Farian Sabahi, docente presso
l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive
per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con
alcune radio locali e straniere. Ha
scritto
Storia dell'Iran (dal 1892 a
oggi) e "Un'estate a Teheran". Nel 2010 ha ricevuto l'Amalfi Media Award.

(Credits: Epa)
Nelle prossime ore il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il capo degli Hezbollah libanesi, Hassan Nasrallah, saranno le star del panorama mediatico mediorientale: Ahmadinejad è stato infatti invitato nel Paese dei cedri. E i leitmotiv di questa visita saranno probabilmente le consuete invettive contro il vicino Israele, nemico sia della Repubblica islamica sia degli agguerriti Hezbollah libanesi.
Continua
- farian
- Mercoledì 13 Ottobre 2010

Di Pino Buongiorno
“Il regime siriano sta uccidendo la maggioranza del parlamento libanese”. Più esplicito di così Saad Hariri, 37 anni, non potrebbe essere quando punta l’indice contro il governo di Damasco, non solo per aver ordinato l’omicidio del padre, Rafiq, nel 2005, ma anche per aver assassinato altri sei parlamentari negli ultimi due anni e mezzo. L’ultimo, Antoine Ghanem, è stato trucidato sei giorni prima della fallita seduta parlamentare del 25 settembre per l’elezione del nuovo presidente della repubblica in sostituzione del filosiriano Emile Lahoud.
La maggioranza parlamentare dell’Alleanza del 14 marzo, guidata da Hariri, e di cui fanno parte sunniti, cristiano-maroniti e drusi, si assottiglia a vista d’occhio e oggi è di soli 68 deputati su 128; la minoranza è composta da Hezbollah, Amal e un gruppo scissionista maronita.
Saad Hariri vive blindato nel maestoso palazzo di famiglia di Koreitem, nel cuore di Beirut. Per arrivarci bisogna superare tre posti di blocco con decine di guardie armate e cani antiesplosivi. L’erede di una delle famiglie più facoltose del Medio Oriente riceve l’inviato di Panorama nell’ufficio del padre. Nulla è cambiato dal giorno della strage. Sulla poltrona della scrivania campeggia la gigantografia di un Rafiq Hariri dallo sguardo rassicurante.
Ha paura di fare la stessa fine di suo padre?
All’inizio l’avevo, sì. Ora mi affido a Dio.
Prevede che ci saranno nuovi omicidi mirati prima della nuova riunione del parlamento, il prossimo 23 ottobre?
Spero di no, ma anche in precedenza pensavamo che gli assassini si sarebbero fermati e non è successo.
Qual è oggi il pericolo maggiore per il Libano?
Il vuoto politico-costituzionale. Questo è uno dei momenti più pericolosi nella storia del nostro paese. Dobbiamo salvare il Libano perché, nonostante tutto, dall’omicidio di mio padre a oggi, abbiamo conquistato la nostra sovranità e libertà, oltre all’appoggio della comunità internazionale. Dobbiamo continuare su questa strada, completare le riforme e difendere la patria. È vero, abbiamo un avversario, la Siria, che è un regime duro e che vuole fare tutto il possibile per toglierci la libertà. Ma, sebbene noi siamo un piccolo paese, non rimarremo silenziosi. Tutti comprendono la gravità della situazione ed è per questo che si stanno accorciando le distanze fra maggioranza e opposizione.
Lei è ottimista?
Lo sono sempre stato, nonostante le avversità. Sto incontrando in questi giorni molte autorità libanesi e lo stesso presidente del parlamento Nabih Berri (il capo del partito sciita Amal, ndr). Ho la speranza che si possa eleggere il presidente già prima del 23 ottobre.
Con i due terzi previsti dalla costituzione o con la vostra semplice maggioranza, in caso di insuccesso nelle prime votazioni?
Preferirei ovviamente avere un presidente votato da 90 o da 100 membri del parlamento piuttosto che da 65 o da 68.
Hezbollah è d’accordo?
Abbiamo registrato fortissime differenze nel passato, ma Hezbollah è parte della vita politica di questo paese.
Il gruppo di Hassan Nasrallah si prepara più alla battaglia parlamentare o a quella militare?
A entrambe.
Scoppierà la guerra civile se non riuscirete a eleggere il nuovo capo dello stato, prima che Lahoud abbandoni il campo, il 24 novembre?
Non lo so. No, non credo che si arriverà alla guerra civile. Ma è veramente difficile dirlo.
Chi è il vostro principale nemico? La Siria o l’Iran?
Il più pericoloso è Israele, perché prima della guerra dell’estate del 2006 qui non c’erano divisioni politiche. Oggi purtroppo ci sono anche le interferenze di nazioni come l’Iran, che sono inaccettabili.
Qual è l’agenda libanese del regime degli ayatollah?
L’Iran vuole affermarsi come potenza regionale, così come tenta di fare in Iraq o in Afghanistan. Quanto alla Siria, è solo un regime fantoccio dell’Iran, ma che pretende di poter fare quello che vuole in Libano, come cambiare il corso della vita politica. E si serve di personaggi libanesi che perseguono gli interessi di Damasco.
Come fermare il governo di Bashar al-Assad?
La condanna non è sufficiente. La Siria deve essere isolata. Abbiamo bisogno di far approvare ulteriori sanzioni. È un errore strategico pretendere di parlare con loro e chiedere il loro aiuto.
Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, è uno degli esponenti politici più favorevoli al dialogo con la Siria. Sbaglia?
Non abbiamo alcuna critica da muovere al governo italiano. Il premier Romano Prodi ha capito bene qual è la posta in palio in Libano. Il governo italiano è stato molto chiaro con quello siriano tanto da aver votato a favore del Tribunale internazionale dell’Onu sull’omicidio di mio padre. Infine, ha mandato i propri soldati a proteggere il Libano.
Che giudizio dà della missione dell’Unifil?
I caschi blu stanno facendo un grande lavoro e dovrebbero continuare ad aiutare i libanesi.

Non ci vuole molto ad accusare la Siria per l’ennesimo attentato in Libano, che ha provocato 5 morti e decine di feriti, anche se poi le cose sono più complicate di quanto appaiano. La vittima designata, Antoine Ghanem, di cui sono in corso stamani a Beirut i funerali, era un deputato anti-siriano e Damasco, che ha occupato il Libano fino al 2005, è già stata accusata (in particolare dagli Stati Uniti) di una lunga serie di episodi accaduti recentemente nel Paese dei Cedri: dall’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri nel febbraio 2005, alla rivolta degli integralisti sunniti vicini ad Al Qaida nel campo profughi palestinese di Nahr Al Bared; dal sostegno agli Hezbollah sciiti che l’anno scorso hanno combattuto contro Israele, fino all’ondata di attentati che hanno colpito negli ultimi mesi vari deputati della risicata maggioranza filo-occidentale e filo-saudita. Inoltre, Damasco si è sempre detta contraria all’istituzione del Tribunale dell’Onu sul caso Hariri che, approvato mesi fa dal Consiglio di Sicurezza, sta per iniziare la sua attività in una sede ancora da stabilire nei Paesi Bassi e dovrebbe occuparsi anche degli altri recenti attentati contro politici libanesi.
L’ultima autobomba è esplosa mentre il Parlamento libanese sta per eleggere il nuovo presidente ed è sicuramente un tentativo di influenzare il voto. Ma non è chiaro in quale direzione. Alla presidenza, in base alla Costituzione, deve essere eletto un cristiano (mentre un sunnita guida il governo e uno sciita presiede il Parlamento). E il fronte cristiano, oggi, è profondamente diviso: una parte sta col governo e un’altra con gli Hezbollah. I candidati cristiani sono quindi pronti a darsi battaglia fino all’ultimo voto per la scelta del Capo dello Stato. Inoltre, visto il rischio di destabilizzazione del Paese, c’è anche chi ipotizza una soluzione forte: nominare presidente il capo dell’esercito, che si è messo in luce durante la repressione della rivolta di Nahr Al Bared.
Il nuovo attentato è avvenuto in un momento topico anche per altre ragioni: ha avuto anche l’effetto di far annullare un incontro lungamente atteso tra il presidente del parlamento Nabih Berri e il leader della maggioranza governativa Saad Hariri (figlio di Rafiq). Berri, capo del partito sciita Amal e vicino alle posizioni degli Hezbollah, aveva proposto un compromesso per risolvere lo stallo istituzionale che da quasi un anno vede contrapposte le principali forze politiche del Paese, e Hariri aveva deciso (con riluttanza e solo dopo molti rinvii) di discuterne. L’accordo, che sembrava finalmente a portata di mano, ora è andato in fumo tra le fiamme dell’ultima autobomba.
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Tribunali penali internazionali. Nella ex Jugoslavia (1993). In Rwanda (1994). A Timor Est (2000). In Sierra Leone (2002). E ora in Libano. Il professor Antonio Cassese, ex presidente della Corte penale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia dal 1993 al 1997, è moderatamente ottimista. Anche sul Tribunale che dovrebbe far luce sull’omicidio Hariri. Conosce alcuni giudici libanesi che probabilmente affiancheranno quelli nominati dall’Onu, li stima, e, sui crimini di guerra, non vuole piegarsi a quella logica sostanzialista che fece dire a Winston Churchill: “I gerarchi nazisti? Passarli per le armi”. Prevalse l’idea di F. D. Roosvelt. Ovvero: Norimberga. Il primo passo verso una vera e propria giustizia penale internazionale.
Professore, lei è stato presidente anche del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. E a quindici anni dalla sua istituzione, Mladic, Karadzic e altri criminali di guerra sono ancora a piede libero. Perché dovremmo essere ottimisti sul Libano?
Le faccio solo qualche esempio sulla ex Jugoslavia. Circa 120 criminali di guerra sono stati sottoposti a processo. Alcuni sono stati prosciolti. A tutti gli imputati, e non solo a Milosevic, è stata assicurata una difesa di altissimo livello. Mica avvocaticchi, ma principi del Foro, i migliori sulla piazza internazionale. Qualche risultato, davvero, lo abbiamo ottenuto. Rispettando l’imparzialità del processo. E poi ripeto: l’alternativa a un sistema penale internazionale garantista è quello cui pensava Churchill. È quello che vogliamo?
Eppure, un giorno sì, l’altro pure Carla del Ponte strepita perché, dice, ha le mani legate…
E ha ragione. Il vero tallone d’Achille della giustizia penale internazionale è l’assenza di una polizia giudiziaria autonoma che raccolga prove, esegua mandati di cattura e trascini a giudizio gli imputati. Per arrestare qualcuno, invece, bisogna telefonare a Roma, a Zagabria, o a Belgrado e poi chiedere: mi sequestrate quel documento? Insomma, ci si basa sul livello di collaborazione politica degli Stati. Ma di limiti ce ne sono altri, se è per questo.
Quali?
La lunghezza dei processi. E l’alto costo di gestione, per esempio del Tribunale sulla ex Jugoslavia. Si parla di circa 135 milioni di dollari all’anno. Ci lavorano mille e cento funzionari di 81 paesi. E poi sa quanto guadagnano gli avvocati degli imputati? Fino a 20 mila dollari al mese. Tutto a carico del Tribunale, perché tutti gli imputati dicono di essere indigenti e quindi non nominano i propri legali
A Roma nel 1998 è stato invece istituita la Corte penale internazionale sui crimini di guerra, sul genocidio e i crimini contro l’umanità. Ma se qualcuno volesse istituire un processo sui presunti crimini di Putin in Cecenia o di Bush a Guantanamo non può farlo. Ecco perché non c’è molta fiducia.
È vero: al trattato di Roma hanno aderito 104 Paesi su 200. E mancano alcuni Paesi chiave. Come gli USA, la Russia, il Giappone, Israele, i Paesi arabi (salvo la Giordania). Ma le rovescio il ragionamento: oggi, se qualcuno vuole mettere sotto processo un soldato inglese o italiano che si fosse macchiato di crimini contro l’umanità in Iraq può farlo. Certo bisogna fare ancora molta strada, ma dice che è poco?
No, ma il diritto è sempre basato sui rapporti di forza.
La politica internazionale condiziona i tribunali. Ma i giudici internazionali sono tutti equi e imparziali. Li conosco. E mi fido. E poi alle spalle abbiamo molti anni di esperienza. Non siamo più al 1993, quando fu istituito il Tribunale penale internazionale sulla ex Jugoslavia. Di esperienza, ne abbiamo fatta.
È ottimista sul Tribunale Hariri?
Nonostante i problemi politici legati all’opposizione di Hezbollah e alla prossima scelta della sede che probabilmente sarà Cipro, il sistema di diritto penale in Libano è moderno e civile. E i giudici libanesi che affiancheranno quelli delle Nazioni Unite saranno scelti dal governo Siniora che poi li proporrà al Segretario generale dell’Onu. Abbiamo molti livelli di garanzia e lì, davvero ci sono giudici eccellenti. E poi questo Tribunale è davvero importante. Perché la scommessa è quella di fare tesoro, anche sul piano della procedura penale, di tutte le esperienze precedenti. Creando un tribunale efficiente, che non costi troppo, che faccia tutto in 3 anni e che sia assolutamente garantista. Non nascondo le difficoltà, ma forse siamo partiti col piede giusto.
LEGGI ANCHE: Il Tribunale Hariri spacca Il Libano. E avvicina Siria e Iran

La notizia dell’istituzione, da parte dell’Onu, di un Tribunale per giudicare i responsabili dell’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri apre nuovi scenari per il Libano, la Siria e per tutto il Medio Oriente. Una parte della popolazione libanese, sunnita e vicina a Hariri e al premier Siniora, festeggia. Gli sciiti di Hezbollah e Amal, alleati della Siria, considerano la decisione un’ingerenza dell’Occidente. I cristiani sono divisi. Tutti, favorevoli o contrari, temono che la notizia faccia esplodere il conflitto latente in un Paese che è già da tempo sull’orlo di una nuova guerra civile. Ciò mentre persino Al Qaida cerca di ritagliarsi un suo spazio nel Paese, sfruttando l’annoso problema dei campi profughi palestinesi, come dimostrano gli scontri che continuano anche oggi a Nahr Al Barid tra i militanti di Fatah Al Islam e l’esercito. I commenti della stampa libanese e araba riflettono queste divisioni. Al Mustaqbal e An Nahar, vicini al governo, parlano di giustizia per le vittime e contro il terrorismo.
I giornali dell’opposizione sottolineano i rischi per il futuro del Libano. As Safir titola: “New York impone il tribunale al Libano, ma chi imporrà ai libanesi la riconciliazione?”. Per Al Akhbar e Ad Diyar la risoluzione presa sulla base del Capitolo 7 della Carta dell’Onu (cioè imposta dall’esterno, in assenza di una ratifica da parte del Parlamento libanese) equivale a decretare che il Libano è sotto tutela internazionale. Per la precisione, il testo della risoluzione dà tempo al Parlamento di Beirut fino al 10 giugno per acconsentire alla creazione del Tribunale anziché vederselo imporre con riferimento al Capitolo VII (quello che decreta misure coercitive, come embarghi e operazioni militari contro Stati inadempienti). Vale la pena di ricordare che se la ratifica non è giunta finora è stato per l’ostruzionismo dell’opposizione, che ha indotto il premier Siniora a chiedere all’Onu di prendere autonomamente la sua decisione proprio sulla base del Capitolo VII.
Per la Siria, che proprio in questi giorni ha celebrato con ostentato entusiasmo il trionfo del Presidente Bashar Al-Assad in un referendum simbolico sulla sua riconferma al potere, è un duro colpo. L’inchiesta dell’Onu ha infatti ipotizzato un coinvolgimento di Damasco nell’omicidio di Hariri. Tra la popolazione siriana è forte l’impressione che il Tribunale sul caso Hariri possa rappresentare la “pistola fumante” per un intervento militare occidentale contro il loro Paese.
Una fonte autorevole citata dall’agenzia di stampa ufficiale Sana afferma che “la creazione del Tribunale sotto il capitolo VII costituisce un attacco alla sovranità del Libano e potrebbe deteriorare ulteriormente la situazione”. Il premier libanese Siniora assicura che il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è indirizzato “contro la sorella Siria”, ma a Damasco nessuno ci crede. Facile prevedere d’ora in poi un rafforzamento dell’alleanza strategica tra la Siria e l’Iran contro il nemico comune statunitense. E forse non è un caso se proprio oggi il ministro degli esteri iraniano Mottaki si è precipitato a Damasco per una visita a sorpresa.
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