
Un giovanissimo lavoratore a Nouakchott (Credits: Giampaolo Musumeci)

È in corso in questi giorni a Nouakchott un processo a carico di tre donne per riduzione in schiavitù di due bambine. Peccato però che anche sei attivisti, difensori dei diritti umani, siano già dietro le sbarre.
Accade in Mauritania, dove chi tenta di dare una “spallata” alla moderna schiavitù si scontra allo stesso tempo con la durezza e la miopia delle autorità.
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- giamp
- Lunedì 24 Gennaio 2011

Un certificato di qualità per le aziende tessili che non ricorrono alla schiavitù. La notizia non è del secolo scorso ma di questi giorni e a proporre questo incredibile certificato è un’autorevole istituzione del governo argentino, l’Istituto Argentino di Tecnologia Industriale (Inti), che lo rilascia a tutte quelle aziende che si impegnano volontariamente a non utilizzare manodopera schiava (file pdf).
La misura è stata presa dopo che, nel marzo 2006, un incendio in una fabbrica tessile clandestina di Buenos Aires aveva ucciso una donna e cinque bambini boliviani, tutti impiegati clandestinamente nell’azienda. Una tragedia che ha tolto il velo su uno dei problemi più drammatici che deve affrontare il governo argentino di Néstor Kirchner: la schiavitù, soprattutto degli immigrati della Bolivia, il paese più povero dell’America latina. In base alle stime del ministero del Lavoro, oggi a Buenos Aires l’80 per cento delle officine tessili lavora nella più completa illegalità e, nonostante ciò (o forse proprio per questo, a causa dell’abbattimento dei costi di produzione) “le grandi firme appaltano a loro la lavorazione e il confezionamento dei capi alla moda”, spiega Pablo Berger, coordinatore del programma che rilascerà i certificati “schiavitù free”.
A denunciare 72 grandi firme dell’abbigliamento di utilizzare indirettamente, tramite le fabbriche illegali, manodopera schiava è stata tempo fa la cooperativa “La Alameda”, che riunisce le cucitrici e i lavoratori riusciti ad affrancarsi. Come prima conseguenza di questa azione, la principessa d’Olanda Máxima Zorreguieta ha cessato di acquistare abiti firmati Graciela Naum, una delle “big” finite sul banco degli imputati. Sono però in molti a temere che il certificato non servirà molto e che l’industria del tessile, che rappresenta un indotto importante in Argentina, continuerà a mietere vittime tra i suoi operai, a cominciare da quelli boliviani.
Sullo stesso tema leggi anche: Brasile: quando l’energia pulita significa schiavitù

Juraci è morto un anno fa. Aveva solo 39 anni e non è morto di malattia. È morto perché era un cortador, un tagliatore di cana de açúcar, e ha lavorato la canna da zucchero per 70 giorni di fila sotto il sole: una media di dieci tonnellate al giorno, con soste ridicole anche per un fisico allenato ad ogni fatica. Juraci Barbosa, nazionalità brasiliana, è morto per schiavitù. E non è solo un’affermazione morale. Lo ha riconosciuto ufficialmente anche il Ministero del Lavoro brasiliano confermando quello che lo IEA, l’Istituto di Economia Agricola ha rivelato già da tempo. La produttività dei lavoratori della canna da zucchero nel solo stato di San Paolo è aumentata del 7.89 per cento negli ultimi tre anni. E quindici persone, dopo Barbosa, sono già morte per sfinimento.
È l’altra faccia della rivoluzione pulita del Brasile, quella del bioetanolo, che rappresenta la speranza per una politica energetica alternativa e meno inquinante. Ma il bioetanolo non si produce dal nulla. Si ottiene mediante un processo di fermentazione delle biomasse, come per esempio da canna da zucchero. Produzione questa che nel solo 2006 in Brasile è stata quasi di seimila litri per ettaro coltivato, una cifra enorme se si pensa che nel 1975 era di duemila litri. Del resto la produzione di bioetanolo del Brasile è arrivata a coprire circa il 20 per cento dei consumi di carburante dei trasporti interni e lo zucchero insieme al bioetanolo è il secondo prodotto agricolo d’esportazione con giri d’affari valutati attorno agli otto miliardi di dollari. E questo fino ad arrivare al paradosso che l’eccessiva pressione produttiva sta portando ad una nuova forma di schiavitù in un paese che nel passato l’ha già conosciuta, avendola abolita solo nel 1888.
Ma adesso rispetto ai secoli precedenti le cose sono cambiate e i lavoratori sopravvissuti all’aumento della mole di lavoro di questi ultimi anni sono scesi in piazza. A maggio hanno protestato in modo violento davanti all’Agrishow, la più importante fiera agricola del paese. Hanno chiesto e continuano a chiedere aumenti salariali: un lavoratore di canna da zucchero oggi guadagna in media 450 reais mensili, circa 170 euro. E, soprattutto, i lavoratori reclamano una settimana lavorativa di trenta ore ufficiali, contro le 44 dichiarate adesso. Gli ha fatto eco Roberto Rodrigues, ex ministro dell’agricoltura e copresidente della Commissione Interamericana sul bioetanolo che propone di usare macchine al posto di persone. Ma ci vorrà tempo. E forse molti altri nuovi schiavi faranno in tempo a morire.
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“Quando avevo cinque anni, ho iniziato a tessere tappeti per aiutare la mia famiglia”. Khadija oggi è una bambina marocchina di dieci anni che racconta, come fosse adulta, gli anni passati a lavorare undici ore al giorno, per l’equivalente di otto dollari al mese. Il 12 giugno 2007 si festeggia il bicentenario dell’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche. Da cinque anni il 12 giugno è anche la giornata internazionale contro il lavoro minorile: una schiavitù a cui ancora non si è messo fine. I minori tra i 5 e i 17 anni che lavorano sono 218 milioni, di cui 126 milioni coinvolti in lavori pericolosi . Per la stragrande maggioranza si trovano in Asia e nell’area del Pacifico (122 milioni), poi nell’Africa Sub-Sahariana (quasi 50 milioni) e in America Latina (5,7 milioni). Milioni di bambini sono costretti a lavorare per ripagare un debito contratto dalla famiglia: solo in India si stima che 15 milioni di bambini debbano lavorare per saldare un debito e molti di essi sono coinvolti in lavori illegali e ad alto rischio, in miniera o nei campi, dove devono maneggiare macchinari pesanti. La povertà è, evidentemente, la causa principale del lavoro dei minori. Ma a volte bambini e ragazzi vanno a lavorare perché la scuola non c’è o non è adeguata, o perché sono discriminati per motivi di genere, appartenenza etnica o disabilità. Tutti questi casi fuoriescono dalla distinzione tra paesi avanzati e paesi in via di sviluppo. Anche in Italia ci sono livelli elevati di povertà minorile, famiglie numerose con titoli di studio medio-bassi, un’alta dispersione scolastica soprattutto tra gli stranieri e una grande diffusione del lavoro nero. E i bambini o adolescenti che lavorano sono tra i 400 e i 500mila. Se a Roma, secondo un’indagine Ires, il lavoro minorile riguarda più che altro le comunità immigrate, come i rom costretti all’accattonaggio o i piccoli cinesi coinvolti nelle attività di ristorazione o commerciali dei genitori, a Napoli ragazzi tra i 12 e i 16 anni lavorano in ogni settore e a volte hanno paghe salariali vere e proprie, che alimentano il fascino della conoscenza di un mestiere e il mito della vita di strada.
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