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Sarajevo
A Sarajevo, nel cuore dell’Europa balcanica, c’è la moschea King Fahd. È una moschea enorme, che durante il Khutbah, la preghiera del venerdì, la più importante della settimana, arriva a contenere oltre a 4.000 persone. E che si chiama così in onore del re saudita Fahd Bin Abd al-Asis Al Saud. Cosa c’entri il monarca dell’Arabia Saudita con Sarajevo, è presto detto: ha semplicemente finanziato con milioni di petrodollari la costruzione della moschea. Dove ora, davanti a uomini e donne rigorosamente divisi, gli imam parlano dei «sionisti terroristi», di come «animali in forma umana abbiano trasformato Gaza in un campo di concentramento», dell’«inizio della fine» per lo Stato ebraico.
Sarajevo è alla porta d’Europa, e tradizionalmente islamici, cattolici e ortodossi vi hanno convissuto; dove Ottomani e impero asburgico si sono incontrati. Dove ora, però, i musulmani radicali stanno piano piano crescendo di numero. Sarà la propaganda (e il denaro) arrivata dai paesi arabi; saranno forse le ferite di una guerra etnica che non si sono mai sanate e che hanno visto i fedeli di Maometto morire più di tutti gli altri. Solo nella capitale della Bosnia, ci sono 60mila wahabiti e la moschea King Fahd è guardata da molti con sospetto. «Perché l’Occidente è semplicemente seccato che molti musulmani stiano tornando alla loro fede invece di strisciare fuori dalle moschee per andare in un bar, a bere alcolici o a mangiare maiale», chiosa Nezim Halilovic, l’imam del grande luogo di culto. Che, per la sua patria, ha anche combattuto, comandando durante la guerra civile la Quarta brigata musulmana e facendo arrivare dall’Africa del nord e dal Medio Oriente molti guerrieri-religiosi salafiti e i loro principi radicali.
Da dopo l’11 settembre, tuttavia, i cosidetti “estremisti islamici” sono stati guardati con sospetto e questo li ha spinti a tenere un basso profilo. Spesso, però, nei momenti in cui c’è meno gente, questi fedeli ortodossi si possono facilmente riconoscere dagli altri musulmani: per come si tengono in disparte, innanzitutto; per come non vogliono fare parte della Jamaat, la comunità, perché pregano in maniera diversa. Perché, alla fine dei rituali, non dicono “salam”, scambiando l’usuale segno di pace. Molti sostengono che wahabiti è uguale ad Al Qaeda. «Non ho niente a che fare con questo movimento – ha raccontato l’imam Halilovic – Ma di certo non intendo escludere dalla mia moschea i salafiti perché pregano secondo i loro riti». A gambe larghe e tutti uniti in una stretta fila, «così il demonio non può passare».
E secondo uno studio dell’intelligence tedesca sul forum del sito bosniaco Studio Din, tramite cui i salafiti di Sarajevo spiegano cosa sia “halal” e cosa “haram” (concesso o proibito), come la guerra santa sia la strada diretta per raggiungere Allah, e come, per esempio, anche fare la donna delle pulizie in una banca che presta denaro con interesse sia un peccato, nella capitale bosniaca si sta delineando sempre più netta una frazione fra i musulmani di vecchia generazione e i nuovi arrivati radicali. «È un virus potenzialmente mortale», ha avvisato per primo Resid Hafizovic, professore all’università islamica e anche la polizia ha recentemente ammesso «l’esistenza di una crescente minaccia terroristica». Lo scorso marzo le forze speciali antiterrorismo hanno arrestato 5 uomini, fra cui 4 salafiti: il loro leader, un ex combattente della brigata Al-Mujahedeen, aveva contatti in Austria e Germania, che gli servivano per procurarsi esplosivo per possibili attentati suicidi. Per ora non è successo nulla, ma nel settembre 2008, in occasione della prima parata omosessuale in Bosnia, un gruppo di musulmani si è lanciato sui manifestanti al grido di “Allah akbar” , costringendo la polizia a intervenire e a sospendere la manifestazione per paura di incidenti. Una paura che, a otto mesi dalla firma del Patto di stabilità che rappresenta il primo passo per l’ingresso nell’Unione Europea, resta viva.
L’operazione estradizione per Radovan Karadzic è scattata nella notte, dopo la firma sull’atto del ministro della Giustizia Snezana Malovic. Il trasferimento all’Aja era rimasto sospeso per alcuni giorni, dopo l’arresto, a causa dell’annunciato ricorso presentato dalla difesa a scopo dilatorio. Ricorso che tuttavia non è poi arrivato alla Corte distrettuale di Belgrado, inducendo i giudici a sbloccare la pratica e a passarla al ministero della Giustizia per il via libera finale.
L’ex leader serbo-bosniaco è arrivato nel carcere di Scheveningen, a 25 chilometri dall’Aja, lo stesso centro di detenzione dove è stato incarcerato per anni l’ex presidente della ex Jugoslavia Slobodan Milovevic e gli altri imputati di crimini di guerra già giudicati dalla giustizia internazionale.
L’ex capo dei serbi in Bosnia, teorico della guerra etnica, è imputato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’episodio più efferato di cui Radovan Karadzic dovrà rispondere è il massacro di Sebrenica, nell’est della Bosnia, dove nel luglio del 1995 furono passati alle armi circa 8.000 musulmani della piccola enclave.
L’arrivo dell’ex leader politico dei serbi di Bosnia al carcere del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia, tra le ore 7.15 e le 7.45, chiude definitivamente il capitolo dell’impunità di Karadzic, latitante per 13 anni, grazie a una rete di protezione, con complicità in apparati statali, che gli ha permesso negli ultimi tempi di rifarsi una vita nel popoloso quartiere belgradese di Nuova Belgrado, sotto la falsa identità del “dottor Dragan David Dabic” - medico alternativo e guaritore - corredata da una lunga chioma e una barba bianca da guru.
Chiuso il capitolo della latitanza, un altro sta per aprirsi: quello del processo. Che si annuncia tutt’altro che facile, sia per il Tribunale penale sia per la Serbia, anche solo a giudicare dalle manifestazioni nazionaliste di ieri a Belgrado in difesa dell’ex leader, finite con il ricovero in ospedale di 46 persone, 25 agenti di polizia e 21 manifestanti.
Nel corso della prima udienza davanti al Tribunale penale internazionale gli sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente: nel caso, del tutto improbabile, in cui si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena, che per i suoi crimini è quasi certamente l’ergastolo. Altrimenti, sempre che sia giudicato idoneo sotto il profilo medico, inizierà la fase preparatoria del processo, che potrebbe protrarsi per mesi, durante la quale la difesa sarà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell’imputato.
L’ex leader serbobosniaco ha portato due giacche, una chiara e una scura, per le udienze, dove intende difendersi da solo, come fece l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic. L’ex presidente serbo era stato trasferito all’Aia il 29 giugno 2001, il processo era cominciato il 12 febbraio 2002, e non è mai stato portato a termine: l’accusato è morto l’11 marzo 2006, prima della fine del procedimento.
La cattura dello psichiatra Karadzic - e la consegna imminente alla giustizia internazionale - lasciano ora nel mirino del Tpi e del nuovo governo filo-europeo serbo solo due altri “super ricercati”: l’ex comandante militare serbo-bosniaco (e già sodale di Karadzic) Ratko Mladic (qui la scheda dell’Interpol) e l’ex leader politico dei serbi di Croazia Goran Hadzic.
Il VIDEO servizio:
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Un serbo mostra un ritratto dell’ex presidente dei serbo-bosniaci. Molti lo considerano ancora un eroe
Dopo tredici anni, quando ormai ormai i più davano per certo che non sarebbe mai stato arrestato, si è conclusa la latitanza di Radovan Karadzic, ritenuto l’architetto, assieme a Milosevic, della pulizia etnica che ha fatto 260 mila morti durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995. Su di lui pendevano dal 1996 un mandato di cattura spiccato all’Aja per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità e una taglia di cinque milioni di dollari. Aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava tranquillamente come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado, scrivendo sovente articoli per delle riviste specializzate. Secondo il procuratore Vladimir Vukcevic, nell’ambulatorio nessuno sapeva chi fosse. Era semplicemente irriconoscibile. In carcere a Belgrado, si trova adesso in cella, non parla e rifiuta il cibo per protestare contro l’annunciata estradizione all’Aja.
La cattura del Boia di Sarajevo e Srebrenica, avvenuta venerdì probabilmente su un autobus e resa possibile a Belgrado da quegli stessi servizi di sicurezza serbi con cui aveva collaborato (e che si ritiene ne abbiano garantito in passato la latitanza) chiude probabilmente, dal punto di vista politico e simbolico, una frattura nel cuore dell’Europa durata oltre dieci anni e prelude alla possibile cattura di altri grandi latitanti come l’ex capo dei paramilitari serbo-bosniaci Ratzko Mladic, l’uomo con cui Karadzic, in qualità di presidente della Repubblica di Pale, condivise le responsabilità dei 43 mesi di assedio di Sarajevo e della fucilazione a freddo del luglio 1995 di ottomila musulmani di Srebrenica, uno dei più atroci eccidi avvenuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E’ agli altri criminali di guerra latitanti che si è rivolto stamane il neopremier serbo Mirko Cvetkovic, chiedendo loro di consegnarsi volontariamente prima che siano le forze di sicurezza ad arrestarli. E’ come se attorno a loro, dopo l’elezione del nuovo governo filoeuropeista e la rimozione dell’ormai ex capo dei servizi segreti avvenuta una settimana fa, si fosse chiuso il cerchio. Belgrado sembra fare sul serio, vuole chiudere la partita.
A colloquio con la madre: video amatoriale (sottotitolato)
Prospettive. Tutto lascia pensare che l’ex psichiatra della squadra di calcio Stella Rossa, che ha definito “una farsa” il suo arresto, si trinceri dietro il silenzio eventualmente anche davanti al giudice del Tpi Milan Dilparic, come il suo ex sodale Milosevic. Certamente custodisce molti segreti. E certamente potrebbe gettare una nuova luce sulla gerarchia delle responsabilità negli eccidi della ex Jugoslavia dopo la morte di Slobo avvenuta qualche anno or sono durante la prigionia all’Aja. Il suo arresto è però importante perché mostra i segnali di discontinuità della nuova leadership di Belgrado rappresentata da Boris Tadic. E’ indubbio che, senza una nuova dirigenza europeista in Serbia e la rimozione dell’ex capo dei servizi, la latitanza di quello che l’ex segretario di Stato Hollbrooke definì l’Osama Bin Laden dei Balcani sarebbe durata ancora a lungo, protetto com’era da vasti settori dell’esercito e degli apparati di sicurezza, e ritenuto ancora un eroe da parti non trascurabili dell’opinione pubblica serba.
Non che i serbi delle nuove generazioni stanchi dei ricordi della guerra non abbiano vissuto con dolore, e in alcuni suoi settori con voglia di revanche, anche l’ultima umiliazione della secessione kosovara. Ma l’arresto di Karadzic è un passo verso la normalizzazione dei rapporti con l’Europa, nonostante il sostegno di cui godeva, assieme agli altri criminali ancora alla macchia, presso parti dell’opinione pubblica nazionalista, come dimostra anche la manifestazione dei radicali avvenuta subito dopo la notizia del suo arresto. L’arresto (eventuale) di Mladic, il braccio operativo del massacro di Srebrenica (mentre Karadzic ne era la mente), potrebbe chiudere il cerchio. E riconsegnare all’Europa l’idea di una memoria condivisa. Intanto a Sarajevo, capitale della federazione bosniaca, si festeggia. Centinaia di persone sono scese per strada suonando i clacson delle auto e mortaretti. Scene di giubilo con ragazzi che a torso nudo sotto la pioggia sventolavano le magliette come in una festa per una vittoria calcistica, in realtà per la fine della latitanza del Piccolo Hitler dei Balcani, che finalmente potrebbe pagare per quello che ha fatto, avvicinando la nuova Belgrado a Bruxelles e consentendo un processo di avvicinamento all’Europa cui erano in molti, non solo a Belgrado, a non credere più.
Il video-servizio Ansa
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di Franca Roiatti da Sarajevo
Il fantasma scuote delicatamente la neve che macchia di bianco il burqa color pece, poi varca la soglia dell’enorme moschea dedicata allo scomparso re saudita Fahd per la preghiera del venerdì. Difficile dire se si tratti di un giovane spettro o di uno vecchio. Un velo di stoffa nera copre il volto, cancellando lo sguardo e nascondendo il sorriso. A Sarajevo prima della guerra donne fantasma non c’erano, e neppure uomini troppo barbuti. I wahhabiti, come sinteticamente vengono etichettati da queste parti i radicalisti islamici, sono arrivati in Bosnia durante il lungo conflitto che ha lacerato il paese tra il 1992 e il 1995.
Erano mujaheddin che a centinaia hanno combattuto a fianco dei musulmani, o membri di organizzazioni umanitarie che hanno cominciato a fare proseliti. Ora, in un momento di forte nervosismo a causa della questione Kosovo, fanno soprattutto paura. La stampa della Republika Srpska (la Repubblica Serba di Bosnia) da mesi punta l’attenzione sul «pericolo wahhabita», elencando moschee dove viene diffuso il verbo fondamentalista e ipotizzando l’esistenza di campi di addestramento di Al Qaeda nel paese.
«Gli esperti di terrorismo serbi sostengono l’esistenza in Bosnia di 400 mila musulmani radicali» commenta Ahmet Alibasic, docente all’Università di studi islamici di Sarajevo. «Qui ci sono a malapena 400 mila persone che praticano l’Islam con una certa periodicità. Ma questo è il tipo di propaganda psicologica che portò al genocidio dei musulmani negli anni Novanta. Al tempo si parlava di fondamentalisti, ora di wahhabiti. La sostanza non cambia. Perché i giornali serbi non scrivono dei rifugiati bosniaci che tornano a casa e vengono insultati o presi a fucilate dai radicali serbi? O del fatto che i due criminali di guerra Radko Mladic e Radovan Karazdic sono ancora liberi?» conclude Alibasic, riassumendo efficacemente la tensione etnica che a 12 anni dall’accordo di pace di Dayton serpeggia ancora nel paese, paralizzando le istituzioni.
Le recenti dichiarazioni del premier di Belgrado Vojslav Kostunica («Proteggere il Kosovo e la Republika Srpska sono i nostri obiettivi politici più importanti») hanno riacceso tentazioni separatiste a Banja Luka, capitale dei serbi di Bosnia, contribuendo a surriscaldare il clima.
Ai primi di novembre il presidente del consiglio dei ministri della Bosnia Erzegovina, Nikola Spiric (serbo), si è dimesso per protesta contro l’alto commissario internazionale Miroslav Lajcak, che ha deciso di mettere fine a veti incrociati, cambiando il regolamento dell’esecutivo di Sarajevo. Subito dopo alcuni sondaggi hanno indicato che il 77 per cento degli abitanti della Republika Srpska è a favore di un divorzio dalla federazione croato-bosniaca, se il Kosovo diventa uno stato.
Prospettiva che ha innescato «voci sull’esistenza di gruppi pronti a prendere le armi» secondo il numero due di Lajcak, l’americano Raffi Gregorian. Il comandante dell’Eufor, Hans-Jochen Witthauer, si era già affrettato a precisare che le «truppe sono pronte a intervenire nel caso scoppi un nuovo conflitto». Un quadro poco rassicurante che ha spinto Bruxelles a intensificare l’azione diplomatica, per porre fine alla crisi e avvicinare la Bosnia all’Ue.
«La gente qui ha paura per il proprio futuro più che per una nuova guerra. Mancano investimenti, la disoccupazione è al 40 per cento» smorza il generale dei carabinieri Vincenzo Coppola, che guida la missione di polizia dell’Unione Europea a Sarajevo (Eupm). A preoccupare Coppola è piuttosto il crimine organizzato, specializzato in traffico di droga, armi ed esseri umani, oltre al riciclaggio del denaro, perché «le forze dell’ordine sono frammentate, con pochi mezzi, troppo dipendenti dal potere politico».
Il paese ha 15 diversi corpi di polizia che operano per lo più su base locale, rispondono ai governi cantonali, hanno risorse limitate e procedure differenti. Con conseguenze nefaste. Forze che per mesi lavorano allo stesso caso senza saperlo, o si scontrano sulle competenze, agenti malpagati più inclini a cedere alla corruzione. A cui si somma, troppo spesso, una sospetta inerzia della magistratura. I serbi che a lungo si sono opposti alla riforma della polizia, considerata fondamentale da Bruxelles, sembrano aver finalmente dato il loro assenso, ma la strada da fare è ancora molta.
«La Bosnia è al centro delle rotte balcaniche lungo le quali viaggiano droga, immigrati clandestini, contrabbando» spiega Alfredo Vacca, capo del dipartimento anticrimine organizzato dell’Eupm. «A gestire i traffici sono per lo più piccoli gruppi locali, ma anche un paio di clan mafiosi legati all’Albania e al Sangiaccato (l’enclave musulmana di Serbia, ndr). Lungo i 1.600 chilometri di confine ci sono 89 valichi legali e circa 350 illegali, in aree remote dove la popolazione è sfruttata dai criminali perché ha bisogno di soldi».
Si stima che ogni anno arrivino in Europa circa 50 tonnellate di eroina, per buona parte prodotta in Afghanistan, e portata in Austria, Germania o Italia attraverso i Balcani. In Bosnia l’anno scorso ne sono stati sequestrati solo 72 grammi.
I confini colabrodo e la facilità nell’ottenere armi ed esplosivo in un paese che è stato l’arsenale della Iugoslavia allarmano gli esperti internazionali di terrorismo, già preoccupati dall’esistenza di comunità radicali in Bosnia.
Su pressioni degli Stati Uniti, una commissione sta riesaminando le cittadinanze attribuite senza troppi controlli ai combattenti stranieri durante la guerra. Il passaporto bosniaco è stato tolto a 613 persone, molte delle quali già fuori dal paese, alcune ricercate per terrorismo. Circa 300 sono ancora in Bosnia, molti finiranno per essere espulsi. Come Abu Hamza, ex mujaheddin siriano, ritenuto una minaccia per la sicurezza nazionale. «Se hanno delle prove, le portino» tuona. E promette: «Se loro infrangono la legge buttandomi fuori, la infrangerò anch’io».
«Finora il terrorismo non ha attecchito, grazie all’atteggiamento della gente» puntualizza Brian Donley, consulente dell’Eupm per la Sipa, l’Fbi bosniaco. Ma, avverte, «mancano detective addestrati, servizi segreti e polizia non si fidano gli uni degli altri e non c’è una banca dati sui criminali».
Nel 2005 a Sarajevo è stata smantellata una cellula che si preparava a un attacco suicida. «Avevano 20 chili di esplosivo» racconta Zlatko Miletic, direttore della polizia federale. «E una capacità tecnologica superiore alla nostra, se si considera che io mando un’email all’anno» ammette amaro. «I gruppi radicali in Bosnia cercano di attrarre giovani disagiati, agiscono nei centri culturali e sociali collegati a luoghi di preghiera e questo rende molto difficile ottenere dal tribunale un’autorizzazione per indagare».
Sembra l’identikit del complesso sportivo-ricreativo annesso alla moschea Re Fahd di Sarajevo, finanziato dall’ambasciata saudita, che offre corsi gratuiti di computer e inglese. Da molti è ritenuto uno dei cuori wahhabiti della Bosnia, insieme al villaggio simbolo di Bocjnia, dove i mujaheddin stranieri occuparono le case lasciate libere dai serbi dopo la guerra. Ora algerini, siriani ed egiziani se ne sono andati. E 400 serbi sono tornati ad abitare accanto a 14 famiglie di wahhabiti bosniaci, in una tesa convivenza tra allevamenti di maiali e sharia.
Qui, afferma la polizia, scontri non ci sono stati, ma in altri posti della Bosnia nei mesi scorsi le due anime dell’Islam si sono confrontate. A Kalesija, presso Tuzla, un piccolo gruppo di wahhabiti ha occupato la sala di preghiera dei musulmani locali ed espulso l’imam, provocando la reazione dei fedeli. A febbraio la moschea dello Zar di Sarajevo è stata chiusa a chiave per la prima volta in 500 anni di storia, per evitare che si ripetesse lo stesso copione di Kalesija. A Gornja Maoca (Tuzla) si è insediato un manipolo di discepoli del takfir, la dottrina che considera apostata e quindi punibile con la morte chiunque viva secondo le leggi dell’uomo e non di Dio.
Ideologicamente dipendono da un imam estremista di Vienna, Muhamed Porca, che mantiene legami con i Balcani attraverso una ong che offre aiuti economici e predica la rinuncia all’alcol e alle discoteche.
La comunità islamica di Bosnia, accusata di aver reagito tiepidamente alla minaccia dei fondamentalisti, «è preparata e forte» secondo Juan Carlos Antúnez, analista dell’Eufor. «I recenti scontri con i wahhabiti dimostrano che la gente comune è pronta a reagire contro le derive radicali».
Rimane il rischio che i fondamentalisti continuino a operare in silenzio, sfruttando le debolezze dello stato, grazie a soldi che arrivano dal Medio Oriente e dalla diaspora bosniaca.
«Questo paese ha fatto enormi progressi nella sicurezza» ribatte Alida Vracic, dell’ong Populi di Sarajevo. «È tempo che la comunità internazionale smetta di pensare alla polizia e investa per migliorare la situazione sociale ed economica».

Ajka Jahic, 52 anni, è una vedova di Srebrenica, la città martire della ex Jugoslavia dove, tra l’11 e il 21 luglio 1995 , fu perpetrato - la definizione è di Kofi Annan, ex segretario generale dell’Onu - il più brutale atto di genocidio dai tempi della seconda guerra mondiale: ottomila persone massacrate dalle truppe serbo bosniache in soli dieci giorni, ad un ritmo di oltre trenta all’ora. L’obiettivo degli uomini di Radovan Karadzic e di Ratko Mladic, i due leader serbobosniaci che guidavano le milizie paramilitari in Bosnia, era “ripulire” una città che, fino ad allora, era abitata per due terzi da cittadini musulmani. Il folle obiettivo è stato raggiunto (file pdf). La città, in quel momento, era sotto la tutela dell’Onu. Ad assistere impotenti alla strage, circa 450 peacekeepers olandesi, poi decorati dal governo del proprio paese nel 2006. Srebrenica, una pagina vergognosa per l’Onu e l’Europa.
La città oggi, situata nella Repubblica Srpska di Bosnia, è a maggioranza serba: i suoi vecchi abitanti non sono più tornati. Nel luglio 1995 Ajka ha perso due figli, il marito e altri 15 cugini maschi. Come lei migliaia di altre vedove. Oggi vive a Lukavica, un villaggio vicino a Tuzla, e assieme a centinaia di altre sopravvissute ha dato vita a un’Associazione, chiamata Zene Srebrenice, che come la Madres de Plaza de Mayo in Argentina chiede che sia fatta giustizia, che il generale Mladic sia assicurato alla Corte dell’Aja, che gli siano restituiti i resti dei suoi figli. Ecco la sua testimonianza inviataci dalla giornalista bosniaca Azra Nuhefendic.
“Il cielo non è diventato nero sopra Auschwitz, e non si oscurrerà neanche sopra Srebrenica” David Reef, scrittore americano
Noi non volevamo scappare. Non avevamo fatto del male a nessuno, mai. Perché dovevamo scappare e lasciare tutto? Così pensavo. Quel giorno preparavo il pranzo. Almir, mio figlio, entrò in cucina, gridando: “Presto, presto, stanno arrivando”. Mi sono avvicinata alla finestra i li ho visti: i Serbi scendevano dalle colline. Erano tanti, così tanti che pareva che una nuvola nera avesse coperto il paesaggio. Lasciai tutto, neanche una borsa di nailon presi dalla casa. Mio marito disse: “Non mi prenderanno vivo”. I miei due figli più grandi, uno del 1975 e un altro del 1977, lo seguirono per attraversare il bosco e raggiungere il territorio libero. Li ho visti, allora, per l’ultima volta. Non ci siamo neanche salutati. Solo uno “state attenti”, “anche voi”, e poi loro da una parte, e io con un figlio di sei mesi e Almir, di 12 anni, per la mano, dall’altra. Ovunque urla, confusione, la gente che correva su e giù, i genitori che cercavano i figli perduti, i bambini che piangevano. Dopo mezz’ora arriva quel comandante serbo, Ratko Mladic. Ci saluta e dice: “Vicini, non avete paura. Non vi succederà niente”. “Vicino”, per noi bosniaci, era un termine sacro. Con i tuoi familiari puoi comportarti come ti pare, ma con i vicini, no: i rapporti dovevano essere migliori. Mladic ci ha chiamati “vicini” . E io gli ho creduto. I soldati ci hanno separato: donne e figli piccoli da un parte e maschi dall’altra. Il più piccolo aveva fame e piangeva. Un soldato serbo mi si avvicina e mi dice: “Adesso ti faccio vedere come si fa per farli smettere di piangere”. Ha fatto una mossa per strapparmelo. Ho cominciato a gridare. Il soldato ha preso a picchiarmi le mani con il fucile. L’altro figlio, Almir, anche lui ha cominciato a piangere. Qualcuno ha tirato per le maniche il soldato e quello ci ha lasciato. Dopo un po’ sono arrivati i camion e gli autobus. Ci hanno caricato su come delle bestie. Uno sopra l’altro, proprio come le pecore che trasportano nei mattatoi. Ci spingevano, ci picchiavano e bestemmiavano.
Io, il figlio piccolo lo tenevo sotto la camicia, e Almir con tutte e due le mani lo abbracciavo. Pregavo Dio, gli facevo le promesse, supplicavo di fare quello o questo, offrivo la mia vita se solo avesse risparmiato i miei figli. A mio marito, Ahmo, non ci ho pensato neanche. Povero mio Ahmo. Poi, in strada: i soldati serbi, ci fermavano di nuovo, ci controllavano. Tiravano fuori dal camion e portavano via qualche maschietto o qualche ragazza, più carina. Nessuno li ha visti mai più. E noi tutte guardavamo d’altra parte. Se li guardi, porteranno via anche te. Se ti chiede qualcosa stai zitta, altrimenti fanno scendere anche te. Solo le madri, alle quali strappavano i figli, urlavano. Ma solo se perdi il figlio non hai più paura di niente e di nessuno.
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Fernando Gentilini, ex collaboratore del capo della diplomazia europea Javier Solana e suo rappresentante a Belgrado, Skopje e Pristina, è attualmente consigliere diplomatico presso la Presidenza del Consiglio e autore di un saggio che è soprattutto un viaggio sentimentale nell’area balcanica. Un testo (Infiniti Balcani, ed. Pendragon), scritto con grazia letteraria e partecipazione emotiva, che parla dei volti e delle speranze di intere popolazioni che siamo ancora abituati a guardare con gli occhiali deformanti dei nostri cliché. Quasi fossero - quelle aree - la nostra anima nera, il baratro oscuro di quella parte di identità europea che abbiamo scelto di rimuovere nell’illusione di essere diventati immuni dai virus dei nazionalismi e degli orrori del ‘900. Tragico errore: “Pensiamo ancora ai Balcani a un come eravamo, così come pensiamo al nostro passato remoto”, dice Gentilini. “Eppure tutto dipenderà dal processo di integrazione europea. Se l’integrazione europea va avanti, quello che è accaduto in quell’area negli anni ‘90 ci descriverà il nostro passato. Se l’Europa si ferma, quei campanilismi e quelle tragedie saranno il drammatico annuncio del futuro anche nostro”.

Gentilini ci ha scritto una testimonianza su un tema cruciale, quello dell’equilibrio tra la necessità di dimenticare le tragedie e l’obbligo di ricordare per evitare che si possano verificare nuovamente. Un equilibrio precario, instabile: a partire da Srebrenica, la città della Bosnia orientale dove è stato compiuto dalle milizie paramilitari serbo-bosniiache un vero e proprio genocidio. Ad assistere impotenti alla strage, circa 450 peacekeepers olandesi dell’Onu, poi decorati dal governo del proprio paese nel 2006. È notizia di questi giorni che il governo olandese e l’Onu saranno citati in giudizio davanti ad un tribunale distrettuale dell’Aja per complicità nel massacro di almeno ottomila musulmani a Srebrenica. Lo affermano gli avvocati dei parenti delle vittime nel documento di citazione in giudizio.
Srebrenica, dodici anni dopo: perché non bisogna dimenticare
Quando ci si trova in un luogo dopo che ci è passata la guerra, occorre pensare a ricostruire e riconciliare. E viene subito da chiedersi se per superare le lacerazioni sia meglio dimenticare o cercare di ricordare. Iniziai le mie missioni nei Balcani nella primavera del 2000, cinque anni dopo la mattanza bosniaca di Srebrenica: il Kosovo era “pacificato” e posto sotto la tutela delle Nazioni Unite e della Nato; Milosevic era sempre in sella a Belgrado; di lì a un anno ci saremmo trovati sull’orlo di una nuova guerra civile in Macedonia. Ho sempre pensato che la letteratura aiuti a capire le cose più della geopolitica e i libri di Mehmed Meša Selimovic che leggevo in quei giorni ne furono la riprova. Per lui non bisognerebbe raccontare le guerre, né le bestialità che esse portano con sé. Per lui “la cosa migliore è dimenticare, affinché muoia il ricordo umano di tutto ciò che è brutto e i bambini non intonino canti di vendetta”. Ma di fronte ai problemi post-bellici di ogni giorno le belle immagini letterarie possono poco.
Anzi, fra i disperati di Pristina e quelli delle enclavi serbe imparai subito che nei Balcani la memoria è lunghissima e che senza il ricordo non può esserci riconciliazione.
Sono tanti i motivi per non dimenticare Srebrenica. Prima di tutto il rispetto nei confronti delle vittime, dei loro cari, di quelli che soffrono ancora in silenzio. E poi perché dopo dodici anni il responsabile di quel genocidio in cui morirono almeno 7600 bosniaci, il generale serbo Radko Mladic, deve essere ancora assicurato alla giustizia. Chi crede nei valori europei di pace, legalità e rispetto della dignità umana non deve dimenticare le colpe e le indecisioni dell’Europa di fronte alla guerra in Bosnia. Un’assenza che pesa ancora come un macigno (basta lavorare a Sarajevo e dintorni per accorgersene). E che si spiega anche con il pregiudizio con cui inizialmente quasi tutti guardavano alle guerre della ex-Jugoslavia: guerre tribali, si disse, religiose; non capendo che l’odio etnico e il pregiudizio religioso furono gli strumenti della guerra; ma che invece le sue cause profonde andavano cercate nella cattiva politica di una classe dirigente disposta a pescare il peggio dai nazionalismi europei del secolo scorso pur di restare al potere (la guerra infatti finì quando si comprese che la sua origine era politica e che quindi era con la politica che andava risolta).
Oggi la Bosnia e i Balcani sono migliori rispetto a dieci anni fa. Soprattutto grazie all’Europa che - usando appunto la politica - ne ha fatto dei candidati all’adesione. Una prospettiva, quella dell’integrazione nell’Unione, che da sola è stata sufficiente a produrre cambiamenti, riforme, sviluppo economico e sociale in tutta la regione, ma che se venisse rimessa in discussione rischierebbe di vanificare quanto di buono si è fatto fino a questo momento. Perché le transizioni ancora prevalgono sulle trasformazioni, visto che democrazia, legalità ed economia di mercato non sono cose che si costruiscono in qualche anno. E perché una regione dalla geopolitica in continuo divenire presenta sempre dei rischi, come dimostra il caso del Kosovo, dove la comunità internazionale non riesce per ora a rispondere alle aspirazioni di indipendenza della quasi totalità dei kosovari.
Ma l’Europa, dopo le brutte figure nella ex-Jugoslavia degli anni Novanta, è da alcuni anni più consapevole, sembra avere finalmente capito che se i Balcani diventano più stabili e prosperi, diventerà migliore l’intero continente (che dalla voglia di riscatto e dall’entusiasmo dei nuovi Balcani avrebbe anzi molto da imparare). Per capirlo c’è voluto tempo e innumerevoli disastri. Ci sono volute anche le vittime di Srebrenica. Ma se un giorno l’Europa si allargherà finalmente ai Balcani, allora forse quel sacrificio non sarà stato vano.
Fernando Gentilini
5 luglio 2007
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![steffen42 by Flickr)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto/sarajevo_oggi/normal_sarajevo_steffen42_16.jpg)
Il 6 aprile 1992, quindici anni fa, iniziava a Sarajevo il più lungo assedio del 900. Le forze serbo-bosniache agli ordini di Karadzic e Mladic lasciarono la città bosniaca, completamente devastata, nell’autunno del 1995, all’indomani della firma degli accordi di Dayton. Tre testimonianze audio (una giornalista sarajevese, una volontaria italiana che vive e lavora a Sarajevo, un giovane produttore cinematografico) per non dimenticare. E per guardare avanti.
Il ricordo della giornalista bosniaca
Azra Nuhefendic, ex reporter bosniaco-musulmana della tv di Stato di Belgrado, arriva a Sarajevo, la sua città natale, il 5 aprile 1992, alla vigilia dell’attacco (qui il suo articolo testimonianza). “Mi illudevo che la guerra durasse qualche settimana”, dice. Quando torna a Belgrado, il mese successivo, i colleghi e i vicini di casa serbi faticano a salutarla. Una settimana dopo viene licenziata. Perché bosniaca e musulmana. “Eravamo - racconta a Panorama.it - come gli ebrei durante la seconda guerra mondiale”. La Sarajevo di oggi, spiega Azra, non è più la città tollerante, multiculturale e cosmopolita dove è cresciuta e che ha amato: “Ai bambini, nelle scuole, insegnano a diffidare delle persone delle altre etnie. Purtroppo Sarajevo non sarà mai più come prima” (leggi Chi abita oggi a Sarajevo) . Azra vive a Trieste, fa la segretaria e collabora con alcune note testate nazionali tra cui l’Osservatorio sui Balcani. La sua è un toccante testimonianza su una delle più tragiche pagine della nostra storia.
L’intervista audio ad Azra Nuhefendic
Sarajevo oggi vista con gli occhi di un’italiana
Ex volontaria del Cric, un’organizzazione non governativa del sud Italia che operava nei Balcani, Valentina Pellizzer è un’italiana coriacea e lucida di origini calabresi. Ha 40 anni ed è madre di due gemelli di tre anni. Dal 1999 si è trasferita nella capitale bosniaca dove lavora e vive con Denis, il marito sarajevese di 35 anni che ha sposato nel 1995. “Mio marito? E’ un’insalata mista, un oftalj: rifiuta le etichette etniche e continua a considerarsi per quello che è: un cittadino della Bosnia Erzegovina”. Sarajevo, dice Valentina, è cambiata. Sta ricostruendo a fatica i vecchi monumenti e le case distrutte dalla guerra, ma le coscienze sono ancora lacerate. “A livello superficiale puoi anche non accorgerti di niente. Se però scendi un po’ più in profondità ti rendi conto che il trauma non è stato superato. Che non c’è stata nessuna riconciliazione tra le varie comunità”. Speranze? “Forse la forza di questa splendida città che accoglie e trasforma. E anche il fatto che stanno nascendo anche qui alcuni movimenti underground che non si fanno ingabbiare nelle appartenenze etniche. Ma sono fenomeni minoritari. La guerra da un certo punto di vista ha vinto”.
L’intervista audio a Valentina Pellizzer
Il giovane sarajevese: studio a Roma, ma tornerò
Figlio di Zlatko Dizdarevic, oggi ambasciatore della Bosnia, ieri giornalista del quotidiano sarajevese Oslobodjenje, Ognjen Dizdarevic è uno degli organizzatori del celebre Sarajevo Film Festival, a cui lo scorso anno presero parte anche star come Juliette Binoche e Abel Ferrara. Rappresenta la Sarajevo cosmopolita, che ha voglia di scrollarsi di dosso le gabbie delle definizioni etniche. Ma come tanti giovani della sua generazione è stato costretto a cercare fortuna all’estero. “A causa anche della corruzione dilagante”, spiega. Vive a Roma dove frequenta il centro di cinematografia della capitale. “Da Sarajevo sono andato via, ma per tornare in futuro- dice. “L’unica consolazione della guerra è che sta emergendo una classe dirigente giovane, composta da ragazzi under 30 anni, con ruoli di rilievo nell’arte, nella politica, nel sociale”.
L’intervista audio a Ognjen Dizdarevic
IL NOSTRO SPECIALE
GALLERY 1-2 - VIDEO e DOCUFILM - INTERVISTA A che punto è la pace - La missione militare - Quando gli alberi raccontano un conflitto
Missione quasi compiuta. Le truppe italiane che, al seguito delle truppe Nato (60.000 soldati), entrarono in Bosnia alla fine del 1995 sono ancora presenti a Sarajevo con compiti di peacekeeping. Certo: da allora molte cose sono cambiate e se non si può ancora parlare di piena integrazione tra le amministrazioni croate, musulmane e serbe è altrettanto vero che la situazione sul fronte della sicurezza è nettamente migliorata anche se restano i timori di una recrudescenza delle tensioni interetniche alimentata dalla questione del Kosovo.
Alla fine del 2004 la missione della Nato ha ceduto il passo all’Operazione Altea assegnata all’Eufor, una forza dell’Unione Europea con 7.500 soldati e che di fatto ha rappresentato il primo coinvolgimento diretto della UE in un’operazione di peacekeeping.
I contingenti verranno ulteriormente ridotti a 2.500 militari in seguito alla decisione ratificata il 6 marzo dal Comitato Politico e di Sicurezza del Consiglio dell’Ue (Cops).
Di conseguenza la presenza militare italiana in Bosnia scenderà dagli attuali 900 a circa 400-450 uomini entro il 2007. La decisione della Ue permetterà ai paesi impegnati su altri fronti internazionali di ridurre la pressione sui propri eserciti. E’ il caso della Gran Bretagna, che schiera 15.000 militari tra Iraq e Afghanistan e ritirerà 500 soldati schierati in Bosnia. La riduzione delle forze interesserà però tutti i 33 Paesi che contribuiscono all’Operazione Altea.
L’Italia, che ha guidato la missione per tutto il 2006 con il generale Gian Marco Chiarini, è il primo contribuente dell’Eufor sia in termini di truppe sia finanziari, con un costo di 240 milioni di euro negli ultimi tre anni. La presenza militare è attualmente costituita dal 62° reggimento fanteria “Sicilia” e da una componente dei carabinieri inquadrata nell’European Police Unit (Eupm).
Seguono i contingenti di Germania (820 uomini), Gran Bretagna (590), Francia (530), Spagna (495), Turchia (345) e Olanda (300) mentre i contingenti degli altri paesi hanno una consistenza solo simbolica.
Per l’Italia la missione in Bosnia ha rappresentato il battesimo del fuoco del nuovo esercito basato sui professionisti. A Sarajevo è stata infatti schierata nella fase iniziale dell’operazione la Brigata Bersaglieri “Garibaldi” prima grande unità dell’Esercito a essere composta solo da volontari che venne impiegata come “entry force” anche in Kosovo, nel 1999. La Nato mantiene ancora un comando a Sarajevo
con forze speciali e di polizia militare che hanno il compito di condurre la caccia ai criminali di guerra, in particolare il generale Ratko Mladic e l’ex presidente serbo-bosniaco Radovan Karadzic.
Le operazioni in Bosnia e Kosovo hanno costituito il primo impiego bellico della Nato. Sono stati successi conseguiti impiegando un massiccio numero di soldati per controllare territori di estensione limitata. Una lezione che la Nato sembra aver dimenticato in Afghanistan dove schiera oggi appena 35.000 soldati in un’area estremamente vasta e quasi priva di vie di comunicazione.
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