
Il leader libico in una foto d’archivio del 1990
Di Giovanni Porzio
Ne ha fatta di strada Muammar Abu Minyar, classe 1942, nato da Aisha bin Niran e da Mohammed Abdul Salam bin Hamed bin Mohammed, pastore berbero della tribù dei Qadhafa.
La sua lunga traversata del deserto si concluderà il 1° settembre, quando capi di stato e di governo di mezzo mondo si raduneranno a Tripoli per celebrare il 40° anniversario della rivoluzione libica, il putsch militare che nel 1969 abolì la monarchia senussita (re Idris) e catapultò al potere il ventisettenne colonnello Gheddafi.
Un lieto fine diplomatico che sancirà il reintegro a pieno titolo della «Grande Jamahiriya araba popolare e socialista» e della sua guida nel consesso internazionale. È un percorso tortuoso quello che ha condotto il «pazzo del Medio Oriente» (definizione di Ronald Reagan) agli attuali traguardi: presidente dell’Unione africana e della Conferenza contro il razzismo dell’Onu, membro non permanente del Consiglio di sicurezza, presidente, dal mese prossimo, dell’assemblea dente, dal mese prossimo, dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, invitato di riguardo al vertice del G8 all’Aquila.
Il figlio dei beduini della Sirte, il più longevo leader del mondo arabo e africano, cercò subito di imporsi sulla scena, autoproclamandosi erede di Gamal Abd el- Nasser e campione del nazionalismo panarabo, proponendo velleitarie unioni con l’Egitto, la Siria, il Sudan, e lanciando una «rivoluzione culturale» che ha formalmente trasferito il potere ai comitati popolari.
Giusto recuperare Gheddafi in nome della Realpolitik?
Gli anni Ottanta sono l’epoca del confronto aperto con gli Stati Uniti. Gheddafi sposa la causa dei movimenti di liberazione, appoggia il fronte del rifiuto palestinese, ospita campi di addestramento di terroristi dell’Ira e dell’Eta, sponsorizza sanguinose azioni armate: gli attentati alla discoteca La Belle di Berlino (1986), al jumbo della PanAm nei cieli di Lockerbie in Scozia (1988, 270 morti) e a un Dc-10 dell’Uta in volo sul Niger (1989).
Gli Stati Uniti, che accusano la Jama-mila di fabbricare armi chimiche e nucleari, reagiscono: nel 1981 gli F-11 del Pentagono abbattono due caccia libici sul Mediterraneo e nell’aprile 1986 bombardano Tripoli e Bengasi uccidendo 101 libici (tra cui la figlia adottiva del colonnello). Tra le macerie della caserma di Babì-el-Azizia perde la vita Hanna, 15 mesi, figlia adottiva del colonnello.
Ma, nonostante le sanzioni imposte dall’Onu nel 1992, l’Occidente non ha mai potuto permettersi di troncare i rapporti con la Libia: lo «scatolone di sabbia», grande sei volte l’Italia, contiene le maggiori riserve accertate di idrocarburi del continente africano.
Gas e petrolio vicini all’Europa affamata di energia. L’Eni, che dal 1959 ha sempre rinnovato i contratti con Tripoli e che nel 1972 firmò con la National Oil Corporation libica un vantaggioso accordo (agevolato da Giulio Andreotti), non ha mai abbandonato l’ex colonia.
E neppure gli americani, che operavano tramite sussidiarie in paesi terzi: ai funzionari delle compagnie petrolifere e ai tecnici delle imprese di costruzione bastava un passaporto di Tripoli per aggirare l’embargo.
La svolta è stata l’attentato dell’11 settembre alle Torri gemelle.
Già nel 1981 una commissione teologica riunita alla Mecca aveva accusato Gheddafi di apostasia. E gli integralisti della Gamaa al- Islamiya e della Jihad islamica avevano sobillato un fallito golpe e le rivolte del 1996 a Derna e a Bengasi (30 morti e 5 mila arresti). La minaccia fondamentalista spinge il colonnello a più miti consigli.
Nel 2001 i servizi segreti di Tripoli, diretti dall’attuale ministro degli Esteri Musa Kusa, cominciano a collaborare con Washington nella lotta ad Al Qaeda, spianando la strada alla riabilitazione della Jamahiriya.
In cambio dell’abolizione dell’embargo Gheddafi ha chiuso il capitolo Lockerbie assumendosi la responsabilità dell’attentato e annunciando lo smantellamento del programma nucleare.
Il salto da «sponsor del terrorismo» a rispettato anche se eccentrico statista è compiuto: al G8 dell’Aquila dello scorso luglio un sorridente Barack Obama ha stretto la mano all’ex bestia nera della Casa Bianca. Dove vuole arrivare il colonnello?
«La Libia punta alla leadership nel processo di integrazione panafricana» sostiene Leila Saidi, analista della Banca per lo sviluppo africano. «E a un ruolo di primo piano nel bacino del Mediterraneo».
Il petrolio è il suo asset strategico. Oggi il lungomare in stile umbertino di Tripoli è una selva di gru, di cantieri brulicanti di immigrati africani, di alberghi di lusso e di palazzi per uffici. La tenda beduina della «guida della rivoluzione», nel deserto della Sirte, trasportata in giugno nel parco di Villa Pamphili durante la visita del colonnello a Roma, è meta di un febbrile pellegrinaggio.
Alla corte del leader dell’ex paese canaglia accorrono primi ministri e capi di stato, presidenti di società petrolifere e imprenditori in cerca di contratti. Italiani in testa.
I rapporti fra Roma e Tripoli non sono mai stati migliori.
L’accordo sul respingimento dei clandestini ha allontanato, almeno per ora, il rischio di complicazioni dopo la firma dello storico trattato del 2008 tra Gheddafi e Silvio Berlusconi (il premier vedrà nuovamente il colonnello il 30 agosto a Tripoli) che seppellisce il contenzioso coloniale.
I libici, e le imprese italiane, saranno compensati con 5 miliardi di dollari destinati a progetti infrastrutturali come l’autostrada costiera che correrà dal confine egiziano a quello tunisino.
L’Italia, primo partner commerciale della Jamahiriya, ha chiuso il 2008 con un interscambio di 20 miliardi di euro: un incremento del 28 per cento rispetto al 2007.
In Libia sono presenti aziende come la Impregilo, che ha costruito i nuovi ministeri nella capitale amministrativa Sirte; la Finmeccanica, che fornirà elicotteri Agusta e motori per aerei; e poi Fiat, Saipem, Telecom e tutti i maggiori gruppi industriali della Penisola. Mentre l’Eni, per cui la Libia rappresenta il primo paese di produzione su scala mondiale con 800 mila barili al giorno, ha avuto il via libera per posare il gasdotto che raggiungerà la Sicilia allacciandosi al Transmed, la pipeline che convoglia il metano algerino. Anche gli interessi di Tripoli in Italia sono in espansione.
10 giugno 2009: all’aeroporto di Ciampino il leader libico Muammar Gheddafi, per la prima volta in Italia in visita ufficiale, accolto dal Presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi
La Lafico, società libica con partecipazioni in 45 paesi, possiede già il 2,6 per cento del capitale Fiat, il 7,5 per cento della Juventus e quasi 2 mila stazioni di servizio della rete Tamoil, mentre le banche libiche controllano il 4,2 per cento dell’Unicredit e il 43 per cento della Ubae Arab Italian Bank.
La Mediobanca, che si propone cocome «guida per gli investimenti libici in Italia», non esclude nuovi acquisizioni: nel mirino di Gheddafi ci sarebbero Telecom, Generali, gruppo Terna, Impregilo e l’aumento della quota dell’Energy fund libico nell’Eni. Meno chiaro è l’impatto che l’attuale euforia finanziaria avrà sull’evoluzione interna della Libia, dove l’economia è rigidamente centralizzata e dove la democrazia resta un miraggio. «Stiamo studiando un programma di riforme» afferma il governatore della banca centrale Farhat Bengdara. «Ma non privatizzeremo l’economia a scapito dei ceti popolari».
I 6 milioni di libici, metà sotto i vent’anni, hanno sulla carta un reddito pro capite di 9 mila dollari, però la disoccupazione giovanile, l’inflazione e le disparità sociali aumentano. E le libertà civili segnano il passo. I partiti sono vietati, i media censurati, i dissidenti incarcerati o costretti all’esilio. Le prospettive di cambiamento democratico si intrecciano alla lotta per la successione dell’inossidabile «guida suprema».
Un outsider è considerato il generale Sayyed Mohammed Gaddaf Eddam, 65 anni, governatore della Sirte. Ma i più gettonati fra i pretendenti sono due dei sette figli maschi del colonnello: Mutassim Billah, 35 anni, consigliere del padre per la sicurezza nazionale, e il secondogenito Saif al-Islam, ovvero la «spada dell’Islam».
Benché ritiratosi a vita privata, Saif, 37 anni, è il candidato dei riformisti: si è espresso a favore del rispetto dei diritti umani, ha finanziato le prime tv private e ha svolto un ruolo decisivo nelle trattative con Washington. Bisognerà attendere, comunque. Il colonnello, all’apice della visibilità internazionale, non sembra intenzionato ad abbandonare il palcoscenico.

Vladimir Zhirinovskij, il controverso leader del Partito liberaldemocratico russo (di destra), ha inviato una lettera aperta a Berlusconi e un’altra a Veronica Lario sul sito del suo partito: “Vorrei esprimerLe la mia solidarietà di uomo”, esordisce rivolto al premier italiano. “Sono amareggiato che tutta la stampa del mondo discuta dei particolari della sua vita privata, danneggiando in questo modo la sua famiglia e il paese in generale”. “È assolutamente normale - continua il leader nazionalista - che Lei voglia per il suo partito gente giovane. Lei ha assolutamente ragione quando dice che bisogna lasciare spazio ai giovani, tra i quali anche le belle donne”.
Nella lettera inviata a Veronica, invece, Zhirinovskij scrive. “Lei deve capire la psicologia dell’uomo, di suo marito, con il quale ha vissuto per 20 anni. Per un uomo i nuovi incontri non sono tradimenti, ma desiderio di sentirsi freschi e dinamici. Ricordi quanto ha ricevuto da questo matrimonio, Lei che è la First lady d’Italia… Se avete incomprensioni, meglio separarsi senza rumore e pacificamente. O ancora meglio, riconciliarsi. Le chiedo, Veronica, per favore, stia calma e non racconti alla stampa tutti i dettagli della vostra vita privata! Questo non aiuterà né lei, né suo marito, e nemmeno i vostri figli”.
Già in passato il leader russo ha candidato donne “giovani e belle” tra le quali - come numero tre del suo partito - la procace showgirl e pornodiva Masha Malinovskaja per elezioni di Belgorod. Che da ottobre scorso fa il deputato della Duma regionale.
Anders Rasmussen (sulla destra), nuovo segretario generale della Nato, stringe la mano al presidente francese Nicolas Sarkozy
Alla guida della Nato siederà dal primo agosto il premier danese, Anders Fogh Rasmussen. La sua candidatura è stata in bilico sino all’ultimo per l’opposizione della Turchia: il primo ministro di Ankara Erdogan ha contestato al capo del governo di Copenhagen la mancata censura delle vignette caricaturali su Maometto e l’Islam che scatenarono manifestazioni di protesta nei Paesi islamici. La Turchia, inoltre, ha criticato Rasmussen per la tollerarza sul suolo danese verso una tv curda che le autorità di Ankara considerano una base degli indipendentisti del Pkk.Decisiva la mediazione italiana. L’immagine del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che parla al telefonino mentre Angela Merkel lo aspetta sul tappeto rosso aveva fatto il giro del mondo e molti osservatori l’avevano interpretata come una mancanza di riguardo verso gli altri leader dell’Alleanza, ma Berlusconi ha negato che sia stata una gaffe. Il cancelliere tedesco “sapeva benissimo” di cosa si trattava, anche perché era a conoscenza di questa opera di “convincimento” che gli era stata affidata dal segretario generale in carica, Jaap de Hoop Scheffer. Il premier Silvio Berlusconi ha spiegato di aver suggerito lui l’incontro decisivo tra Barack Obama, Rasmussen e il presidente turco, Abdullah Gul, accompagnati dalle rispettive delegazioni. “Alla fine”, ha concluso il premier, “Erdogan ha dato a me l’accordo e l’ho comunicato agli altri colleghi, ci siamo riuniti di nuovo e abbiamo formalizzato la nomina”.
La carriera del nuovo segretario Nato. Rasmussen ha annunciato che si dimetterà dall’incarico di premier danese: ha indicato il ministro delle Finanze Lars Lokke Rasmussen come suo successore. Il nuovo segretario generale della Nato succede a Jaap De Hoop Scheffer, è l’attuale leader del Partito Liberale danese e dal 27 novembre 2001 fino ad oggi ha ricoperto il ruolo di primo ministro in un governo di coalizione con i conservatori. Nato nel nord dello Jutland il 26 gennaio 1953, a 17 anni si iscrisse all’organizzazione liberale giovanile arrivando poi, nel 1978, a essere eletto al Folketing, il parlamento danese. Ha ricoperto incarichi di governo nei vari esecutivi di centrodestra, ricoprendo la doppia carica di ministro delle Finanze e dell’Economia fino al 1992, quando si dimise a seguito di critiche per i contenuti di un rapporto della commissione Giustizia.
La sua carriera politica è comunque proseguita in seno ai liberali fino a quando non ne ha assunto la guida nell’aprile del 1998. Da quel momento la sua ascesa è stata costante, culminando nelle elezioni del 2001 quando, sconfiggendo il premier in carica, il socialdemocratico Poul Nyrup Rasmussen, assunse la carica di primo ministro che e’ poi riuscito a mantenere con successo per tre legislature consecutive.

La visita a Roma del generale David Petraeus, da fine ottobre alla testa del Central Command americano in Afghanistan e Iraq, prelude alla richiesta di un maggiore impegno italiano nelle operazioni militari alleate in Afghanistan, dove i taliban - secondo il pensatoio occidentale Icos - sono arrivati a controllare il 72% del territorio (contro il 54% del 2007).
L’uomo che ha saputo elaborare la dottrina antiguerriglia rivelatasi vincente nel conflitto iracheno illustrerà i punti salienti della nuova strategia messa a punto dal Pentagono in Afghanistan e già preannunciata dal Segretario di Stato, Condoleeza Rice. Una strategia che incontrerebbe il favore anche del presidente-eletto Barack Obama tornato a chiedere un maggior ruolo europeo nei combattimenti a Kabul. Petraeus, che ha espresso “grande apprezzamento” per il lavoro che l’Italia svolge sullo scenario afghano e per il contributo italiano nello scenario internazionale, ha avuto modo di discutere l’impegno dell’Italia in un incontro di oltre un’ora tenutosi venerdì a Washington con l’ambasciatore italiano negli Usa, Giovanni Castellaneta. Ma a Roma il generale incontrerà il premier Silvio Berlusconi, quello della Difesa Ignazio La Russa, e domani il ministro degli Esteri Franco Frattini che negli ultimi tempi hanno precisato che i rinforzi non devono essere chiesti all’Italia (sesto contributore dello sforzo della NATO in Afghanistan dopo USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, e Canada) bensì ai numerosi stati europei che schierano contingenti solo simbolici e chepotrebbero certo fare di più.
Più che un maggior numero di truppe, è probabile che Petraeus chiederà all’Italia di abrogare alcune limitazioni che impediscono l’impiego delle forze italiane in azione offensive come nel caso dei 4 bombardieri Tornado da pochi giorni giunti in Afghanistan ma relegati a soli compiti di ricognizione e non di attacco ai talebani. Al centro dei colloqui romani ci sarà anche la situazione in Libano, dove l’Italia ha il comando della forze di caschi blu, e in Iraq dove Roma ha già confermato il prolungamento delle attuali missioni addestrative rivolte alle forze di Baghdad. Probabile infine che all’Italia venga chiesto di rientrare a far parte della forza navale di Enduring Freedom attiva nell’Oceano Indiano per il monitoraggio anti-terrorismo e ora anche contro la pirateria somala. Da quella flotta alleata, della quale l’Italia ebbe anche il comando, le nostre navi vennero ritirate nel dicembre 2006 per decisione del governo Prodi.
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