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Palestina: chi succederà ad Abu Mazen

Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher.
Mustafà Barghouti

Mustafà Barghouti

E così Abu Mazen se ne va. Tutti gli chiedono di restare, francesi e americani dicono che senza di lui ci sarà il caos. Ma il presidente palestinese, almeno per ora, tira dritto per la sua strada: non si ricandiderà alle elezioni del prossimo gennaio. Domanda: chi potrà sostituirlo? A dire il vero, gli aspiranti leader in Palestina non mancano. Continua

Divorzio in Medio Oriente: ecco come turchi e israeliani sono arrivati ai ferri corti

Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto Karma Kosher.
Una manifestazione filo-palestinese a Istanbul (AP/Ibrahim Usta)

Una manifestazione filo-palestinese a Istanbul (AP/Ibrahim Usta)

Quando di amici se ne ha pochi, perderne uno può diventare molto pericoloso. Ed è esattamente quello che sta capitando a Israele. Che, a quanto pare, sta perdendo l’unico grande alleato che aveva in Medio Oriente: la Turchia.
Continua

Nuovo governo in Israele: quanto pesa il fattore Obama

politici

Per Benjamin Netanyahu, la strada per formare un governo è, per ora, in salita. Almeno un esecutivo di unità nazionale così come gli “imporebbe” il mandato di Shimon Peres. Con un doppio colpo, prima la leader di Kadima, Tzipi Livni, e poi il numero uno dei laburisti, Ehud Barak, hanno respinto le avances del presidente incaricato. I giochi sono però sono ancora molto aperti.

Il leader del Likud ha un mese di tempo prima di chiudere il cerchio. E, per ora, è in grado di condurre la partita. Può scegliere quale sarà il risultato finale. Perchè se non riuscisse a dare a Israele un governo di Grande Coalizione, potrà comunque percorrere la seconda strada, quella di un esecutivo formato dal blocco di destra. “La possibilità che Netanyahu formi un’alleanza con Kadima e Labour la darei al cinquanta per cento”- dice Menachem Hofnung, docente di Scienze Politiche all’Università ebraica di Gerusalemme. “Dipende tutto da lui, da quello che intende fare”.

Se Bibi è intenzionato veramente a varare un governo che porti avanti i colloqui di pace con i palestinesi, che abbia un buon rapporto con gli Stati Uniti e con l’Europa, sceglierà la prima opzione. E per la Livni sarà facile abbracciare l’alleanza con lui. Se invece, intendesse seguire un’altra strada, quella di una chiusura al dialogo con il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, quella del tentativo di spaccare Kadima - una buona fetta del partito vuole andare al governo a ogni costo, allora stringerà un patto di ferro con i partiti ultra-nazionalisti”.

Difficile dire ora quale sarà la scelta di Bibi. L’accademico israeliano non vuole sbilanciarsi. Le trattative saranno lunghe e difficile, dice. Solo tra qualche settimana se ne conoscerà l’esito. Per ora, siamo ancora alle prime mosse della lunga partita a scacchi. Tzipi Livni si è proposta come portabandiera del dialogo con i palestinesi. Nell’incontro con Benjamin Netanyahu, la leader di Kadima avrebbe detto al presidente incaricato “Io voglio che il prossimo governo porti avanti gli accordi di Annapolis con l’Anp. Il tuo esecutivo, lo farà?” gli ha chiesto, con il suo piglio diretto, per sapere se il numero uno del Likud è disposto ad accettare la formula “Due popoli, due Stati”. Su questo punto, Bibi è sempre stato abbastanza vago, non ha mai voluto scoprire le carte. Secondo i dirigenti del partito di Netanyahu, la posizione della Livni, invece, sarebbe puramente strumentale, tenuta solo per accreditarsi con la Casa Bianca e Bruxelles come unica possibile candidata premier. “Ma può anche rinunciare a questo suo sogno impossibile per avere comunque la possibilità di condizionare pesantemente la politica del prossimo esecutivo” dice Menachem Hofnung. “Quando sapremo quale sarà l’agenda del prossimo governo, sapremo anche se ne faranno parte Kadima e, magari il Labor” - afferma il politologo.

Secondo lui, i laburisti difficilmente entreranno nell’esecutivo, ma l’ipotesi non è completamente da escludere. Anche se, nell’incontro con Benjamin Netanyahu, (l’ancora) ministro della difesa Ehud Barak ha chiuso (per ora) la porta. “Il popolo ha deciso che dobbiamo andare all’opposizione e ci andremo” - ha detto ai giornalisti, al termine del summit con Bibi. Aggiungendo poi però che, ci sarà, in futuro, un nuovo incontro tra loro due. “Se Kadima entra, lo faranno anche i laburisti, ma se la Livni rimane fuori, il Likud formerà un governo di destra. Lui ha già i numeri per governare, ma come si si sa, pochi dentro e fuori Israele vorrebbero un esecutivo condizionato da Avigdor Lieberman, il leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu e dalle altre formazioni ultra ortodosse.” Qualche pressione, nelle prossime settimane, arriverà ancora dagli Usa e dall’Europa. Il neo-segretario di stato statunitense Hillary Clinton e il Ministro degli Esteri Europeo Xavier Solana andranno a Gerusalemme per far sentire il loro peso nella partita a scacchi per la formazione del nuovo governo israeliano.

Lieberman: Sì a Netanyahu premier. Un governo di destra per Israele?

Avigdor Lieberman

Un governo di destra per Israele. Sta prendendo quota, a Gerusalemme, l’ipotesi di una grande coalizione con i tre maggiori partiti usciti dalle elezioni del 10 febbraio. Confermando le indiscrezioni anticipate poco prima dalla radio dell’Esercito, l’ultranazionalista leader di Ysrael Beitenu (15 seggi) Avigdor Lieberman, la vera sorpresa di queste elezioni, ha suggerito al presidente Shimon Peres di designare il numero uno del Likud Benyamin Netanyahu (27 seggi) quale nuovo primo ministro dello Stato ebraico: a patto però che il futuro esecutivo sia appoggiato da una vasta coalizione che comprenda anche il centrista Kadima (28 seggi) guidato dalla stessa Livni, che Lieberman vorrebbe confermare agli Esteri.

Ora la palla a Shimon Peres, attualmente impregnato nelle consultazioni, e chiamato a conferire, probabilmente prima del fine settimana,  l’incarico. Tzipi Livni, ex ministro degli Esteri del governo Olmert, ha il vantaggio di guidare il partito con un maggior numero di deputati. Ma Netanyahu può contare, almeno sulla carta, su una maggioranza di destra di almeno 65 deputati, comprese le formazioni ultrareligiose come lo Jewish Home (3 seggi) e lo Shas (11 seggi). Il Labour di Ehud Barak (13 seggi), uscito con le ossa rotta dalle elezioni del 10 febbraio, è invece fuori dai giochi nonostante Peres, oggi in Kadima, provenga proprio dal campo laburista. Barak non ha indicato a Peres nessun premier.
Per formare una coalizione di maggioranza in Israele occorrono sessantun seggi dei 120 presenti alla Knesset. Ma una maggioranza risicata non può dare a Israele la necessaria stabilità per affrontare le questioni di politica estera ancora aperte. Dalle trattative per la liberazione di Gilat Shalit in cambio della riapertura dei valichi di frontiera con Gaza al dossier nucleare iraniano. Fino ai colloqui di pace con il presidente Abu Mazen. Su questi punti che riguardano la sicurezza dell’area, si sa che il neopresidente americano si augura per lo Stato ebraico un governo di coalizione con la Livni premier o, in alternativa, non troppo sostato sulle posizioni più oltranziste. Ma questa è una questione che riguarda la sovranità di Israele. E potrebbero  non mancare le sorprese.


PARTITI ISRAELIANI

SEGGI (tot:120)

VOTI
Kadima (centro) 28 23
Likud (centrodestra) 27 21
Yisrael Beitenu (estrema destra) 15 12
Laburisti (centrosinistra) 13 10
Shas (ultraortodosso) 11 9
United Torah Judaism (ultraortodosso) 5 4
Meretz (sinistra) 3 3
Jewish Home (destra religiosa sionista) 3 3
National Home (destra religiosa) 4 3
Haddash (comunisti) 4 3
United Arab List (arabo-israeliano) 4 4
Balad (arabo-israeliano) 3 3

Israele: Livni avanti di un seggio, ma lontana dal governo

Tzipi Livni

L’ha battuto lì, sul filo di lana, dopo una lunga rincorsa. Partita come perdente, alla fine ha vinto le elezioni. Di un solo metro, di un solo seggio alla Knesset. Ma questo risultato potrebbe rivelarsi insufficiente per essere la seconda donna, dopo Golda Meir, a guidare il governo di Gerusalemme. Oggi, Israele si è svegliato con due primi ministri in pectore: Tzipi Livni, la leader che ha condotto Kadima alla vittoria nelle elezioni politiche, e Benjamin Netanyhau, il numero uno del Likud. Loro due si contenderanno la poltrona più importante. I risultati finali, il responso delle urne, indicano un panorama politico ancora più frammentato del previsto, anche se, alla fine, le previsioni di diverse analisti dovrebbero essere confermate: sarà necessario un governo di unità nazionale, che comprenda i maggiori partiti per governare il paese.
Con un’incognita: che ruolo giocherà il super-falco Avigdor Lieberman?
Dopo una notte di attesa, lo spoglio definitivo ha indicato che Kadima è il primo partito della Knesset. 28 seggi, contro i 29 della precedente legislatura. Il Likud si è fermato a quota 27, guadagnando però 15 seggi rispetto al precedente parlamento. Terza forza, Israel Beiteinu, che ha ottenuto 15 mandati, qualche cosa in meno rispetto a ciò che avevano promesso i sondaggi alla vigilia, ma comunque un risultato in grado di far compiere lo storico sorpasso alla formazione di estrema destra di Lieberman nei confronti del Partito Laburista, sceso (crollato) da 19 a 13 seggi. Discreto anche la prestazione dell’ ultraortodosso Shas, che ha ora 11 parlamentari, mentre invece è andato male - ma si sapeva - il Meretz (sinistra) la cui campagna elettorale era stata nobilitata dalla presenza di scrittori del calibro di Amoz Oz e David Grossman.

Già dopo l’uscita dei primi exit polls, sia Tzipi Livni, sia Benjamin Netanyhau hanno reclamato la vittoria chiedendo, di fatto, a Shimon Peres di affidar loro l’incarico per formare il nuovo governo. Teoricamente, il presidente israeliano dovrebbe darlo al leader del maggiore partito del parlamento, quindi alla Livni. Ma questa soluzione non è per nulla scontata. Anzi. La “nuova Golda Meir” non dispone che del sostegno teorico di 55 deputati. Troppo pochi per avere la maggioranza necessaria (61) alla Knesset. Inoltre, questo blocco moderato, con venature di centrosinistra comprenderebbe anche gli undici eletti dei partiti arabi con i quali Tzipi Livni non vuole stringere un’alleanza. Da quella parte la strada è sbarrata. Non è un caso che il numero uno di Kadima, nella sua prima dichiarazione dopo il voto, abbia chiesto al suo (eterno) rivale di unirsi a lei per formare un governo di unità nazionale. Il leader del Likud ha glissato.
Vero che il suo risultato è stato inferiore alle attese. Grazie soprattutto al voto degli indecisi - ma anche degli elettori del centrosinistra e del Meretz - che, all’ultimo, si è riversato nelle casse di Kadima per bloccare l’ascesa dell’ultra falco Lieberman.
Ha mancato il colpo grosso, Benjamin Netanyhau fallendo il sorpasso nei confronti del partito di Livni e Olmert. Ma, ha molte più frecce nel suo arco. Prima di tutto, sulla carta, ha i numeri per governare. Con il sostegno dell’estrema destra e delle formazioni religiose, Netanyhau appare in migliore posizione per formare una coalizione governativa, sulla base di una maggioranza di 65 deputati su 120. Già Avigdor Lieberman ha fatto sapere di essere disponibile a entrare nell’esecutivo guidato dall’ex suo mentore quando era anch’egli nel Likud.

Ma un’alleanza di estrema destra sarebbe osteggiata da molti. Prima di tutto dagli Stati Uniti. Barack Obama da tempo punta su Tzipi Livni per aprire una nuova stagione di dialogo tra arabi e israeliani. Lo stesso Shimon Peres avrebbe delle perplessità nel dare il via libera a un esecutivo che rischierebbe l’isolamento sul piano internazionale. Ma il meno convinto, potrebbe essere proprio Benjamin Netanyhau. Rischierebbe di rimanere ostaggio dei suoi imprevedibili alleati, prima fra tutti il leader di Israel Beiteinu. In questo quadro è quindi possibile che il leader del Likud possa decidere di accettare la formula del governo di unità nazionale, con Kadima e Laburisti, ma chiedendo, in cambio, di guidarlo al posto di Tzipi Livni. A quel punto, la presenza nella coalizione di Avigdor Lieberman risulterebbe ininfluente. Potrebbe anche essere lasciato ai margini. O usato come spauracchio con chi, tra Tzipi Livni e Ehud Barak, minacci, in futuro, di lasciare la coalizione. Per ora, si tratta solo di scenari. La partita del dopo Olmert, il primo ministro uscente, è appena iniziata.


PARTITI ISRAELIANI

SEGGI (tot:120)

VOTI
Kadima (centro) 28 23
Likud (centrodestra) 27 21
Yisrael Beitenu (estrema destra) 15 12
Laburisti (centrosinistra) 13 10
Shas (ultraortodosso) 11 9
United Torah Judaism (ultraortodosso) 5 4
Meretz (sinistra) 3 3
Jewish Home (destra religiosa sionista) 3 3
National Home (destra religiosa) 4 3
Haddash (comunisti) 4 3

United Arab List
(arabo-israeliano)
4 4
Balad (arabo-israeliano) 3 3

Shimon Peres: “Io scommetto su Obama”

Il presidente israeliano Shimon Peres
“Quando ho incontrato Barack Obama gli ho parlato da giovane a giovane” dice sorridendo l’anziano Nobel per la pace Shimon Peres. Il presidente israeliano, 85 anni, ha appena sciolto la Knesset chiamando il paese a nuove elezioni, ma è convinto che questo non fermerà il processo di pace e che l’America può fare molto. “Gli ho consigliato di ignorare chiunque gli dica che ai giovani appartiene il futuro perché a loro appartiene il presente e non bisogna sprecarlo”.
Barack Obama sarà eletto?
Ha buone possibilità, perché l’America oggi è diversa. Lui rappresenta il cambiamento, ma poi deve introdurlo davvero, altrimenti sarà il paese a perdere.
Se invece vince John McCain?
Le differenze soprattutto sulla politica estera sono minime. Sull’Iraq, per esempio, è una questione di tempi. I repubblicani non dicono “dobbiamo restare per sempre» e i democratici non affermano «dobbiamo andarcene domani”.
Sull’Iran, però, le posizioni sono diverse.
Ciò che in campagna elettorale appare come una tragedia dopo le elezioni viene molto ridimensionato
Pensa che si arriverà alla guerra contro Teheran?
Non credo, finché esistono altre possibilità. L’Iran è la minaccia più grossa alla pace, dice di non volere la bomba ma spende soldi nel comprare missili a lungo raggio. Che dobbiamo riuscire a neutralizzare. Se siamo arrivati a questo punto, però, è stato soltanto a causa delle divisioni dell’Occidente. È necessario rifondare la politica atlantica. Non bisogna neppure dimenticare che a volere l’atomica sono pochi radicali, che non hanno il supporto del popolo, stanco e impoverito. Il calo del prezzo del petrolio, poi, contribuirà a frenare le loro ambizioni. A un certo punto dovranno decidere se mandare i loro bambini a scuola o arricchire l’uranio.
Crede che la pace in Medio Oriente sia vicina?
Come mai lo è stata negli ultimi 100 anni. A lungo gli arabi hanno detto no all’esistenza di Israele, no ai negoziati, no alla pace. Ma l’iniziativa dell’Arabia Saudita (ritiro dai territori occupati nel 1967 contro riconoscimento dello stato ebraico, ndr), il conflitto tra sunniti e sciiti e il fatto che gli arabi non hanno intenzione di sottostare al ricatto nucleare dell’Iran rendono possibile raggiungere un accordo. Un’occasione che non possiamo perdere. I problemi ci sono ancora: la Siria ci chiede di lasciare il Golan, ma continua a sostenere Hezbollah in Libano attraverso l’Iran. Devono scegliere: o Iran o pace. Vogliono coinvolgere gli Usa nella trattativa, ma aspettano il nuovo presidente.
La crisi economica può essere un freno agli accordi?
La pace è una questione economica. E l’economia è molto più importante della diplomazia nella soluzione dei conflitti. Molte guerre si combattono a causa della terra, ma con i progressi in campo agricolo, medico e tecnologico è cieco continuare queste battaglie. Ai nostri bambini non dovremmo più insegnare la storia: così si evita che vengano ripetuti gli errori del passato. La capacità e la forza degli Stati Uniti, anche in un momento di crisi come questo, è proprio quella di saper guardare e accettare il domani. E in futuro sempre più l’economia rimpiazzerà la diplomazia. I governi sono a favore della pace, ma non sono mai disposti a sopportarne i costi, che vanno al di là della creazione di un sistema di sicurezza. Per questo credo che la pace andrebbe affidata ad aziende private, pronte ad assumersi rischi e spese. Chissà, forse il prossimo presidente americano lo farà.

Israele ha un’altra faccia: high tech

Tempesta di neve su Gerusalemme

A Gerusalemme è guerra politica sullo sfondo di una tragedia greca. Accusato di corruzione, il premier Ehud Olmert, che voleva fare la pace con i palestinesi e la Siria, è stato costretto alle dimissioni 2 anni prima della scadenza naturale. È cominciato l’ennesimo, estenuante rito per formare una nuova maggioranza politica guidata dall’astro nascente, Tzipi Livni, con i partiti, grandi e piccoli, che pongono condizioni e mettono veti.
A Tel Aviv, nell’Alta Galilea e nel deserto del Negev è invece pax economica con dollari ed euro che luccicano all’orizzonte. Gli affari, le acquisizioni e le fusioni, le ultime invenzioni, i nuovi prodotti: tutto procede come se nulla accadesse nella capitale. «Sono due mondi separati quello dell’economia avanzata e quello della politica vecchio stile. È così che Israele si afferma e cresce come potenza tecnologica» sorride nel suo ufficio di Herzliya, con vista strepitosa sul Mediterraneo, Ed Mvlasky, il fondatore e presidente del fondo Gemini, il primo israeliano di venture capital (1993), dedicato ai finanziamenti per le piccole aziende promettenti, appena costituite.
Pensi a Israele e vedi i suoi mille conflitti: con i paesi arabi, con i palestinesi sull’uscio di casa, con l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad che vuole spazzarlo via dalla carta geografica. Ma c’è un altro Israele, quello dell’economia, che mostra una resistenza a guerre, intifade e kamikaze. Nei 60 anni di vita dello stato ebraico il pil è cresciuto in media del 7 per cento l’anno, con il picco similcinese nel 2000 (8,9 per cento) e il tasso del 5,3 nel 2007. L’inflazione è bassa, di poco superiore al 3 per cento.
Manuel Trajtenberg, che guida il consiglio economico nazionale, sintetizza questo miracolo basato sull’industria dell’innovazione: «Nel settore hi-tech dal 1990 la crescita è stata del 15 per cento l’anno, con 4 mila aziende, la maggior parte delle quali sono start-up. Israele è il secondo mercato per venture capital dopo gli Stati Uniti. È il quarto paese al mondo per brevetti. Ha un altro record mondiale: il rapporto fra pil e ricerca e sviluppo, pari al 4,6 per cento».
Quando si va alla scoperta di questa realtà così poco conosciuta è come fare un viaggio nel mondo di là da venire. Una volta si diceva banalmente che questa era «la nuova Silicon Valley», modellata su quella della California. È un’etichetta già superata. Il salto di qualità è recente, da quando alla classica information technology (It) si è aggiunta la nuova realtà dell’energy technology (Et), vale a dire tutto quel promettente settore delle energie rinnovabili, a cominciare da quella solare. Senza dimenticare la bioingegneria e la nanotecnologia. In tutto 100 mila persone, fra scienziati, ingegneri, fisici, programmatori, top manager, stanno realizzando la profezia di Albert Einstein: «Israele può vincere la difficile battaglia della sopravvivenza solo sviluppando l’intelligenza, l’esperienza e la cultura dei suoi giovani nel campo della tecnologia».
Einstein lo affermò nel 1924, dopo una visita al Technion, l’università tecnologica ebraica, appena fondata a Haifa. Da modesto edificio il Technion è diventato oggi una città di oltre 1 milione 200 mila metri quadrati, con 41 centri di ricerca, 600 docenti e 13 mila studenti (60 per cento uomini e 40 donne, che pagano una retta annuale di 1.700 dollari). «Il 70 per cento dell’industria ad alta tecnologia d’Israele è stato fondato da laureati del Technion» si compiace il rettore Yitzak Apeloig. E racconta che qui è stato creato l’algoritmo Lempel-Ziv, da noi tutti usato ogni giorno per spedire e ricevere le email; e che nel 2004 due professori del Technion hanno vinto il premio Nobel.
È attorno a questo centro di eccellenza, uno dei primi 10 al mondo, che si è coagulato lo spirito scientifico e imprenditoriale. Con il risultato, conclude Apeloig, che «oggi il 60 per cento del nostro export viene da questo settore. È un giro d’affari di 30 miliardi di dollari».
Una visita ad alcuni dipartimenti del Technion chiarisce il modello di business tipico di Israele: formazione di qualità, ricerca scientifica più applicazione, più commercializzazione. Prendiamo, per esempio, il laboratorio di ingegneria biomedica guidato da Dror Seliktar, professore, 36 anni. È il pioniere degli studi sulla rigenerazione dei tessuti. «Sei anni fa abbiamo sviluppato l’idea di ricreare le cartilagini, le ossa, i nervi e i muscoli combinando le cellule viventi con diversi materiali» racconta. «Due anni dopo abbiamo creato una piccola società che è stata inserita nell’incubatore del Technion e solo l’anno scorso abbiamo cominciato ad avere sufficiente visibilità per raccogliere 7,5 milioni di dollari». Con 12 dipendenti la Rigentics si accinge ora a iniziare in Europa la fase sperimentale.
Un edificio più in là trovi l’équipe di Alon Wolf, che ha inventato i serpenti-robot. Si possono impiegare in grandi dimensioni, a bordo di automezzi teleguidati di esercito o polizia, per scoprire, per esempio, dove è nascosto l’esplosivo all’interno di un edificio. Oppure, dotati di minitelecamere, per trovare sotto le macerie le vittime di un terremoto. Ma, ridotti ai minimi termini, possono essere utilizzati per interventi chirurgici al cuore, come sta sperimentando all’Università americana di Pittsburgh il medico veronese Marco Zenati, socio di Wolf.
Fuori dal campus Technion è tutto un fiorire di grattacieli. Sono i centri di ricerca e sviluppo di colossi mondiali: Intel, Microsoft, Google, Motorola, General Motors, Alcatel e Siemens. «Avete salvato la nostra società» ha riconosciuto Paul Otellini, il presidente dell’Intel, applaudendo i suoi ricercatori di Haifa che hanno inventato i processori Centrino 1 e 2.
L’ondata di scienziati ebrei fuggiti dall’Urss a inizio anni 90 ha rappresentato la prima fucina di cervelli. A questi si sono aggiunti migliaia di giovani che hanno svolto il servizio militare nelle unità d’élite dell’esercito. Infine i nuovi immigrati, inclusi molti arabi, completano il «melting pot», il vero motore dell’industria tecnologica israeliana.
Nella fabbrica della Iscar, ai confini con il Libano, lavorano tutti assieme. Quest’azienda, definita un «kibbutz capitalista» e presente in 60 paesi, con 5 società anche in Italia, produce strumenti ad altissima precisione. Due anni fa fece scalpore perché il miliardario Usa Warren Buffett ne acquistò l’80 per cento sborsando 4 miliardi di dollari. «Ora sono solo il presidente onorario» si schermisce Stef Wertheimer, 81 anni, fondatore della società, «e posso dedicarmi al mio sogno: aprire parchi industriali come questo, che è l’unico modo per fare pace con i nostri vicini. Perché se hai lavoro non hai tempo per la guerra».
Dall’Alta Galilea a Tel Aviv, nel quartier generale del gruppo Rad, colosso delle comunicazioni, 3.750 dipendenti per 740 milioni di dollari di fatturato. Il presidente Zohar Zisapel riassume l’originalità del piano di sviluppo: «Ogni volta che nasce un’idea creiamo una start-up con manager propri: la società madre pensa solo a coordinamento strategico e condivisione del marketing». Rad lavora da anni in Italia e ha sviluppato soluzioni per Tim, Enel, EdisonTel e Teleunit.
Ma la nuova frontiera dell’hi-tech d’Israele è l’energia verde. «Il solare è l’alternativa vera al petrolio, il male assoluto e la causa di tutti i guai del mondo» proclama il visionario Wertheimer. Nel deserto del Negev, nel parco industriale di Rotem, fra la centrale atomica di Dimona e i campi di addestramento delle unità speciali dell’esercito, è stato appena inaugurato l’impianto pilota della società Luz 2, 1.640 specchi installati che generano energia termica dal sole. Entro 2 anni, prevede il presidente Arnold Goldman, sorgeranno in California diversi impianti come questi, in grado di generare dai 100 ai 200 megawatt.
Il sole, in un modo o in un altro, compare nelle sigle di un centinaio di altre aziende all’avanguardia, non solo nel termico ma sempre di più anche nel fotovoltaico. Accanto al sole c’è l’acqua. L’avveniristico stabilimento di Shafdan, guidato dalla giovane manager Nelly Icekson-Tal, è il più avanzato al mondo nel trattamento dei liquami. L’acqua ricavata ogni giorno serve in agricoltura per irrigare una parte del deserto del Negev.
Tanto fervore imprenditoriale, tanta informalità nei rapporti sociali e tanta possibilità di fare soldi hanno spinto anche l’italiano Astorre Modena, general partner del fondo di capital venture Terra con sede a Gerusalemme, a scommettere su Israele. Con 25 milioni di dollari raccolti fra un gruppo di imprenditori italiani il giovane Modena ha investito in quattro società specializzate nell’acqua e nel sole. Dichiara: «Creare imprese da zero è diventato lo sport nazionale. I giovani imprenditori tecnologici sono oggi i nuovi eroi d’Israele».

Israele: l’intifada ebraica contro intellettuali e pacifisti

estremisti ebrei

È uno degli intellettuali più noti di Israele, più ascoltati e appassionati. I suoi studi sulla genesi e l’evoluzione del fascismo l’hanno reso famoso prima in patria e poi in Europa e negli Stati Uniti. Per il suo lavoro, quest’anno, gli è stata attribuita una delle più alte onorificenze dello Stato Ebraico, quell’Izrael Prize che, istituito nel 1953 dall’allora ministro dell’educazione Ben Zion-Dinor, viene consegnato dal presidente israeliano.

Ma Zeev Sternhell non è un semplice (e famoso) storico. È anche un uomo impegnato in prima persona nella causa della pace. Da anni è uno dei più importanti fautori del dialogo con i palestinesi. Da tempo, si è schierato contro l’espansione della colonie israeliane in Cisgiordania. In particolare, l’autore di “Nascita dell’ideologia fascista” è un vecchio simpatizzante di PeaceNow, una delle più conosciute organizzazioni pacifiste di Gerusalemme. Il mese scorso, il 75 enne docente universitario si è recato a Hebron per una manifestazione contro gli insediamenti, ma il meeting non ha potuto avere luogo a causa delle contestazioni dei coloni. Già al centro delle polemiche, da allora lo studioso è entrato nel mirino dei gruppi dell’estrema destra. Una tensione, prima fatta di telefonate intimidatorie, e poi culminata nell’attentato che lo ha colpito. Quando Sternhell è rientrato a casa, dopo un breve periodo all’estero, un piccolo, rudimentale ordigno è esploso sulla porta della sua abitazione, ferendolo leggermente. Ricoverato in ospedale, è stato dimesso poco dopo.

Ma non soltanto lui è in pericolo. Lo sono tutti i membri di PeaceNow. Colpiti anche loro dalle minacce degli estremisti. Sul posto dell’attentato allo scrittore, la polizia ha trovato diversi volantini, nei quali si promette una taglia di un milione e centomila shekel, circa 220mila euro, a chi ucciderà militanti del movimento ‘pacifista’. “Questa notizia mostra quale è il vero volto della destra in Israele” dice Simcha Levental, uno dei portavoce dell’organizzazione “quegli avvertimenti spiegano quale è la reale portata della minaccia rappresentata dalle frange più radicali dei coloni.” Dopo il ferimento dello studioso, l’allarme è diventato rosso. Le autorità hanno deciso di mettere sotto controllo la casa del leader di PeaceNow, Yariv Oppenheimer, l’uomo che da tempo viene perseguitato dagli attacchi (verbali) dei coloni.

La bomba che ha ferito lo scrittore non è stata rivendicata, ma non ci sono dubbi sulla matrice. Baruch Marzel, membro del National Jewish Front, un gruppo dell’estrema destra, interpellato dal Jerusalem Post, ha negato ogni responsabilità. Così come il Kach o Gush Emunim, altre sigle di formazioni ultra-ortodosse legate ai settlers, ai coloni, sono ora sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti israeliani che vogliono capire chi ha collocato l’ordigno. “L’attentato contro Sternhell è un attacco contro tutti noi, contro tutti coloro che credono nel dialogo con i palestinesi; contro tutte le persone che, in questo paese, si oppongono allo sviluppo degli insediamenti nei Territori Occupati”, afferma con forza Simcha Levental, dall’ufficio di Gerusalemme di “Pace Adesso”.

“Non voglio lanciare accuse a vanvera, ma è evidente che la leadership dei coloni ha legittimato l’opera di chi ha piazzato la bomba di fronte alla casa di Zeev Sternhell”. Non possono essere un gruppo di fanatici a determinare il futuro del Medioriente: è il chiaro ragionamento fatto da Simcha Leventhal. Il quale chiede che il governo faccia la sua parte per fermare le violenze dei coloni. È solo di qualche giorno fa la denuncia di Betzelem, l’organizzazione israeliana per la tutela dei diritti umani nei territori occupati, secondo la quale Israele si è annessa, di fatto, centinaia di ettari di terreno attorno a una dozzina di insediamenti a est del famoso Muro della Cisgiordania. Con la forza. I terreni vengono requisiti “con attacchi brutali e con atti intimidatori da parte dei coloni e a volte anche di soldati”, si legge nel rapporto. Dopo l’attentato allo scrittore, diversi membri dell’esecutivo israeliano hanno mostrato molta preoccupazione per l’accaduto. Ehud Barak, leader dei laburisti, ha parlato a un meeting di deputati del suo partito. “Se un intellettuale viene attaccato per le sue idee, rischiamo di tornare a un’epoca molto buia della nostra storia”, ha detto il ministro della difesa. Nessuno, in Israele, ha dimenticato il sacrificio di Yitzhak Rabin, il leader ucciso per mano di un altro ebreo, Yig’al Amir, un giovane, fanatico dell’estrema destra.

I primi 60 anni di Israele (dopo 2 mila di diaspora)

Di Pino Buongiorno

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Incontro esclusivo con il presidente della Repubblica di Israele Shimon Peres, il politico di più lungo corso nel paese (è stato premier e 12 volte ministro) che nel 1994 vinse il premio Nobel per la pace insieme con Yasser Arafat e Yitzhak Rabin. Parla della storia dello stato ebraico, dei suoi miti, da David Ben Gurion a Moshe Dayan; delle minacce che incombono, anzitutto l’Iran; delle sette guerre e delle due intifade con gli arabi. Come pure delle speranze di pace, anche con la Siria, e di quelle dei giovani; della posizione dell’Italia, che non sempre è stata quella degli italiani. E parla di un domani, fatto di talenti, per uno stato che a molti, nel 1948, sembrava non avere futuro.

In un modesto ufficio di Beit Hanassi, a Gerusalemme, residenza ufficiale dei presidenti d’Israele, sono racchiusi tutti i 60 anni dello Stato ebraico. L’attuale inquilino, il nono, Shimon Peres, 85 anni il prossimo 21 agosto, ne è fedele custode: è il veterano della politica israeliana, già premier, ministro in 12 gabinetti e capo del partito laburista. Polacco d’origine, sposato con Sonya da cui ha avuto tre figli, Peres è arrivato a soli 11 anni in Palestina, all’epoca sotto mandato britannico. A scoprirne le doti fu David Ben Gurion, il fondatore dello stato ebraico, la cui immagine spicca ovunque. Ma Peres è stato anche grande amico degli altri personaggi fotografati nel suo ufficio e in quello adiacente: innanzitutto Moshe Dayan. Come pure Yitzhak Rabin, con il quale ha condiviso, assieme a Yasser Arafat, il Nobel per la pace nel 1994.
Eletto presidente della Repubblica il 13 giugno 2007 con 86 voti a favore contro soli 23, oggi gode di notevole popolarità nonostante un periodo di sconfitte politiche e di controversie interne. “La popolarità è come un profumo” si schermisce in questa intervista esclusiva a Panorama. “Delizioso da odorare, pericoloso da bere”.
È il pomeriggio di domenica 27 aprile. I dirigenti israeliani mettono a punto i preparativi per le grandi cerimonie del sessantesimo anniversario della nascita dello Stato. Fra il 13 e il 14 maggio è previsto l’arrivo di decine di capi di Stato e di governo, ma soprattutto è attesa la partecipazione ai festeggiamenti dei 7 milioni e mezzo di israeliani: erano solo 650mila nel 1948.
Qual è oggi la situazione della repubblica d’Israele?
Lo stato della nostra Repubblica deve essere visto all’interno dello stato del mondo e in particolare di quello del Medio Oriente. Ci sono tre confronti in corso. Uno è fra gli arabi e gli iraniani, con questi ultimi che vogliono dominare e imporre la loro religione. Il secondo scontro è fra generazioni. C’è un’importante parte della popolazione di queste parti, inclusa la galassia terroristica, che ha paura della modernità perché essa può porre fine alle tradizioni. E, terzo, c’è un conflitto in corso fra noi e alcuni paesi vicini. Tutti questi confronti sono correlati.
Come andrà a finire per Israele?
Nel lungo periodo gli iraniani non riusciranno a sottomettere gli stati arabi. Ma questo ha i suoi effetti e i suoi costi: crea terrore e minacce. Sulla seconda questione, quella della modernità, non penso che una singola persona e nemmeno un miliardo di persone possano fermare il corso della storia: dall’agricoltura alle scienze. Per quanto riguarda infine il conflitto con i palestinesi e i paesi limitrofi, devo constatare che in 60 anni siamo stati attaccati sette volte. Abbiamo subito due intifade. Tutto ciò è stato costoso. Ma siamo stati anche capaci di concludere due accordi di pace con l’Egitto e con la Giordania. Ora stiamo negoziando con i palestinesi: c’è un’ampia base per un’intesa. E anche con il Libano non abbiamo alcun confronto formale.

emblematico il caso della nave Exodus, rimandata in Europa.<br /> Nell'immagine: l'arrivo di una nave di rifugiati ebrei a Haifa in una celebre foto di Robert Capa.

Un risultato, tutto sommato, positivo?
Sì, perché Israele è sempre emerso a dispetto di tutto, dei kamikaze e della cultura della morte. In maniera impressionante si è imposto soprattutto in economia e siamo tra i paesi più avanzati nell’high tech e nelle nanotecnologie. Noi siamo forti in tre campi: nell’agricoltura, nella medicina e nella sicurezza interna. L’agricoltura israeliana è conosciuta in Egitto, in India, in Cina, nell’America Latina. Il 40% di tutta l’apparecchiatura medicale nel mondo è fabbricata in Israele. Per non parlare delle tattiche e degli strumenti per la sicurezza interna. E questi sono i tre maggiori problemi del nostro tempo: il cibo significa agricoltura, la salute è la medicina e la sicurezza interna è la guerra al terrorismo.
Chi fra i personaggi che lei ha conosciuto ha più contribuito allo sviluppo di Israele?
Sicuramente il più importante è stato Ben Gurion, un uomo di fede e di forti valori morali, oltre che un eccellente leader. Era un genio. Ho avuto l’onore di lavorare con lui per 20 anni. Non solo è stato il fondatore dello stato, ma ha affrontato anche situazioni impossibili. E ha sempre trovato le soluzioni giuste.
Quanti dei valori di Ben Gurion rimangono ancora nella società israeliana?
Oggi siamo 7 milioni e mezzo di abitanti. Ci sono state tante immigrazioni che fanno d’Israele il paese più eterogeneo al mondo, con centinaia di lingue parlate e centinaia di culture. Si sono imposti nuovi valori. Questo non significa che qui siamo tutti angeli. Ma d’altra parte si è costituita una forma di vita che è unica.
Com’è cambiato l’esercito israeliano in questi sei decenni?
È diventato più sofisticato, più tecnologico. Le guerre del passato erano più territoriali, ora sono balistiche, nel senso che tutto il Paese è un fronte: un cambiamento enorme.
C’è ancora attaccamento alla divisa da parte dei giovani?
Ancora più che nel passato.
Come giudica le nuove generazioni?
I giovani non sono così entusiasti della nostra storia e pensano che abbiamo fatto un sacco di errori. Sono proiettati nel futuro con priorità diverse. Non vedo nulla di sbagliato in questo.
In ordine di pericolosità, quali sono i maggiori nemici d’Israele?
Non parlerei in termini di pericolo, ma di speranza. La principale è di fare la pace con i nostri vicini. Anche con la Siria.
Se ne discute tanto in questi giorni grazie alla mediazione della Turchia…
Importante è che si cominci.
Qual è la linea rossa che l’Iran non deve superare?
La linea rossa non vale solo per Israele, ma per il mondo intero. La comunità internazionale non può permettere che un paese come l’Iran combini l’ambizione coloniale, le bombe atomiche, la diffusione del terrorismo e la leadership fanatica.
Israele reagirà unilateralmente contro l’Iran nucleare?
L’Iran è un pericolo per il pianeta e il mondo unito è la risposta.
Come giudica i rapporti fra Israele e l’Italia in questi 60 anni?
Il vostro Paese dimostra sempre buona volontà piuttosto che ambizioni. E anche quando le posizioni ufficiali del governo non sono state amichevoli, gli italiani sono rimasti amici. L’Italia, poi, gioca un ruolo positivo in Libano con la missione Unifil 2.
Per il processo di pace con i palestinesi bisognerà aspettare il prossimo presidente degli Stati Uniti?
Aspettare è una perdita di tempo. Dobbiamo continuare a dialogare.
Come immagina i prossimi 60 anni?
Il nostro è un piccolo Paese sia per territorio sia per popolazione. Ma Israele è benedetto dai talenti: noi possiamo e dobbiamo diventare un laboratorio di cervelli. Questo è il nostro valore aggiunto, assieme alla nostra etica.

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L’occhio indiscreto di Sarkò. Che sbircia il décolleté di Bar Rafaeli


Il presidente Nicolas Sarkozy ha decisamente difficoltà a ricordare che è costantemente sotto l’occhio delle telecamere. L’ultimo “scivolone”, ovviamente subito finito su YouTube, al ricevimento all’Eliseo per Shimon Peres. Accogliendo gli ospiti nei saloni del palazzo presidenziale, il presidente è apparso decisamente folgorato dalla bellezza di Bar Rafaeli, la modella israeliana fidanzata di Leonardo di Caprio: quando la modella gli è sfilata dinanzi, Sarkò ha indugiato a più riprese sul di lei prosperoso décolleté.
Non preoccupandosi che al suo fianco c’era la sua nuova moglie Carla, elegante e bellissima, che di certo non avrà gradito le attenzioni del marito alla collega mannequin e, sopratutto, che la scena venisse filmata dalle telecamere.

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