Archivio per il tag “razzismo”
Claudia Astarita, 29 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Bambini del mondo (Credits: La Presse)
La rete è il luogo in cui i giovani cinesi dibattono tra loro, si sa, e periodicamente storie apparentemente di secondo piano attirano l’attenzione di folle di internauti diventando argomento di conversazione anche per la grande massa di coloro che non frequentano blog e forum virtuali. Continua
Era dentro quell’enorme sala, teatro di una delle più clamorose proteste nelle storia delle Conferenze delle Nazioni Unite. Ha sentito il clima di tensione crescente, ha osservato i tre manifestanti, truccati da clown e con parrucche multicolori, gridare più volte “razzista” al presidente iraniano; ha guardato con soddisfazione le delegazioni dei paesi dell’Unione Europea, lasciato il salone del Centro Congressi di Ginevra, dopo l’attacco di Mahmoud Ahmadinejad al governo di Israele. Gerald Steinberg - uno dei più importanti analisti israeliani - è stato testimone oculare del discorso e della contestazione contro il Numero Uno del regime iraniano. Docente di Scienze Politiche all’Università di Bar Ilan, fondatore del Programma di Soluzione dei Conflitti, direttore esecutivo di Monitor, una delle più importanti Ong del paese, Steinberg si è recato in Svizzera per seguire, per conto della sua organizzazione, i lavori di Durban 2, la contestata Conferenza sul razzismo, boicottata da Israele, Stati Uniti, Italia e Gremania. In questa conversazione, l’editorialista del Jerusalem Post racconta le sue sensazioni e i suoi sentimenti quando seguiva il discorso di Ahmadinejad. E si lancia in un lapidario giudizio sull’assise delle Nazioni Unite: secondo lui, è fallita. “Nel salone, la tensione era già alta prima che lui iniziasse a parlare” racconta Gerald Steinberg “Noi ci chiedevamo se avesse seguito il suo prevedibile copione di attacchi contro Israele oppure avrebbe cambiato tono. Io ho scommesso che avrebbe detto ciò che poi ha detto. Così, quando l’ho sentito, ho pensato: almeno il mondo si renderà conto di quanto pericoloso sia quest’uomo, che tra un po’ potrebbe avere l’atomica”. Il docente di Gerusalemme ha seguito dalla platea, lo “show” del presidente iraniano. E quando ha visto i componenti delle delegazioni Ue lasciare la sala, in fila, uno dietro l’altro, ha tirato un sospiro di sollievo. “Sì, sono stato molto contento. Alcuni paesi europei, come l’Italia, avevano capito prima cosa sarebbe successo a Ginevra. E non hanno partecipato. Credo che adesso anche gli altri si rendano conto di quanto sia stata strumentalizzata la Conferenza”. La performance di Ahmadinejad, secondo l’analista israeliano, ha confermato che Durban “è fallita”, come le defezioni della vigilia, i boicottaggi di Washington, Berlino, Roma e Gerusalemme avevano fatto già intuire. “Credo che nessuno adesso possa dire che possa esserci una legittimità delle decisioni che verranno prese in Svizzera, dopo un discorso come quello del presidente iraniano”. Per Steinberg, sotto accusa c’è l’intero processo iniziato a Durban nel 2001, quando nella città sudafricana si tenne il primo round della conferenza, al termine del quale venne approvato un documento finale (dietro pressione dei paesi arabi mediorientali) che equiparava - di fatto - il sionismo al razzismo. L’appuntamento svizzero, nato, secondo gli israeliani, sotto quella stella, si sarebbe potuto rivelare - nonostante la depurazione dalle espressioni più forti contro Israele contenute nella bozza ginevrina - una sorta di palcoscenico su cui si sarebbe rappresentato un canovaccio dalle venature antisemite. “Questo è un comune sentire. Non c’è israeliano o ebreo che non lo pensi - dice ancora Gerald Steinberg - Il discorso di Ahmadinejad non farà altro che aumentare la preoccupazione per la politica regionale dell’Iran. Una prova viene dalla numerose telefonate che mi sono arrivate subito dopo il discorso. Il governo di Benjamin Netanyahu sarà ancora più determinato nel tentativo di bloccare gli Ayatollah”. I motivi per cui il presidente iraniano ha voluto fare l’incendiario sono ben chiari al docente dell’Università di Bar Ilan. “È in campagna elettorale, cerca di mantenere il suo potere, e vuole proporre l’Iran come una potenza regionale.” Politica interna e equilibri internazionali. Il razzismo e i diritti civili passano in secondo se non in terzo piano. Per questo, ripete Steinberg, Durban “è fallita, prima ancora di cominciare. E a seppellirla è stato Mahmoud Ahmadinejad”.
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Il videoservizio
I rappresentanti degli Stati dell’Unione europea hanno abbandonato la sala in cui si sta svolgendo la conferenza Onu sul razzismo a Ginevra nel momento in cui il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, nel suo intervento, si è riferito allo stato di Israele (pur senza mai pronunciarne il nome) come ad un “governo razzista”.
Nel suo discorso il presidente Ahmadinejad ha criticato l’istituzione di “un governo razzista” in Medio Oriente dopo il 1945, alludendo chiaramente a Israele. Ma il presidente Ahmadinejad ha ricevuto anche applausi dalla platea: la prima volta quando ha accusato “gli Stati occidentali di essere rimasti in silenzio di fronte ai crimini commessi da Israele a Gaza” e la seconda volta quando ha detto che occorre “rivedere le organizzazioni internazionali e il loro modo di lavorare”. Consensi al presidente iraniano sono arrivati anche quando ha parlato della crisi economica mondiale sottolineando che “continua ad aggravarsi e non ci sono speranze che possa essere superata”.
Poco prima, nel momento in cui il capo di stato iraniano ha preso la parola davanti ai delegati, almeno tre manifestanti con parrucche multicolori e nasi rossi da clown hanno gridato “razzista, razzista” all’indirizzo di Ahmadinejad.
I tre sono stati espulsi dalla sala delle conferenze.
“La lotta al razzismo è una priorità per Italia e Germania”, nonostante i due partner europei abbiano deciso di boicottare la conferenza internazionale contro il razzismo. Lo ha sottolineato il ministro degli Esteri Franco Frattini, in una conferenza stampa con il collega tedesco Frank-Walter Steinmeier al termine di un bilaterale a Berlino.
“La nostra assenza (dalla conferenza, ndr) vuol dire evitare che un testo che non condividiamo sia utilizzato per veicolare messaggi sbagliati”, ha precisato il titolare della Farnesina, aggiungendo che “Germania e Italia sono fortissimamente impegnate nella lotta al razzismo e contro ogni forma di discriminazione”.
È necessaria una “estrema fermezza” dell’ Unione europea ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy, definendo il discorso del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla conferenza Onu sul razzismo a Ginevra un “appello intollerabile all’odio razziale”.
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Il Papa: importante partecipare alla conferenza Onu
Troppe divisioni e polemiche; troppe assenze “pesanti”. È destinata a fallire prima ancora di iniziare Durban 2, la Conferenza dell’Onu sul razzismo che prende il via a Ginevra; il secondo round del primo incontro che nel 2001 si tenne in Sudafrica non sembra avere alcuna possibilità di riuscita. Mancheranno attori importanti, fondamentali per dare una legittimità politica all’avvenimento.
Primi tra tutti gli Stati Uniti di Barack Obama, che dopo alcune settimane di attesa hanno fatto conoscere la loro posizione ufficiale. Non si recheranno nella città svizzera. Non c’è intesa sul documento finale. È vero che nel testo sarebbero stati smussate le frasi contro Israele ma rimangono comunque riferimenti molto critici nei confronti di Gerusalemme. Ma i motivi di contrasto non sono solo questi. C’è poi la questione delle venature anti Occidentali che caratterizzano il documento finale, che fanno intravvedere un scontro tra civilità. Come infine i passaggi (voluti dagli stati mediorientali) sull’offesa alla religione (che secondo molti rischiano di mettere a repentaglio la libertà di espressione), ad aver convinto la Casa Bianca a dire no alla partecipazione alla Conferenza. Il boicottaggio americano è “arrivato alla vigilia di questo incontro che deve valutare il progresso della lotta al razzismo nel mondo. Barack Obama ha aspettato fino all’ultimo, nella speranza che il discutibile linguaggio (come si legge nel comunicato ufficiale del Dipartimento di Stato) venisse modificato in modo più profondo. Ma ciò non è avvenuto. Ed è stato lo stesso presidente a ribadire il rifiuto statunitense: “Io credo nel multilateralismo e nelle Nazioni Unite, ma non posso accettare quello che è scritto nella bozza” ha detto.
Gli Stati Uniti terranno così compagnia (nell’assenza) a Israele, che da tempo aveva indicato la sua intenzione di non prendere parte ai lavori. Il rifiuto del governo di Gerusalemme era stato motivato con l’esito della prima conferenza. Nel 2001, l’assise era finita in un clima di acrimonia e tensione perché i paesi arabi avevano fatto grosse pressioni affinché il Sionismo venisse definito “razzista” . Nonostante il testo finale dell’appuntamento ginevrino sia stato depurato dalle espressioni più forti nei confronti di Israele, ancora alcune frasi rimangono, scritte, nere su bianco, di profonda critica nei confronti dello stato con la Stella di David. Contenuti definiti antisemititi. Così, quando ieri il papa Benedetto XVI ha annunciato che il Vaticano ci sarà e ha augurato buon lavoro alle delegazioni, il mondo ebraico ha avuto un sussulto di protesta anche nei confronti dell’uscita del Pontefice.
Il rischio che ci sia un’altra conferenza all’insegna di frasi antisemite, aveva convinto l’Italia a non partecipare. Roma non ci sarà. Nelle scorse settimane, il ministro degli esteri Frattini aveva specificato che, secondo Roma, non c’erano le condizioni per partecipare. Come aveva già fatto anche il governo olandese. In realtà, l’Europa si presenta in ordine sparso. Per tutto il week end ci sono state febbrili consultazioni nel difficile tentativo di trovare una posizione comune. C’è stata una conference call telefonica dei ministri degli esteri di Gran Bretagna, Olanda, Repubblica Ceka, Francia e Germania che ha prodotto pochi risultati. Londra ha confermato l’intenzione di andare a Ginevra con una delegazione di bassissimo profilo, per marcare la distanza, senza boicottarla direttamente, dalla conferenza.
La Germania di Angela Merkel invece seguirà l’esempio statunitense e non si > presenterà alla cinque giorni. La Francia,che aveva posto il problema,si trova in una delicata posizione: da una parte non vuole deludere troppo i paesi arabi con cui ha rapporti
storici e dall’altra non ha intenzione di avvallare un testo finale che non convince la stessa Parigi. A complicare il tutto c’è poi il fattore Teheran. I lavori di Durban 2 saranno aperti da un discorso del presidente iraniano Ahmadinejad, l’uomo che in piu’occasioni ha definito l’Olocausto una pura invenzione e ha sostenuto diverse volte la necessità della scomparsa dello Stato di Israele. È il personaggio di più alto livello (gli altri sono solo ministri o ambasciatori) che si reca a Ginevra. La sua presenza vuole essere una sorta di marchio politico sulla conferenza. Per questo, Usa ma anche Canada e Australia, e una parte dell’Europa hanno preferito dire no a Durban 2, provocandone il fallimento in anticipo.

Si apre domani a Ginevra la conferenza promossa dall’ Onu sul razzismo chiamata “Durban Rewiew” o “Durban II”. Ma le effettive conclusioni che verranno prese nel corso degli incontri rischiano di venire offuscate dalle polemiche che precedono la manifestazione, sui contenuti della bozza finale, considerati da alcuni paesi lesivi per Israele. Questa mattina il Papa a Castel Gandolfo ha invece messo in risalto l’importanza dell’appuntamento: ” la conferenza di esame della Dichiarazione di Durban del 2001 contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e la relativa intolleranza” ha detto, “è un’iniziativa importante perché ancora oggi, nonostante gli insegnamenti della storia, si registrano tali deplorevoli fenomeni”.
Il pontefice ha poi citato alcuni passi della Dichiarazione del 2001 mostrando di condividerli: nel testo - ha ricordato - si ”riconosce che ‘tutti i popoli e le persone formano una famiglia umana, ricca in diversità. Essi hanno contribuito al progresso della civiltà e delle culture che costituiscono il patrimonio comune dell’umanità la promozione della tolleranza, del pluralismo e del rispetto può condurre ad una società più inclusiva”. Il Vaticano parteciperà alla conferenza con una propria delegazione. Altri paesi invece non ci saranno: le bozze della dichiarazione conclusiva infatti non hanno mancato di suscitare polemiche. In particolare sono alcune critiche a Israele per la situazione di Gaza che lo stato ebraico ha mostrato non gradire. Nel 2001 in occasione della prima conferenza in Sudafrica Israele e Stati Uniti abbandonarono i lavori quando fu equiparato il razzismo al sionismo.
Il Dipartimento di Stato americano ha annunciato che gli Stati Uniti boicotteranno anche la conferenza di Ginevra sul razzismo per “il discutibile” linguaggio del documento finale: “Sembra ormai certo che le preoccupazioni non saranno affrontate nel documento che deve essere adottato”. Secondo il portavoce Robert Wood, nonostante i passi avanti, le modifiche appostate al testo finale non risolvono i dubbi riguardo ai pregiudizi anti israeliani e anti occidentali. Analoga la posizione sostenuta dal Canada. Australia e Olanda si sono unite al boicottaggio, mentre la Gran Bretagna ha annunciato la presenza di una sua delegazione: “Stiamo cercando di capire come sviluppare le cose. E’ ancora nostra intenzione esserci”, ha detto un portavoce. La posizione dell’Italia è stata esposta dal ministro degli Esteri Franco Frattini: “Sinora non ci sono le condizioni per l’Italia per re-impegnarsi nel negoziato per la conferenza Durban II”. Le condizioni contenute nel documento preparatorio, sono infatti ”inaccettabili”. ”Anche se - ha assicurato - siamo impegnati con i colleghi europei fino all’ultim’ora” per emendarle. In serata la Farnesina ha confermato che l’Italia non parteciperà. In sostegno a Israele, che questa mattina ha anche duramente criticato il presidente svizzero Hans Rudolph Herz, dopo aver appreso che quest’ultimo incontrerà in apertura dei lavori il presidente iraniano Mahmoud Ahmadineijad. ”La strana decisione del presidente elevetico colpisce in modo maggiore la Svizzera che non nessun altro” ha detto il viceministro degli Esteri israeliano Dani Ayalon. “Sono indignata e profondamente delusa dalla decisione degli Stati Uniti di non partecipare”, ha affermato in una nota. Si è detta “indignata e delusa” dall’atteggiamento degli Usa la commissaria Onu per i diritti umani Navi Pillay: “Una manciata di Stati - ha lamentato - hanno permesso che uno o due temi dominassero il loro approccio alla questione e che pesassero di più delle preoccupazioni di tanti gruppi di persone in tante parti del mondo quotidianamente vittime del razzismo o di altre forme di intolleranza che rovinano le loro esistenze”. Si tratta, ha ricordato, di “questioni globali che devono essere discusse a livello globale, per quanto delicate e difficili”.
Si tratta del primo screzio con le Nazioni Unite per Barack Obama, che ha commentato la scelta dal vertice delle americhe: “Io credo nell’Onu” ha detto il presidente americano, “e voglio collaborare, ma non è questo il caso di Durban-2 che rimanda alla prima conferenza in cui fu “espresso antagonismo contro Israele, a tratti in modo ipocrita e controproducente”.

Il New York Post, di proprietà di Rupert Murdoch, ha chiesto scusa dopo essere finito nella bufera per aver pubblicato una vignetta con una caricatura di Obama nelle sembianze di scimpanzè. La vignetta si riferiva ad un episodio di cronaca avvenuto lunedì nel Connecticut, quando uno scimpanzé in preda ad un raptus di follia è stato abbattuto dalla polizia. Il vignettista del Post, Sean Delonas, aveva disegnato due agenti di polizia con la pistola in pugno che, davanti a una scimmia morta, commentano: «Dovranno trovare un altro per scrivere il prossimo pacchetto di stimoli all’economia». Il giornale, che in un primo momento aveva respinto le accuse, spiegando che la vignetta faceva rifertimento ad un fatto di cronaca, ha riconosciuto l’errore: «Certamente non era nostra intenzione offendere e chiediamo scusa a chi si e’ sentito offeso», si legge in un editoriale pubblicato sul sito web.
A finire in manette per il fallito attentato a Obama sono stati Daniel Cowart, 20 anni, del Tennessee e Paul Schlesselman, 18 anni, dell’Arkansas, due fanatici delle filosofie del “Potere Bianco” e della sottocultura skinhead di matrice neonazista
Dal Klu Klux Klan all’American Nazy Party fino allo Stormfront, una delle più popolari organizzazioni razziste americane, fondata nel 1995 da Stephen Donald Black, un ex Grand Wizard del Klan oggi predicatore di uno dei forum neonazisti più frequentati della rete. La galassia del razzismo bianco statunitense ha cambiato pelle. E’ uscita cioé dalle sue tradizionali roccaforti sudiste e sta raccogliendo sempre più finanziamenti e consensi in tutto il paese grazie soprattutto alla paura che suscita l’ipotesi che un nero varchi le soglie della Casa Bianca: “La candidatura Obama è stata una vera e propria manna per il nostro movimento”, ha sintetizzato Don Black in un articolo apparso stamane su La Stampa.
A lanciare l’allarme sul fenomeno, all’indomani dell’arresto dei due neonazisti antiobamiani che volevano compiere una strage in una high school del Tennesse, è il Southern Poverty Law Center dell’Alabama (GUARDA QUI), l’ex Klanwatch, dal 1981 il più serio e aggiornato think tank sul fenomeno razzista in America. Negli ultimi anni, sostiene il rapporto, il nazionalismo bianco ha cambiato strategia. Ha messo da parte i cappucci klanisti che rischiavano di allontanare i benpensanti. Ha allargato il tiro ad ebrei, latinos, afroamericani, gay. Ed è arrivato a sfondare in parte di quella classe media wasp spaventata dalla crisi economica e dalle ondate migratorie. Per capire le ragioni del boom dei siti e delle organizzazioni nazionaliste bianche in America negli ultimi due anni, da quando cioé Obama ha annunciato la sua candidatura, basta ricordare quanto ha dichiarato Jeff Schoep, il capo del movimento nazionalsocialista americano: “Le politiche di apertura agli immigrati e la candidatura di Obama ci stanno aiutando molto, la nostra nazione si sta trasformando, l’inglese scompare perché viene sostituito dallo spagnolo e gli Stati Uniti stanno diventando un grande ghetto del Terzo Mondo”.
Le cifre fornite dal think tank con sede nell’Alabama sembrano dargli ragione: i miliziani suprematisti sono oggi 50 mila in tutto il paese, i gruppi dichiaratamente razzisti 888, radicati ovunque, dalla California (80) al Texas (67) fino all’Illinois (23). La crescita delle organizzazioni bianche è tutta in queste cifre: il 5% in più rispetto a due anni fa, il 48% in più rispetto al 2000. Grazie anche a una nuova capacità di mimetizzarsi tra i gruppi colpiti dalla crisi. “La novità di questi gruppi - ha sintetizzato i il Poverty Center - sta nel fatto che i razzisti si aprono alla middle class, organizzano eventi sociali, si trasformano in punti d’incontro dove gli iscritti non indossano cappelli bianchi del Klan ma vestiti normali, come tutti gli altri cittadini”. La strategia, per loro, sembra funzionare. Ma gli attacchi a sfondo razzista, denuncia il Poverty Center, sono sempre di più. Nel 1995 un rapporto governativo stimava in circa 191 mila gli incidenti a sfondo razziale in America ogni anno. 408 di questi, avvenuti nel 2008, sono stati riportati e classificati, Stato per Stato, a partire dalla storie di cronaca riportate sulla stampa.

Un caso di ordinaria xenofobia, quello di cui si è reso protagonista il sette ottobre scorso, sul vagone di un treno di Barcellona, il ventunenne Sergi Xavier M. M., qualche piccolo precedente penale alle spalle. Il fatto è che questa volta c’era una telecamera a circuito chiuso a registrare il fattaccio e il giovane, non ha potuto far altro che scusarsi a mezzo stampa (video), chiedendo perdono all’adolescente ecuadoriana che aveva appena aggredito e preso ripetutamente a calci: “Ho fatto una cavolata, ero ubriaco perso, non sono mai stato razzista né altro. Se la dovessi incontrare le chiederei perdono”, ha dichiarato sull’uscio della sua casa il giovane assediato dai cronisti.
La vittima è una giovane ecuadoriana di sedici anni cui Sergi Xavier M. M., dopo una serie di improperi razzisti e sessisti, ha toccato il seno prima di picchiarla sotto lo sguardo assente e spaurito di un altro passeggero. Il video, subito postato su Youtube, è stato occasione di un dibattito nazionale sul razzismo della società spagnola sulle prime pagine dei più autorevoli giornali nazionali.
C’è stato anche chi ha chiesto, nonostante le scuse dell’aggressore, una punizione esemplare contro il giovane, finito in carcere dopo la denuncia della ragazza (ora sotto trattamento psicologico) ma subito scarcerato perché la famiglia della vittima ha finito per non farsi rappresentare da un avvocato. E mentre l’Associazione SOS Razzismo-Catalugna ha ribadito che “manifestazioni di questo tenore non possono rimanere impunite”, l’opinione pubblica spagnola, sull’onda dell’emozione, sembra percorsa da un fremito civile antirazzista. Nella giornata di ieri cento passeggeri di un treno regionale, lungo la tratta Girona-Figueres, si sono ammutinati contro il controllore che aveva appena chiesto in modo aggressivo il biglietto a un passeggero di colore. Tale Iván Ramos, un medico di origine cubana che non ha tollerato la discriminazione chiedendo l’intervento della Guardia Civil: “Di fronte all’atteggiamento discriminatorio del bigliettaio - ha spiegato - ho sentito l’appoggio della gente. Tutti gli urlavano: chiedetelo a noi il biglietto”.
100mila euro. È la condanna pecuniaria complessiva emessa dalla corte d’appello di Parigi contro la Garnier (filiale di L’Oréal) e il leader mondiale del lavoro interinale Adecco per aver vincolato le assunzioni aziendali a criteri razziali. Nel corso di una campagna promozionale dello shampoo Fructis, Garnier aveva specificato ai responsabili delle risorse umane di escludere i candidati di origine araba, africana e asiatica. Un quadro di una filiale di Adecco (Ajilon, ex Districom), è stato invece condannato a tre mesi di carcere col beneficio della condizionale per aver costretto i propri dipendenti ad attenersi a una regola d’oro nel reclutamento del personale: i candidati da assumere dovevano corrispondere alla tipologia BBR (Bleu-Blanc-Rouge, che poi sono i colori della bandiera francese), un modo implicito per favorire i francesi 100 per cento “galli” e lasciare in braghe di tela quelli di origine straniera. Per l’associazione antirazzista Sos Racisme, costituitasi parte civile durante il processo, “la condanna delle società Adecco, l’Oréal e Ajilon rappresenta una vittoria straordinaria”. L’Oréal la pensa invece in tutt’altro modo: giudicando “la sentenza della Corte d’appello di Parigi stupefacente”, il numero uno mondiale dei prodotti cosmetici ha deciso di andare in cassazione. Affaire à suivre…
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