Archivio per il tag “Russia”
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 28 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Adesso sì che gli uomini di Bibi sono nei pasticci. Questa storia della visita segreta in Russia ha messo il primo ministro Benyamin Netanyahu (detto “Bibi”, appunto) in una situazione molto imbarazzante. Adesso qualche testa rischia di saltare, nell’entourage del premier. Continua
L’addio a Corazon Aquino
Credits: Ansa/Epa/Rolex Dela Pena
GUARDA LA FOTOGALLERY
Un carro ricoperto di fiori ha attraversato ieri Makati City, tra due alli di folla, trasportando la salma di Corazon Aquino, morta di cancro all’età di 76 anni lo scorso 1 agosto.
Il corteo funebre si è diretto alla cattedrale di Manila, dove la salma ha ricevuto i saluti e gli omaggi di molte migliaia di cittadini.
Cory Aquino divenne presidente delle Filippine - prima donna del continente asiatico ad assumere la presidenza di un Paese - dopo la fine della dittatura di Marcos, nel 1986 e ricoprì questa carica fino al 1992.
_____
Attentato in Afghanistan: dieci i morti

Credits: AP Photo/Fraidoon Pooyaa
Nella provincia afghana di Herat, ad ovest di Kabul, l’esplosione di un dispositivo con controllo a distanza, nascosto in un cestino dei rifiuti dell’ospedale locale, ha causato la morte di dieci civili e il ferimento grave del capo della polizia locale.
_____
Greenpeace contro gli incendi in Indonesia

Credits: Ansa/Epa/Greenpeace
Attivisti di Greenpeace Indonesia camminano sul terreno in cui si trovava una foresta, ora devastata da un incendio, a Kuala Cinaku.
Greenpeace si è rivolta al presidente indonesiano Yudhoyono per chiedere un’azione urgente per contrastare gli incendi, spesso di origine dolosa. L’Indonesia distrugge le proprie foreste a una velocità di molto superiore a quella degli altri Paesi del mondo.
_____
Israele: il dolore della comunità gay dopo la strage
Credits: Ansa/Pavel Wolberg
GUARDA LA FOTOGALLERY
La comunità omosessuale israeliana si unisce nel dolore e nella protesta all’indomani dell’aggressione armata contro un circolo gay-lesbico di Tel Aviv, ad opera di un uomo dal viso coperto che, sparando sui presenti, ha ucciso due giovani ragazzi e ha ferito dodici altre persone, di cui otto gravemente.
_____
Un anno fa moriva Solzenicyn

AP Photo/Misha Japaridze
Un anno fa moriva lo scrittore e premio Nobel Alexander Solzhenitsyn che, attraverso le sue opere, ha fatto conoscere al mondo l’orrore dei gulag staliniani. In questa prima ricorrenza della sua scomparsa, si tengono a Mosca diverse cerimonie commemorative.
_____
La rabbia e il dolore della minoranza cristiana in Pakistan
Credits: AP Photo/Shakil Adil
GUARDA LA FOTOGALLERY
Esponenti della minoranza cristiana del Pakistan hanno inscenato oggi, in diverse città , una protesta contro il massacro avvenuto lo scorso 1 agosto nella città di Gojra - nella provincia del Punjab - dove decine di case e due chiese della comunità cristiana sono state date alle fiamme, casuando la morte di almeno otto persone.

Il presidente filorusso della Cecenia Kadyrov con il premier russo Vladimir Putin
La conosceva da anni. Decine di denunce insieme, decine di battaglie contro i soprusi. Quando ha saputo del rapimento, ha capito subito che era in pericolo di vita. Due telefonate, a distanza di un’ora una dall’altra, due interviste, e la vita di una persona che se ne va, portata via dai sicari ancora senza volto, da un sistema che si basa sulla violenza, sulla soppressione di ogni voce libera, indipendente.
Andrej Mironov, anima di Memorial, una Ong che si occupa di diritti umani in Russia, aveva incontrato tempo fa Natalia Estemirova, la giornalista cecena rapita a Grozny da un commando di uomini incappucciati, uccisa e il cui corpo è stato fatto ritrovare in Inguscezia, una vicina repubblica della federazione.
Natalia, dopo aver denunciato da sola per anni, in prima persona, le torture e gli abusi dell’esercito russo e del regime filo-Cremlino, era diventata collaboratrice proprio di Memorial. Il suo omicidio è un nuovo caso Anna Politkovskaya.
“Non ci sono dubbi” – dice Mironov, con il suo splendido italiano da Mosca, la voce rotta dall’emozione. Il suo assassinio si inserisce nel filone dei delitti politici commessi nella Federazione Russa negli ultimi anni”.
Secondo un altro collega di Memorial, Aleksandr Cherkesov, Estemirova aveva denunciato una esecuzione sommaria e arbitraria da parte delle autorità cecene filo-russe. “Io credo che non si tratti di questo – dice Andrej Mironov – ma penso che sia stata uccisa, per la sua attività, in complesso e non per un episodio specifico. Proprio come è successo ad Anna Politkovkaya, freddata per i suoi articoli”.
Qualche tempo fa, la giornalista cecena aveva ritirato un premio intitolato all’inviata speciale, assassinata tre anni fa a Mosca. “Era l’unico modo per fermarla – dice Mironov – l’unico modo per farla stare zitta, lei che da anni, conduceva le sue battaglie per i diritti in Cecenia. Mi ricordo – prosegue il dirigente di Memorial – che Natalia girava villaggio per villaggio per raccogliere testimonianze, registrare racconti”.
Una mole di lavoro che ha dato fastidio, molto. “Così, dopo le minacce – racconta Mironov –è arrivato il rapimento e l’esecuzione”. “Chi c’è dietro? Domanda facile – risponde l’attivista di Memorial – Risposta obbligata. Andate a chiedere alle autorità cecene filo russe, andate a chiedere al Cremlino”.
Natalia Estemirova doveva andare a un incontro con una troupe televisiva francese. Un’intervista, l’ennesima coraggiosa denuncia. Non è mai arrivata a quell’appuntamento .Uscita di casa, lei questa quarantenne, dopo aver salutato la figlia adolescente, è stata caricata con forza su di una macchina. Sparita nel nulla per qualche ora, il suo corpo è stato ritrovato a qualche decina di chilometri dal luogo in cui era stata rapita. “Ripeto l’hanno assassinata perché era una simbolo, una paladina, dei diritti umani”.
La Cecenia è parte dell’Europa aveva detto ritirando il premio intitolato a Anna Politkovskaya “Non potete dimenticarci”. La sua instancabile opera era indirizzata a quello. A evitare che il conflitto caucasico, con il suo carico di morti, lutti, devastazioni e ignominie (da una parte e dall’altra, ma più dalla parte dei più forti) – formalmente chiuso, finito, vinto dalle autorità russe - venisse completamente rimosso dalle coscienze del Vecchio Continente.
“Sì, la sua tensione morale e professionale era indirizzata verso quell’obiettivo – conferma Andrej Mironov, nel suo commosso ricordo della collega scomparsa. Questo “vecchio” dissidente, abituato ai cupi periodi del periodo sovietico, ormai non si stupisce di nulla in questa “nuova” Russia. Neppure dell’atroce notizia della morte di un’amica. “Qui, chi dissente, rischia una pallottola” afferma. La lista dei morti eccellenti ormai è decisamente lunga.

Il presidente Dmitry Medvedev durante un’esercitazione al campo di ‘Rayevsky’ nella regione di Novorossiysk, in Russia

L’accordo firmato sotto le volte del Cremlino tra Barack Obama e Dmitri Medvedev (video) è uno delle più importanti intese sulla riduzione degli armamenti nucleari siglate negli ultimi trent’anni. Con questa road map verso lo svuotamento degli arsenali atomici, Washington e Mosca riprendono con forza e decisione, il cammino di dialogo dopo la sospensione dei mesi scorsi, gli attriti nati (con la precedente amministrazione George W. Bush) dopo la guerra tra Georgia e Russia dell’estate 2008.
Ma non solo. Come hanno detto i loro Numeri Uno, le due superpotenze mondiali vogliono dare il “buon esempio”: la strada è la riduzione delle testate atomiche nel mondo, non il loro aumento, come invece vorrebbero gli ayatollah iraniani. L’intesa preliminare (una bozza che poi verrà trasformata in un vero e proprio trattato) prevede che i due paesi portino rispettivamente a 1.500 (gli Usa) e 1.675 (la Russia), il numero delle ogive nucleari a loro disposizione. Un’ulteriore riduzione rispetto alle 2.200 previste in un primo momento.
Sul tavolo delle trattative - che verrano ancora portate aventi dagli sherpa fino all’accordo finale - anche il taglio dei siti e delle rampe di lancio dei missili balistici che dovrebbero passare dalle 1600 concordate in un primo momento a un numero variabile tra le 500 e le 1.100 postazioni. Durante la conferenza stampa che è seguita alla solenne firma del pre-trattato, Barack Obama ha detto che spera di arrivare alla firma definitiva della nuova versione (di fatto) dello START (l’accordo di riduzione delle armi strategiche) entro la fine dell’anno
Ma il presidente Usa ha raggiunto con il suo collega russo anche un altro importante punto di intesa che riguarda l’Afghanistan. Mosca ha concesso il passaggio di convogli di truppe e rifornimenti alle truppe Nato e a quelle statunitensi coinvolte nelle operazioni militari a Kabul contro i Talebani. Un altro passo molto significativo, sintomo di una rinnovato vigore nei rapporti tra i due paesi. Che riprende quota anche grazie al rapporto personale che sembra poter nascere tra i due presidenti. Perché se è vero che l’arrivo a Mosca di Barack Obama è stato “festeggiato” sotto tono dai media russi, quasi con freddezza, determinata dalle critiche (più o meno esplicite) del presidente Usa a Vladimir Putin, l’attuale primo ministro russo, è anche vero che i risultati ottenuti dall’inquilino della casa Bianca, nel suo colloquio con Dmitri Medvedev sembrano essere stato soddisfacenti, frutto di una (potenziale) intesa.
Sembra proprio che Obama voglia puntare sul suo giovane collega russo. “E’ l’interlocutore con cui mi interessa parlare”, ha fatto notare durante l’incontro con i giornalisti. Una benedizione esplicita. Un atto politico ben preciso. Dare questo riconoscimento a Medvedev dopo aver definito Vladimir Putin “un uomo del passato” sembra fare parte di una precisa strategia di Washington: incunearsi nel connubio ( un po’ in crisi, dicono i ben informati) tra Medvedev e Putin, alimentare le tensioni tra i due, invitare il presidente russo a emanciparsi dal suo potentissimo predecessore e alleato per seguire una politica più filo-occidentale.
Per ora, forse, solo uno scenario tratteggiato, non un piano preciso, di cui però si intravvedono i contorni. Diversi esperti statunitensi hanno espresso la loro opinione sulla politica che Obama dovrebbe tenere nei confronti di Mosca. Stephen Larrabee della RAND Corporation per esempio, consiglia di non puntare sul nome di un solo cavallo. “La politica russa è guidata dagli interessi nazionali — ha detto l’analista al New York Times — e non dai rapporti personali. I legami personali non possono condizionare le scelte strategiche del Cremlino. Obama non deve dimenticarselo”. Anche Vladimir Putin, nell’incontro che chiuderà la missione moscovita del presidente americano, con tutta probabilità glielo ricorderà.
Dal 2008 un leader straniero che si rechi in visita in Russia deve incontrare due persone: il presidente e il primo ministro. Possono scegliere l’ordine ma piu spesso vanno prima da Putin e poi incontrano Medvedev. Non ha fatto eccezione Silvio Berlusconi, che venerdi è andato a Sochi per discutere con l’”amico” Putin di energia e di importanti progetti. Si è poi trasferito a Mosca per salutare Medvedev e parlare del futuro G8 all’Aquila.
Alla dacia di Sochi Gazprom ha firmato gli accordi con Bulgaria, Grecia e Serbia, assieme a quello con l’Italia per la realizzazione del gasdotto South Stream. Con l’Italia manca ancora l’ultimo tassello (l’accordo Eni-Gazprom) ma - come ha sottolineato Berlusconi - “dovremmo essere felici che un paese amico ci dà la possibilità di avere l’energia di cui abbiamo bisogno”. E per Putin, gli ottimi rapporti tra i due paesi si sono ottenuti “grazie agli sforzi personali del premier Berlusconi”.
“Se avessimo con la Ue e i paesi europei lo stesso rapporto che abbiamo con l’Italia sarebbe un’ottima cosa per lo sviluppo delle nostre relazioni”, ha proseguito Putin. “Se ha avuto questo ruolo nei rapporti tra Italia e Russia, Berlusconi può averlo anche nei rapporti tra Russia e Ue. Poi toccherà a noi fare la nostra parte”.
Dopo aver incassato il ruolo di ambasciatore privilegato dall’amico Vladimir, Silvio si è trovato “in totale sintonia” anche con Dmitri. Scontata l’approvazione di Medvedev sul progetto di spostare il luogo del G8 da Maddalena all’Aquila, dove si affronterà la discussione su una “nuova architettura finanziaria mondiale”.
Per il presidente russo l’attuale sistema basato sulla predominanza del dollaro non è più sufficiente e bisognerebbe “rafforzarlo, creando una moneta di riserva” e in questo contesto non si dovrebbe escludere “l’idea di fare del rublo una moneta di riserva”. E’ una idea che la Russia coltiva già da qualche tempo, e ha cercato di portarla all’ordine del giorno, senza successo, anche allo scorso G20 a Londra. Il suo auspicio è che all’Aquila non nasceranno solo case nuove e più solide, ma anche una nuova architettura finanziaria mondiale che, indebolita dal terremoto della crisi, cresca più robusta e con più tasselli solidi, come le valute dei paesi forti.
Insomma, due incontri importanti, e non di costume, quelli di Berlusconi, che hanno riacceso la solita domanda che si pongono gli osservatori occidentali, come gli stessi russi: chi governa davvero in Russia?
Alla vigilia del primo anno dall’insediamento al Cremlino di Dmitri Medvedev (il 7 maggio) l’istituto indipendente Levada ha fatto un ampio sondaggo sull’argomento. Putin è considerato sempre il politico più potente, con il 30% dei russi convinti che abbia lui il maggior potere, rispetto al 12% che sceglie invece Medvedev. Il 48% ritiene che i due si dividano in maniera equa il potere. “Medvedev solo ora sta cominciando a trasformarsi in un autentico Presidente. Chi è il vero capo è difficile dirlo, questo non lo sa nessuno, fra questi, io penso, gli stessi Putin e Medvedev” racconta a Panorama.it il politologo Fedor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs. “In generale il peso di Putin come politico supera ancora quello di Medvedev. è un fatto oggettivo. All’inizio Putin è stato la principale fonte di legittimazione di Medvedev che è diventato presidente grazie a lui. Tuttavia il modello della diarchia è stato creato per una situazione economica più florida e in condizioni di crisi è poco probabile che possa rimanere per sempre. Una trasformazione della struttura del potere è in vista, ma per il momento è difficile predire quale. La mia opinione è che Medvedev conquisterà per gradi il primo piano e Putin arretrerà, ma sarà un processo lungo” conclude Lukjanov.
In pubblico i due leader russi mostrano una sintonia pressoché totale (il punto fondamentale della stabilità del paese), anche se talvolta si mandano delle “frecciate”. Dmitri Medvedevha concesso un’intervista a Novaja Gazeta
e ha sottolineato che lui è il presidente e quindi comanda. Ha osato criticare il governo, senza nominare direttamente Putin. “Lavoriamo (rivolto a governo) con molta lentezza, il che è inaccettabile in questo momento”. E il Premier russo ha dovuto rispondere una settimana fa, in un intervista alla stampa giapponese: “La critica è normale. Anche io non sono sempre contento di come operano certi ministeri. Nella crisi l’attività deve essere analizzata attentamente. Così era, cosi sarà”. Ha voluto anche precisare sul tandem politico: “Il presidente Medvedev ed io abbiamo ottimi rapporti. Ogniuno fa il suo lavoro. Ovviamente, abbiamo punti di incrocio. Ma in 17 anni insieme abbiamo stabilito il meccamismo di consultazioni e di creazione di posizioni comuni. Tutto ciò che abbiamo concordato all’inizio del nostro cammino insieme si sta realizzando ora e funziona bene.” E ha risposto chiaramente ad una domanda delicata sul futuro delle elezioni presidenziali del 2012. “Dipende dall’efficienza del nostro operato, io e il presidente Medvedev decideremo cosa fare nel futuro, sia io che lui. Quello che riguarda lui, meglio chiederglielo direttamente ma, ripeto, io lo conosco da molto tempo, e so che lui è una persona molto onesta e guarderà al suo futuro basandosi sull’interesse del paese e sui risultatati del nostro lavoro”. E se così fosse per tanto tempo ancora, i leader mondiali in viaggio in Russia, dovranno rivolgersi a tutti e due, a Vladimir e a Dmitri. Non è un problema, finchè le due teste dell’Aquila guardano nella stessa direzione.

Gli ultimi avvenimenti, dall’esercitazione della Nato in Georgia, che ha fatto infuriare Mosca, alla parata militare di sabato 9 maggio sulla piazza Rossa, poderosa come mai prima, raccontano di una nuova ondata di gelo pronta a sconvolgere le già difficili relazioni tra la Russia e l’Occidente. Eppure c’è chi scommette che, al di là degli strappi dell’Alleanza atlantica e dei ruggiti del Cremlino, il ghiaccio abbia cominciato a sciogliersi. Complice soprattutto la mano tesa di Barack Obama. E una certa apertura del presidente russo Dmitri Medvedev, su alcune questioni interne, che ha fatto sussurrare a qualcuno l’arrivo di una «primavera moscovita» foriera di novità anche sul piano internazionale. In questi ultimi mesi il successore di Vladimir Putin ha incontrato gli attivisti per i diritti umani al Cremlino, concesso un’intervista alla Novaja Gazeta, il quotidiano di Anna Politkoskaja, la giornalista uccisa per i suoi scomodi reportage sulla Cecenia. Ha approvato una legge che obbliga i dirigenti statali a rendere pubblica la dichiarazione dei redditi, anche dei familiari, e deciso di mettere mano a quella che di fatto bloccava qualsiasi attività delle ong. Gesti che alcuni giudicano sinceri, anche se frutto di una strategia concordata con Putin per far fronte ai devastanti effetti della recessione. Ma dei quali è difficile stabilire la portata.
“Operazione cosmetica” sentenzia in prima pagina la Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Una trasformazione che porterà, pur in tempi lunghi, Medvedev a strappare totalmente la scena a Putin” preconizza Fedor Lukjanov, direttore della rivista Russia in Global Affairs, che riconosce al nuovo inquilino del Cremlino e a quello della Casa Bianca un pragmatismo di cui i predecessori mancavano. Obama già nel primo incontro con il suo omologo russo, durante il vertice del G20 a Londra, ha cambiato tono aprendo quella che alcuni analisti e diplomatici chiamano “finestra di opportunità” nei rapporti russo-occidentali. Se sia destinata a restare per lo meno socchiusa si capirà presto. Il 18 maggio a Mosca partono i negoziati per siglare un nuovo trattato sulla riduzione delle armi atomiche. Il 21 e 22 a Khabarovsk (Siberia) si tiene il vertice euro-russo: sul tavolo il rinnovo dell’accordo di partenariato e la spinosa questione dell’energia.
Il Cremlino che guarda a Ovest. “I rapporti tra Russia e Occidente hanno raggiunto il punto più basso dalla fine della guerra fredda. Ora non possono che migliorare” taglia corto Hans Joachim Spanger, esperto di Russia dell’Istituto di ricerca sulla pace di Francoforte autore del rapporto. “Molte aziende russe sono fortemente indebitate all’Ovest e per uscire dalla crisi economica globale l’unica strada è collaborare. Anche per questo è possibile un dialogo più costruttivo tra Russia e Occidente. Esistono ancora disaccordi, in certi casi profondi, ma da entrambe le parti c’è la volontà a evitare nuove guerre di parole”. Professare ottimismo, tuttavia, non è semplice. A fine aprile due diplomatici russi sono stati espulsi dalla Nato, con l’accusa di essere spie. Pochi giorni più tardi l’avvio delle esercitazioni dell’Alleanza in Georgia ha determinato la stizzita replica di Mosca. L’atteso vertice fra Patto atlantico e Russia, che avrebbe dovuto segnare una ripresa del dialogo dopo il conflitto nel Caucaso dello scorso agosto, è stato annullato. Medvedev ha definito le manovre Nato “una vistosa provocazione”, il premier Putin ha rincarato affermando che è un ostacolo al “reset”, il riavvio delle relazioni voluto da Washington.
“La reazione russa è stata isterica” conviene Mark Medish, ex consigliere di Bill Clinton, analista al Carnegie endowment for international peace. “Però il tempismo delle esercitazioni Nato è tutt’altro che ottimale. Affermare, come scusa, che erano programmate da tempo significa escludere che si possa usare l’intelligenza per riprogrammare gli appuntamenti”.
Insomma, la “provocazione” poteva essere evitata. Non solo, “spesso i singoli episodi sono giudicati con eccessivo allarmismo” commenta Maurizio Massari, capo del servizio stampa della Farnesina, portavoce del ministro e autore del libro Russia, democrazia europea o potenza globale? (Editore Guerini e associati). “La Russia non ha alcun interesse a rinnegare la cooperazione intrapresa con l’Occidente. Vuole, legittimamente, essere accettata come grande potenza. E gli Usa sembrano disposti a riconoscerne l’importanza. Mosca deve comportarsi responsabilmente, ma l’Ue deve trovare un modo efficace per integrare la Russia, anche sul piano della sicurezza. Lotta al traffico di droga, armi e radicalismo islamico sono problemi comuni”.
L’invito è dunque a non farsi distrarre dai carri armati sfoggiati il 9 maggio sulla piazza Rossa, per festeggiare la vittoria sul nazismo e lanciare un monito ai paesi intenzionati a “imbarcarsi in avventure militari”, messaggio chiaro per il presidente georgiano Mikhail Saakashvili.
“L’adesione di Georgia e Ucraina alla Nato è stata posticipata indefinitamente” osserva Spanger “non credo che gli Usa siano così irresponsabili da premere ancora su questo tasto. Ciò non toglie che la Russia sia preoccupata dall’avvicinamento degli stati ex sovietici all’Europa”.
Non è un caso che il nuovo partenariato orientale, accordo tra Ue e Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina, sia stato fortemente voluto dai governi conservatori di Svezia e Polonia, due paesi che hanno con Mosca un rapporto complicato. “L’Ue ha detto che l’iniziativa non è contro di noi, vogliamo credere a queste assicurazioni” ha dichiarato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, buttando acqua sul fuoco, dopo aver mostrato nervosismo per il tentativo dell’Unione di allargare la propria sfera d’influenza fino al “cortile” di Mosca.
Il nazionalismo, la propensione, dimostrata nei mesi scorsi, ad affermare muscolarmente la propria idea sugli equilibri internazionali continuano a fornire cartucce alla schiera di quanti non credono a un cambiamento nei rapporto Est-Ovest: “Le relazioni fra Russia e Ue sono difficili e peggioreranno” sentenzia Lukjanov “mancano totalmente la fiducia e la comprensione delle reciproche aspirazioni. Con Washington l’atmosfera è più distesa. E Mosca è indispensabile per la risoluzione di problemi molto più prioritari per la Casa Bianca, quali Afghanistan e Iran”.
Analisi condivisa da Sandra Dias Fernandes, analista al Center for European policy studies di Bruxelles: “Non illudiamoci, al vertice del 21 maggio tra Ue e Russia non si faranno sostanziali passi avanti. Le parti sono divise su tutte le questioni principali: dall’energia alla sicurezza. E finché Mosca non accede alla Wto, non si riuscirà neppure a creare un’area di libero scambio con l’Europa. La Russia è volubile e fare concessioni non serve, se non ad alzare la posta in gioco”. Sul tappeto resta la questione del sistema di difesa antimissile, che George W. Bush aveva voluto in Polonia e Repubblica Ceca: Obama non l’ha ancora menzionato, Putin vuole discuterne nel pacchetto disarmo, che accadrà? Spanger ritiene che Obama non possa fare marcia indietro. In questo caso non gli rimane che sfoderare il suo talento diplomatico quando a luglio sarà al Cremlino, sperando di convincere il pragmatico Medvedev.
(ha collaborato Evgeny Utkin)
Hanno la stessa figura; alta, magra, slanciata. Nervosa ed elegante, quella di Anna, nelle foto che la ritraggono e che ora sono appese nelle redazioni e nelle sedi delle organizzazioni che si battono per la libertà di stampa nel mondo. Posata e timida, quella di Vera. Hanno (avuto) le stessa professione: il giornalismo. La madre, Anna Politkovskaja, per questa “passione civile”, per l’amore della verità e della denuncia, ha perso la la vita, assassinata nella Russia di Vladimir Putin poco più di due anni.
La figlia, Vera, è una ragazza di 29 anni, che ha deciso di seguire le orme della madre. E di essere il testimonial della sua figura, per ricordarne l’opera e l’impegno. Vera è venuta in Italia, a Milano, in occasione dell’inaugurazione di una lapide in onore dell’inviata di Novaja Gazeta nel Giardino dei Giusti del capoluogo lombardo, ospite dell’associazione Anna Viva.
Parla del processo, del suo rapporto con la madre, degli ultimi giorni della giornalista; della sua concezione del giornalismo L’assoluzione dei presunti autori dell’omicidio della Politkovskaja, è stato un dolore, una delusione per Vera: “L’accusa non è stata in grado di dimostrare che loro erano da condannare. - risponde la figlia della giornalista della Novaja Gazeta. “La difesa ha lavorato meglio. E questo, nonostante la procura avesse tutti gli strumenti per raggiungere il suo obiettivo e convincere la corte che gli imputati fossero colpevoli. Io, la mia famiglia, continuiamo a ritenere che si potrebbe arrivare a una sentenza di condanna dei responsabili dell’omicidio se l’accusa trovasse la strada giusta per farlo”.
Con tono secco, Vera, sembra voler dire che la Procura non abbia voluto andare fino in fondo. Perché che il suo sia stato un delitto politico, lo dicono tutti. Non c’è stato un movente preciso, dice Vera; neppure l’inchiesta che la madre stava conducendo sul regime filo-russo di Grozny, sulle torture inflitte ai guerriglieri, ma anche ai civili in Cecenia. “No, è stata uccisa per la sua attività professionale più in generale. L’inchiesta che lei stava facendo, poi è stata pubblicata grazie al lavoro degli altri giornalisti del suo quotidiano — racconta Vera Politkovskaja. “E’ stata assassinata per dare una lezione ai giornalisti, per dare un colpo fortissimo alla libertà di stampa in Russia. Posso dire posso dire con ragionevole certezza che i mandanti l’abbiano voluta morta non solo per le sue indagini e suoi articoli sulla Cecenia, ma per la sua opera, per il suo impegno più in generale”.
La ventinovenne ricorda gli ultimi giorni prima dell’assassinio. Spiega che, per lei e suo fratello, non c’erano stati segnali particolari. Certo, la pressione era sempre stata forte su di lei, visto il coraggio del suo lavoro. C’erano state minacce in passato, ma molto tempo prima che venisse freddata nell’ascensore di casa. “Non avevamo notato nulla di particolare. Poi, nelle ultime settimane Anna non aveva dedicato molto tempo al lavoro. Era morto mio nonno e io ero andata a vivere con lei. In questo periodo lei si occupava soprattutto della famiglia. Dopo l’omicidio, però, abbiamo ripensato ad alcune stranezze, come il citofono improvvisamente rotto, o il fatto che giravano davanti a casa alcune persone che non avevamo mai visto prima”. Per lei il giornalismo, la denuncia civile era una missione: “Se non lo faccio io, chi lo farà qui in Russia, soleva dire. E aveva ragione, purtroppo. In Russia, il giornalismo d’inchiesta non è certo amato,come sappiamo. Lei diceva : io faccio il mio lavoro, scrivo quello che vedo. Ma purtroppo, alla gente non piace vedere la realtà in faccia” - racconta Vera. E ora, in Russia parlare di Anna Politkovskaja è un fatto molto raro. Il sistema di potere preferisce che ci sia oblio sulla sua vita. E sulla morte di questa coraggiosa giornalista. Che in buona parte del mondo è diventata invece simbolo dell’impegno civile.

Vladimir Zhirinovskij, il controverso leader del Partito liberaldemocratico russo (di destra), ha inviato una lettera aperta a Berlusconi e un’altra a Veronica Lario sul sito del suo partito: “Vorrei esprimerLe la mia solidarietà di uomo”, esordisce rivolto al premier italiano. “Sono amareggiato che tutta la stampa del mondo discuta dei particolari della sua vita privata, danneggiando in questo modo la sua famiglia e il paese in generale”. “È assolutamente normale - continua il leader nazionalista - che Lei voglia per il suo partito gente giovane. Lei ha assolutamente ragione quando dice che bisogna lasciare spazio ai giovani, tra i quali anche le belle donne”.
Nella lettera inviata a Veronica, invece, Zhirinovskij scrive. “Lei deve capire la psicologia dell’uomo, di suo marito, con il quale ha vissuto per 20 anni. Per un uomo i nuovi incontri non sono tradimenti, ma desiderio di sentirsi freschi e dinamici. Ricordi quanto ha ricevuto da questo matrimonio, Lei che è la First lady d’Italia… Se avete incomprensioni, meglio separarsi senza rumore e pacificamente. O ancora meglio, riconciliarsi. Le chiedo, Veronica, per favore, stia calma e non racconti alla stampa tutti i dettagli della vostra vita privata! Questo non aiuterà né lei, né suo marito, e nemmeno i vostri figli”.
Già in passato il leader russo ha candidato donne “giovani e belle” tra le quali - come numero tre del suo partito - la procace showgirl e pornodiva Masha Malinovskaja per elezioni di Belgorod. Che da ottobre scorso fa il deputato della Duma regionale.

Il presidente Medvedev (sx), il premier russo Putin (c) e il patriarca Kirill
Alexander Lukashenko, presidente della Bielorussia, ha un progetto ambizioso: fare da intermediario per un storico incontro tra il Papa Benedetto XVI e il patriarca di Mosca Kirill. La faccenda sembra difficilie da realizzare. Ma per un noto ateo (lui stesso ha recentemente detto, che il metropolita di Minsk Filaret lo avrebbe esortato: “Alexander, la prego, almeno in pubblico, non dica che Lei è un ateo”) niente è impossibile. Il 10 aprile scorso, all’incontro con patriarca Kirill a Mosca, Alexander Lukashenko ha avanzato l’ipotesi di un incontro a Minsk tra i due massimi vertici delle chiese. “La Bielorussia è il miglior posto possibile, situata al centro dell’Europa, all’incrocio tra ortodossi e cattolici ed è un isola di tolleranza tra diverse religioni”, l’opinione di Minsk.
Ma fino poco tempo fa i cattolici avevano grossi problemi in Bielorussia. Pur essendo abbastanza numerosi (tra i 10 milioni di abitanti uno su sette è di religione cattolica), i preti cattolici venivano sospettati di attività “distruttive”, e spesso mandati via come persone non gradite. A Grodno (città di particolare concentrazione di cattolici) per anni non si poteva ottenere il permesso di costruire una chiesa cattolica (ottenuto solo questo anno). Infatti dalla metà dell’anno scorso i rapporti sono migliorati, con la visita a Minsk del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano, e l’invito di Lukashenko per la visita del Papa in Bielorissia “quando gli farà comodo”. E adesso, la visita di Lukashenko in Vaticano e l’incontro con il Papa (il 26 o 27 aprile).
L’apertura dopo anni di isolamento (dal 1995 Lukashenko non ha fatto visite ufficiali in Europa) per “l’ultimo dittatore comunista d’Europa”, che incontrerà anche il Ministro degli Esteri Franco Frattini, che conferma l’incontro: “I nostri protocolli sono al lavoro, sicuramente lo vedrò. Non conosco ad oggi l’agenda del Presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio”. Ma la reazione della chiesa ortodossa bielorussa è stata più che tiepida. Il portavoce del metropolita Filaret, Andrej Petrashkevich in un’intervista al quotidiano russo Kommersant ha dichiarato, che “le condizioni di un possibile incontro rimangono come 10 anni fà - rimane il problema del proselitismo e degli uniati ucraini. Finchè il Vaticano non decide sulla sorte degli uniati cattolici in Ucraina, non possiamo parlale di un incontro”.
La questione degli uniati ucraini resta uno dei principali ostacoli alle relazioni tra la Chiesa Cattolica e quella ortodossa. Il problema, molto complesso, risale al 1596 alla formazione cioè di una Chiesa greco-cattolica unita a Roma che riconosce i dogmi e il catechismo cattolico, ma che ha mantenuto i suoi antichi rituali e tradizioni ortodosse. La Chiesa ortodossa russa non vede di buon occhio gli uniati (termine peggiorativo utilizzato dagli ortodossi) che considera la loro presenza in Ucraina come un’intromissione nel proprio territorio canonico. Il lungo e importante lavoro ecumenico fino ad ora svolto ha portato grandi frutti. Ma molti sono ancora gli scogli che impediscono la completa unione tra le due Chiese: dogmi religiosi si intrecciano con ragioni storiche e geografiche passando attraverso questioni politiche, di “supremazia” territoriale, nazionalismi. Il noto teologo ortodosso Olivier Clement scriveva: “Bisognerà che le due parti comprendano che bisogna attenuare da una parte il centralismo romano e dall’altro l’autocefalismo ortodosso la quasi indipendenza, di fatto, di ogni Chiesa nazionale”. Ma per il momento tra Roma e Mosca l’avvenire rimane pieno di ombre.
Dal 7 maggio 2008, da quando cioé ha assunto la carica presidenziale, Dmitry Medvedev aveva rilasciato molte interviste, tutte però a giornali o televisioni straniere (inclusa la Rai). Fino a oggi, quando - con una lunga intervista a Novaya Gazeta, il quotidiano di opposizione di cui l’azionista di riferimento è Mikhail Gorbaciov - ha scelto di parlare a ruota libera di tutto, compresi gli assassinii dei giornalisti come Anna Politkovskaya e Anastasia Baburova. Un’oretta di colloquio fitto fitto presso la residenza presidenziale Gorki vicino a Mosca.
Alla domanda del direttore del Novaya Gazeta, che gli ha chiesto su che cosa si regga il patto non scritto tra la cittadinanza e il potere, Medvedev, prontamente, ha chiesto: “Lei intende che dobbiamo barattare la salsiccia in cambio della libertà?”. E con la crisi, come cambierà questo rapporto tra società e Stato? “La stabilità da una parte e la democrazia dall’altra devono andare di pari passo. In nessun caso devono essere concetti contrapposti o alternativi. Non si può contrapporre una vita stabile ai diritti e alla libertà”. ”D’altra parte - ha aggiunto - se le persone non si sentono protette, se non ricevono lo stipendio, se non sono in grado di acquistare i generi di prima necessità, i principali diritti di libertà sono in pericolo”.
Il presidente russo ha commentato anche la recente decisione di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi dei ministri e alti funzionari. “Sono contento che per la prima volta nella storia Russia tutti gli alti dirigenti dello stato hanno dovuto rendere publici i loro redditi. Certo, da noi si può fare business, e rimanere nell’ombra (il segreto bancario è garantito in Russia), ma se decidi di fare carriera pubblica, devi accettare il fatto che i tuoi redditi e della tua famiglia saranno resi noti ai cittadini”. Il tutto - ha detto - per arginare corruzione e eccessi di burocrazia.
Alla domanda, “se ha avuto una reazione negativa da parte dei chinovniki (dirigenti pubblici)”, Medvedev ha risposto modestamente che “la carica di Presidente libera dalla necessità di ascoltare le opinioni negative dei burocrati. Io ho preso la mia decisione, e tutti si devono attenere alle mie decisioni”. Dmitri Medvedev (il cui reddito ufficiale è di 93 mila euro annuale contro i 103 mila di Putin ndr) si è rifiutato di fare previsioni sull’esito del secondo processo in corso a Mosca a carico dell’ex magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky. ”Per il Presidente, fare previsioni sull’esito di un qualsiasi processo, e quindi anche su quello a carico dell’ex capo del colosso petrolifero Yukos, è contro la legge. E questo riguarda anche tutti gli altri funzionari pubblici”. ”Tutti gli altri - ha aggiunto il presidente - sono liberi di fare i propri commenti” sull’esito del processo. ”Sono affari loro”.
Ha parlato di internet e della sua regolamentazione: “Internet è la migliore piattaforma per le discussioni libere e non solo in Russia, ma nel mondo. La sua regolamentazione deve essere sensata. Non dobbiamo correre prima degli altri, ma dobbiamo sia permettere a internet di svilupparsi, sia reprimere i crimini collegati ad internet. Internet non è un male assoluto”. Medvedev ha ribadito poi che non vuole entrare in nessun partito (”Nel nostro paese esiste attualmente la tradizione di un presidente senza partito”), nemmeno in quello del premier. Medvedev ha parlato poco di economia, un compito che spetta al premier Putin. Proprio oggi la Duma dovrebbe approvare il Programma Anticrisi del governo, presentato il 19 marzo. Valore: 3000 miliardi di rubli (circa 90 miliardi di dollari).
Gli ultimi commenti