Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Agenti dell'Fbi e curiosi all'esterno della casa di una delle coppie accusata di spiare per i russi (Credits: LaPresse)
Le spie della porta accanto non erano in “sonno”, ma (per ora ci viene raccontato) è come se dormissero, sognassero di essere dei “veri” agenti segreti mentre conducevano le loro vite da ordinary people, classe media surbana della Costa Est e aspettavano, attendevano, tra un barbecue e l’altro, tra una partita di football e un saggio scolastico dei figli, gli ultimi ordini dalla centrale di Mosca. Continua
Michele Zurleni, giornalista, ha una bandiera Usa sulla scrivania. Simbolo di chi vuole guardare avanti, come fa Obama. Come hanno fatto molti suoi predecessori.

Barack Obama e Dmitry Medvedev a Washington (Credits: LaPresse)
Sembra un film degli anni’50: L’invasione degli ultracorpi. Ricordate? La cittadina di Santa Mira, negli Usa, è il teatro dello sbarco (occulto) di esseri spaziali che copiano gli abitanti e li sostituiscono nel sonno. E’ solo grazie all’eroe, il dottor Miles Bennel (l’attore Kevin McCarthy), che il tentativo di invasione verrà scoperto e gli alieni sconfitti.
All’epoca, sulla scia finale del maccartismo, i film di fantascienza servivano alla società americana a rappresentare il timore per lo scoppio del conflitto con il nemico: l’Unione Sovietica.
Cinquantaquattro anni dopo, la Guerra Fredda ritorna a essere di attualità grazie al clamoroso arresto di dieci agenti del servizio di spionaggio della Russia (l’undicesimo è uccel di bosco) che da anni vivevano negli Stati Uniti come veri americani, ceto medio a stelle e strisce.
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(Credits: Ansa)
Il ministero degli esteri russo ha reso noto che sta esaminando le informazioni sullo scandalo spionistico in Usa e che quelle ricevute sono contraddittorie. Lo riferisce l’agenzia Interfax.
Il primo canale tv statale ha aperto il suo tg con la vicenda dell’arresto delle presunte spie russe dei servizi di sicurezza all’estero (Svr), per ora senza diffondere le prime reazioni delle autorità del Paese, ma insistendo sul fatto che finora gli arrestati non sono stati riconosciuti colpevoli.
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James Bond in un murales di Bogotà (Credits: Brocco Lee by Flickr)
L’accusa è delle peggiori: spionaggio. A finire nel mirino nientemeno che gli Stati Uniti. A puntare il dito contro è una Ong colombiana, la Codhes, specializzata in diritti umani. E la denuncia è arrivata dritta dritta al Congresso statunitense.
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Cina: censurate anche le telefonate (Credits: LaPresse)
DIARIO DAL WEB - Il controllo capillare della stampa, della televisione e di tutto quello che passa attraverso la rete non basta più. Per tenere monitorato quello che succede nella Repubblica popolare e per evitare la fuga di “segreti di stato” Pechino ha deciso di interferire anche nelle telefonate dei cinesi. Continua
In questi giorni nel distretto di Chaoyang, uno dei quartieri più eleganti di Pechino, sede di molte ambasciate, un furgone militare fa la ronda tra ville e grattacieli. Sul tetto un disco metallico maschera inutilmente una antenna. Gli 007 occidentali l’hanno riconosciuta: è una piccola cella telefonica che intercetta chiamate, le scherma, le registra.
È uno degli strumenti che i cinesi stanno usando per vincere anche le altre Olimpiadi in svolgimento a Pechino, quelle dei servizi segreti. Da una parte i padroni di casa con almeno 200 mila specialisti in gara, dall’altra qualche centinaio di russi e occidentali. La prima prova si è svolta all’aeroporto della capitale, quando i telefonini di politici, imprenditori e giornalisti stranieri hanno agganciato operatori locali. A questo punto molti cellulari hanno iniziato a fare le bizze, risultando spesso irraggiungibili. Il motivo? Lasciare agli spioni il tempo di indossare la cuffia e ascoltare i numeri sotto osservazione. Ma nel mirino non sono finiti solo
i telefonini. Infatti i Giochi sono diventati la più grande occasione di penetrazione informatica della storia contro i media occidentali e i tecnici del Ministero della sicurezza dello stato (Mss) non se la starebbero lasciando sfuggire, succhiando dati, copiando indirizzi ip e leggendo le mail dei reporter di mezzo mondo. Nel mirino non ci sono, però, solo i giornalisti. Per le Olimpiadi sono sbarcati anche centinaia di sponsor, una manna per gli 007 di Pechino che al primo posto mettono da sempre lo spionaggio industriale. Nell’ultimo anno i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Belgio, Germania, Giappone e Corea del Sud hanno protestato per gli attacchi degli hacker cinesi contro i computer di ministeri, industrie e obiettivi militari. Una cybercampagna in cui, secondo fonti dell’intelligence statunitense, sarebbero impegnate dal 2004 almeno 100 mila persone. Per questo il dipartimento di stato americano nei mesi scorsi ha invitato più o meno ufficialmente politici, businessmen e cronisti a lasciare a casa portatili e BlackBerry, troppo vulnerabili, o, comunque, a usare computer senza dati in memoria. Le precauzioni non finiscono qui. Gli esperti di sicurezza hanno stilato decaloghi, come quello diffuso in Rete da Human rights. All’interno consigli preziosi per utilizzare la Rete: accedere ai siti oscurati attraverso proxy tools, software che consentono di navigare sicuri; evitare ricerche con parole chiave sensibili; non utilizzare antivirus o firewall cinesi; collegarsi a provider che usano server stranieri; scegliere password particolarmente complesse e rifiutare l’offerta del computer di memorizzarle. Chi dialoga su Skype o Msn deve verificare sempre con domande mirate la reale identità dell’interlocutore. Buone abitudini che, per esempio, gli imprenditori italiani non hanno imparato e per questo giocano spesso le partite economiche a carte scoperte. Per i Giochi, ha denunciato il senatore Usa Sam Brownbacker, i cinesi avrebbero ulteriormente perfezionato il loro sistema di controllo riempiendo gli alberghi
di microspie e monitorando tutte le reti wireless a disposizione degli stranieri.
Una cosa è certa, nelle Olimpiadi degli 007 le autorità cinesi hanno schierato una squadra numericamente impressionante: oltre agli uomini del Mss (specializzati in questioni religiose, Taiwan e stranieri), ai militari dell’Esercito di liberazione popolare e alla polizia armata del popolo, il governo può contare su 74 milioni di potenziali spie, ovvero tutti gli iscritti al Partito comunista cinese, compresi molti giornalisti dell’agenzia di stampa governativa Xinhua (Verità), i cui lanci non escono mai senza l’approvazione dei vertici dello stato. Un formicaio impegnato pure nel controspionaggio e ben felice di farsi agganciare dagli agenti delle potenze straniere per dare informazioni distorte o rubare segreti. Le altre squadre in gara non possono contare sulle stesse risorse. Infatti non è facile trovare confidenti in Cina: qui chi passa informazioni a uno straniero rischia la pena di morte: recentemente è toccato a un generale dell’aeronautica, finito davanti al plotone d’esecuzione. Così per organizzare incontri con un livello accettabile di riservatezza ci si può mettere alcuni giorni, tra contatti e “spedinamenti”. Vecchi trucchi da guerra fredda che nella capitale cinese valgono ancora. “Per esempio non conviene salire sui primi due o tre taxi che si fermano” avverte uno 007. Precauzioni che purtroppo possono rivelarsi inutili, visto che a Pechino la privacy non esiste e la vita si svolge sotto l’occhio vigile del Grande fratello comunista: le strade sono disseminate di migliaia di telecamere, molte delle quali capaci di riconoscere e seguire le persone sulla base di parametri fisiometrici. Non basta. Per ogni agente straniero i cinesi possono mettere in campo interi battaglioni. Uno 007 rischia di avere alle costole 80-100 uomini che controllano spostamenti, telefonate ed email. Un monitoraggio a cui è difficile sfuggire.
Solo la Russia, che in città ha una grande comunità e un’ambasciata con 1.500 dipendenti, e gli Stati Uniti, con due uffici di Cia e Fbi, possono provare a giocarsi la partita. In questo momento i rapporti più tesi sono quelli con Mosca, visto che le autorità cinesi non gradirebbero lo sbarco in forze della mafia russa sull’isola di Hainan. Gli americani, invece, hanno da poco abbandonato la vecchia ambasciata costruita in una via residenziale e l’8 agosto ne hanno inaugurato un’altra, vicino al mercato dei fiori, alla presenza del presidente George W. Bush (con al seguito un corteo di 700 persone, attrezzate con gli apparecchi più sofisticati per la guerra elettronica). Sorrisi di circostanza a parte, tirarla su è stata un’impresa. Infatti è stata costruita utilizzando ingegneri, carpentieri e materiali fatti arrivare direttamente dagli Usa. Risultato: un monolite di cemento armato quasi senza finestre e muri spessi un metro, perfettamente bonificato e illuminato come un luna park anche di notte. All’interno gli uomini della Cia vivono praticamente blindati. Un collega europeo, rassegnato, fa notare che l’unico 007 occidentale accolto trionfalmente in 60 anni di repubblica popolare è stato nel gennaio 2007 Daniel Craig, alias James Bond, che ha presenziato alla prima di Casino Royale. Ma questo è davvero un altro film.
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È solo uno studente ma ha fatto scoppiare uno scandalo diplomatico internazionale tra Stati Uniti, Bolivia, Venezuela e Cuba denunciando una storia di spionaggio degna dei film di James Bond. Alex van Schaik è un giovane statunitense di 23 anni arrivato in Bolivia lo scorso ottobre per fare ricerche sulle terre dei contadini indigeni che popolano la parte orientale del paese andino. Un periodo di studi all’estero reso possibile da una borsa di studio “Fulbright”, il prestigioso programma universitario statunitense nato alla fine della Seconda Guerra mondiale con l’obiettivo di “promuovere la pace ed evitare nuovi conflitti grazie all’interscambio tra giovani di tutto il mondo”, un’opportunità che ancora oggi consente agli studenti – in gran parte americani ma non solo - di frequentare un anno di studio all’estero, con una scelta tra centoquarantaquattro paesi.
Ad Alex non è andata come da programma. Lo ha raccontato lui stesso, al network televisivo ABC che l’ha intervistato. Lo scorso 5 novembre ha partecipato a un briefing organizzato dall’ambasciata statunitense a La Paz per i vincitori della Fullbright ma una volta presentatosi, un funzionario della sicurezza Usa ha chiesto a lui e ad altri cinque colleghi di spiare tutti i cubani e i venezuelani che avrebbero incontrato, comunicando all’ambasciata statunitense i loro nomi, indirizzi di residenza e numeri di telefono. Dopo un paio di mesi “passati sotto shock” per sua stessa ammissione a causa della richiesta di trasformarsi in uno 007, Alex ha deciso di denunciare tutto ai mass-media facendo scoppiare lo scandalo cavalcato immediatamente dal presidente venezuelano Hugo Chávez. “Visto che avevo ragione quando dicevo che l’Impero ci spia? Del resto lo hanno persino ammesso”.
Le conseguenze dell’intervista del giovane van Schaik, infatti, non si sono fatte attendere e il Dipartimento di Stato Usa ha ammesso il fatto, cioè la richiesta di spionaggio ai vincitori di borse di studio “Fulbright” da parte di un suo funzionario, Vincent Cooper. Che è stato convocato per spiegare quello che il dipartimento stesso ha definito, uno “strano atteggiamento”. Ripetuto nel tempo visto che sempre Cooper avrebbe formulato una richiesta simile anche nel luglio 2007. Stavolta ad una trentina di volontari Usa dei Peace Corps, un’associazione creata nel 1961 dal presidente democratico John Kennedy “per promuovere la pace nel mondo”. Proprio come il programma “Fulbright”.
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Avviso alle donne e ai nemici della democrazia: l’era dei vari Sean Connery, Roger Moore o Pierce Brosnan è bella che finita. James Bond cambia pelle. Per l’MI6, il servizio di Intelligence di Sua Maestà, è giunto il tempo di arricchire il profilo dei suoi agenti segreti. Lo impone un mondo dove il terrorismo islamico cerca di affermarsi come il Male del XXI secolo. Il nuovo Bond sarà quindi giovane, di carnagione scura, capace di parlare l’arabo o l’urdu e, qualità suprema, pregherà Dio porgendo la salvezza del pianeta nelle mani di Allah.
Nel giustificare la ricerca di spie musulmane, il responsabile del reclutamento dell’MI6 ha dichiarato alla Bbc che “le persone appartenenti alle minoranze etniche possono andare in luoghi o incontrare persone inaccessibili ai bianchi”. Per attrarre candidati capaci di infiltrare i gruppi estremisti islamici, i servizi segreti britannici hanno per la prima volta aperto le porte della sede dell’MI6 a un giornalista della Bbc Radio 1. Non solo. Piccoli annunci sono previsti sulla stampa inglese e su internet. Una volta formati a Londra, le nuove spie saranno spedite all’estero sotto copertura diplomatica. Già immaginiamo l’effetto che farà un uomo elegante, dallo sguardo penetrante e con l’istinto del killer, andare in giro per il mondo e presentarsi così: My name is Bond, Mohammed Bond…
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