
L’ufficialità, per bocca di Tibisay Lucena, l’occhialuta presidente del Consiglio Nazionale Elettorale venezuelano, è arrivata in Italia pochi minuti dopo le tre di notte. Il “Sì” ha trionfato con il 54,36%, pari a oltre 6 milioni di voti, un milione in più dei “No” nel referendum costituzionale che ieri ha portato alle urne per la quindicesima volta in dieci anni la popolazione venezuelana. Risultato? Da oggi Hugo Rafael Chavez Frias può ricandidarsi all’infinito alla presidenza e restarci anche dopo il 2012, quando terminerà il suo attuale mandato.
“Uh, ah, Chavez no se va”. Il ritornello rivoluzionario con cui migliaia di venezuelani riuniti davanti al Palazzo presidenziale di Miraflores hanno festeggiato la vittoria del loro leader, l’ex tenente colonnello dei paracadutisti Hugo Chavez, è quello solito ma ieri sera, 15 febbraio 2009, è un giorno destinato a rimanere nella storia del paese sudamericano più ricco di petrolio e più “rivoluzionario” dopo la Cuba dei fratelli Castro.
Se la forza lo sorreggerà (ma ha 54 anni e scoppia di salute), se i suoi concittadini lo vorranno - sempre che il “modello socialista rivoluzionario bolivariano” mantenga l’attuale sistema democratico anche in futuro, Hugo potrà rimanere alla presidenza “a piacere”. Sino al 2019, o al 2025 o, magari, al 2031. “El pueblo unido jamas serà vencido”. Dopo l’inno nazionale Chavez canta assieme ai suoi anche la canzone resa celebre in Italia dagli Inti-Illimani, mentre nel cielo esplodono fuochi artificiali. Subito dopo, da un improvvisato “balcone del popolo”, Hugo saluta Fidel Castro, il suo idolo politico che dieci secondi dopo l’annuncio ufficiale della vittoria gli ha inviato un messaggio al telefono, dicendogli che la vittoria di Chavez “ha una dimensione tale da non poter essere misurata”. “Ha vinto il Sì. Ha vinto la verità sulla menzogna. Ha vinto la patria contro chi vende la patria. Ha vinto la dignità del popolo”, tuona Hugo dal “balcone del popolo”.
Chavez festeggia dal balcone del popolo
Poi un’ora e mezza di discorso acceso (breve visti i suoi standard) in cui cita più volte l’apostolo Paolo (“un guerriero di popoli”), la rivoluzione socialista e, naturalmente, Simon Bolivar. L’eroe del Sud America che proprio il 15 febbraio (ma di 190 anni fa) aveva pronunciato di fronte al Parlamento di Angostura, nella Guayiana, un discorso che oggi è più che mai attuale. “La continuità del potere di uno stesso individuo è stata spesso la fine dei regimi democratici… Il popolo si abitua ad obbedirgli e lui si abitua a comandarlo. Da qui trae origine la tirannia”, disse all’epoca Bolivar. Un discorso che, naturalmente, ieri sera Hugo Chavez ha cancellato dal suo repertorio di citazioni.

- Lunedì 16 Febbraio 2009

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