nei confronti di Mosca. Stephen Larrabee della RAND Corporation per esempio, consiglia di non puntare sul nome di un solo cavallo. “La politica russa è guidata dagli interessi nazionali — ha detto l’analista al New York Times — e non dai rapporti personali. I legami personali non possono condizionare le scelte strategiche del Cremlino. Obama non deve dimenticarselo”. Anche Vladimir Putin, nell’incontro che chiuderà la missione moscovita del presidente americano, con tutta probabilità glielo ricorderà.

Vera Nikolajevna Putina, 82 anni. Foto dal sito volyafilms.nl
Un’ombra dal passato. Quello dell’uomo più potente della Russia, di cui si sa poco o niente degli anni precedenti il suo ingresso nel Kgb: Vladimir Putin. Una donna dell’Ossezia del Sud, Vera Nikolajevna Putina, dichiara di essere sua madre. L’ ottantaduenne vive a Metekhi, un villaggio del Caucaso a pochi chilometri da Gori, la città natale di Josif Stalin. Il portavoce del premier russo Dmitri Peskov ha smentito “in toto” la storia. Ma la donna, nata ad Achora, negli Urali, nel 1926, si dice pronta a dimostare la parentela con un test del Dna se necessario. Si sa pochissimo dell’infanzia e dell’adolescenza dell’uomo che dal 1999 ha governato la Russia. D’altra parte si tratta di un ex agente del Kgb.
Nella biografia diffusa alle ambasciate si legge: nato a San Pietroburgo il 7 ottobre del 1952. Laureato in legge all’Università di Stato di Leningrado nel 1975. Nello stesso anno entra a far parte dei servizi segreti, che lascerà nel 1990. Nella sua quasi-autobiografia, “First Person“, Putin dice di essere il figlio unico di un sommergibilista della Marina russa e che i suoi genitori, di provata fede comunista ma anche ortodossi, sarebbero entrambi morti di cancro a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, nel 1996.
Vera Putina, al contrario, sostiene che quell’uomo sia suo figlio. E ne ha parlato al quotidiano inglese Daily Telegraph, mostrando le foto di un bambino dagli occhi di ghiaccio come quelli dell’attuale premier. La storia della donna ha dell’incredibile: sostiene che il piccolo Putin visse nel villaggio georgiano dai tre fino ai dieci anni di età, quando fu mandato dai nonni paterni ad Ochyor, in Russia. Sempre nel racconto dell’anziana, il padre dell’ex presidente, da lei chiamato “Vova” era un russo, Platon Privalov, che l’avrebbe abbandonata già incinta perché sposato con un’altra donna. Vova sarebbe nato il 7 ottobre 1950, due anni esatti prima della data della biografia ufficiale. Illegittimo e cresciuto in Georgia. Il nuovo marito di Vera Putina, georgiano, avrebbe imposto alla donna di allontanarlo da casa. Del caso si era occupato negli anni ‘90 il quotidiano georgiano “Alya”, ma sempre secondo la versione di Vera Putina, i servizi segreti, all’epoca dell’ occupazione di “Vova” come agente del Kgb e poi politico, le avrebbero ordinato senza troppi giri di parole di tenere la bocca chiusa. Un divieto che sarebbe venuto meno con la guerra russo-georgiana della scorsa estate. Il racconto della donna è supportato da altri abitanti della zona incontrati dal quotidiano inglese, come l’ex maestra Shura Gabinashvili, che mostra un registro in cui un Vladimir Putin risulta iscritto a scuola a Metekhi fino al 1960. “Era il ragazzo più basso della classe ” racconta l’anziana, “ma voleva primeggiare in tutto”.
Guarda il Video da Youtube:
![[i]17 aprile 2008[/i] - È Vladimir Putin il primo leader mondiale a congratularsi di persona con Berlusconi per il successo elettorale, facendo visita in Italia al futuro presidente del Consiglio.](http://gallery.panorama.it/albums/upload/aprile08/berlu-putin/normal_berlu-putin03.jpg)
Ieri, alle 12 in punto, Vladimir Putin ha lasciato la carica di Presidente e assunto ufficialmente il ruolo di leader del partito “Russia Unita” (contravvenendo a quanto aveva sostenuto fino a pochi mesi prima, cioé che mai e poi mai non sarebbe stato diventato uomo di partito). Oggi, a poche ore dall’incarico presidenziale a Dmitry Medvedev, si è presentato davanti alla Duma, il parlamento russo riunito in sessione straordinaria, per ricevere l’incoronazione dell’Assemblea. Tutto è andato secondo le previsioni. Solo i comunisti hanno votato contro. Oltre a Russia Unita, che detiene la maggior assoluta della Duma con 315 deputati su 450, altri due partiti (i Liberaldemocratici dell’ultrà nazionalista Zhirinovsky e i centristi di Russia Giusta) hanno votato a favore di Putin che ha ricevuto 392 sì e solo 56 no, con zero astenuti.
Silvio e Vladimir. Un curioso dettaglio: solo qualche minuto ha separato l’incarico di premier a Putin conferitogli dal neopresidente russo Medvedev dalla convocazione al Quirinale di Silvio Berlusconi: due amici per la pelle, anche nella tempistica, Silvio e Vladimir. Ma le similitudini non finiscono qui: Putin, “un grande manager - ha scritto la stampa russa - oltre che un politico di razza”, ha detto che è necessario “guidare il Paese come una grande azienda” e inoltre ha stipulato un “contratto (”trudovoj dogovor” ) con i cittadini” la cui primogenitura spetta al leader del PdL. La cooperazione italo-russa (continua la stampa russa) non riguarda solo la terminologia scelta dai due premier ma anche le curiosità: tanto che il parroco di Porto Rotondo ha festeggiato due volte il Natale - secondo il rito cattolico e quello ortodosso - a sanzionare l’amicizia tra i due primi ministri di Italia e Russia. Infine: Putin è passato dalla poltrona presidenziale a quella di premier. E il già tre volte primo ministro Berlusconi, a dar retta ai boatos, non sogna il Colle?
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(ANSA) - MOSCA, 3 DIC - Secondo il presidente russo Vladimir Putin, le elezioni di ieri ”hanno aumentato la legittimita’ del parlamento russo”.
La Duma uscente ‘’si appoggiava sul 70% degli elettori, mentre questa sul 90%, dato che solo il 10% ha votato per partiti che non sono entrati nella camera bassa”, ha sottolineato il presidente. (ANSA).
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MOSCA, 3 DIC - Da Khimki, un sobborgo moscovita dove il presidente si trova al momento per una visita al centro tecnologico spaziale Labockin, Putin ha sottolineato l’entita’ della vittoria di Russia unita: ”ha aumentato i seggi fino a 315, e cosi’ ha ottenuto una maggioranza costituzionale, rafforzando le sue posizioni”.
”Spero che Russia unita non ci deluda, ne’ i cittadini russi ne’ me”, ha aggiunto ringraziando gli elettori che hanno votato per l’orso (dal simbolo scelto dal partito). ”Ero capolista, e naturalmente i risultati sono un segno di fiducia”, ha aggiunto.
”Non e’ solo una valutazione di cio’ che e’ stato fatto, ma rappresenta le aspettative degli elettori verso la prosecuzione del lavoro costruttivo per la soluzione dei problemi sociali dei cittadini”, ha detto. (ANSA): OT 03-DIC-07 13:09 NNNN

Di Pino Buongiorno da Mosca
Sotto Vladimir Putin la Russia è diventata un paese da Terzo mondo. Il presidente ha reintrodotto la censura sovietica. Negli otto anni dei suoi due mandati la corruzione ha raggiunto i massimi livelli. La giustizia è sotto il controllo del Cremlino. Le basi della nostra costituzione sono state distrutte». È impietoso Boris Nemtsov, 48 anni, vicepremier ai tempi di Boris Eltsin, che lo aveva prescelto come suo successore in alternativa proprio a Putin. Quando parla con Panorama, giovedì 22 novembre, Nemtsov ha appena ricevuto l’investitura ufficiale a candidato alle elezioni presidenziali del marzo 2008. Lo ha nominato il piccolo partito di cui è stato uno dei fondatori, l’Sps, l’unione delle forze di destra d’ispirazione liberaldemocratica.
L’ex enfant prodige della politica russa ha poco tempo a disposizione. Deve partire per San Pietroburgo, dove ha in programma di guidare una manifestazione in vista del voto del 2 dicembre per eleggere la quinta Duma, la camera bassa del parlamento russo.
La vigilia non promette niente di buono. Una marcia anti Cremlino promossa a Mosca, sabato 24 novembre, è finita con l’arresto di centinaia di dimostranti, fra cui Garry Kasparov, l’ex campione mondiale di scacchi, diventato il leader di Altra Russia, la coalizione dei partiti di opposizione. L’indomani la scena si ripete a San Pietroburgo: Nemtsov non fa in tempo a entrare nella piazza del Palazzo d’inverno, il luogo simbolico prescelto dai dissidenti. La polizia antisommossa lo carica su un furgone e lo tiene in arresto per due ore assieme al presidente dell’Sps Nikita Belykh, 32 anni.
Qualche giorno prima lo stesso Belykh, incontrando l’inviato di Panorama nella sede del suo partito, nel centro di Mosca, aveva riassunto con una freddura le ambizioni dello zar del Cremlino: «Per i russi Aleksandr Pushkin (il grande poeta e drammaturgo dell’Ottocento, ndr) è tutto. Lo scultore Zurab Tsereteli è dappertutto. Putin invece è per sempre».
Nei giorni della sfida al potere assoluto non rimane agli oppositori che evocare lo spirito di Nikolai Gogol, il grande maestro del realismo russo, capace di raffigurare situazioni comico-mostruose in un clima di complessiva mediocrità umana. Ma può bastare?
Certamente no. Occorrerebbero una politica alternativa, un leader forte e ben riconoscibile, un nuovo patto con gli elettori. Tutto questo oggi non c’è e non si capisce nemmeno perché la repressione, sicuramente ispirata dal Cremlino, sia così violenta, con l’ausilio della polizia ma anche dei gruppi paramilitari di Nashi, il movimento giovanile filogovernativo.
I sondaggi accreditano a Putin l’80 per cento dei consensi. Il partito che l’ex colonnello del Kgb ha creato a sua immagine e somiglianza, Russia unita, si accinge a vincere le elezioni con una maggioranza dei due terzi della Duma. L’unica forza di opposizione che dovrebbe superare lo sbarramento del 7 per cento è il partito comunista. Tutti gli altri sembrerebbero fuori dal parlamento.
«Putin è strapopolare. Chiunque gli mettiamo a confronto non supera il 5 per cento dei consensi» assicura Valery Fedorov, il direttore generale del Vciom, l’istituto di sondaggi preferito dal Cremlino. «A questo punto il problema del presidente è come tradurre la popolarità in una nuova configurazione del potere nel periodo postelettorale».
È questo oggi il vero punto interrogativo di una Russia che l’Occidente potrebbe perdere definitivamente. Dopo aver costruito un sistema pervasivo e fortemente centralizzato che controlla ogni aspetto della vita politica ed economica, dopo aver rimesso ordine nel paese secondo uno schema autocratico che i sofisticati amministratori del Cremlino definiscono con un eufemismo «democrazia sovrana», Putin, a 55 anni, ha bisogno di ritagliarsi un nuovo ruolo per far sopravvivere la sua creatura e il suo clan.
Ma quale? La cerchia ristretta dei collaboratori del presidente ha commissionato un sondaggio su un’ipotesi precisa, emersa nelle ultime settimane: trasformare Putin nel «leader nazionale», privo di qualsiasi incarico istituzionale, ma allo stesso tempo capo del maggiore partito della Duma; kingmaker del successore, che potrebbe essere il brillante vicepremier Dmitri Medvedev, 42 anni, secondo le indicazioni più recenti dei sondaggi, ma allo stesso tempo suo guardiano per conto del popolo, di cui gode la massima fiducia. «Credo che Putin alla fine approverà questa soluzione» si dice sicuro Fedorov. «È una formula nuova, più complicata da gestire ma più forte».
Chiosa il noto commentatore politico Evgeny Kiselev: «Il presidente avrà bisogno di questo status, che solo apparentemente è simbolico, come una forma di assicurazione politica, come una garanzia per la sua personale incolumità e quella del suo clan».
Poco importa che negli ultimi 90 anni ci sia stato già un «leader nazionale». Era Stalin, nella prima parte della sua spietata dittatura.
«Ma la Russia di oggi non può essere equiparata all’Urss. Non c’è l’ideologia di stato. Non abbiamo il partito unico» mette le mani avanti il sondaggista Fedorov, anticipando le critiche che si leveranno non solo in Russia se questa sarà la scelta finale.
Sarebbe un altro passo verso l’allontanamento dai valori dello stato di diritto. «Se si centralizza a tal punto il potere, devi giustificarti davanti alla tua opinione pubblica con la minaccia esterna, con la parola d’ordine che la Russia è tornata, ma c’è chi non ama la nostra sovranità. È la dottrina del nemico alle porte che in campagna elettorale viene ancora più accentuata» analizza Lilia Shevtsova, la più accreditata e indipendente politologa russa, autrice del saggio La Russia di Putin.
Shevtsova è convinta che «tutte le politiche d’ingaggio della Russia stiano fallendo e nessun leader europeo o americano sappia trovare la formula giusta, che non può essere la Realpolitik alla Henry Kissinger, né la separazione degli interessi nazionali dai valori propri dell’Occidente, come spesso fanno i governanti italiani e francesi, che comprano gas ma non si preoccupano della nostra democrazia».
Il nemico, o meglio l’antagonista, appare essere di nuovo la Nato e l’America in particolare. «Le regole del gioco sono cambiate rispetto agli anni Novanta, quando la Russia era debole» spiega un altro politologo, Sergei Karaganov, già consigliere di Putin e attuale direttore del consiglio per la politica estera e di difesa. «Ora non lo è più, anche per effetto dei prezzi delle risorse naturali, mentre appaiono deboli sia l’Europa, spero temporaneamente, sia, in modo ancora più drammatico, gli Stati Uniti».
Putin alza la voce su qualsiasi tema di politica estera, dall’Iran al Kosovo, e anche di politica energetica, aggiunge Karaganov, non perché voglia ricreare una superpotenza: «Gli basta fare della Russia una grande potenza, rispettata e ascoltata». Per capire se le intenzioni corrispondono alla realtà bisogna varcare gli uffici moderni di Troika dialog, una delle più attive banche di affari russe. «Quando Putin è entrato al Cremlino, nel 1999, il pil era sotto i 200 miliardi di dollari. Oggi è 6 volte. Questo significa che la Russia è più visibile come potere economico, tanto da occupare il nono posto nella classifica mondiale. Anche il reddito pro capite cresce e oggi è di 8.790 dollari, 5 volte rispetto al 2000» afferma il capo-economista di Troika dialog Evgeny Gavrilenkov. «Allo stesso tempo sta cambiando il modello di sviluppo: da un’economia basata sulle esportazioni si passa a un’economia guidata dalla domanda interna grazie alla rivalutazione del rublo».
Ma se questi e altri successi economici hanno rafforzato il carisma di Putin ci sono altri dati che fanno pensare a un gigante dai piedi di argilla. È sempre Gavrilenkov a elencare le debolezze dell’economia: «L’inflazione sta accelerando e a fine 2007 potrebbe toccare il 12 per cento. Anche la crescita del pil negli ultimi mesi sta rallentando. Il periodo elettorale ha fatto aumentare le spese pubbliche grazie al tesoro prodotto dal gas e dal petrolio. Ma la maggiore debolezza è un’altra ancora: è l’espansione vertiginosa dei burocrati, il 9 per cento in più ogni anno. Questo si traduce nell’inefficienza dell’amministrazione e nella grande corruzione».
Sono stati 37 mila i casi di corruzione scoperti dal ministero dell’Interno nel periodo gennaio-ottobre 2007. Nello stesso arco di tempo 8.500 russi sono stati incriminati. Le forze armate sono le più esposte a questo tipo di reati, come ha denunciato, a metà novembre, un sorprendente dossier dell’Istituto di strategia nazionale.
«L’esercito russo non è mai stato così debole come in questa fase» dichiara a Panorama Stanislav Belkovsky, direttore del centro studi. «Il Cremlino è interessato a creare un’immagine forte dell’esercito russo e questo conviene anche all’Occidente per rafforzare i propri budget e progetti militari. Sotto Putin le forze armate si sono degradate ulteriormente, tanto che la quantità degli armamenti è diminuita del 15 per cento e il numero delle testate strategiche, con le quali il Cremlino spaventa l’Occidente, si è ridotto da 79 a 50. L’esercito usa armi che risalgono al 1985. I soldi stanziati dai vari governi per l’ammodernamento sono spariti a causa dell’alta corruzione».
Che razza di Russia è dunque questa di fine 2007, alla vigilia di due cruciali appuntamenti elettorali? Mostra senza dubbio diversi punti di forza, che esaltano l’orgoglio nazionale, ma anche tante vulnerabilità, che potrebbero minarne le fondamenta nei prossimi anni.
Secondo Ivan Safranchuk, il direttore del World security institute di Mosca, la verità è una diversa percezione che non promette nulla di buono per il futuro. «La Russia sente se stessa come se fosse una potenza abbastanza grande. Il mondo non è della stessa idea.
Di qui il conflitto latente». Nei prossimi mesi, con Putin che continuerà comunque a dominare la scena politica, bisognerà vedere chi cambierà opinione prima.
(ha collaborato Francesca Mereu)

Il presidente russo ha sciolto l’enigma dell’ultima settimana e ha dichiarato i nomi dei ministri. Anche se sono stati confermati i primi due vice-premier, Sergey Ivanov e Dmitry Medvedev, la sorpresa non è mancata. Vladimir Putin ha infatti cambiato tre uomini facendo entrare per la prima volta due donne. Non si tratta delle quote rosa (la polemica in Russia non esiste proprio), ma di un cambio vero e “rivoluzionario”. Elvira Nabiullina va a sostituire German Gref al ministero per lo Sviluppo economico e il Commercio, Tatiana Golikova prende il posto di Mikhail Zurabov alla guida del ministero della Sanità e dello Sviluppo sociale.
La Nabiullina, 44 anni, “supermanager di ferro”, dall 2000 al 2003 è già stata primo vice ministro dell’Economia, e negli ultimi anni ha coordinato i cosiddetti “programmi nazionali” promossi personalmente dal presidente russo su temi quali lo sviluppo economico regionale, la soluzione del problema demografico, le case per le giovani famiglie e le infrastrutture. Ma con questa nomina la Nabiullina conquista anche un altro record: è la seconda donna, dopo l’attuale ministro francese Christine Lagarde, a guidare il ministero dell’Economia nei Paesi del G8.
Curriculum di tutto rispetto anche per Tatiana Golikova, che ha soltanto 41 anni e fino ad ora era vice ministro delle Finanze. La decisione di Putin, al di là delle valutazioni strettamente politiche, sembra aver accontentato anche gli altri uomini del governo. Il vice-presidente della Duma e leader del partito liberal-democratico, Vladimir Zhirinovskij, ha accolto la notizia con entusiasmo, definendo le due colleghe “giovani e belle” al punto che “fa piacere guardarle”. E il terzo nuovo arrivato?
È Dmitry Kozak, che ha sostituito Vladimir Yakovlev al ministero per lo Sviluppo regionale. Altri ministri hanno visto confermate le loro cariche. A far discutere il caso di Anatoly Serdyukov (alla Difesa), che, essendo genero del premier Viktor Zubkov, aveva presentato le proprie dimissioni per motivi etici. Il premier le ha comunque rifiutate, motivando la decisione con il fatto che il ministro della Difesa dipende dal Presidente, non da lui. Ma a rafforzare i gossip (e le parentele) c’è anche la bella Golikova, protagonista di un “ricongiungimento familiare”, visto che il marito è il ministro dell’Industria e dell’Energia Viktor Khristenko. Sembra che con queste nomine Putin abbia accontentato tutti, mantenendo salda la linea politica del governo precedente.
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