
La regina Silvia di Svezia (Credits: UN Photo/Sergey Bermeniev)
Ha approfittato di un suo viaggio ufficiale in Brasile per chiedere l’apertura di un’inchiesta sul presunto passato nazista del padre. La regina Silvia di Svezia vuole mettere fine così alle polemiche che nell’ultimo periodo hanno visto come protagonista l’oscuro passato di suo padre, il tedesco Walter Sommerlath, che negli anni Trenta e Quaranta visse tra Brasile e Germania, aderendo al partito nazista. Continua

Poliziotto di guardia a Copacabana (Credits: aleξ by Flickr)
Chi meno uccide più guadagna. È questo il nuovo e sorprendente incentivo messo in atto dai vertici polizia di Rio de Janeiro che, dopo gli scontri con i narcos di fine novembre, sta riorganizzandosi al suo interno. È stato lo stesso Ufficio della Sicurezza della cidade maravilhosa a rendere noto oggi che, dal 2011, saranno introdotti aumenti di stipendio, bonus e incentivi per quei poliziotti che non uccideranno. Continua
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Julia Lira, la regina del Carnevale di Rio (EFE©kikapress.com)
Il Brasile, come di consueto in questa epoca, si è fermato per quella che è considerata la sua più importante festa nazionale, il Carnevale. Il calendario dei festeggiamennti va avanti fino a mercoledì prossimo. Il climax si raggiungerà proprio negli ultimi due giorni, quando sia a Rio de Janeiro che a Salvador, Recife e San Paolo saranno proclamate le scuole di samba vincitrici con le relative “reginette”.
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Da San Paolo
Non c’è bisogno di contare i 25mila piatti di pasta al forno serviti ogni 19 settembre durante la festa di San Gennaro per rendersi conto che San Paolo è la più grande città italiana al mondo grazie ai tantissimi nostri connazionali che qui, come nel resto del Brasile, sono emigrati negli ultimi due secoli. E proprio questa presenza massiccia ha addirittura portato il governo verde-oro a mettere in calendario una giornata nazionale dell’immigrazione italiana, che si celebrerà a partire dal 2009 ogni 21 di febbraio. La data è stata istituita dal vicepresidente brasiliano, José Alencar, nel corso di una cerimonia alla quale hanno partecipato nel palazzo presidenziale del Planalto, a Brasilia, l’ambasciatore d’Italia in Brasile Michele Valensise e tutti i consoli italiani operanti nel gigante sudamericano. Attualmente gli oriundi italiani in Brasile sono 31 milioni, un quinto dei quali abitano proprio San Paolo. Tra questi anche la moglie del presidente della repubblica Lula, dona Marisa, il cui bisnonno Giovanni Casa nacque a Pontida nel 1884 e prima di provare l’avventura brasiliana come milioni di altri nostri connazionali che partivano con la valigia di cartone risiedeva nella bergamasca, a Palazzago.
“Bom dia, piaccere, sono Vincenzo dalla Calabria”. Queste le prime parole che mi hanno accolto entrando nell’ascensore del condominio dove mi sono trasferito, a San Paolo appunto. Del resto con la Gazzetta dello Sport sotto braccio - qui la vendono in tutte le edicole - anche un settantenne miope come Vincenzo ha gioco facile nel capire che sono un “paisano”. Che poi lui sia originario di Luzzi, provincia di Cosenza e io di Santo Stefano Belbo, provincia di Cuneo, è un dettaglio su cui conviene sorvolare. Siamo italiani, mi abbraccia e mi dice che per qualsiasi cosa, lui e sua moglie “ci sono”.
Tre volte Milano e due Roma con i suoi sei milioni di italiani. Questa è San Paolo che con oltre mezzo miliardo di pizze consumate l’anno - non è un refuso, per gli amanti della precisione sono 516 milioni - straccia Napoli. Non a caso la prima edizione di Fispizza, la Fiera internazionale di tutto il mercato industriale e tecnologico che ruota attorno al piatto tipico partenopeo, è stata ospitata proprio qui lo scorso settembre e, tra un mese, la metropoli più italiana del mondo è pronta a fare il bis.
Se venite a San Paolo, comunque, un Vincenzo dalla Calabria lo incontrerete di sicuro prima o poi. Io l’ho incontrato subito. Ed è simpaticissimo. Come la famiglia Bauducco (terzo piano, origini piemontesi), i Faletti (pavesi) e i Longo (sesto piano, un mix istriano-calabrese). Del resto persino San Gennaro, santo patrono di Napoli, era calabrese. Come il governatore dello stato di san Paolo, Giuseppe (José) Serra, figlio di un immigrato della Locride, Francesco, professione fruttivendolo. Qui essere italiano è un “plus” e “se hai voglia di lavorare farai una vita bellissima e piena di soddisfazioni”. Me lo ripetono più e più volte mentre mangio il mio piatto di pasta al forno, seduto nel ristorante Don Carlini del quartiere Mooca, insieme a Bixica uno dei ridotti dell’immigrazione italiana e dove il prossimo 21 febbraio saranno migliaia a festeggiare la prima giornata delle immigrazione italiana, ovvero la loro.
André Luis Ribeiro, noto nell’ambiente come Albertine, il trans brasiliano che ha tentato di estorcere denaro a Ronaldo.
Da San Paolo del Brasile
Un esercito di Dark Queen e di gay di ogni classe sociale ed età, lesbiche baciandosi appassionatamente nella centralissima avenida Paulista, Andréia Albertine, una delle trans coinvolte nell’affaire Ronaldo, fotografata come neanche Vanda Osiris. Queste alcune delle “immagini” che domenica 25 maggio hanno caratterizzato la dodicesima edizione del Gay Pride di San Paolo, in Brasile, una manifestazione che dal 2004 è entrata di diritto nel Guinness dei Primati come la più grande parata omo del mondo. Quest’anno i partecipanti sono stati almeno 3,5 milioni ma gli organizzatori parlano di 5 milioni. In ogni caso l’ennesimo successo, che per l’occasione ha visto arrivare nella capitale economico-finanziaria del Sud America 327mila turisti, soprattutto brasiliani di Rio ma anche migliaia di stranieri. Le stime sono dell’associazione São Paulo Turismo legata al comune di San Paolo che sul Gay Pride investe molto assieme ad alcuni giganti dell’economia brasiliana tra cui l’azienda petrolifera Petrobras e la banca statale Caixa Economica Federal. Il motivo è semplice. Grazie ai turisti accorsi al Gay Pride 2008, organizzato intorno al tema “L’omofobia uccide – Per uno stato veramente laico”, quest’anno il comune di San Paolo ha fatto entrare nelle sue casse 189 milioni di reais (pari a circa 73 milioni di euro), creando 13.500 nuovi posti di lavoro. A beneficiarne maggiormente è stato il settore alberghiero al punto che domenica sera era quasi impossibile trovare un posto letto negli hotel del centro e di avenida Paulista. Anche per questo, assieme al sindaco Gilberto Kassab, tra le personalità politiche presenti in prima fila c’era anche la ministra del Turismo brasiliana Marta Suplicy, che oltre a ballare scatenata e a distribuire bandane con l’insegna del ministero, ha sottolineato come “il turismo gay sia un segmento significativo per l’economia”. Insomma, dopo Barcellona, Tel Aviv, San Francisco e Buenos Aires, anche San Paolo vuole diventare una città “gay friendly” anche perché, oltre alla lotta contro la discriminazione, la cosa, se ben gestita, conviene eccome.
San Paolo, il video su Youtube

Meninos de rua brasiliani
Il viaggio di Padre Antonello Cadeddu e Padre Enrico Porcu, cagliaritani nell’accento e nel sangue, è cominciato due volte. La prima quando sono stati ordinati sacerdoti, poco meno di una trentina di anni fa, la seconda nel 2000 quando dopo una lunga esperienza missionaria hanno deciso di fondare a San Paolo del Brasile la loro comunità. Il nome sarebbe arrivato dopo, “Alleanza e Misericordia”, a sottolineare che l’unione fa la forza, soprattutto quando ad ispirarla sono i valori universali della solidarietà.
San Paolo non è stata scelta per caso e il bilancio di Alleanza e Misericordia mette i brividi. Più di 60 mila pasti vengono offerti ogni mesi dalle strutture che hanno creato in città e fuori, che si aggiungono alle migliaia di persone salvate letteralmente dalla strada grazie al loro intervento. Già, perché Padre Enrico e Padre Antonello non sono i soliti preti come li intendiamo noi in Europa. E questo lo si vede dalle loro messe (uno spettacolo in cui si radunano, ogni giovedì sera, 3mila persone nello spiazzo antistante alla fermata del Metro Bresser) e dalla Cristoteca. Letteralmente una “discoteca di Cristo” dove, dopo aver assistito alla messa, molti ragazzi delle periferie di San Paolo si scatenano sulla pista da ballo. E se vogliono “farsi un drink”, spiega Felipe, uno dei ragazzi incontrati da Panorama.it, “ci sono a disposizione i Cristodrink, rigorosamente analcolici. Niente birre e superalcolici, al massimo una RedBull…”.
Al di là della messa e della Cristoteca, la storia dei due sacerdoti di Cagliari è emblematica per la scelta fatta. Quella di vivere realmente insieme ai poveri. E allora eccoli qui a piedi in rua Augusta, la lunga e malfamata arteria del centro dove si spaccia liberamente droga e si vende sesso. Non è facile dormire con i senzatetto che passano la notte sotto il ponte di Barra Funda, né tantomeno aiutare i ragazzini che sniffano colla in Piazza della Repubblica, tra le boutiques di lusso e i ristoranti più esclusivi della città.
“Non è facile”. Mi ripetono i due cagliaritani. Ma “non potremmo fare altrimenti”, aggiungono. E come loro gli altri 150 missionari che sul posto si sono formati e li hanno seguiti, per non parlare degli oltre 700 volontari che li supportano tra l’Italia e il Brasile. “Una bella soddisfazione”, commenta padre Enrico. Poi però si interrompe perché lo chiamano e deve andare. I suoi meninos de rua non possono attendere.
Cristoteca a San Paolo
Quando il giornalista della prestigiosa rivista Usa Time, Andrew Downie, ha accettato di scrivere un reportage sul traffico della caotica San Paolo non immaginava che la prima vittima sarebbe stato lui. In una metropoli che conta a fatica i suoi indisciplinati 19 milioni di abitanti non è stato facile tenere testa al traffico impazzito. Del resto Downie ha deciso di seguire una squadra di soccorsi che proprio per poter far fronte alle emergenze circolano normalmente su due ruote, intrufolandosi nel traffico e facendone le spese. Il bilancio è stato terribile. Rischi di incidente, scivolate, escoriazioni. In centro città Andrew si è ritrovato perfino a pregare Iddio che il suo giro finisse. I medici che erano con lui, invece, sembravano rassegnati. Solo lo scorso anno su 73.302 incidenti a San Paolo, ben 1.487 si sono rivelati fatali, soprattutto per colpa dei tre milioni di moto che circolano in città. Muoversi in uno scenario del genere diventa a questo punto una missione impossibile. Nelle ore di punta le code arrivano fino a 160 chilometri e neanche in questo caso cessa l’indisciplinatezza degli automobilisti.
E non bastano le misure antitraffico (un’auto su cinque nelle ore di punta deve rimanere a casa). Né tantomeno il coraggio quotidiano dei medici della Associazione Brasiliana di Medicina del Traffico e dei pompieri. A San Paolo sull’asfalto si continua a morire. Andrew però, almeno lui, è riuscito a finire di scrivere il suo articolo. Sano e salvo.

Juan Carlos Ramirez Abadía, alias ‘Chupeta’
“Chupeta”, che in italiano vuol dire ciuccio, succhiotto, tettarella. È il suo soprannome l’unica caratteristica dolce e bambinesca di Juan Carlos Ramírez Abadía, il narcotrafficante più ricercato dell’America latina che martedì è stato catturato dalla Polícia Federal di San Paolo. La Dea lo cercava da anni e il governo degli Stati Uniti aveva messo sulla sua testa una taglia di cinque milioni di dollari. Adesso gli agenti brasiliani che hanno partecipato all’operativo sognano con la ricompensa “made in Usa”, cui si aggiungeranno gli altri otto milioni di reais, circa quattro milioni di dollari, pari al valore delle proprietà che sono state sequestrate a quello che sino a ieri in Colombia era considerato il successore di Pablo Escobar. Uno yacht da un milione di dollari, auto e orologi di superlusso, suite a Rio, San Paolo, Curitiba e, soprattutto, sedici imprese che facevano riferimento a lui. Questo, solo in Brasile, il tesoro di “Chupeta”: 45 anni, tre mogli e altrettante operazioni chirurgiche nei suoi ultimi tre anni vissuti a San Paolo. Da qui dirigeva i traffici verso Europa e Nord America. Ramírez Abadía sarà estradato in tempi rapidi negli Usa, dove dovrà rispondere di fronte alla giustizia di almeno 315 omicidi. Un record che dà l’idea della fama di sanguinario che si era guadagnato nell’ambiente dei narcos mondiali. Con il suo cartello del Norte del Valle, oggi il più poderoso in Colombia, si calcola che tra il 1990 e il 2004 “Chupeta” abbia inviato solo negli Stati Uniti cocaina per dieci miliardi di dollari. Ma, assicurano gli analisti, non ci si deve illudere che il suo arresto fermerà il flusso verso nord e interessante, piuttosto, sarà vedere chi prenderà il suo posto.
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