
Il presidente israeliano Peres in visita alle truppe (Credits: MILNER/G.P.O./SIPA)
Contrordine, non vogliamo più bombardare l’Iran. Dopo le durissime dichiarazioni delle scorse settimane, in ci si paventava come “probabile” un raid aereo contro l’atomica di Teheran, Israele corregge il tiro. Parlando in un’intervista alla TV americana Cnn, il presidente Shimon Peres ha detto che la comunità internazionale deve portare aventi un “attacco morale“ nei confronti del regime iraniano, anziché un’azione militare. Continua

(Credits: Ansa)
“L’Iran non ha bisogno delle armi nucleari”, ha dichiarato all’IRIB, la televisione di Stato iraniana, il presidente della Repubblica islamica Mahmoud Ahmadinejad, che sembra così abbassare i toni rispetto al passato. E, ancora una volta, ribadisce che il nucleare di Teheran è a soli scopi civili.
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- farian
- Martedì 8 Novembre 2011

(Credits: Epa/Abdurrahman Antakyali)

In Turchia sono momenti drammatici. Le squadre di soccorso scavano freneticamente nell’area di Van, squassata dal devastante terremoto che ha colpito la regione a Est del Paese, a pochi chilometri dal confine con l’Iran. Finora sono 217 i morti accertati, ma se ne temono più di 1.000. Israele offre il suo aiuto, ma Ankara risponde “no, grazie”.
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(Credits: Epa/Abir Sultan)

Il soldato Shalit torna a casa. Il militare israeliano sequestrato da Hamas nel 2006 è già in Egitto e riabbraccerà presto la sua famiglia dopo cinque anni di prigionia. Liberati dal governo israeliano 477 prigionieri palestinesi. Altri 550 verranno messi in libertà entro due mesi. Il presidente Shimon Peres firma il condono, aggiungendo una frase finale: “Non perdono e non dimentico“.
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Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 30 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Peres e Gul insieme ad Abu Mazen nel 2007 (Credits: AP Photo/Burhan Ozbilici)
Il presidente turco Abdullah Gul ha cancellato l’incontro con il suo omologo israeliano, Shimon Peres, che avrebbe dovuto tenersi ai margini dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In compenso, incontrerà l’iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
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Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Mustafà Barghouti
E così Abu Mazen se ne va. Tutti gli chiedono di restare, francesi e americani dicono che senza di lui ci sarà il caos. Ma il presidente palestinese, almeno per ora, tira dritto per la sua strada: non si ricandiderà alle elezioni del prossimo gennaio. Domanda: chi potrà sostituirlo? A dire il vero, gli aspiranti leader in Palestina non mancano. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Una manifestazione filo-palestinese a Istanbul (AP/Ibrahim Usta)
Quando di amici se ne ha pochi, perderne uno può diventare molto pericoloso. Ed è esattamente quello che sta capitando a Israele. Che, a quanto pare, sta perdendo l’unico grande alleato che aveva in Medio Oriente: la Turchia.
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Per Benjamin Netanyahu, la strada per formare un governo è, per ora, in salita. Almeno un esecutivo di unità nazionale così come gli “imporebbe” il mandato di Shimon Peres. Con un doppio colpo, prima la leader di Kadima, Tzipi Livni, e poi il numero uno dei laburisti, Ehud Barak, hanno respinto le avances del presidente incaricato. I giochi sono però sono ancora molto aperti.
Il leader del Likud ha un mese di tempo prima di chiudere il cerchio. E, per ora, è in grado di condurre la partita. Può scegliere quale sarà il risultato finale. Perchè se non riuscisse a dare a Israele un governo di Grande Coalizione, potrà comunque percorrere la seconda strada, quella di un esecutivo formato dal blocco di destra. “La possibilità che Netanyahu formi un’alleanza con Kadima e Labour la darei al cinquanta per cento”- dice Menachem Hofnung, docente di Scienze Politiche all’Università ebraica di Gerusalemme. “Dipende tutto da lui, da quello che intende fare”.
Se Bibi è intenzionato veramente a varare un governo che porti avanti i colloqui di pace con i palestinesi, che abbia un buon rapporto con gli Stati Uniti e con l’Europa, sceglierà la prima opzione. E per la Livni sarà facile abbracciare l’alleanza con lui. Se invece, intendesse seguire un’altra strada, quella di una chiusura al dialogo con il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, quella del tentativo di spaccare Kadima - una buona fetta del partito vuole andare al governo a ogni costo, allora stringerà un patto di ferro con i partiti ultra-nazionalisti”.
Difficile dire ora quale sarà la scelta di Bibi. L’accademico israeliano non vuole sbilanciarsi. Le trattative saranno lunghe e difficile, dice. Solo tra qualche settimana se ne conoscerà l’esito. Per ora, siamo ancora alle prime mosse della lunga partita a scacchi. Tzipi Livni si è proposta come portabandiera del dialogo con i palestinesi. Nell’incontro con Benjamin Netanyahu, la leader di Kadima avrebbe detto al presidente incaricato “Io voglio che il prossimo governo porti avanti gli accordi di Annapolis con l’Anp. Il tuo esecutivo, lo farà?” gli ha chiesto, con il suo piglio diretto, per sapere se il numero uno del Likud è disposto ad accettare la formula “Due popoli, due Stati”. Su questo punto, Bibi è sempre stato abbastanza vago, non ha mai voluto scoprire le carte. Secondo i dirigenti del partito di Netanyahu, la posizione della Livni, invece, sarebbe puramente strumentale, tenuta solo per accreditarsi con la Casa Bianca e Bruxelles come unica possibile candidata premier. “Ma può anche rinunciare a questo suo sogno impossibile per avere comunque la possibilità di condizionare pesantemente la politica del prossimo esecutivo” dice Menachem Hofnung. “Quando sapremo quale sarà l’agenda del prossimo governo, sapremo anche se ne faranno parte Kadima e, magari il Labor” - afferma il politologo.
Secondo lui, i laburisti difficilmente entreranno nell’esecutivo, ma l’ipotesi non è completamente da escludere. Anche se, nell’incontro con Benjamin Netanyahu, (l’ancora) ministro della difesa Ehud Barak ha chiuso (per ora) la porta. “Il popolo ha deciso che dobbiamo andare all’opposizione e ci andremo” - ha detto ai giornalisti, al termine del summit con Bibi. Aggiungendo poi però che, ci sarà, in futuro, un nuovo incontro tra loro due. “Se Kadima entra, lo faranno anche i laburisti, ma se la Livni rimane fuori, il Likud formerà un governo di destra. Lui ha già i numeri per governare, ma come si si sa, pochi dentro e fuori Israele vorrebbero un esecutivo condizionato da Avigdor Lieberman, il leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu e dalle altre formazioni ultra ortodosse.” Qualche pressione, nelle prossime settimane, arriverà ancora dagli Usa e dall’Europa. Il neo-segretario di stato statunitense Hillary Clinton e il Ministro degli Esteri Europeo Xavier Solana andranno a Gerusalemme per far sentire il loro peso nella partita a scacchi per la formazione del nuovo governo israeliano.
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