Farian Sabahi, docente presso l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere. Per Bruno Mondadori ha scritto
Storia dell'Iran (dal 1892 a oggi).
Buongiorno a tutti. Sono reduce dalla trasmissione Nightline in onda su Sky.
Il tema della serata è stato l’assassinio di Sanaa, la marocchina diciottenne uccisa dal padre perché conviveva con un italiano di trentun anni. Continua
- farian
- Giovedì 17 Settembre 2009

Dopo aver saputo di quei corpi, dopo aver scoperto che tre di loro, tre donne, sono state anche mutilate, in segno di sfregio, dopo aver capito che anche un bambino è stato ucciso; dopo aver conosciuto il drammatico esito del rapimento di venerdì scorso; dopo aver lavorato per anni e anni, 35 per l’esattezza, in quell’ospedale nella provincia di
Saada, al confine con l’Arabia Saudita, ora per le organizzazioni internazionali che hanno operato in Yemen è giunto il momento di chiedersi: che senso ha restare? Perché continuare a lavorare in una situazione così pericolosa e gravida di incognite? Perché non ritirarsi, visto che il governo di Saan’a non è in grado di garantire la sicurezza degli operatori delle Ong occidentali nello Yemen?
Turisti La domanda non dovrebbe essere rivolta solo ai membri delle organizzazioni umanitarie, ma anche alle migliaia di turisti che ogni anno visitano le straordinarie bellezze di un paese molto “pericoloso” da esplorare, una terra alla mercé di gruppi di terroristi islamisti (lo Yemen è stata una delle patrie di Al Qaeda) o di formazioni armate, composte da uomini delle tribù locali, che usano la pratica del rapimento degli stranieri (occidentali in particolare) come forma di pressione per ottenere dal governo centrale soddisfazione delle richieste, e in particolare, come è avvenuto in passato, il rilascio di esponenti dei clan, imprigionati nelle carceri di Saan’a.
Sequestri a ripetizione Lo Yemen non dovrebbe essere evitato dal turismo internazionale fino quando non verranno garantite le più elementari tutele di sicurezza? In una decina di anni, almeno 200 stranieri sono stati sequestrati in Yemen, ma raramente il loro rapimento ha avuto un esito sanguinoso come quello avvenuto venerdì scorso, quando i nove cittadini stranieri, sette tedeschi — tra cui tre bambini - un ingegnere britannico e un’insegnante sudcoreana sono stati prelevati da un commando armato mentre facevano un pic nic in un parco non distante dall’ospedale Al Umhuri di Saada. Ieri, le autorità yemenite avevano accusato del sequestro una formazione di ribelli sciiti, vicina all’Iran, che da anni combatte contro il governo centrale dello Yemen ( la cui popolazione è a maggioranza sunnita).
Il gruppo, “I fratelli di Saada” , guidato da Abdel Malak al-Hawthi, aveva declinato ogni responsabilità e ha contro accusato il governo di San’a di voler discreditare l’immagine dei ribelli. Altre fonti, invece, hanno puntato il dito contro una cellula locale di Al Qaeda. In attesa di avere maggiori informazioni, e in attesa di sapere cosa è successo esattamente ai nove rapiti, visto che il governo tedesco non ha ancora confermato la loro morte, di fronte al possibile esito sanguinoso del rapimento, rimane il quesito per tutte le Ong presenti in Yemen: perché rimanere, perché rischiare la vita?
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