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In un centro di accoglienza (Credits: AP Photo/Koji Sasahara)

Le televisioni nazionali continuano a trasmettere aggiornamenti sul terremoto 24 ore su 24, in maniera da tenere la popolazione informata sui rischi della catastrofe nucleare che il Giappone sta disperatamente cercando di evitare, sul numero di vittime o superstiti portati in salvo, sulle possibili nuove scosse, sugli aiuti, e su qualsiasi altro dettaglio relativo alla sciagura che ha colpito il Giappone nel fine settimana.
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Una donna alla ricerca di un parente ancora disperso, nella prefettura di Fukushima (Credits: AP Photo/The Yumiuri Shimbun, Kazuki Wakasugi)
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Bambini in fila per ricevere un po’ di cibo (Credits: AP Photo/Kyodo News, Masaru Nishimoto)
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Tra le macerie, alla ricerca dei sopravvissuti (Credits: AP Photo/Koji Sasahara)
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In un centro di accoglienza (Credits: AP Photo/Koji Sasahara)
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I volti dei sopravvissuti (Credits: AP Photo/Kyodo News)
Contemporaneamente, con la
pazienza e la
determinazione di sempre, Tokyo e molte altre città stanno cercando di ritornare gradualmente alla
normalità.
Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Un soldato della Guardia Nazionale pattuglia il confine con il Messico. (Credits: LaPresse)
Dopo aver attaccato con durezza la nuova legge sull’immigrazione dell’Arizona, dopo aver lanciato strali contro i lawmaker di Phoenix per aver varato una normativa (da molti considerata) razzista, Barack Obama ha fatto una mossa per rassicurare l’opinione pubblica che il Comandante in Capo è deciso a combattere la “battaglia per il confine” (con il Messico). Continua
- Tags: Afghanistan, attacco, dito, donne, elezioni, Hamid-karzai, kabul, parà, scheda, seggio, soldati, talebani, Tobruk, urne, voto
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Alle 16, le 13,30 ora italiana, in Afghanistan si sono chiusi i quasi 6.500 allestiti per le elezioni presidenziali e per il rinnovo dei Consigli Provinciali. A chi si trovava già in coda al momento della chiusura è stata peraltro concessa una proroga per votare, oppure l’apertura è stata prolungata laddove si erano verificati ritardi in avvio.
Il presidente uscente, Hamid Karzai, si è affrettato a definire “un successo” la consultazione, la cui legittimità a suo dire non sarà comunque influenzata dall’entità della partecipazione. In termini analoghi si è espresso Anders Fogh Rasmussen, segretario generale della Nato. Karzai ha ringraziato i connazionali per aver sfidato le minacce dei Talebani ed essersi recati a votar, e ha parlato di una “bella giornata” per il Paese, malgrado abbia ammesso che vi sono stati in tutto 73 attacchi della guerriglia in quindici diverse province.
I Talebani hanno comunque moltiplicato le offensive, soprattutto nell’est e nel sud del Paese, ma non ci sono state le azioni eclatanti che avevano adombrato. Razzi sono stati sparati su Kandahar, su Kunduz e su Ghazni. Un attacco suicida è stato tentato da quattro terroristi a Kabul, ma sono stati intercettati da poliziotti che in una sparatoria ne hanno uccisi due; un terzo è stato arrestato mentre un quarto è fuggito.
La Commissione Elettorale Indipendente afghana ha definito “molto buona” l’affluenza, e ha fatto sapere che alla fine potrebbe raggiungere il 50 per cento. Operazioni di voto regolari a Herat, la città nella parte ovest del Paese sotto il controllo dei militari italiani.
Osservatori occidentali hanno tuttavia messo in dubbio il fatto che si possa arrivare a un’affluenza tanto alta, viste che le minacce degli ex studenti coranici hanno fatto breccia soprattutto al sud. Nelle prime presidenziali del 2004 votò il 70 per cento degli aventi diritto. Cauto ottimismo è stato peraltro espresso dall’inviato dell’Onu in Afghanistan, Kai Eide. “Gli attacchi spettacolari che erano stati minacciati non si sono visti”, ha osservato il diplomatico norvegese. “La giornata non è finita ma mi fa piacere vedere che le elezioni sono andate piuttosto bene”. Anche il segretario generale della Nato ha definito “incoraggiante” lo svolgimento del voto.
“È un giorno di cambiamento, un giorno di speranza”, ha commentato Abdullah Abdullah, principale sfidante di Karzai, votando a Kabul. Poche ore prima si era recato alle urne il presidente in carica, che spera di succedere a se stesso.
- Tags: Afghanistan, attacco, dito, donne, elezioni, kabul, parà, scheda, seggio, soldati, talebani, Tobruk, urne, voto
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da Chakab (afghanistan) Fausto Biloslavo
Si parte all’alba da base Tobruk con il plotone paracadutisti Nembo per garantire la sicurezza delle elezioni nel distretto di Bala Baluk, uno dei più infami di tutto l’Afghanistan. La “battaglia” per il voto nella provincia di Farah è solo iniziata, quando il tenente Alessandro Capone ci spiega che si temono attacchi kamikaze con autobombe contro i seggi (qui l’AUDIO).
I paracadutisti devono difendere ad ogni costo il seggio di Chakab, uno sperduto e polveroso villaggio lungo la Ring road, la strada che collega in circolo le principali città afghane. Nella piccola moschea locale gli scrutatori sono al lavoro per il voto presidenziale e provinciale.
Le due urne in plastica vengono piazzate per terra sul tappeto rosso di bassa qualità del luogo di culto islamico.
Sulle pareti non mancano foto e immagini della Mecca ed un vecchio orologio fermo chissà da quanto tempo. Nel seggio fai da te comincia ad arrivare gente fin dalle sette del mattino. Gruppi di afghani turbantati si sono organizzati con camioncini per giungere in gruppo dalle colline. Dopo aver mostrato il certificato elettorale ottengono le due schede formato lenzuolo con nomi e facce dei candidati. Qualcuno protesta per il dito indice immerso nell’inchiostro indelebile, che serve a non far votare due volte. Temono la minaccia di talebani di tagliarlo, come punizioni per non aver boicottato le elezioni.
Poi vanno a segnare le loro preferenze dietro due ridicole cabine elettorali in cartone, che stanno in piedi per miracolo.
Per le donne non è stato allestito il seggio separato. Il personale femminile della commissione elettorale ha avuto paura a venire in questa zona infestata da talebani. “Sono orgoglioso di aver fatto il mio dovere votando per il nuovo presidente. Adesso mi aspetto più sicurezza e posti di lavoro” sottolinea Aktar Mohammed, barbone grigio e pelle scavata dalla dura vita afghana. Come gran parte dei pasthun di questa zona deve aver votato per il presidente uscente Hamid Karzai.

Il plotone Nembo controlla la situazione da una collina che domina Chakab, pronto ad intervenire in caso di attacco talebano. Sotto un sole cocente tutto sembra filare liscio, fino a quando dalla radio non scatta il primo allarme: contro base Tobruk i talebani hanno tirato due razzi. All’inizio si pensava fossero colpi di mortaio (qui l’AUDIO). Più tardi arriverà un terzo razzo. Il più vicino è esploso a 150 metri dalla base avanzata, mentre i parà correvano al riparo nei rifugi in cemento armato.
Alle 11.30, ora afghana, una colonna di bersaglieri partita da Farah, il capoluogo provinciale, finisce sotto un bombardamento di mortai. Per radio si sentono i momenti concitati della battaglia con i fanti piumati del primo reggimento costretti a ripiegare e contare i danni (qui l’AUDIO). Nella battaglia intervengono i paracadutisti della 4° compagnia Falchi, che chiedono l’appoggio aereo. I talebani sono annidati sui tetti a cupola del villaggio di Pust e Rod. I piloti dei caccia li inquadrano mentre sparano ai soldati italiani e chiedono l’autorizzazione per bombardare. “Negativo, negativo” è la risposta del comando italiano, che vuole evitare a qualsiasi costo vittime civili (qui l’AUDIO).
La battaglia non è finita. Due soldati dell’esercito afghano (Ana) sono stati feriti ed uno dev’essere evacuato con l’elicottero (qui l’AUDIO). Un reparto di afghani è rimasto intrappolato nel villaggio ed i bersaglieri devono tornare a prenderli con i cingolati d’attacco Dardo.
Nella giornata delle elezioni e la notte precedente sono stati 22 gli attacchi dei talebani nel settore ovest dell’Afghanistan dove operano 2700 soldati italiani. Nel distretto di Bala Baluk sono stati aperti appena 5 seggi su 30, per motivi di sicurezza.
A Chakab dei 600 elettori registrati solo 125 hanno votato, ma si temeva che nessuno osasse recarsi alle urne in una zona così a rischio. Said Ayub, il governatore ombra dei talebani nella provincia di Farah, è di questo villaggio. Un pugno di suoi compaesani lo ha sfidato andando alle urne, ma tutto l’Afghanistan sembra aver vinto la “battaglia” del voto.
Venerdì 21 agosto, su Panorama, il reportage di Fausto Biloslavo, sull’inferno afghano del dopo voto
- Tags: 517, Afgahnistan, attentato, folgore, Ied, italiani, kabul, onu, soldati, telebani, urne, voto
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da Shewan (Afghanistan), Fausto Biloslavo
Il fumo nero e lugubre si alza in un istante per una quindicina di metri. “Attenzione Ied alla testa del convoglio”, lanciano subito l’allarme (ascolta l’AUDIO) per radio i paracadutisti della Folgore in uno dei blindati più vicini all’esplosione. La tensione è alle stelle. La trappola esplosiva, chiamata in gergo Ied, era nascosta sulla strada.
I parà che spuntano della botola dei mezzi puntano le mitragliatrici pesanti verso le casupole di Shewan, roccaforte dei talebani. La striscia d’asfalto che stiamo percorrendo è la famigerata 517, soprannominata l’autostrada per l’inferno. Il convoglio composto da soldati italiani, americani e poliziotti afghani scorta due camion con il materiale elettorale per le presidenziali del 20 agosto. I talebani di Shewan da giorni annunciano con gli altoparlanti delle moschee che i veri fedeli dell’Islam non devono andare alle urne. Chi sgarra rischia di venir sgozzato o quantomeno di vedersi tagliare il dito, che sarà segnato con l’inchiostro indelebile per evitare che lo stesso elettore voti più volte.
La colonna è partita alle 13.30 da Farah (Afghanistan sud occidentale) per portare urne, schede e altro materiale elettorale nel distretto a rischio di Bala Baluk.
Novanta chilometri di paura, con i talebani che attendono i convogli come avvoltoi. Prima ancora di arrivare nell’area “calda” di Shewan giungevano segnalazioni di insorti in avvicinamento verso il convoglio (ascolta l’AUDIO). Li hanno visti i piloti degli elicotteri d’attacco Mangusta giunti in appoggio dal cielo. Ad un certo punto la strada si infila fra quattro casupole in fango e paglia, dove i civili afghani sembrano scomparsi da un momento all’altro.
I talebani avevano già colpito e dato alle fiamme due cisterne afghane e un camion che trasportava un’ambulanza. Le carcasse fumanti che superiamo sono la prima avvisaglia che ci stanno aspettando. Nel blindato Lince del tenente Alessandro Capone, 30 anni, romano, comandante del primo plotone Nembo, i parà sono pronti al peggio. La trappola esplosiva ha colpito un Coguar americano, all’inizio della colonna con l’obiettivo di immobilizzarlo e bloccare tutto il convoglio. Invece il mezzo anti mina resiste e prosegue senza registrare feriti a bordo.
Sui tetti delle casupole stanno cercando riparo alcuni soldati dell’esercito afghano. “L’Ana (le forze armate di Kabul, nda) ha visto qualcosa” urla il parà che spunta dalla botola del Lince. Tutti hanno il dito sul grilletto e ci si aspetta un’imboscata in piena regola dopo lo scoppio dell’Ied. Invece la coppia di elicotteri Mangusta, che svolazzano bassi su Shewan, consigliano i talebani di tenere giù la testa. L’attacco è fallito. Il materiale elettorale un’ora dopo arriva destinazione (ascolta l’AUDIO) , ma la battaglia per le elezioni in Afghanistan continua.
Visualizza Attentato talebano ai parà del 13/08/2009 in una mappa di dimensioni maggiori
LEGGI ANCHE: Afghanistan: perché aumentano gli attacchi alle nostre truppe

Guarda la GALLERY del Ritiro Usa
“L’ora della sovranità nazionale? L’abbiamo già sentita, questa”. A pochi giorni dal ritiro delle truppe americane dalle città dell’Iraq, è lo scetticismo a dominare i pensieri degli abitanti di Baghdad. Almeno a giudicare da ciò che scrivono quelli che hanno un blog in inglese. Si tratta sicuramente di un’esigua minoranza, in un paese povero e devastato da sei anni di guerra, ma il loro punto di vista è significativo proprio perché distinto dal resoconto ufficiale che parla di feste in piazza e orgoglio nazionale ritrovato.
Solo propaganda o festa nazionale?
“L’ex governatore americano Bremer parlò di sovranità irachena già nel 2004, poi ancora con le elezioni nel gennaio 2005, ancora con il voto per la nuova Costituzione… quindi perdonateci se non saltiamo sul carro delle lodi” scrive su globalvoices Salam Adil, che però linka un post entusiastico da Mosul 4 all del 30 giugno: “Mi sono svegliato e c’era aria di festa. E’ il primo giorno in cui a Mosul non vedremo nessun soldato per strada. La gente lo stava celebrando in strada con dolci e succo di frutta”.
Molto meno positive le impressioni di Hammorabi: “L’occupazione continua, le truppe si sono solo spostate fuori dalla vista, non tanto lontano: hanno ancora il controllo delle città e possono diminuire le perdite, quella di Al-Maliki (il premier iracheno che ha proclamato la festa nazionale, ndr) è propaganda: la corruzione è peggio che sotto il precedente dittatore”.
Anche Layla Anwar non è entusiasta: “Non si può parlare di ritiro, è propaganda: la versione ufficiale che vogliono farci credere è che si tratti di una vittoria: sono stronzate: solo oggi c’è stata una campagna di arresti arbitrari in due quartieri di Baghdad, Adhamyia e Shula’a”.
Speranza e voglia di normalità
Su “Iraqi blog updates” vengono monitorati i blog del paese e per il 30 giugno scorso si apre con una mappa delle province irachene inviata da Washington per auspicare la fine del conflitto. I commenti registrati sono in questo caso più contrastanti, c’è anche chi esprime il proprio dolore per la morte di soldati americani, come scrive l’autore di “Talisman gate” Nibras Kazimi. Un messaggio di speranza arriva da Last of Iraqis: “E’ una pietra angolare, un incrocio fondamentale e una chance per il governo iracheno che deve provare la propria lealtà al popolo e dargli sicurezza. Incrociamo le dita”.
Ma forse il messaggio più importante arriva dai tanti che dell’avvenimento non hanno parlato nemmeno: c’è chi pubblica le foto della sua nuova moto, chi si lamenta della svendita del petrolio, chi augura buone vacanze e parla dei propri progetti. Una normalità che prova a rispuntare nella sabbia.

Soldati americani di stanza in Iraq (by http://www.flickr.com/photos/soldiersmed… Flickr)
“Ma non poteva metterci anche Fallujah?” si domanda CDR Salamander sul suo blog. “Ha citato le battaglie di Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Shan” si lamenta, “per Iraq e Afghanistan solo buone intenzioni per il futuro”. “Buona fortuna, mr. President!” scrive invece Eaglespeak, “le nostre preghiere sono con te”. Il discorso di insediamento del nuovo presidente americano suscita emozioni contrastanti tra i soldati e i veterani delle guerre volute da George W. Bush.
I loro blog, nati tra le montagne afghane o i deserti iracheni e tenuti in vita anche dopo il ritorno in Usa sono centinaia. Dal fronte come da casa accolgono le opinioni, le speranze, le critiche dei soldati. In comune, l’orgoglio dei commilitoni e la convinzione di combattere per una giusta causa. Ma non mancano le critiche, anche feroci, contro i comandanti e i politici, Bush incluso. 
Il sito “Milblogs.com” raccoglie molti dei diari online scritti da militari o simpatizzanti. E anche sul cambio della guardia alla Casa Bianca dicono la loro. Poche le critiche esplicite al neopresidente, ma a dominare più che l’eccitazione mostrata a Washington dalle folle osannanti, è la perplessità. “Cominciamo bene” commenta “Iraq war today” sulla decisione della nuova amministrazione di sospendere i processi a Guantanamo. Mentre sul discorso inaugurale non ci sono commenti ma solo link alla filo-repubblicana Fox News. “Mi sembrano tutti un po’ troppo eccitati, aspettiamo di vedere cosa farà questo tizio” scrive Illini6, nome di battaglia di un veterano dell’ Afghanistan. C’è poi chi rivolge il suo pensiero al presidente uscente: “Ora i liberal non sapranno più chi incolpare per tutto ciò che non va nel mondo” scrive l’ex ufficiale della marina Joel Kennedy, dall’Idaho, che poi aggiunge “e i conservatori potranno iniziare a incolpare Obama e inventarsi i suoi piani diabolici”.
“Adesso gli ‘adulti’ sono al comando” commenta sarcastico Cassandra su “Villainous company“, “vediamo cosa combinano al posto di quei bambini capricciosi che hanno difeso la nostra nazione”. 
Il blog “eaglespeak” scritto da un ex marine
La portata storica dell’elezione di Obama comunque non sfugge ai blogger con l’elmetto: “Wow! Abbiamo un presidente nero. Cosa hanno da ridire sulla nostra democrazia adesso francesi, olandesi, inglesi e tedeschi?” scrive Cdr Salamander, che posta una serie di appunti da lui presi “seguendo la cerimonia con un gruppo di marines e soldati dell’aviazione”: “applausi per Obama quando appare sullo schermo, meno di quelli per Clinton, uguale a Bush senior. Molti più applausi per Obama quando viene annunciato. Divisione razziale? Sì, applaudono di più i neri. Buona accoglienza alle parole di Bush, ha detto GUERRA! Bene. Miglior frase di Obama? Vi stenderemo la mano se voi schiuderete il vostro pugno. Bel discorso.”
Più entusiasmo verso il nuovo Commander in Chief nel resoconto pubblicato dal sito 11alive della Cnbc, dall’aeroporto di Hartsfeld in Georgia tra le truppe in partenza per l’Iraq: “Spero che ci faccia tornare prima del previsto” commenta il soldato Reshwan Carr di Chicago, mentre il sergente Don Crittendon chiosa: “Devo decidere se fare carriera nell’esercito o no. Dipende da cosa deciderà quell’uomo nei prossimi quattro anni”.
Un militare italiano in Afghanistan
Sei soldati italiani sono rimasti feriti lievemente in un attentato avvenuto nei pressi dell’aeroporto di Herat, nell’Afghanistan occidentale, alle alle 7:40 locali (le 5:10 in Italia): si tratta di tre ufficiali, due sottufficiali e un militare di truppa. Il kamikaze si è fatto esplodere al passaggio di un convoglio dell’Isaf, la forza internazionale sotto comando Nato, in cui sono inquadrate le truppe italiane. Due veicoli hanno subito danni. L’unità di reazione rapida (Qrf) e il nucleo artificieri (Eod) sono subito intervenuti e hanno messo in sicurezza l’area per favorire lo sgombero dei feriti, trasportati nell’ospedale da campo della base italiana di Herat. Anche se le loro condizioni non destano preoccupazione, solo tre restano ricoverati in osservazione: il maresciallo Alessandro D’Angelo, il capitano Giuseppe Cannazza e il maresciallo Fabio Sebastiani. Altri due militari coinvolti nell’attacco e già dimessi sono il tenente colonnello Giovanni Battaglia e il caporale maggiore Giuseppe Laganà. Il nome del sesto ferito non è stato reso noto: le ferite riportate sono di scarsa entità ed è già stato dimesso.
Quello contro gli italiani a Herat è stato il secondo attacco contro un contingente Isaf nelle ultime ventiquatt’ore. Ieri sera a Kandahar, ex roccaforte dei talebani nel sud del Paese, l’aeroporto è stato obiettivo di un lancio di razzi e due soldati del contingente bulgaro sono rimasti feriti in modo non grave, stando a quanto ha riferito questa mattina da Sofia il ministero della Difesa. Dall’inizio dell’anno a tutto settembre sono stati 84 gli attacchi suicidi in territorio afghano, contro i 119 dell’anno precedente: la maggior parte delle vittime sono state civili, sebbene il bersaglio fossero i militari stranieri.
I militari italiani in Afghanistan sono attualmente circa 2.400, tra Kabul ed Herat, nell’ovest, dove è schierato il grosso del contingente. Circa una settimana fa è avvenuto l’avvicendamento al comando della Regione ovest tra il generale Francesco Arena e il generale Paolo Serra: ai fanti della brigata aeromobile ‘Friuli’ sono subentrati gli alpini della ‘Julia’. Lo scorso 5 agosto, a Kabul, l’Italia ha ceduto alla Francia il comando della Regione della capitale nella missione Nato-Isaf: un passaggio di consegne che ha avuto come conseguenza la graduale e progressiva riduzione del contingente. Contestualmente, è stato rafforzato quello di Herat, dove è schierata un’intera brigata, con due ‘battle group’ e altre aliquote operative, che possono contare sugli efficienti mezzi anti-mina ‘Lince’, su diversi elicotteri da trasporto, 6 elicotteri d’attacco Mangusta, 3 velivoli senza pilota ‘Predator’. L’Italia ha deciso di inviare in Afghanistan anche 4 caccia Tornado da ricognizione, che dovrebbero essere operativi tra alcune settimane. Negli ultimi tempi si è assistito ad una recrudescenza di attacchi contro i militari italiani nell’ovest.
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