Farian Sabahi, docente presso
l'Università di Torino e giornalista specializzata, scrive
per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con
alcune radio locali e straniere. Ha
scritto
Storia dell'Iran (dal 1892 a
oggi) e "Un'estate a Teheran". Nel 2010 ha ricevuto l'Amalfi Media Award.

Le autorità iraniane hanno comunicato che Sakineh non è stata frustata per la foto senza velo pubblicata dal London Times, anche perché… La ragazza della foto non era lei. E ieri la condanna alla lapidazione legata all’adulterio è stata sospesa, il caso sta per essere riesaminato dal giudice.
Continua
- farian
- Giovedì 9 Settembre 2010
Claudia Astarita, 30 anni, lavora da tre anni come ricercatrice
presso il Centro di Studi Asiatici della prestigiosa Hong Kong University. Sta per
sposarsi con un diplomatico italiano in Cina.

Kim Jong-il (Credits: LaPresse)
La Corea del Nord per tre giorni consecutivi spara colpi di artiglieria verso un’isola del Sud, in un’area di confine in cui i due paesi sono ancora tecnicamente in guerra.
La televisione sudcoreana YTN ha denunciato venti attacchi, e la scelta di Pyongyang di imporre il divieto di navigazione nelle acque del Mar Giallo fino a marzo ha indotto alcuni analisti a pensare che questa decisione possa servire da copertura per prepararsi per nuovi attacchi o per un test missilistico. Continua

Kim Yong Il
La Corea del Nord continua a sfidare il mondo. Pyongyang ha effettuato un nuovo lancio di missile a corto raggio, all’indomani del lancio di altri due, minaccia una risposta militare alla Corea del Sud dopo la decisione di Seul di aderire alla Proliferation Security Initiative (Psi). Tutto questo mentre i satelliti spia americani hanno accertato che è ripartito l’impianto nucleare -2. L’agenzia sudcoreana Yonhap, citando una fonte anonima del governo di Pyongyang, ha riferito che il lancio del nuovo missile a corto raggio è avvenuto dalla costa orientale verso il Mar Giallo.
Il quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, citando una fonte anonima del governo di Seul, ha riferito che un satellite spia statunitense ha rilevato vapore uscire da un impianto nucleare a Yongbyon, generati dalla struttura di lavorazione del plutonio che si trova a 80 chilometri da Pyongyang. La Corea del Nord aveva già annunciato di aver riavviato le operazioni di ritrattamento del combustibile atomico a Yongbyon, in segno di protesta verso la condanna dell’Onu per il lancio del missile-satellite effettuato il 5 aprile scorso, che secondo i servizi Usa e sudcoereani era pero’ il test di un nuovo missile nucleare.
L’ultimo atto della sfida al mondo è la dichiarazione di Pyongyang non sertirsi più legata all’armistizio del 1953, siglato alla fine della guerra di Corea. La notizia ù stata diffusa dalla Kcna, l’agenzia ufficiale del regime. E’ la risposta alla decisione del vicino di aderire all’iniziativa lanciata nel 2003 da George W. Bush per interdire il trasferimento di tecnologie e armi di distruzione di massa. Il regime di Kim Jong-il ha diramato una nota per avvertire che risponderà “immediatamente e con forti misure militari” ad una eventuale decisione del Sud di fermare e ispezionare navi nordcoreane.
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La popolazione scende in piazza e il governo, consapevole del calo di popolarità, offre le dimissioni. È successo in Corea del Sud, dove il Presidente Lee Myung-bak sembra essere orientato a risolvere la crisi di legittimità che sta attraversando l’esecutivo (e a salvaguardare la propria posizione) con un rimpasto. I primi malumori sono stati registrati ad aprile, quando Seoul ha deciso di cancellare il bando sulle importazioni di manzo dagli Stati Uniti, introdotto nel 2003 in seguito al rilevamento di bestiame infettato dal morbo dell’encefalite spongiforme bovina, più nota come malattia della mucca pazza. Dai primi di maggio, migliaia di coreani hanno iniziato a scendere regolarmente in piazza per sollecitare la conferma del divieto di importazione delle carni americane, e non la sua archiviazione.
Martedì mattina, in risposta anche ai malumori che hanno accompagnato la scelta del governo di inviare una delegazione negli Stati Uniti per raggiungere un compromesso sull’accordo, nel bel mezzo di Seoul le forze dell’ordine hanno posizionato dei container per impedire ai manifestanti di accedere agli edifici governativi e alla residenza presidenziale. Durante la notte, costantemente monitorati da migliaia di poliziotti, sono stati ben 80.000 i coreani (700.000 secondo gli organizzatori della manifestazione) che, dalle strade della capitale, hanno preteso le dimissioni del Presidente.
La popolazione, infatti, non ha approvato neppure il compromesso annunciato dal governo la settimana scorsa, in base al quale le carni di manzo importate dagli Stati Uniti avrebbero dovuto appartenere a capi di bestiame con non più di trenta mesi di età (eliminando, quindi, il pericolo di importare carni del 2003/2004). La revoca del divieto di importazioni di carne americana serve soprattutto a facilitare l’implementazione dell’accordo che crea un’area di libero scambio tra i due Paesi, in discussione da giugno 2007, visto che, fino al 2003, la Corea ha rappresentato il principale importatore di manzo per l’America. Fortunatamente, la contestazione di martedì si è risolta con solo 24 fermi, due arresti ma nessun episodio di violenza significativo.
Secondo Christian Jun Park, un attivista intervistato dalla BBC, la protesta si è trasformata da una manifestazione contro l’importazione di manzo statunitense a una lotta per la democrazia, intesa come salvaguardia degli interessi dei cittadini, in cui si è riconosciuto tutto il Paese. Forse anche per togliere il Presidente dall’imbarazzo di una lettera di dimissioni da firmare a soli tre mesi dall’investitura popolare ricevuta, il primo ministro ha esplicitato la propria disponibilità ad essere rimosso dall’incarico assieme all’intero esecutivo. Tuttavia, il Presidente Lee ha subito fatto sapere che sarebbe stato disponibile ad accettare soltanto delle dimissioni selettive. Contemporaneamente, per recuperare un po’ di consensi, il governo ha annunciato la prossima ridistribuzione di un sussidio di 10 miliardi di dollari tra le famiglie a basso reddito e un aumento delle pensioni.

Con una vittoria schiacciante, il bulldozer, questo il soprannome del candidato del Grande Partito Nazionale Lee Myung Bak, ha riportato dopo dieci anni la presidenza della Corea del Sud al centrodestra. Confermando tutti i sondaggi, il 50% circa degli elettori ha scelto di dare alla destra la possibilità di risollevare le sorti del Paese. La promessa di “ricostruire la Repubblica di Corea e di aiutare la popolazione a ritrovare il sorriso” sembra aver messo in secondo piano persino le ombre di un presunto coinvolgimento del neo-presidente in uno scandalo finanziario del 2001. Classe 1941, Lee Myung Bak si è conquistato la fama di self made man con anni di duro lavoro alla Hunday, dove, da semplice impiegato, in poco più di un decennio è riuscito ad arrivare al vertice. “Se è stato in grado di guidare una multinazionale come la Hunday verso il successo internazionale, non vedo perchè non possa risollevare le sorti della nostra economia” ha sintetizzato con efficacia un tassista di Seoul al Korea Herald. Per gli analisti, i coreani hanno privilegiato il voto pragmatico, e Lee Myung Bak è pronto a rispondere alle aspettative di riforma economica degli elettori con la “Korea 747 Vision”, portando dal 3 al 7% il tasso di crescita del Paese, raddoppiando il reddito pro-capite -raggiungendo i 40 mila dollari americani- e trasformando la Corea nella settima economia mondiale (oggi è la tredicesima). All’accusa del centrosinistra di voler ridurre drasticamente le spese per il welfare, Lee controbatte sostenendo che con una crescita del 7% verranno creati almeno 600 mila nuovi posti di lavoro, il tasso di disoccupazione scenderà dall’8 al 3%, e grazie a una classe media numericamente più ampia la qualità della vita migliorerà in tutto il Paese.
Cambiamenti significativi si prevedono anche in politica estera: il Presidente ha già dichiarato di voler porre fine alla sunshine policy nei confronti della Corea del Nord per allinearsi alla posizione più cauta tenuta fino ad oggi da Giappone e Stati Uniti. Tuttavia, per poter dar seguito alle promesse fatte, Lee Myung Bak dovrà prima superare un’altra prova molto impegnativa: uscire indenne dall’accusa di corruzione della commissione d’indagine indipendente istruita dal parlamento due giorni prima delle elezioni. Possibilmente, prima di prendere servizio. Il 25 febbraio.

Una campagna elettorale confusa e dagli esiti incerti quella che si è svolta in queste settimane in Corea del Sud, in vista del voto presidenziale del 19 dicembre 2007 . I sondaggi indicano che il Paese (37 milioni di elettori) potrebbe scegliere, dopo dieci anni di ininterrotto potere dell’Undp (United New Democratic Party), un capo dello Stato di centro-destra, ma qualsiasi scenario è ancora aperto. Dopo solo una settimana di campagna elettorale, i dodici candidati in corsa per sostituire l’attuale Presidente Roh Moo-hyun si sono ridotti a tre: Chung Dong-young, membro del partito di centro sinistra Undp, da cui proviene il Presidente in carica. Lee Hoi-chang, in corsa come candidato indipendente, ma di fatto ex uomo forte del Gnp (Grande Partito Nazionale), il principale partito di opposizione di ispirazione conservatrice che ha abbandonato agli inizi di novembre. Infine, Lee Myung-bak, il candidato ufficiale del Gnp che ha anche ricoperto in passato la carica di primo cittadino di Seoul, la sua roccaforte elettorale.
L’ultimo sondaggio pubblicato dal quotidiano coreano Chosun Ilbo attribuisce il 39,2% delle preferenze a Lee Myung-bak (Gnp), il 18% a Lee Hoi-chang (indipendente) e il 15,6% a Chung (Undp). Tuttavia, va rilevato che le simpatie per il candidato del Gnp sono in forte calo a causa di uno scandalo finanziario in cui è rimasto coinvolto (soltanto ad ottobre i sondaggi gli attribuivano il 54,4% delle preferenze), tanto da aver spinto gli esperti a interpretare l’inaspettata candidatura del rivale Lee Hoi-chang come una manovra del partito di centro-destra per far fronte al calo di popolarità del loro candidato ufficiale.
Tra i temi più scottanti del dibattito della campagna elettorale c’è la questione del posizionamento del Paese nei negoziati con la Corea del Nord. Se Chung non nasconde la volontà di continuare a seguire la “Sunshine Policy” del suo predecessore, che prevede una politica conciliante nei confronti Pyongyang, i due Lee hanno legato la possibilità per il Nord di ricevere aiuti dal Sud all’effettiva chiusura delle centrali nucleari e all’approvazione di un piano di riforme economiche e politiche di ampio respiro.
Sul fronte interno il tema dominante è quello economico. Tutti e tre i candidati promettono di essere in grado di spingere il tasso di crescita del Paese verso il 6-7% (2-3 punti percentuali in più rispetto ai valori registrati negli ultimi anni), ma in modi diversi. Lee Myung-bak (Gnp) ha promesso di ridurre drasticamente l’aliquota fiscale al fine di agevolare gli investimenti. Chung Dong-young (Undp) si è impegnato a promuovere lo sviluppo di piccole e medie imprese, con una riduzione delle tasse mirata ad alcuni settori e una forte politica redistributiva del reddito. Lee Hoi-chang, invece, si trincera dietro a vaghe promesse populiste. In un contesto del genere, nonostante i sondaggi siano favorevoli al centro destra, è facile aspettarsi nuovi colpi di scena.
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