
A sinistra, il nuovo ambasciatore Matt Baugh (Credits: AP Photo/Farah Abdi Warsameh)
Dopo 21 anni la Gran Bretagna ha nominato un ambasciatore per la Somalia. Lo ha annunciato direttamente a Mogadiscio il ministro degli Esteri britannico, William Hague, in visita nel Paese del Corno d’Africa che lui stesso ha definito: il peggior “stato fallito del mondo”.
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(Credits: AP Photo/Danish Refugee Council)
Meno male che ci sono gli americani a dare ancora una volta l’esempio di come trattare con i pirati somali. Gli Stati Uniti non hanno mai utilizzato mezze misure con chi minaccia la vita dei loro cittadini e a differenza degli europei non si piegano a pagare riscatti, non si aggrappano a cavilli giuridici per giustificare le regole d’ingaggio morbide adottate contro i criminali del mare né hanno mai concesso nulla alle teorie buoniste e terzomondiste che vorrebbero dipingere i pirati come romantici paladini che difendono le loro coste dallo sfruttamento straniero. L’ennesimo blitz dei Navy Seal, accompagnati dai marines, in territorio somalo, conferma questa tendenza già emersa in passato quando le forze speciali della Us Navy liberarono il comandante del cargo Alabama uccidendo due pirati e condannandone all’ergastolo un altro o quando tentarono di liberare uno yacht senza riuscire a salvare i quattro cittadini americani sequestrati.
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Un barchino dei pirati somali distrutto in mare dalla flotta europea (Credits: Eunavfor)

Da tempo si parla di inasprire le “regole d’ingaggio” adottate dalla flotta internazionale che da quattro anni ce
rca di contrastare i pirati somali senza sparare, senza affondare le loro barche e senza distruggere le loro basi sulla costa. Strategia politically correct che ha galvanizzato a tal punto i pirati da renderli sempre più spregiudicati. Negli ultimi tempi hanno aperto il fuoco due volte contro un elicottero e una nave da guerra italiana e l’ultimo mercantile catturato, il tanker
Enrico Ievoli , è stato abbordato a poche miglia dal punto d’incontro con un convoglio scortato dalla flotta internazionale. Circa l’ultima nave italiana sequestrata i pirati non hanno avuto nessuna difficoltà a raccontare le loro gesta al sito
Somalia Report facendoci sapere che la banda di bucanieri
è guidata da Abdullahi Yare, alla testa di una banda attiva nel Puntland e nel nord somalo, tra Harardere e Garacad.
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(Credits: Marine Traffic)
Inutile far finta che si tratti di un caso. Il sequestro della petroliera Enrico Ievoli a pochi giorni dalla liberazione della Savina Caylyn (rilasciata dopo il pagamento di un riscatto di 11,5 milioni di dollari annunciato dai pirati stessi) conferma come le navi italiane siano un bersaglio appetibile e allo stesso tempo facile per i criminali somali. Appetibile perché i nostri armatori hanno buone assicurazioni e pagano riscatti superiori ai 10 milioni di dollari, facile perché non imbarcano guardie armate e solo in rari casi hanno a bordo uno dei dieci team di militari messi a disposizione dalla Marina militare.
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(Credits: Ansa)
Un mese or sono sulle pagine di questo blog ci eravamo illusi che il governo tecnico, proprio per la sua natura, potesse interrompere la spirale di silenzio, censura, reticenza e scarsa trasparenza che da sempre caratterizza le operazioni militari italiane e le vicende che vedono il nostro Paese coinvolto nelle crisi internazionali.
Negli ultimi giorni è però apparso chiaro che si tratta di pura illusione e, anzi, l’attuale governo sembra voler accentuare le chiusure degli esecutivi politici che lo hanno preceduto. Lo ha confermato nei giorni scorsi il silenzio della Difesa sull’intensificarsi degli scontri nell’Ovest afghano sotto comando italiano dove fonti della Nato hanno rivelato che solo tra ottobre e novembre si sono registrati 140 attacchi contro le truppe alleate che laggiù sono per oltre la metà italiani.
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(Credits: Ansa)
(aggiornato il 26 novembre ore 12,40)
A quanto ammonta il riscatto pagato lo faranno sapere forse i pirati somali, ma ieri mattina il mercantile Rosalia D’Amato, sequestrato il 21 aprile in pieno Oceano Indiano (a 320 miglia a sud dell’Oman e a 300 a est dell’isola di Socotra) è stato liberato con l’equipaggio di 16 filippini e 6 italiani.
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Mezzi navali britannici intercettano una nave-madre dei pirati somali (Credits: Mod UK)
Diventerà operativa nel Golfo di Aden nel marzo 2012 la prima flotta militare privata della storia recente incaricata di proteggere le navi mercantili in transito da e per il Mar Rosso nei tre o quattro giorni di traversata dell’area più esposta al mondo alle incursioni dei pirati. A gestire questa flotta di contractors la società britannica Convoy Escort Programme Ltd. sostenuta e finanziata dai grandi assicuratori marittimi Jardine Lloyd Thompson Group Plc di Londra Inizialmente verranno basate a Gibuti sette motovedette acquistate usate dalla Marina svedese ognuna con abordo un team di 8 tra marinai e guardie armate, tutti ex Royal Navy e Royal Marines britannici.
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di Stella Pende
Ci può essere un posto al mondo dove una madre racconta straziata di avere abbandonato il più fragile dei suoi figli per continuare il cammino con gli altri altrimenti condannati a morte? Ci può essere un luogo dove scopri che un bambino di 6 anni pesa quanto il tuo quando aveva 6 mesi? Dove incontri una bambina che non ce la fai a guardare perché la sua carne è letteralmente mangiata dalla sete? E può accadere che tale posto sia ignorato dalla maggior parte di noi, quasi cancellato dai tg e dai giornali, e che nessun governo al mondo sia davvero riuscito a fare qualcosa per fermare questa vergogna? Benvenuti all’inferno, benvenuti a Dadaab. Benvenuti nel campo profughi più grande del mondo, dove 400 mila persone vivono dentro capanne di sterpi su un deserto tempestato dal vento e dalla polvere che acceca. Continua
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