
Un ribelle libico si lava all'ombra di un tank catturato alle truppe di Gheddafi (EPA/MOHAMED OMAR)
Anche se per l’Economist dalla vittoria degli insorti libici contro il regime di Muammar Gheddafi “anche la Nato ne gioverebbe perché avrebbe vinto una guerra combattuta dagli stessi libici” non sono certo molti gli analisti che vedono nella campagna libica un successo per l’Alleanza Atlantica.
La più grande e potente organizzazione militare internazionale non ha brillato né per compattezza né per efficacia contro un nemico di ben scarsa capacità bellica e tecnologica. Nel 1999 la Nato schierò 1.200 aerei che effettuarono 800 sortite al giorno su Serbia e Kosovo ma contro Gheddafi sono stati messi in campo appena 250 jet, solo per metà da combattimento e non tutti autorizzati dai governi nazionali ad impiegare bombe e missili.
Uno sforzo limitato, che ha influito nel prolungare il conflitto, dovuto a diversi fattori.
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Un Predator in volo (AP Photo/Kirsty Wigglesworth, File)

Gli americani tornano a colpire la Libia dopo aver ritirato, a inizio aprile, i loro jet da combattimento dall’operazione “Unified Protector” della Nato.
A solcare i cieli libici sono da alcuni giorni un paio di velivoli teleguidati Predator, gli stessi utilizzati insieme ai più grandi e potenti Reaper nelle operazioni contro al-Qaeda e i talebani in Afghanistan e nella regione tribale Pakistana. Il Segretario alla Difesa, Robert Gates, ha annunciato l’impiego dei cosiddetti droni allo scopo di “colmare il gap nelle forze aeree alleate” che non dispongono di mezzi simili ai Predator oppure (come nel caso dell’Italia che li schiera anche in Afghanistan), ne possiedono ma per scelta politica li lasciano disarmati. Continua

Giovani libici a Bengasi (AP Photo/Ben Curtis)
È bastata una telefonata del presidente statunitense Barack Obama per convincere il governo italiano a modificare le posizioni sul ruolo dell’Italia nel conflitto libico annunciando che anche i nostri jet bombarderanno le forze di Gheddafi. Continua

Barack Obama e Leon Panetta (Credits: Ansa/Mike Theiler)

Il rapporto tra Barack Obama e i generali non è mai stato troppo facile: gli scontri sulla strategia da adottare in Afghanistan, le tensioni e i malumori sulla gestione della crisi libica e, infine, i miliardi di dollari che verranno tagliati dal budget del Pentagono hanno alimentato le incompresioni tra la Casa Bianca e i militari. Continua
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(Credits: Ansa/Claudio Accogli)

Gli Stati Uniti invieranno droni sulla Libia, la stessa strategia utilizzata tra Pakistan e Afghanistan. Intanto, da Tripoli, arriva l’anatema del raìs contro i Paesi “traditori“, Italia, Francia e Gran Bretagna, mentre aumentano le defezioni tra gli uomini del Colonnello.
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Il ministro della Difesa afgano Abdul Rahim Wardak (Credits: Epa)
Il presidente afghano Hamid Karzai aveva ufficializzato il 22 marzo l’inizio della transizione delle responsabilità della sicurezza tra le truppe alleate e quelle di Kabul per il prossimo luglio, ma nel governo, ora, c’è chi mostra scetticismo circa il successo dell’operazione. Per il ministro dell’Interno, il generale Besmellah Mohammadi, esercito e polizia afghani non sono ancora pronti ad assumersi da soli la responsabilità della sicurezza sul territorio nazionale.
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(Credits: Ap Foto/Altaf Qadri)

Mentre la coalizione prosegue i raid aerei in Libia e raggiunge gli obiettivi fissati sotto il comando della Nato, a terra si combatte una guerra corpo a corpo. I ribelli avanzano e poi sono costretti a retrocedere di fronte alla potenza di fuoco della “fanteria” del Colonnello. E Robert Gates fa sapere che non crede ai cessate-il-fuoco del raìs.
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(Credits: Epa/Shawn Thew)

Barack Obama deve “vendere” agli americani la guerra in Libia. E non sarà facile. Dopo nove giorni dai primi bombardamenti sulle postazioni dei soldati leali a Muhammar Gheddafi, dopo una settimana di polemiche interne (con i repubblicani che l’hanno attaccato per non essere andato a parlare davanti al Congresso), il presidente parlerà al Paese dal palco della National Defence University di Fort McNair. Continua
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