Come volevasi dimostrare. Il latitante Ratzko Mladic, il boia di Srebrenica e compagno di merende di Radovan Karadzic su cui pende un mandato di cattura del Tribunale dell’Aja per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non ha nulla da temere. Ha vissuto indisturbato tutti questi anni tra la Repubblica Srpska, l’unità serba all’interno della federazione bosniaca, e Belgrado, senza che nessuno (finora) abbia mai pensato di consegnarlo alle autorità.
Guardate queste immagini trasmesse dalla tv di Stato bosniaca (qui sotto). Si riferiscono agli ultimi dodici anni di latitanza. Scene di ordinaria quotidianità, di festeggiamenti a una festa di matrimonio, addirittura di partite a tennis - racchettoni e braghe immacolate - in una caserma dell’esercito jugoslavo.
Dodici anni di latitanza tutt’altro che blindata, durante la quale l’uomo, l’ex generale dell’Esercito che pianificò e guidò lo sterminio di circa 8000 musulmani a Srebrenica nel 1995, non ha avuto neanche bisogno di camuffare il suo volto, come aveva fatto il suo mentore politico Karadzic, l’ex psichiatra della Stella Rossa di Belgrado che si era reinventato, durante la latitanza, barbuto medico olistico alla periferia di Belgrado.
Le immagini trasmesse dalla tv di Stato bosniaca
Di Fausto Biloslavo
A Belgrado si è chiuso il cerchio attorno a Radovan Karadzic, uno degli ultimi latitanti fra i criminali di guerra della ex Iugoslavia. E per il presidente sudanese Omar al-Bashir, accusato di genocidio in Darfur, è stato chiesto l’arresto. Ma la giustizia internazionale torna alla ribalta, oltre che sotto le luci della cattura di Karadzic, con le ombre dei criminali di guerra ancora latitanti e di quelli che possono contare su processi lenti, costosi e dannosi.
L’ex presidente dei serbi di Bosnia, arrestato a metà luglio dopo 13 anni di latitanza, è accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità: assieme al generale Ratko Mladic pianificò la pulizia etnica in Bosnia-Erzegovina. Il duce di Pale cercherà di sfruttare il palcoscenico dell’Aia per inscenare la sceneggiata nazionalista. Come hanno già fatto Slobodan Milosevic, l’ex zar di Belgrado morto d’infarto in cella, e l’ideologo della grande Serbia Voijslav Seselj, pure lui dietro le sbarre all’Aia. Ma per processarlo e condannarlo in via definitiva i tempi sono stretti: il mandato del tribunale per l’ex Iugoslavia scade nel 2011.
Il tribunale ha accusato di crimini di guerra 114 persone, in gran parte serbe. Per quasi la metà sono state condannate, 37 sono in custodia e 10 sono in attesa di processo. Altri 36 sono morti o si sono visti ritirare le accuse. Due sono ancora latitanti: un pesce piccolo e «il macellaio di Srebrenica», il generale Ratko Mladic che si nasconderebbe in Serbia.
Il tribunale dell’Aia ha molti scheletri nell’armadio. Il 3 aprile è stato assolto dalle accuse di crimini di guerra l’ex premier kosovaro Ramush Haradinaj, già comandante dell’Uck, l’esercito guerrigliero di liberazione del Kosovo. Peccato che i testimoni chiave del processo siano morti misteriosamente: la stessa corte ha ammesso intimidazioni e reticenze. «C’era grande pressione politica contro quel processo, che convergeva con l’indipendenza del Kosovo» accusa Marieke Wierde, responsabile del Centro internazionale per la giustizia transitoria. «Troppo spesso la giustizia soccombe ad altre esigenze» commenta Richard Dicker, responsabile giustizia internazionale dell’organizzazione Human rights watch. «C’è poi il problema che questi tribunali non hanno una propria polizia, per gli arresti devono affidarsi all’Onu o agli stati membri».
Radovan Stankovic è un serbo condannato a 20 anni per lo stupro di varie donne bosniache internate in un lager di Foca. E proprio là era stato trasferito dal tribunale dell’Aia per scontare la pena. Ma le guardie si sono «distratte» durante una visita dentistica e lo stupratore è scappato. Caso tutt’altro che isolato.
A Natale 2007 il generale croato Mladen Markac doveva attendere il processo per crimini di guerra agli arresti domiciliari a Zagabria. Ma un fotografo l’ha immortalato a una battuta di caccia con il capo della polizia e il ministro dell’Interno. Ossia con coloro che avevano assicurato ai giudici del tribunale per l’ex Iugoslavia che Markac non sarebbe uscito di casa.
Sul fronte africano ha mirato in alto il procuratore capo Luis Moreno Ocampo della Corte penale internazionale. Il 14 luglio ha chiesto l’arresto del presidente al-Bashir, accusato di genocidio in Darfur, la regione del Sudan occidentale dove in 5 anni sono state uccise 300 mila persone. Per l’accusa, Bashir «non ha avuto bisogno di proiettili. Ha usato altre armi: stupri, fame e paura. Silenziose ed efficaci». A Khartoum, il partito al potere ha organizzato manifestazioni al grido di «morte a Ocampo». E Bashir ha ballato, irridente, in tunica bianca e spadone islamico.
Probabilmente il presidente sudanese non finirà mai dietro le sbarre. L’azzardo di Ocampo rischia persino di peggiorare la critica situazione in Darfur. «È illusorio pensare che Khartoum consegni alla giustizia internazionale la massima autorità del paese. Pretendere che tale passo possa determinare un miglioramento dei diritti umani in Sudan è ingenuo» scrive sul suo blog il missionario Giulio Albanese (http://blog. vita.it/africana). «Ocampo sta giocando con il fuoco. Il rischio è che vi siano gravi ripercussioni nell’intero Corno d’Africa».
La Corte penale internazionale aveva già spiccato due mandati di cattura per la pulizia etnica in Darfur. Il primo per l’ex ministro dell’Interno Ahmed Harun, con l’accusa di aver pianificato la strategia del terrore verso i civili delle tribù avverse al governo. Invece che ammanettarlo, Khartoum l’ha nominato responsabile del dicastero degli Affari umanitari. Un’altra beffa ha riguardato l’ordine di arresto per Ali Kosheib. Capo delle milizie janjaweed, che saccheggiavano villaggi, stupravano donne e uccidevano bambini, è stato incarcerato e rilasciato «per insufficienza di prove» che erano sotto gli occhi di tutti. Altro paradosso sudanese: la missione Onu in Darfur è comandata da un generale ruandese accusato di crimini di guerra, Karenzi Karake.
Nata fra mille polemiche nel ‘98, la Corte penale internazionale è riconosciuta da 106 stati, ma non da grandi potenze come gli Usa. Fino a oggi non è riuscita a processare un solo criminale. E dei 12 ordini di cattura emessi è riuscita a portare in carcere solo quattro tagliagole.
Ombre si addensano anche per il genocidio in Ruanda. Il tribunale Onu di Arusha, istituito nel ‘95, ha processato solo 30 persone per il massacro di 800 mila tutsi da parte degli squadroni della morte hutu. Con 100 milioni di dollari di budget annuale e 800 dipendenti, verrà chiuso a fine 2008. Il Palazzo di vetro appoggerà la richiesta del Ruanda di assorbire il lavoro troppo lento del tribunale, insabbiando per sempre la storia delle vittime tutsi diventate carnefici degli hutu.
Unica storia di successo, il tribunale speciale per la Sierra Leone che sta processando l’ex presidente liberiano Charles Taylor. Nel caso della Corte straordinaria per i crimini dei khmer rossi in Cambogia, invece, la giustizia è arrivata troppo tardi. A novembre è finito alla sbarra Kaing Guek Eav, l’ex torturatore dei khmer rossi che fra il ‘75 e il ‘79 massacrarono 2 milioni di persone. La prima udienza si è tenuta 32 anni dopo i crimini, quando Pol Pot, l’ideatore del genocidio, era già morto stroncato da un infarto. Quanto al «macellaio» Ta Mok, era deceduto dietro le sbarre nel 2006. E gli altri imputati sono fra i 70 e gli 80 anni.
Altri dubbi sorgono sulla babele di inchieste o tribunali ad hoc, che costano e creano scompiglio. In Libano l’indagine sull’omicidio dell’ex premier Rafik Hariri, che chiama in causa la Siria, è andata avanti fra polemiche, minacce e rischi di guerra civile. E ora il governo pachistano ha ottenuto dall’Onu un’inchiesta internazionale sull’attentato all’ex premier Benazir Bhutto, che potrebbe destabilizzare ancor di più il paese.
Ecco perché fra tante ombre l’arresto di Karadzic è un raggio di luce: la credibilità della giustizia internazionale ne ha un disperato bisogno.

Prima e dopo: guarda la GALLERY
Ciuffo ingrigito, occhialoni spessi come fondi di bottiglia, capelli imbiancati raccolti a chignon dietro la nuca, parlantina sciolta e, così raccontano quelli che lo hanno conosciuto, di grande efficacia. Così appariva il Dottor Dragan David Dadic, alias Mr Karatdzic, a chi lo ha conosciuto in questi tredici anni di latitanza. Non un sospetto, né dal suo padrone di casa né dai colleghi medici: la seconda vita del Macellaio dei Balcani (il cui avvocato ha dichiarato oggi che presenterà ricorso contro l’ordine di estradizione venerdì, l’ultimo giorno utile, per far slittare i tempi del processo all’Aja) era perfettamente mimetizzata nel tessuto urbano della capitale serba. Per sopravvivere e sfuggire alla cattura, Karadzic si recava ogni mattina in un ambulatorio privato in un quartierone popolare chiamato Nuova Belgrado, conferenziava insieme a colleghi sui più disparati argomenti scientifici, scriveva (gratuitamente) articoli su una rivista chiamata Vita sana e aveva persino un sito Internet (clicca qui) dove prometteva di curare impotenza e autismo attraverso un rapporto più equilibrato coi propri chakra. Il lucido pianificatore dello sterminio etnico, l’uomo considerato responsabile del massacro di ottomila musulmani a Srebrenica, si era calato perfettamente, con talento ineguagliabile, nei panni dell’esimio professionista di medicina olistica. Certamente, per riciclarsi, ha avuto appoggi e aiuti da uomini con cui aveva condiviso responsabilità. Ma, anche fisicamente, l’uomo che prometteva di guarire i suoi pazienti con l’energia, nascosto dietro al suo bel barbone bianco, era davvero irriconoscibile. Entro una settimana massimo dieci giorni, dovrebbe essere estradato e rinchiuso nello stesso carcere (Scheveningen) dove fu incarcerato Milosevic e dove sono rinchiusi tutti i criminali di guerra, croati, kosovari e musulmani di Bosnia compresi. Il suo avvocato ha dichiarato che si difenderà da solo, “e con l’aiuto di Dio, davanti al Tribunale penale. Ma lo farà a viso scoperto. Senza barba né baffi. E con i capelli corti, per rendersi riconoscibile. Gli lo hanno imposto oggi i suoi carcerieri.
La conferenza del Dr Dadic (Bbc)
Da Bruxelles
Tra sollievo e soddisfazione, la Comunità internazionale ha accolto con un boato di felicità l’arresto dell’ex leader serbo-bosniaco, Radovan Karadzic. Il più felice di tutti è stato probabilmente il procuratore del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia (Tpiy), Serge Brammertz, il quale ha voluto “congratularsi con le autorità serbe”, protagoniste di “un successo significativo nella collaborazione con il Tpiy”. Nell’attesa impaziente del trasferimento di Karadzic all’Aja (Olanda), Brammertz ha salutato “un giorno molto importante per le vittime che attendevano questo arresto da oltre dieci anni” e “per la giustizia internazionale. [La fine della latitanza di Karadzic] dimostra chiaramente che nessuno può porsi al di fuori della giustizia e che presto o tardi i fuggitivi vengono catturati”.
Appena appreso notizia del clamoroso arresto, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, si è anch’esso “congratulato con le autorità serbe per aver messo fine all’impunità”. Con toni più aulici, un comunicato stampa della Casa Bianca ha definito l’azione della polizia serba “omaggio” alle vittime delle atrocità perpetrate durante la guerra in Bosnia-Erzegovina.
In Europa, i leader politici sono stati unanimi nell’esprimere soddisfazione per un arresto che, assieme a quello dell’ultimo grande fuggitivo, Ratko Mladic, era considerato da Bruxelles una condizione sine qua non per l’entrata della Serbia nell’Unione europea. Senza tanti giri di parola, il presidente francese, Nicolas Sarkozy, ha fatto sapere che “questo arresto dimostra chiaramente la volontà del nuovo governo di Belgrado di riavvicinare la Serbia all’Ue”. Sulla stessa scia, il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, ha parlato di “sviluppo molto positivo per la riconciliazione e la giustizia nei Balcani”, ma anche per “le aspirazioni europee della Serbia”. Poco fa, il Commissario responsabile per l’allargamento, Olli Rehn, ha dichiarato nel corso della sua conferenza stampa che “l’arresto di Karadzic è un segnale molto importante da parte del governo serbo nella sua volontà di cooperare con il Tribunale penale internazionale”. La svolta di Belgrado potrebbe secondo Rehn aprire nuove prospettive per l’adesione della Serbia nell’Ue. A Panorama.it, la portavoce del Commissario europeo per l’allargamento, Krisztina Nagy, ha ricordato “il rifiuto di Bruxelles di applicare l’accordo di associazione e di stabilizzazione (ASA) firmato con Belgrado il 29 aprile scorso” in seguito all’impasse provocata dalla mancata collaborazione del governo serbo con la giustizia internazionale. Dopo mesi di tensione, “l’arresto di Karadzic segna indubbiamente una cambio di rotta”. Oggi Olli Rehn proverà a convincere il Consiglio europeo sulla necessità di mettere in applicazione l’ASA. Purtroppo, tra i ministri degli Affari esteri dell’Ue, il trasferimento di Karadzic all’Aja potrebbe non bastare. Paesi-Bassi e Belgio, per nominare solo loro, hanno sempre vincolato l’entrata della Serbia nell’Ue con l’arresto di altri due illustri criminali: l’ex presidente della repubblica dei Serbi della Krajina, Goran Hadzic, e Ratko Mladic , ex responsabile dell’esercito dei Serbia della Bosnia, accusato assieme a Karadzic di genocidio, di crimini contro l’umanità e di crimini di guerra perpetrati in Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995.
Il presidente del concilio della cooperazione serba mostra una recente immagine di Karadzic
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