
Proteste contro Kagame in occasione della sua recente visita a Bruxelles (Credits: Epa/Nicolas Maeterlinck Belgium Out)
Paul Kagame, in visita a Bruxelles, apre ai rifugiati. In un’intervista pubblicata da La Libre Belgique, il presidente rwandese pare voglia offrire uno spiraglio ai migliaia di rifugiati rwandesi che lasciarono il Paese delle mille colline dopo i tragici eventi del 1994.
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- giamp
- Venerdì 10 Dicembre 2010

In fuga dall'Afganistan (Credits: LaPresse)
L’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu ha da poco presentato gli ultimi dati relativi alle domande di asilo nei paesi dell’occidente, che svelano dinamiche e tendenze dei flussi dei rifugiati.
”L’idea secondo la quale c’è un’invasione di richiedenti asilo nei paesi più ricchi va smitizzata. Nonostante quanto affermano alcuni populisti, i nostri dati ci indicano che i numeri sono rimasti stabili”. Lo ha detto l’Alto Commissario Onu per i rifugiati Antonio Guterres, presentando il rapporto statistico preliminare dell’Unhcr che misura i livelli e le tendenze dell’asilo nei paesi industrializzati. Ed ha aggiunto che le domande di asilo sono calate in modo significativo nei paesi dell’Europa meridionale, con una diminuzione del 42% nella sola Italia. Continua
- giamp
- Venerdì 26 Marzo 2010
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Cacciatori uighuri (Credits: LaPresse)
Ha fatto il giro del mondo
la notizia del venti uighuri che la Cambogia ha improvvisamente deciso di rimandare in Cina.
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Guarda la GALLERY: Neda, fiore della libertà
La voce di Davood Karimi tradisce la pre-occupazione e l’eccitazione per quanto sta accadendo a Teheran. Aspetta questo momento da trent’anni. Lui come gli altri rifugiati iraniani e gli oppositori politici del regime islamista che si riconoscono nella guida della Resistenza Iraniana, Massoud Rajavi. Karimi cura un blog molto aggiornato con notizie e foto dall’Iran ed è il presidente dell’Agenzia Iran democratico. A Panorama.it parla della rivolta nelle strade delle città iraniane.
Cosa vogliono davvero i manifestanti? Un riconteggio dei voti, l’elezione di Mousavi o un cambiamento più radicale dell’intero sistema?
La protesta ripercuote la volontà di un popolo oppresso da trent’anni, che vuole semplicemente libertà e democrazia. Le elezioni sono state il pretesto di cui c’era bisogno, anche se quasi tutti sapevano che si trattava di una fiction tv.
Ma Mousavi non è propriamente contro il sistema e finora l’obiettivo delle proteste non è Khamenei ma Ahmadinejad
Non è vero. La contestazione è più radicale. Ieri nelle piazze di Rezai, a Teheran, i giovani gridavano “Morte a Khamenei”, la Guida suprema. Non si limitano a chiedere un cambio del governo. I nostri amici e colleghi tentano di testimoniarlo, ma temo che il regime non tornerà sui suoi passi. Non c’è una soluzione politica all’orizzonte, l’Occidente deve ascoltare il popolo iraniano e non concentrarsi sul colore verde.
Ma chi c’è dietro ai manifestanti? Chi organizza le proteste? Gli appoggi politici sono da cercarsi nella parte vicina a Rafsanjani?
Il giorno dopo le elezioni il ministro dell’Interno ha detto che le manifestazioni erano sostenute da gruppi terroristici e non dai partiti. L’unica leadership riconosciuta è quella della resistenza iraniana, quello che vogliono gli studenti è la morte del regime e la democrazia. E hanno colto le elezioni come occasione per allargare le spaccature interne al clero e ai politici.
Crede che Mousavi continuerà con l’opposizione se questa si radicalizzerà?
Ci sono due strade per Mousavi: o si arrende a Khamenei o sceglie la resistenza che lotta da trent’anni. E’ l’unica via. Ormai il popolo è in piazza, nonostante i Basiji e la repressione.
La grande maggioranza delle informazioni ci giungono da Teheran, ma cosa sta succedendo nel resto del paese?
A quanto sappiamo in ogni città ci sono focolai di protesta e tensioni soffocate nella repressione. Il nord dell’Iran e la zona dove vivono i Curdi è paralizzata da scioperi e manifestazioni. Ma la partita decisiva si gioca a Teheran.
Sembra ormai accertato che ci siano stati brogli, ma il sostegno ad Ahmadinejad nelle aree rurali non era comunque molto alto?
Balle. False voci diffuse dal regime, veleno che è stato raccolto dai giornalisti occidentali. Le elezioni erano una farsa e la partecipazione è stata bassa. Io sapevo già nel pomeriggio che avrebbe “vinto” Ahmadinejad, il regime aveva bisogno di questa fiction, anche quattro anni fa avevano organizzato i brogli per fare vincere i conservatori. Mousavi è stato imbrogliato, pensava di potercela fare. Ma questa volta è stato un boomerang perché la gente che è andata a votare si è resa conto della truffa.
Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale in questo scenario?
La resistenza iraniana ha chiesto di sostenere il popolo iraniano e chiudere ogni accondiscendenza nei confronti del regime: il dialogo non ha prodotto nulla
Un intervento militare?
Assolutamente no. Sarebbe sfruttato dagli ayatollah, maestri dell’inganno, e ricompatterebbe il consenso contro l’Occidente. C’è una terza via: il sostegno politico alla resistenza e al popolo iraniano, che sa camminare con le sue gambe.
Voi rifugiati e oppositori politici all’estero come agite?
Cerchiamo di fare pressione e dare informazione. Pochi giorni fa a Parigi c’è stata una grande manifestazione di 95mila persone. Il nostro dovere è di tenere alta l’attenzione internazionale, fare arrivare le storie di chi muore per manifestare, come quella povera ragazza, Neda. Dobbiamo dimostrare che non è morta inutilmente. Per questo ho organizzato una manifestazione domani a Roma, a Montecitorio, alle 5 del pomeriggio, in suo nome.
Cosa pensa che accadrà in Iran se le proteste continueranno?
La diga della paura, del terrore, ormai è saltata. Aumenteranno le violenze e la repressione dei Basiji, il regime si chiuderà in se stesso e porterà a termine la chirurgia interna eliminando le voci più critiche. Ma per loro la fine è iniziata. Andiamo verso la resa dei conti.
Mi sembra difficile che il movimento abbia successo senza alcun appoggio tra i militari…
Proprio ieri ho saputo che uno dei maggiori capi dei Pasdaran è stato rimosso dall’incarico per essersi rifiutato di sparare ai manifestanti. Il nome non lo posso dire. Ma l’opposizone tra le forze armate c’è, molti sono già stati eliminati. Ma il colpo finale verrà dalle donne: sono loro a dare la svolta. Scendono in piazza, incitano i compagni e i figli e sono più efficaci delle armi. La libertà e la democrazia sono vicine.
Iran in rivolta. Cosa dovrebbe fare l’Amministrazione americana?
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L’ultimo naufragio è di pochi giorni fa: 150 morti nel Mediterraneo, al largo delle coste libiche. Mentre l’Europa indurisce le condizioni per i rimpatri dei clandestini e i controlli sull’immigrazione, non si fermano i viaggi dei disperati verso le coste siciliane, spagnole, greche. Panorama.it ha sentito la portavoce dell’Alto commissariato Onu Laura Boldrini, nella giornata mondiale dedicata ai rifugiati.
Il 20 giugno è la giornata mondiale del rifugiato, lo slogan scelto è “Proteggere i rifugiati è un dovere, essere protetti è un diritto”. C’è forse qualche governo europeo che disattende questo principio basilare?
Questo slogan lo abbiamo scritto sullo striscione appeso sul Colosseo illuminato. Una scelta non casuale, era un luogo di persecuzione. Bisogna mettersi in testa che i rifugiati non sono persone che vengono qui per scelta, ma perchè non hanno il privilegio di poter vivere a casa loro.
Noi italiani come siamo messi?
Ogni anno vengono presentate circa 14mila domande d’ asilo. La metà di queste riguardano persone arrivate via mare coi viaggi dei disperati e ospitate nei Cpt. Tra coloro che giungono in Italia coi barconi, una persona su tre fa richiesta d’asilo e mediamente una forma di protezione o lo status di rifugiato viene concesso a una su cinque. Sono numeri contenuti, il totale degli arrivi via mare è stabile da anni tra i 18 e i 22mila. Non ci sono dati precisi, purtroppo, per chi invece non ce la fa e muore nel mediterraneo. Solo il 10% degli irregolari presenti in Italia è arrivato così, non mi sembra questa l’emergenza dell’immigrazione.
Da quali paesi provengono i rifugiati che ottengono asilo in Italia?
La maggior parte da paesi africani in condizione di guerra da anni: Somalia, Eritrea, Etiopia, Costa d’Avorio, Sudan.
Due giorni fa è stata approvata la Direttiva europea sui rimpatri, qual è il suo giudizio?
Non la possiamo certo sostenere. L’Europa una volta volava più alto. Adesso si va sempre al ribasso, agli standard minimi.
Cosa non la convince?
Le preoccupazioni maggiori sono per la detenzione di minori non accompagnati, ma anche la permanenza nei Cpt per 18 mesi. C’è poi una lista di Stati considerati “sicuri” per i quali non si prende in considerazione il merito della richiesta, ma il diritto d’asilo è una questione che dovrebbe riguardare la singola persona, non la nazionalità.
Ma c’è anche l’assistenza legale gratuita per gli immigrati
Almeno quella… Comunque in Italia era già prevista.
Quanti rifugiati ci sono nel mondo?
Possiamo sempre dare solo delle stime, l’agenzia Onu fornisce assistenza a circa 32 milioni di persone. Secondo i nostri dati, nel 2007 sono aumentati sia gli sfollati all’interno dei propri paesi (26 milioni), sia i rifugiati che sono scappati dai loro confini, 11 milioni circa. Poi ci sono i profughi, gli apolidi. Tutti coloro costretti ad abbandonare la propria casa, insomma.
Quali iniziative avete in programma per la giornata mondiale?
Ci saranno dei gazebo nelle principali città italiane. A Roma terremo una conferenza domattina a cui interverrà Thomas Hammarberg, commissario dei diritti umani per il Consiglio d’Europa. Poi consegneremo i premi “Per mare” a tre capitani di imbarcazioni che hanno salvato persone nel canale di Sicilia, a darglieli sarà Andrea Camilleri.
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Sono ancora in stato di fermo, ad Abéché, nel Ciad orientale, i sedici cittadini europei arrestati il 25 ottobre scorso dalle autorità locali con l’accusa di rapimento e traffico di bambini. Tra loro, si contano nove cittadini francesi (sei membri dell’ong “L’Arche de Zoé” e tre giornalisti al loro seguito), sette spagnoli e un pilota belga appartenenti all’equipaggio dell’aereo noleggiato dall’organizzazione non governativa per il trasferimento per motivi umanitari in Francia di 103 bambini del Darfur. Nel paese d’Oltralpe, “l’affaire Arche de Zoé” è ormai un caso politico.
Il governo francese ha rigettato in blocco un’operazione giudicata dal presidente Nicolas Sarkozy “illegale” e “inaccettabile”. A scatenare il caso è stata la sfida temeraria lanciata il 28 aprile scorso dall’Arche de Zoé per salvare “10 000 bambini del Darfur”, la regione sudanese travolta da una guerra civile che ha spinto 200.000 civili a oltrepassare la frontiera con il Ciad e rifugiarsi nei campi profughi allestiti dalla Comunità internazionale. Ora, da mesi Parigi è impegnata a coordinare il dispiegamento previsto entro fine anno di una forza europea incaricata di proteggere le popolazioni civili del Ciad orientale colpite dal conflitto in Darfur. Già nell’estate scorsa, Rama Yade, sottosegretaria agli Affari Esteri con delega ai diritti umani, aveva sconsigliato il presidente dell’Arche de Zoé, Eric Breteau, di avventurarsi in un’impresa così rischiosa. Di fronte alla pioggia di accuse (tra cui quella di aver agito sotto falsa sigla), l’avvocato dell’ong francese, Gilbert Collard, ha riconosciuto “i metodi poco consoni al formalismo umanitario” adottati dall’Arche de Zoé, per poi ricordare che “non essendo favorevole” alla presenza di militari europei in Ciad, il presidente ciadiano Idriss Déby starebbe sfruttando la vicenda “per chiedere una moneta di scambio con le autorità francesi”.

Il primo ministro svedese, il conservatore Fredrick Reinfeldt
La chiamano la porta dell’Europa e il motivo è semplice: la civilissima e ordinata Svezia è uno dei paesi più generosi al mondo nei confronti degli immigrati e dei rifugiati politici. Al 31 maggio il numero delle domande di asilo (2007) era di 14853, di cui circa metà avanzate da cittadini iracheni e quasi 1300 da somali. Negli ultimi vent’anni le richieste sono state più di 523 mila, gran parte delle quali sono state accolte. Numeri enormi per un paese che conta meno di 10 milioni di abitanti disposti in modo non uniforme su 450 mila chilometri quadrati di territorio. Numeri a confronti dei quali - per fare un esempio - il nostro Paese non può far altro che impallidire: in Italia i rifugiati sono solo 20 mila e le domande di asilo presentate nel 2006 sono state circa 10 mila.
La Svezia è una delle mete preferite dei migranti per un’infinità di ragioni. Quella più importante è che lo Stato fornisce assistenza (ottima e veloce) a tutti. Anche agli stranieri, cui il welfare svedese garantisce un alloggio e un sussidio di disoccupazione che rimane in vigore finché non trovano lavoro. Conoscere le regole di entrata inoltre è semplicissimo e i tempi di svolgimento delle pratiche sono rapidi.
C’è però un rovescio della medaglia di questa politica dell’accoglienza. Ai nuovi cittadini viene assegnato un comune di residenza ma non essendoci l’obbligo di rimanerci, i gruppi di immigrati si riuniscono in quartieri più o meno centrali andando a creare veri e propri ghetti mal tollerati dalla popolazione locale. I problemi dell’integrazione sono particolarmente evidenti a Malmö, città in cui il numero di immigrati (soprattutto arabi e turchi) è elevatissimo e provoca tensioni con gli svedesi. Per ridurre la disoccupazione tra gli immigrati c’è chi pensa a liberalizzare il mercato interno, permettendo alle aziende di assumere chi vogliono senza più tutelare i cittadini scandinavi. Si tratta però di una soluzione che farebbe accrescere il malcontento fra i locali, sempre più preoccupati per le conseguenze che una politica migratoria considerata da molti troppo generosa. E che il clima culturale stia cambiando lo si è visto anche nelle recenti elezioni politiche: dopo decenni di governo socialdemocratico, il paese ha scelto di svoltare a destra nel 2006, affidando la maggioranza dei seggi all’Alleanza per la Svezia guidata dal leader del Partito Moderato Fredrick Reinfeldt. Un nuovo piccolo partito, Sverigedemokraterna, nazionalista e xenofobo, è poi in continua crescita. Di fronte ai problemi dell’immigrazione la Svezia, l’Olanda e gli altri Paese scandinavi, hanno finora puntato tutto sul multiculturalismo anziché sull’integrazione e sull’assimilazione.


L’intolleranza ti isola con Fiorello, Baldini e Camilleri: l’audio -
L’ultimo appello è quello di Ana el-Banna, un bambino giordano di 10 anni: ha inviato una lettera al cancelliere inglese Gordon Brown chiedendo che il padre Jamil, detenuto in via di rilascio da Guantanamo, sia accolto come rifugiato in Gran Bretagna. In Giordania Jamil el-Banna rischia la prigione e la tortura. Nel mondo le persone fuggite dal paese d’origine e ospitate in un’altra nazione sono circa 9,8 milioni, secondo il recente rapporto (file pdf) dell’Alto commissariato per le Nazioni unite (Unhcr) che il 20 giugno celebra la Giornata mondiale del rifugiato.

Per la prima volta dal 2002 cresce il numero dei rifugiati, soprattutto a causa dell’esodo dalle macerie dell’Iraq: 1,5 milioni di profughi e 2 milioni di sfollati nel paese. L’instabilità dell’Afghanistan, il conflitto del Darfur, le tensioni in Somalia: situazioni che costringono le persone ad abbandonare la casa in cerca di asilo. Oggi sono rifugiati 2,1 milioni di afghani, 680 mila sudanesi, 460 mila somali. “Quest’anno come tema per la giornata mondiale abbiamo scelto l’intolleranza: quella da cui i rifugiati sono costretti a fuggire, quella che talvolta devono affrontare anche nel paese in cui arrivano” dice Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr.
In Italia sono circa 20 mila le persone fuggite dalla loro nazione d’origine (file pdf): poche se confrontate con le 700 mila accolte in Germania. L’anno scorso la maggior parte delle richieste, circa 10 mila, sono arrivate dall’Eritrea e dall’Africa Occidentale: Nigeria, Togo, Ghana, Costa d’Avorio. Alcune persone arrivano clandestinamente dalla Libia, tentando di attraversare il Mediterraneo: “Nelle prime settimane di giugno sono 35 i morti accertati - dice Laura Boldrini - è una roulette russa, un rituale macabro che si ripete ogni estate. L’opinione pubblica reagisce poco: giornali e televisioni hanno parlato di quei clandestini aggrappati alla rete da pesca circolare in mare, ma le reazioni sono state poche”.
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