
Un miliziano tiene in mano un'arma a ripetizione automatica (Credits: Lapresse)

Hezbollah sì, Hezbollah no. Ancora una volta il partito-milizia sciita minaccia di lasciare l’esecutivo libanese. Non se ne sentirà la mancanza, direte voi. Ma purtroppo la situazione è più complicata, e la fragilissima coalizione di governo tenuta in piedi dal giovane premier Saad Hariri è forse l’unica cosa che possa evitare una nuova guerra civile in Libano. Continua
Farian Sabahi, docente presso
l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive
per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con
alcune radio locali e straniere. Ha
scritto
Storia dell'Iran (dal 1892 a
oggi) e "Un'estate a Teheran". Nel 2010 ha ricevuto l'Amalfi Media Award.

(Credits: Epa)
Nelle prossime ore il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad e il capo degli Hezbollah libanesi, Hassan Nasrallah, saranno le star del panorama mediatico mediorientale: Ahmadinejad è stato infatti invitato nel Paese dei cedri. E i leitmotiv di questa visita saranno probabilmente le consuete invettive contro il vicino Israele, nemico sia della Repubblica islamica sia degli agguerriti Hezbollah libanesi.
Continua
- farian
- Mercoledì 13 Ottobre 2010
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Saad Hariri, figlio di Rafiq, con il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah (foto: LaPresse)
Ricordate l’omicidio di Rafiq Hariri? L’ex primo ministro libanese, padre dell’attuale premier Saad Hariri, era stato assassinato nel 2005 da un’autobomba. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Una manifestazione del blocco anti-siriano a Beirut (Abaca/Lapresse)
Proprio mentre i governi di Beirut e Damasco tentano di riaprire il dialogo, dopo anni di gelo diplomatico, una sparatoria ci ricorda come la tensione sia ancora altissima tra i due Paesi arabi: ieri un autobus carico di lavoratori siriani è stato attaccato da colpi di arma da fuoco nel distretto settentrionale di Deir Emar, 5 km a Nord della città libanese di Tripoli, lungo l’arteria principale che porta in Siria. Un ragazzo di 17 anni è rimasto ucciso. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Il premier Hariri con lo sceicco Nasrallah, leader di Hezbollah
C’è un nuovo governo a Beirut. Lo ha annunciato il giovane premier Saad Hariri, figlio di quel Rafiq Hariri che fu assassinato quattro anni fa: si fa un governo di unità nazionale. Il che suona un po’ ironico, in un Paese come il Libano, che è tutto fuorché “unito.” Ma, evidentemente, è l’unica strada per andare avanti. Il giovane Hariri lo sa, e per questo ha accettato nel suo esecutivo anche coloro che ritiene responsabili dell’assassinio di suo padre. Continua
Elezione rinviata, per la quinta volta negli ultimi due mesi, al 30 novembre. Neanche oggi, infatti, il Parlamento libanese ha scelto il nuovo Presidente, visto che in aula c’erano solo i deputati della maggioranza, insufficienti per raggiungere il quorum. Almeno fino a venerdì prossimo ci sarà quindi un vuoto istituzionale. Il mandato del filo-siriano Emile Lahoud scade alla mezzanotte di oggi (le 23 in Italia) e il governo gli ha già intimato di lasciare il palazzo presidenziale, se non vuole essere incriminato per violazione della Costituzione.
Dal canto suo il capo dello Stato uscente conferma che si dimetterà entro mezzanotte, ma prima deciderà se adottare “provvedimenti per garantire la sicurezza nazionale”. Potrebbe, ad esempio, dichiarare lo stato d’emergenza e affidare il controllo del Paese al capo dell’esercito, Michel Sleiman (che mesi fa era stato proposto come candidato alla presidenza, visto che è cristiano- maronita e gode di una buona fama tra la gente, per aver combattuto contro i miliziani integralisti nel campo di Nahr Al Bared).
La mossa di Lahoud sarebbe però molto azzardata e rappresenterebbe il disperato tentativo di evitare che il governo filo-occidentale di Fuad Siniora si appropri delle prerogative presidenziali ad interim, come previsto dall’articolo 62 della Costituzione in caso di assenza del capo dello Stato.
Nonostante il muro contro muro, maggioranza e opposizione continuano a dirsi favorevoli alle trattative, caldeggiate anche ieri dal ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema, in visita a Beirut con i colleghi di Francia e Spagna, Kouchner e Moratinos. La speranza di tutti è arrivare il 30 novembre ad eleggere un candidato che rappresenti l’unità del Paese. Sempre che il Paese non si sia diviso prima, irreparabilmente.

Libano, il campo profughi di Burj al-Barajneh, a sud di Beirut
Il futuro del Libano è nelle mani di Dio. O meglio: di un suo rappresentante sulla Terra. Il nome del prossimo Presidente della Repubblica, che sarà eletto entro questa settimana, si trova infatti con ogni probabilità nella lista di sei candidati scelti dal più alto esponente del clero cristiano maronita, il patriarca Nasrallah Sfeir. A lui si erano rivolti nei giorni scorsi i mediatori francesi arrivati in Libano chiedendogli di suggerire un elenco “bipartisan” per favorire un accordo tra maggioranza e opposizione. Questa situazione paradossale si spiega solo nell’intricato contesto del Paese dei cedri, dove l’equilibrio tra poteri si basa sull’appartenenza religioso-settaria più che sull’identità politica: per legge, il presidente deve essere maronita, il capo del governo sunnita e il presidente del parlamento sciita. Poco importa che ora i cristiani siano divisi tra maggioranza e opposizione e che su questa frattura si giochi il futuro della Nazione. Nella lista di Sfeir, il cui contenuto è confidenziale, dovrebbero esserci sei nomi, tra cui Butros Harb e Nassib Laohud (esponenti della maggioranza di governo appoggiata da Stati Uniti, Europa e Arabia Saudita) e Michel Aoun (alleato con gli Hezbollah filoiraniani e filosiriani). Ma è più facile che a mettere d’accordo tutti sia qualcuno degli altri candidati, di cui non si conoscono ufficialmente i nomi: oltre al parlamentare e avvocato Robert Ghanem, secondo alcune indiscrezioni ci sarebbero anche l’ex governatore della banca centrale Michel Khoury e l’ex primo ministro Michel Edde, mentre altre fonti citano Joseph Tarabay, a capo della Lega Maronita e dell’Unione delle Banche Arabe e Damianos Kattar, ex ministro delle finanze.
Ora la parola passa al presidente del parlamento Nabih Berri (capo dell’opposizione) e al leader della maggioranza Saad Hariri, che tenteranno di trovare un’intesa sul nome da sottoporre al voto dei deputati, mercoledì 21 novembre, tre giorni prima che scada il mandato dell’attuale presidente Emile Lahoud, filosiriano. Se non arriveranno a un compromesso, porteranno in aula due nomi: il più votato sarà presidente. La coalizione di governo ha i numeri per far eleggere un suo candidato a colpi di maggioranza, anche se non alla prima votazione, ma tutti dicono di voler cercare un’intesa. A favorire un accordo “bipartisan” ci hanno provato in tanti: a Beirut nei giorni scorsi sono passati tra gli altri il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, secondo cui il Libano è “sull’orlo dell’abisso”, il ministro degli esteri francese Bernard Kouchner (che stamani ha ammonito coloro che vogliono boicottare le elezioni presidenziali avvertendoli che “si assumerebbero la responsabilità della destabilizzazione del Libano e delle sue conseguenze regionali”) e quello italiano Massimo D’Alema, che si è detto ottimista sulla possibilità di una soluzione, ma ha descritto come un ostacolo il fatto che Michel Aoun non rinunci alla propria candidatura.
Se non si dovesse trovare un’intesa, si aprirà un inedito e pericoloso vuoto istituzionale, dalle conseguenze imprevedibili: in caso di mancata elezione del suo successore, il presidente Lahoud ha già fatto sapere che rimarrà in carica, dicendosi pronto a morire pur di non “mettersi in ginocchio”. Di tutt’altro parere il capo del governo Fouad Siniora, intenzionato ad attribuirsi ad interim i poteri presidenziali. Dal canto loro gli Hezbollah ipotizzano addirittura un governo alternativo a Siniora. Nell’incertezza, molti vedono riaffacciarsi lo spettro della guerra civile. Un altro campanello d’allarme arriva dai campi profughi: mentre Nahr Al Bared rimane chiuso e off-limits per gli abitanti, in altre località si registrano scontri fra diverse fazioni palestinesi. E nel sud l’esercito italiano sa di essere ancora sotto la minaccia di Al Qaeda.
Eri Garuti, Amina News

Di Pino Buongiorno
“Il regime siriano sta uccidendo la maggioranza del parlamento libanese”. Più esplicito di così Saad Hariri, 37 anni, non potrebbe essere quando punta l’indice contro il governo di Damasco, non solo per aver ordinato l’omicidio del padre, Rafiq, nel 2005, ma anche per aver assassinato altri sei parlamentari negli ultimi due anni e mezzo. L’ultimo, Antoine Ghanem, è stato trucidato sei giorni prima della fallita seduta parlamentare del 25 settembre per l’elezione del nuovo presidente della repubblica in sostituzione del filosiriano Emile Lahoud.
La maggioranza parlamentare dell’Alleanza del 14 marzo, guidata da Hariri, e di cui fanno parte sunniti, cristiano-maroniti e drusi, si assottiglia a vista d’occhio e oggi è di soli 68 deputati su 128; la minoranza è composta da Hezbollah, Amal e un gruppo scissionista maronita.
Saad Hariri vive blindato nel maestoso palazzo di famiglia di Koreitem, nel cuore di Beirut. Per arrivarci bisogna superare tre posti di blocco con decine di guardie armate e cani antiesplosivi. L’erede di una delle famiglie più facoltose del Medio Oriente riceve l’inviato di Panorama nell’ufficio del padre. Nulla è cambiato dal giorno della strage. Sulla poltrona della scrivania campeggia la gigantografia di un Rafiq Hariri dallo sguardo rassicurante.
Ha paura di fare la stessa fine di suo padre?
All’inizio l’avevo, sì. Ora mi affido a Dio.
Prevede che ci saranno nuovi omicidi mirati prima della nuova riunione del parlamento, il prossimo 23 ottobre?
Spero di no, ma anche in precedenza pensavamo che gli assassini si sarebbero fermati e non è successo.
Qual è oggi il pericolo maggiore per il Libano?
Il vuoto politico-costituzionale. Questo è uno dei momenti più pericolosi nella storia del nostro paese. Dobbiamo salvare il Libano perché, nonostante tutto, dall’omicidio di mio padre a oggi, abbiamo conquistato la nostra sovranità e libertà, oltre all’appoggio della comunità internazionale. Dobbiamo continuare su questa strada, completare le riforme e difendere la patria. È vero, abbiamo un avversario, la Siria, che è un regime duro e che vuole fare tutto il possibile per toglierci la libertà. Ma, sebbene noi siamo un piccolo paese, non rimarremo silenziosi. Tutti comprendono la gravità della situazione ed è per questo che si stanno accorciando le distanze fra maggioranza e opposizione.
Lei è ottimista?
Lo sono sempre stato, nonostante le avversità. Sto incontrando in questi giorni molte autorità libanesi e lo stesso presidente del parlamento Nabih Berri (il capo del partito sciita Amal, ndr). Ho la speranza che si possa eleggere il presidente già prima del 23 ottobre.
Con i due terzi previsti dalla costituzione o con la vostra semplice maggioranza, in caso di insuccesso nelle prime votazioni?
Preferirei ovviamente avere un presidente votato da 90 o da 100 membri del parlamento piuttosto che da 65 o da 68.
Hezbollah è d’accordo?
Abbiamo registrato fortissime differenze nel passato, ma Hezbollah è parte della vita politica di questo paese.
Il gruppo di Hassan Nasrallah si prepara più alla battaglia parlamentare o a quella militare?
A entrambe.
Scoppierà la guerra civile se non riuscirete a eleggere il nuovo capo dello stato, prima che Lahoud abbandoni il campo, il 24 novembre?
Non lo so. No, non credo che si arriverà alla guerra civile. Ma è veramente difficile dirlo.
Chi è il vostro principale nemico? La Siria o l’Iran?
Il più pericoloso è Israele, perché prima della guerra dell’estate del 2006 qui non c’erano divisioni politiche. Oggi purtroppo ci sono anche le interferenze di nazioni come l’Iran, che sono inaccettabili.
Qual è l’agenda libanese del regime degli ayatollah?
L’Iran vuole affermarsi come potenza regionale, così come tenta di fare in Iraq o in Afghanistan. Quanto alla Siria, è solo un regime fantoccio dell’Iran, ma che pretende di poter fare quello che vuole in Libano, come cambiare il corso della vita politica. E si serve di personaggi libanesi che perseguono gli interessi di Damasco.
Come fermare il governo di Bashar al-Assad?
La condanna non è sufficiente. La Siria deve essere isolata. Abbiamo bisogno di far approvare ulteriori sanzioni. È un errore strategico pretendere di parlare con loro e chiedere il loro aiuto.
Il ministro degli Esteri italiano, Massimo D’Alema, è uno degli esponenti politici più favorevoli al dialogo con la Siria. Sbaglia?
Non abbiamo alcuna critica da muovere al governo italiano. Il premier Romano Prodi ha capito bene qual è la posta in palio in Libano. Il governo italiano è stato molto chiaro con quello siriano tanto da aver votato a favore del Tribunale internazionale dell’Onu sull’omicidio di mio padre. Infine, ha mandato i propri soldati a proteggere il Libano.
Che giudizio dà della missione dell’Unifil?
I caschi blu stanno facendo un grande lavoro e dovrebbero continuare ad aiutare i libanesi.
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