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La stampa araba difende Pervez Musharraf. O meglio lo considera il minore dei mali. Il Presidente pachistano non è certo un buon esempio di governante democratico, ma indebolirlo con troppe critiche darebbe man forte ai Taliban nel suo Paese e nel vicino Afghanistan e addirittura regalerebbe all’Iran una vittoria a lungo termine, in quanto se la situazione in Pakistan precipitasse, tutta la comunità internazionale sarebbe concentrata su come salvare Islamabad, distogliendo l’attenzione dal pericolo iraniano. È l’opinione di Abdul Rahman Al Rashid, general manager della tv Al Arabiya ed editorialista di Al Sharq Al Awsat. E se il programma nucleare iraniano preoccupa gli Usa, figuriamoci quanto ci si deve preoccupare per il Pakistan, che la bomba atomica già ce l’ha, come ricorda Jihad Al Khazen su Al Hayat.
Cosa succederebbe “se ci fosse un golpe militare, e se prendesse il potere un gruppo estremista alleandosi con gli islamici radicali per guadagnare popolarità e sostegno? Oppure se i seguaci dello scienziato nucleare Abdul Kadir Khan apparissero e vendessero tecnologia bellica a ogni fazione che la voglia e sia in grado di pagare?” Il rischio è reale, se è vero, come sottolinea l’esperto saudita Mshari Al-Zaydi su Al Sharq Al Awsat che Musharraf non gode del sostegno del popolo, perché la maggioranza dei pachistani è attratta dal fondamentalismo e tende a giustificare Al Qaida. “Il Pakistan è come la spalla su cui poggia il lanciarazzi, senza di essa non si può combattere. Grazie a Dio, il Pakistan non è contro di noi”, ha detto il Mullah Momin Ahmed, comandante dei Taliban, intervistato da Newsweek, come ricorda Al-Zaydi.
Peraltro Musharraf non è un campione di laicità e, pur contrastando il terrorismo, tende ad intervenire contro gli integralisti solo quando minacciano direttamente il suo potere. Il presidente “non ha chiuso le scuole religiose, anzi continua ad aprirne lui stesso e non ha rafforzato le istituzioni civili” denuncia Rashida Dergham su Al Hayat. “Il suo fallimento nella costruzione delle istituzioni è anche il fallimento degli Stati Uniti, in particolare dell’amministrazione Bush, che ha perso l’opportunità di monitorare il processo democratico, perché troppo impegnata con la “guerra al terrore”.
Eri Garuti - Amina News
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I crimini d’onore sono una piaga che il mondo arabo-musulmano è ben lontano dal debellare. Casi di donne uccise dai familiari perché sospettate di aver avuto rapporti prematrimoniali sono frequenti e i responsabili vengono raramente puniti in modo adeguato (sull’argomento leggi anche: In Giordania è polemica sui delitti d’onore). La stampa araba racconta episodi agghiaccianti. In Siria, per esempio, una ragazza è stata assassinata dal fratello dopo la diagnosi errata di un medico, che senza utilizzare un’ecografia aveva attribuito il gonfiore dell’addome a una gravidanza anziché a un tumore dell’utero, poi scoperto durante l’autopsia.
In Siria invece si parla molto anche del caso di Zahra. Rapita e violentata a 15 anni e per questo finita in carcere (come molte donne che non hanno altro posto in cui rifugiarsi per sfuggire alla vendetta della famiglia) è stata liberata quando un cugino 27enne ha accettato di sposarla. Dopo 10 mesi il fratello l’ha però uccisa e, in base alle leggi siriane che non considerano il delitto d’onore un omicidio, rischia di farla franca; solo il ricorso del marito della vittima fa sì che il caso rimanga aperto e che sia diventato oggetto di dibattito sui giornali.
E ancora: nel nord Iraq sarebbero 350 le donne uccise per ragioni d’onore nel giro di sette mesi. In Giordania, gli assassini si appellano spesso a questa motivazione per ottenere sconti di pena e questi crimini coprono altri tipi di delitti, visto che le donne vengono uccise da padri, fratelli e zii anche dopo aver posto “rimedio” all’onta con il matrimonio.
Molte le donne che cercano di togliersi la vita o sono spinte al suicidio per lavare il disonore che avrebbero provocato alla famiglia.
Per fortuna, ci sono associazioni che si battono contro questa barbarie e chiedono che vengano cambiate le leggi che assolvono gli assassini. È il caso dell’associazione giordana Jwu, di quella siriana Syrian Women Observatory e dell’egiziana Cewla. In Marocco l’Insaf e Solidarité Féminine dispongono di centri che accolgono le ragazze madri. In Pakistan il Gender and Social Development ha il difficile compito di combattere contro i crimini d’onore nel Paese in cui sono più diffusi.
Eri Garuti - Amina News

Gli arabi “sono esperti nel formulare cospirazioni, complottare per uccidersi l’un l’altro. Gente che legge senza capire perché troppo abituata a memorizzare e ripetere, abituata ad essere controllata senza avere scelta”. “Gente che per il minimo disaccordo odia tutti gli altri, gente che parla così tanto e fa così poco”.
Queste frasi non sono tratte da qualche articolo razzista scritto da giornalisti occidentali, ma da un pezzo del giornalista arabo Jameel Theyabi pubblicato in inglese sul sito del quotidiano panarabo Al Hayat e intitolato: “Gli studenti di Google e gli allievi del mullah”. L’autore, che si veste con abiti tradizionali tipici della penisola arabica e dei Paesi del Golfo, esalta il modello di progresso tecnologico occidentale e lo spirito imprenditoriale dei due giovani inventori di Google, che in soli dieci anni hanno creato un impero e consentito a tutti di ridurre a pochi secondi il tempo necessario per la ricerca di dati. Per Theyabi è forte il contrasto tra “gli studenti che hanno creato Google rendendo un servizio all’umanità, alla scienza, alla conoscenza e all’intelletto, e gli studenti del Mullah Omar, i Taliban, o di Al-Qaida e del suo leader Osama bin Laden, il cui contributo è consistito in omicidi, distruzione, terrorismo e diffamazione dell’Islam.” Al di là dei terroristi, è tutto il mondo arabo ad essere messo sotto accusa nell’articolo di Theyabi, perché non saprebbe cogliere pienamente le opportunità offerte dall’evoluzione scientifica e tecnologica e proporre ai giovani un modello simile a quello rappresentato dai due studenti americani. Lo studio delle nuove tecnologie andrebbe incentivato, anche perché - sembra sottintendere Theyabi - imparare davvero qualcosa è meglio che ripetere mnemonicamente il Corano in una madrasa senza capirlo.
Eri Garuti - Amina News

Il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha ricevuto ieri nella residenza privata nella Casa Bianca il Dalai Lama, il leader spirituale tibetano costretto all’esilio in India dal 1959, mentre oggi il Parlamento americano consegnerà al premio Nobel tibetano la “Medaglia d’oro del Congresso”, la massima onoreficenza civile da parte del Parlamento statunitense. Negli ultimi giorni, il Presidente cinese Hu Jintao nel discorso di apertura al 17esimo congresso del Partito Comunista, il portavoce del ministero degli esteri Liu Jianchao e il presidente della Regione Autonoma del Tibet, Qiangba Puncog, avevano chiesto la cancellazione dell’incontro privato e della cerimonia al Congresso, pena un serio danneggiamento delle relazioni tra Repubblica Popolare e Stati Uniti.
Fino a ieri la stampa cinese aveva motivato la posizione adottata dai leader del paese presentando il Dalai Lama come un leader secessionista, un assassino e un sostenitore di sette di fanatici religiosi. Inoltre, Liu Jianchao aveva espresso al China Daily il proprio disappunto nei confronti di tutti i Paesi che utilizzano strumentalmente la questione tibetana per interferire negli affari interni della Cina. Oggi, a incontro avvenuto, i commenti sono molto vari. La stampa di Hong Kong, in inglese e in cinese, assume una posizione cauta, in attesa di vedere quali saranno le eventuali ripercussioni del Governo cinese. Quella dell’isola nazionalista di Taiwan non manca di sottolineare l’atteggiamento coraggioso degli Stati Uniti, elogiati per non aver preso in considerazione le ingiustificate proteste della Repubblica Popolare. I principali quotidiani del continente, invece, denunciano in prima pagina l’affronto commesso da Bush nei confronti del proprio governo, sottolineando che “per quanto il Governo cinese non abbia mai voluto incrinare le relazioni tra Cina e Stati Uniti, questo incontro ha inevitabilmente fatto calare un’ombra tra le stesse. E saranno gli Stati Uniti a doversi ritenere responsabili delle conseguenze”. Tuttavia, riportano la notizia solo le versioni in lingua inglese dei quotidiani cinesi, accessibili a lettori che abitualmente consultano anche la stampa straniera. Quelli in lingua cinese non menzionano i fatti. Ancora una volta, il Governo preferisce evitare che i cittadini vengano messi al corrente di questioni tanto delicate. Meglio continuare a fare in modo che la figura Dalai Lama, per chi ancora se ne ricorda, sia associata a quella di un secessionista che rinnega la propria Patria. La Cina, naturalmente.

Esistono estremisti cristiani che rappresentano un pericolo in Egitto? Un film in preparazione al Cairo sembra sostenere di sì. La pellicola ha l’obiettivo di mostrare che è possibile il dialogo tra la maggioranza musulmana e la minoranza cristiana copta, divise da scontri e tensioni negli ultimi tempi, ma rischia di suscitare polemiche perché equipara gli elementi radicali cristiani agli integralisti islamici. La trama ruota attorno alla vita di un prete copto che cerca il dialogo con il clero moderato musulmano e per questo si ritrova nel mirino di estremisti cristiani, che prima lo costringono a fuggire e a cambiare identità, poi lo trovano e lo uccidono. Non solo: ad interpretare il protagonista c’è un attore musulmano, Adel Imam, da sempre contrario ai fondamentalisti e famosissimo per i suoi film comici. Per essere certo di non urtare la sensibilità dei cristiani, l’attore ha voluto incontrare il Papa copto ortodosso, Shenouda III, che ha dato la sua benedizione al film, come riferisce il quotidiano panarabo Al Hayat. Le riprese inizieranno nei prossimi giorni.
I copti in Egitto sono almeno 8 milioni, il 10% della popolazione (ma secondo alcune stime sarebbero il doppio). Per la stragrande maggioranza sono ortodossi, ma ci sono anche alcune centinaia di migliaia di cattolici. Un paio di anni fa, tre chiese di Alessandria furono assaltate per ritorsione contro un’opera teatrale giudicata offensiva per l’Islam. L’episodio scatenò proteste anche violente da parte dei cristiani. Un altro motivo di scontro è il fatto che ai musulmani sia vietato convertirsi e che i matrimoni misti siano possibili solo se è la donna ad essere cristiana. Anche in Egitto, infatti, la costituzione prevede che nessuna legge possa essere in contraddizione con la sharia.
Eri Garuti
Amina News

Riuscirà il Pakistan a conservare la stabilità dopo la rielezione di Pervez Musharraf? Il futuro del Paese in cui sono nati i Taleban esportati in Afghanistan e che possiede la bomba atomica preoccupa non poco l’Occidente. La riconferma di Musharraf, rieletto presidente a stragrande maggioranza con la votazione tenutasi sabato in Parlamento e nelle 4 assemblee provinciali e malgrado l’astensione dei rappresentanti del Ppp di Benazir Bhutto,
è una buona notizia per l’alleato statunitense. Ma il risultato potrà essere ufficializzato solo il 17 ottobre, quando la Corte Suprema si pronuncerà su un ricorso dell’opposizione e deciderà se Musharraf aveva il diritto di ricandidarsi pur continuando a rivestire anche il ruolo di capo dell’esercito (incarico che ha promesso di lasciare presto). Il giorno dopo, il 18 ottobre, è previsto il ritorno in patria dell’ex premier Benazir Bhutto, cui è stata concessa l’amnistia per il reato di corruzione, in base a un recente accordo con Musharraf che prelude a una spartizione del potere.
Il mancato accordo con l’altro leader dell’opposizione in esilio Nawaz Sharif (il cui governo fu rovesciato dal golpe di Musharraf nel 1999), la perdita di consensi del Presidente, il clima di tensioni e di scontri in cui si è svolto il voto e il crescente sostegno popolare agli integralisti, dimostrato dal recente caso della Moschea Rossa, rendono però incerto il futuro del Paese. Ieri uno scontro tra esercito e miliziani filo-Taleban al confine con l’Afghanistan ha provocato la morte di 65 ribelli e di 20 soldati. Facile prevedere che questo clima condizionerà la campagna elettorale per le legislative, previste fra 3 mesi.

I Paesi arabi sono stati finora il paradiso dei fumatori. La sigaretta ha regnato indisturbata ovunque: nei ristoranti, negli uffici pubblici, sugli autobus. Ma qualcosa sta cambiando. Mentre in Italia si estende il divieto nelle stazioni e in Gran Bretagna non si può più accendere la sigaretta mentre si guida, nel mondo arabo si continua a consumare tabacco in quantità industriali, ma con qualche eccezione, e ci si comincia a interrogare sulla pericolosità di questa abitudine.
In particolare ora, durante il Ramadan, mese in cui la religione proibisce di fumare di giorno, molti colgono l’occasione per smettere definitivamente. Il compito dovrebbe essere più facile per chi vive a Medina, in Arabia Saudita, seconda città santa per i musulmani. Come riferisce Al Sharq Al Awsat, la città è diventata forse l’area più grande al mondo in cui è bandita la vendita di tabacco, da quando il divieto è stato esteso ai 293 km² della ” grande Medina “. Un divieto deciso per ragioni sia salutiste sia religiose. Ma per aggirare l’imposizione, basta comprare le sigarette fuori città e poi fumarle in casa, in privato. Inoltre, il proibizionismo fa prosperare il mercato nero. Così, c’è chi acquista grossi quantitativi altrove e poi, anche rischiando punizioni severissime, rivende ogni pacchetto maggiorato del 50%. Sembra che i conducenti degli autobus siano i maggiori protagonisti di questo commercio clandestino. Secondo alcuni studi, l’Arabia Saudita è il 4° importatore di sigarette al mondo e il 23esimo Paese per percentuale di fumatori sul totale della popolazione. Oltre 23mila abitanti muoiono ogni anno a causa del tabacco.
Nell’altra città santa saudita, la Mecca, c’è una clinica per smettere di fumare, che promette risultati in 6-12 sedute. ” Tra i sistemi che usiamo - spiega il Dottor Haza Akram a una giornalista di Arab News - c’è un’apparecchiatura che rimuove la nicotina dal corpo (per risolvere il problema dell’assuefazione). È utile anche un dentifricio anti-fumo, che i pazienti usano dopo pranzo quando sentono l’impulso di fumare. ” La clinica è riservata agli uomini (questa è l’Arabia Saudita!), ma si sta pensando di aprire una sezione per le donne fra un paio di mesi.
Eri Garuti
Amina News
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Il Ramadan fatto di preghiere e digiuni? Non esattamente. Proprio come il periodo natalizio in Occidente, nei Paesi arabi il mese sacro per i musulmani significa corsa allo shopping, rialzo dei prezzi, traffico caotico, pubblicità martellanti in tv. “Il cibo – non il digiuno – descrive lo spirito di festa del mese sacro” spiega un articolo del settimanale egiziano Al Ahram Weekly, rivelando che ci sono due scuole di pensiero per gli acquisti: c’è chi, seguendo la tradizione, compra tutto l’occorrente prima che il Ramadan inizi, riempiendo il frigo e la dispensa di generi alimentari che possano bastare per tutto il mese, e chi invece va a fare spese ogni giorno, appena prima di cena (cioè prima che il tramonto consenta la rottura del digiuno rispettato durante la giornata), ritrovandosi bloccato nel traffico o in coda davanti alla cassa, visto che molti hanno avuto la stessa idea. Non tutti possono permettersi le laute cene e i dolci tipici che la tradizione imporrebbe. Lo stesso settimanale, in un altro articolo, ricorda quanto i prezzi siano aumentati recentemente in Egitto e aggiunge che, in base agli standard della Banca Mondiale, per vivere al di sopra della soglia di povertà una famiglia di 4 persone ha bisogno di circa 240 dollari (meno di 200 euro al mese), ma “questo è molto di più di quanto guadagnerebbe una famiglia media di 4 persone”.
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Preoccupazioni simili sono espresse anche dalla stampa algerina. Il quotidiano Le Soir d’Algérie scrive che a causa degli aumenti dei prezzi, questo Ramadan “si annuncia già sfortunato per i padri di famiglia della classe media o poveri”.
E allora non resta che consolarsi davanti alla tv, che, come ogni anno di questi tempi, propone una maratona di telenovelas per l’occasione: dalla vicenda strappalacrime di una vedova che deve mantenere il suo bambino, alle imitazioni arabe di “Sex and the city” (ben due sceneggiati ruotano intorno alla vita di una giornalista titolare di una rubrica quotidiana), senza dimenticare “Il grido di una donna”, un feuilleton censurato fino a poco tempo fa perché parlava di un argomento scottante come la vita di una transessuale.
Ma c’è anche chi non ne può più delle tradizioni e invita a rompere i vecchi clichés. Egypt Today, mensile egiziano filo-occidentale, pubblica addirittura una guida di consigli pratici per non farsi sconvolgere l’esistenza un mese l’anno. Se si vuol digiunare va bene, ma per il resto si continui a fare una vita normale, senza abbuffarsi la sera di dolci e di telenovelas e senza farsi travolgere dall’obbligo dello shopping. Ricordiamocene anche noi, quando arriverà dicembre!
Eri Garuti
Amina News
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