L’operazione estradizione per Radovan Karadzic è scattata nella notte, dopo la firma sull’atto del ministro della Giustizia Snezana Malovic. Il trasferimento all’Aja era rimasto sospeso per alcuni giorni, dopo l’arresto, a causa dell’annunciato ricorso presentato dalla difesa a scopo dilatorio. Ricorso che tuttavia non è poi arrivato alla Corte distrettuale di Belgrado, inducendo i giudici a sbloccare la pratica e a passarla al ministero della Giustizia per il via libera finale.
L’ex leader serbo-bosniaco è arrivato nel carcere di Scheveningen, a 25 chilometri dall’Aja, lo stesso centro di detenzione dove è stato incarcerato per anni l’ex presidente della ex Jugoslavia Slobodan Milovevic e gli altri imputati di crimini di guerra già giudicati dalla giustizia internazionale.
L’ex capo dei serbi in Bosnia, teorico della guerra etnica, è imputato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’episodio più efferato di cui Radovan Karadzic dovrà rispondere è il massacro di Sebrenica, nell’est della Bosnia, dove nel luglio del 1995 furono passati alle armi circa 8.000 musulmani della piccola enclave.
L’arrivo dell’ex leader politico dei serbi di Bosnia al carcere del Tribunale Penale Internazionale dell’Aia, tra le ore 7.15 e le 7.45, chiude definitivamente il capitolo dell’impunità di Karadzic, latitante per 13 anni, grazie a una rete di protezione, con complicità in apparati statali, che gli ha permesso negli ultimi tempi di rifarsi una vita nel popoloso quartiere belgradese di Nuova Belgrado, sotto la falsa identità del “dottor Dragan David Dabic” - medico alternativo e guaritore - corredata da una lunga chioma e una barba bianca da guru.
Chiuso il capitolo della latitanza, un altro sta per aprirsi: quello del processo. Che si annuncia tutt’altro che facile, sia per il Tribunale penale sia per la Serbia, anche solo a giudicare dalle manifestazioni nazionaliste di ieri a Belgrado in difesa dell’ex leader, finite con il ricovero in ospedale di 46 persone, 25 agenti di polizia e 21 manifestanti.
Nel corso della prima udienza davanti al Tribunale penale internazionale gli sarà chiesto di dichiararsi colpevole o innocente: nel caso, del tutto improbabile, in cui si dichiarasse colpevole, i giudici si limiterebbero a stabilire la pena, che per i suoi crimini è quasi certamente l’ergastolo. Altrimenti, sempre che sia giudicato idoneo sotto il profilo medico, inizierà la fase preparatoria del processo, che potrebbe protrarsi per mesi, durante la quale la difesa sarà informata di tutti gli elementi di prova a carico dell’imputato.
L’ex leader serbobosniaco ha portato due giacche, una chiara e una scura, per le udienze, dove intende difendersi da solo, come fece l’ex presidente serbo Slobodan Milosevic. L’ex presidente serbo era stato trasferito all’Aia il 29 giugno 2001, il processo era cominciato il 12 febbraio 2002, e non è mai stato portato a termine: l’accusato è morto l’11 marzo 2006, prima della fine del procedimento.
La cattura dello psichiatra Karadzic - e la consegna imminente alla giustizia internazionale - lasciano ora nel mirino del Tpi e del nuovo governo filo-europeo serbo solo due altri “super ricercati”: l’ex comandante militare serbo-bosniaco (e già sodale di Karadzic) Ratko Mladic (qui la scheda dell’Interpol) e l’ex leader politico dei serbi di Croazia Goran Hadzic.
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Un serbo mostra un ritratto dell’ex presidente dei serbo-bosniaci. Molti lo considerano ancora un eroe
Dopo tredici anni, quando ormai ormai i più davano per certo che non sarebbe mai stato arrestato, si è conclusa la latitanza di Radovan Karadzic, ritenuto l’architetto, assieme a Milosevic, della pulizia etnica che ha fatto 260 mila morti durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995. Su di lui pendevano dal 1996 un mandato di cattura spiccato all’Aja per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità e una taglia di cinque milioni di dollari. Aveva assunto una falsa identità - quella di Dragan Dabic - e lavorava tranquillamente come medico in un ambulatorio privato alla periferia di Belgrado, scrivendo sovente articoli per delle riviste specializzate. Secondo il procuratore Vladimir Vukcevic, nell’ambulatorio nessuno sapeva chi fosse. Era semplicemente irriconoscibile. In carcere a Belgrado, si trova adesso in cella, non parla e rifiuta il cibo per protestare contro l’annunciata estradizione all’Aja.
La cattura del Boia di Sarajevo e Srebrenica, avvenuta venerdì probabilmente su un autobus e resa possibile a Belgrado da quegli stessi servizi di sicurezza serbi con cui aveva collaborato (e che si ritiene ne abbiano garantito in passato la latitanza) chiude probabilmente, dal punto di vista politico e simbolico, una frattura nel cuore dell’Europa durata oltre dieci anni e prelude alla possibile cattura di altri grandi latitanti come l’ex capo dei paramilitari serbo-bosniaci Ratzko Mladic, l’uomo con cui Karadzic, in qualità di presidente della Repubblica di Pale, condivise le responsabilità dei 43 mesi di assedio di Sarajevo e della fucilazione a freddo del luglio 1995 di ottomila musulmani di Srebrenica, uno dei più atroci eccidi avvenuti in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E’ agli altri criminali di guerra latitanti che si è rivolto stamane il neopremier serbo Mirko Cvetkovic, chiedendo loro di consegnarsi volontariamente prima che siano le forze di sicurezza ad arrestarli. E’ come se attorno a loro, dopo l’elezione del nuovo governo filoeuropeista e la rimozione dell’ormai ex capo dei servizi segreti avvenuta una settimana fa, si fosse chiuso il cerchio. Belgrado sembra fare sul serio, vuole chiudere la partita.
A colloquio con la madre: video amatoriale (sottotitolato)
Prospettive. Tutto lascia pensare che l’ex psichiatra della squadra di calcio Stella Rossa, che ha definito “una farsa” il suo arresto, si trinceri dietro il silenzio eventualmente anche davanti al giudice del Tpi Milan Dilparic, come il suo ex sodale Milosevic. Certamente custodisce molti segreti. E certamente potrebbe gettare una nuova luce sulla gerarchia delle responsabilità negli eccidi della ex Jugoslavia dopo la morte di Slobo avvenuta qualche anno or sono durante la prigionia all’Aja. Il suo arresto è però importante perché mostra i segnali di discontinuità della nuova leadership di Belgrado rappresentata da Boris Tadic. E’ indubbio che, senza una nuova dirigenza europeista in Serbia e la rimozione dell’ex capo dei servizi, la latitanza di quello che l’ex segretario di Stato Hollbrooke definì l’Osama Bin Laden dei Balcani sarebbe durata ancora a lungo, protetto com’era da vasti settori dell’esercito e degli apparati di sicurezza, e ritenuto ancora un eroe da parti non trascurabili dell’opinione pubblica serba.
Non che i serbi delle nuove generazioni stanchi dei ricordi della guerra non abbiano vissuto con dolore, e in alcuni suoi settori con voglia di revanche, anche l’ultima umiliazione della secessione kosovara. Ma l’arresto di Karadzic è un passo verso la normalizzazione dei rapporti con l’Europa, nonostante il sostegno di cui godeva, assieme agli altri criminali ancora alla macchia, presso parti dell’opinione pubblica nazionalista, come dimostra anche la manifestazione dei radicali avvenuta subito dopo la notizia del suo arresto. L’arresto (eventuale) di Mladic, il braccio operativo del massacro di Srebrenica (mentre Karadzic ne era la mente), potrebbe chiudere il cerchio. E riconsegnare all’Europa l’idea di una memoria condivisa. Intanto a Sarajevo, capitale della federazione bosniaca, si festeggia. Centinaia di persone sono scese per strada suonando i clacson delle auto e mortaretti. Scene di giubilo con ragazzi che a torso nudo sotto la pioggia sventolavano le magliette come in una festa per una vittoria calcistica, in realtà per la fine della latitanza del Piccolo Hitler dei Balcani, che finalmente potrebbe pagare per quello che ha fatto, avvicinando la nuova Belgrado a Bruxelles e consentendo un processo di avvicinamento all’Europa cui erano in molti, non solo a Belgrado, a non credere più.
Il video-servizio Ansa
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