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Srebrenica

Srebrenica: l’Olanda condanna i suoi soldati per il massacro del 1995

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  • Tags: Dutchbat III, massacro, musulmani, Ratko-Mladic, risarcimento, Srebrenica, Thom Karremans, world news
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(Credits: Epa/Fehim Demir)

(Credits: Epa/Fehim Demir)

Anna Mazzone

Un dolore che sembra non finire mai. Dopo 16 anni un tribunale olandese riconosce i caschi blu dell’Onu colpevoli della morte di tre degli ottomila musulmani brutalmente assassinati a Srebrenica dagli squadroni della morte del generale Ratko Mladic.

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  • anna.mazzone
  • Mercoledì 6 Luglio 2011

Ratko Mladic sfida il Tribunale dell’Aja e non si presenta in aula

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  • Tags: assedio di Sarajevo, massacro, Radovan-Karadžić, Ratko-Mladic, Srebrenica, tribunale-dellaja, world news
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(Credits: Epa/Martin Meissner)

(Credits: Epa/Martin Meissner)

Anna Mazzone

Ratko Mladic, il Generale serbo-bosniaco accusato di aver fatto uccidere 7.500 persone nel massacro di Srebrenica, boicotterà la seconda udienza al tribunale dell’Aja, dove si dovrà difendere dalle accuse di genocidio e crimini contro l’umanità.

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  • anna.mazzone
  • Lunedì 4 Luglio 2011

La Serbia porta a 10 milioni di euro la taglia sul “boia” Ratko Mladic

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  • Tags: Boris-Tadic, europa, Goran Hadzic, Ratko-Mladic, serbia, Srebrenica, taglia, Tpi
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(Credits: Epa/Aleksandar Plavevski)

(Credits: Epa/Aleksandar Plavevski)

Il governo serbo non perde tempo e, a pochi giorni dallo “scongelamento” della domanda per la candidatura all’ingresso nell’Unione europea, ha portato a 10 milioni di euro la taglia sulla testa di Ratko Mladic, il criminale pluri-ricercato noto come il “boia di Srebrenica“.

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  • anna.mazzone
  • Venerdì 29 Ottobre 2010

L’Ue scongela la Serbia. Ma vuole in cambio “la testa” di Ratko Mladic - L’ANALISI

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  • Tags: Barack Obama, Boris-Tadic, europa, Ratko-Mladic, serbia, Srebrenica
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(Credits: Ansa/Luca Zennaro)

(Credits: Ansa/Luca Zennaro)

Sorride il presidente Boris Tadic. Tra un anno la Serbia potrebbe essere ufficialmente candidata all’ingresso nell’Unione europea: i ministri degli Esteri dei Ventisette riuniti in Lussemburgo hanno scongelato la domanda di Belgrado, dando il via libera alla Commissione per ogni successiva valutazione. E questo nonostante i bastoni tra le ruote messi negli ultimi tempi dagli hooligans serbi e dagli ultranazionalisti di destra.

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  • anna.mazzone
  • Martedì 26 Ottobre 2010

Srebrenica, 15 anni dopo il massacro 775 nuove sepolture - Foto

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  • Tags: anniversario, massacro, Potocari, Srebrenica
  • Un commento
Una delle bare che solo ieri, a distanza di 15 anni, hanno trovato sepoltura

(AP Photo/Amel Emric)

Ancora una volta, dopo 15 anni, la terra di Srebrenica ha accolto nel suo grembo i poveri resti delle vittime innocenti - 775 esumate dalle fosse comuni e identificate nel corso dell’ultimo anno - e ancora una volta la comunità internazionale ha ammesso il proprio fallimento nell’impedire il massacro di oltre ottomila musulmani nel luglio 1995, il più grave eccidio di civili in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale. FOTO

  • redazione
  • Domenica 11 Luglio 2010

Facebook a rischio: gruppi xenofobi nei Balcani

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  • Tags: bosniaci, facebook, rom, serbi, Srebrenica, xenofobia
  • 2 commenti

Karadzic estradato all'Aja attende processo in cella
Le ondate di intolleranza su Facebook si gonfiano, fino a travolgere la memoria del massacro di Srebrenica. Alcuni estremisti hanno aperto sul social network un nuovo gruppo che esalta l’eccidio di 8mila musulmani morti sotto i colpi delle truppe di Ratko Mladic, comandante dell’esercito serbo tuttora ricercato dalla polizia internazionale. Si chiama “Noz Zica Srebrenica” (Il coltello, il filo spinato, Srebrenica) è tuttora attivo e ha raggiunto più di mille membri. Ma i musulmani di Bosnia si sono mobilitati con gli stessi strumenti: a loro volta hanno creato un gruppo per invitare le altre persone su Facebook a segnalare gli estremisti cliccando su “remove group”, in basso nella pagina. Gli amministratori del sito non si sono ancora accorti della protesta.

Non è un caso isolato. In Australia gli studenti di un prestigioso college sono indagati perché hanno creato “Jew parking” (Parcheggia come un ebreo), un gruppo per unire quelli che posteggiano l’automobile occupando più spazio del dovuto. E gli insegnanti australiani hanno scoperto che in breve tempo si sono moltiplicati gli spazi con motti intolleranti e xenofobi. Pochi giorni fa l’Europa ha denunciato i gruppi italiani che incitavano all’odio contro l’etnia rom: sono stati subito chiusi, ma altri li hanno sostituiti. Una questione che resta tuttora aperta.

Alcune scene dal film “Hunting Party”: Richard Gere interpreta un giornalista sulle tracce di un criminale di guerra nei Balcani (in inglese)

  • luca.delloiacovo
  • Venerdì 12 Dicembre 2008

Srebrenica: parte il processo ai caschi blu olandesi

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  • Tags: Bosnia, Ex-Jugoslavia, Srebrenica, tribunale-dellaja
  • 3 commenti

11 luglio 2007

Dietro questa storia ci sono un uomo, una donna, una famiglia e 8000 fantasmi; le vittime del massacro di Srebrenica. Ricordate? Era il caldo luglio del 1995. C’era la guerra in Bosnia. L’uomo è Hasan Nuhanovic.
Ora ha 40 anni. Allora era un interprete dei caschi blu olandesi. È stato uno dei pochi sopravvissuti a quella che è stata definita “la peggiore atrocità” commessa in Europa dopo la Secondo Guerra Mondiale.

La donna è Liesbeth Zegveld, avvocato di Amsterdam, specializzata nella difesa dei diritti umani. Mehida, Damir e Alma Mustafic sono invece la famiglia di Rizo, meccanico impiegato presso la base militare delle Nazioni Unite della cittadina bosniaca. Lui non ce la fece: venne ucciso dai soldati del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Il 16 giugno, la vedova e le figlie di Mustafic sedevano accanto ad Hasan, e dietro al loro avvocato, nella aula del Tribunale dell’Aja. Dove è iniziata una delle più importanti cause riguardanti il massacro. E non è l’unica che parte in questi giorni. Il 18 giugno un’altra corte olandese discuterà della denuncia presentata da un’associazione che si chiama “Le madri di Srebrenica”, una sorta di prima class action del genocidio.

Potrebbero essere due sentenze pilota, in grado di creare un precedente, dare ossigeno a migliaia e migliaia di altri ricorsi. Ma, soprattutto potrebbe essere la prima volta che una corte di giustizia indica chi furono i conniventi, i complici, i corresponsabili di quella strage. Dopo numerosi tentativi, Liesbeth Zegveld è riuscita a portare sul banco degli imputati il governo olandese e le Nazioni Unite. Coloro che avevano il compito di difendere gli abitanti dell’enclave bosniaca. E che, invece, lasciarono il campo libero ai fucili e ai coltelli serbi. I suoi assistiti erano lì. Videro tutto e, dopo averlo fatto in interviste, conferenze, denunce, hanno finalmente potuto raccontarlo anche ai magistrati dei soldati che avrebbero dovuto difenderli e che, invece, li tradirono, aprendo le porte ai loro carnefici.

Hasan Nuhanovic ha descritto il momento in cui i caschi blu olandesi ordinarono a lui e alla sua famiglia di lasciare la base militare in cui erano rifugiati. “Sapevo io, sapevano tutti, che equivaleva a una condanna a morte. Mia madre piangeva, io anche. Solo mio fratello, 22 anni, era troppo orgoglioso per farlo”. Sotto gli occhi dei soldati Onu, i serbi uccisero quasi tutti i maschi della comunità. Vecchi, adulti, giovani, bambini, tanti bambini. Ci sono filmati che immortalano l’entrata in città del generale Mladic. Un paio di strette di mano ai caschi blu; i bosniaci incolonnati e caricati sugli autobus che li avrebbero portati alle fossi comuni; le carezze sui visi terrorizzati dei più piccoli, che, dopo quelle riprese, avrebbero avuto ancora solo qualche minuto di vita in più.

Nel 2002, un’inchiesta indipendente dell’Istituto olandese per la documentazione di guerra indicò le responsabilità del governo dell’Aja per aver mandato in Bosnia truppe male addestrate ed equipaggiate, creando così i presupposti per la loro “resa” incondizionata” di fronte alle truppe serbe. Una missione impossibile, condizionata – in quella sanguinosa estate - anche dalla scarsa volontà delle Nazioni Unite di intervenire a difesa dei bosniaci.

11 luglio 2007

L’autodifesa burocratica del governo olandese. Ieri, per difendersi dalle accuse di Hasan, Mehida, Damir e Alma, il rappresentante dell’esecutivo olandese Bert Jan Houtzagers si è trincerato dietro una giustificazione burocratica: ha detto che i parenti uccisi non erano sulla lista degli impiegati delle Nazioni Unite e quindi non avevano il diritto a una protezione speciale. Rizo Mustafic lavorò per 18 mesi presso la base dell’ Onu, ma nessuno gli fece mai un contratto. Quindi, quando arrivarono i serbi, gli venne detto di lasciare l’accampamento olandese. Il rapporto del 2002, classificò questo come un caso di “cattiva comunicazione”. “Noi vogliamo giustizia. Non potete dirci che nostro padre è morto a causa di un problema di comunicazione “ - ha detto ai giornalisti Alma Mustafic. L’avvocato Zegveld cercherà di dimostrare che venne violato statuto contro i crimini di guerra adottato dall’Aja nel dopoguerra, secondo il quale è un delitto “abbandonare qualcuno al nemico”. Bene – ha scandito la docente universitaria - è proprio quello che fecero i nostri soldati laggiù”. L’uomo, la famiglia (e gli 8000 fantasmi che li accompagnano) hanno già annunciato che non mancheranno alla prossima udienza, fissata per il 10 settembre prossimo.

  • michele.zurleni
  • Martedì 17 Giugno 2008

Srebrenica, 11 luglio 1995: il genocidio sotto gli occhi dell’Onu

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  • Tags: Ajka-Jahic, Azra-Nuhefendic, Bosnia, Ex-Jugoslavia, genocidio, onu, Radovan-Karadžić, Ratko-Mladic, Sarajevo, Srebrenica
  • 6 commenti


Ajka Jahic, 52 anni, è una vedova di Srebrenica, la città martire della ex Jugoslavia dove, tra l’11 e il 21 luglio 1995 , fu perpetrato - la definizione è di Kofi Annan, ex segretario generale dell’Onu - il più brutale atto di genocidio dai tempi della seconda guerra mondiale: ottomila persone massacrate dalle truppe serbo bosniache in soli dieci giorni, ad un ritmo di oltre trenta all’ora. L’obiettivo degli uomini di Radovan Karadzic e di Ratko Mladic, i due leader serbobosniaci che guidavano le milizie paramilitari in Bosnia, era “ripulire” una città che, fino ad allora, era abitata per due terzi da cittadini musulmani. Il folle obiettivo è stato raggiunto (file pdf). La città, in quel momento, era sotto la tutela dell’Onu. Ad assistere impotenti alla strage, circa 450 peacekeepers olandesi, poi decorati dal governo del proprio paese nel 2006. Srebrenica, una pagina vergognosa per l’Onu e l’Europa.

La città oggi, situata nella Repubblica Srpska di Bosnia, è a maggioranza serba: i suoi vecchi abitanti non sono più tornati. Nel luglio 1995 Ajka ha perso due figli, il marito e altri 15 cugini maschi. Come lei migliaia di altre vedove. Oggi vive a Lukavica, un villaggio vicino a Tuzla, e assieme a centinaia di altre sopravvissute ha dato vita a un’Associazione, chiamata Zene Srebrenice, che come la Madres de Plaza de Mayo in Argentina chiede che sia fatta giustizia, che il generale Mladic sia assicurato alla Corte dell’Aja, che gli siano restituiti i resti dei suoi figli. Ecco la sua testimonianza inviataci dalla giornalista bosniaca Azra Nuhefendic.

“Il cielo non è diventato nero sopra Auschwitz, e non si oscurrerà neanche sopra Srebrenica” David Reef, scrittore americano

Noi non volevamo scappare. Non avevamo fatto del male a nessuno, mai. Perché dovevamo scappare e lasciare tutto? Così pensavo. Quel giorno preparavo il pranzo. Almir, mio figlio, entrò in cucina, gridando: “Presto, presto, stanno arrivando”. Mi sono avvicinata alla finestra i li ho visti: i Serbi scendevano dalle colline. Erano tanti, così tanti che pareva che una nuvola nera avesse coperto il paesaggio. Lasciai tutto, neanche una borsa di nailon presi dalla casa. Mio marito disse: “Non mi prenderanno vivo”. I miei due figli più grandi, uno del 1975 e un altro del 1977, lo seguirono per attraversare il bosco e raggiungere il territorio libero. Li ho visti, allora, per l’ultima volta. Non ci siamo neanche salutati. Solo uno “state attenti”, “anche voi”, e poi loro da una parte, e io con un figlio di sei mesi e Almir, di 12 anni, per la mano, dall’altra. Ovunque urla, confusione, la gente che correva su e giù, i genitori che cercavano i figli perduti, i bambini che piangevano. Dopo mezz’ora arriva quel comandante serbo, Ratko Mladic. Ci saluta e dice: “Vicini, non avete paura. Non vi succederà niente”. “Vicino”, per noi bosniaci, era un termine sacro. Con i tuoi familiari puoi comportarti come ti pare, ma con i vicini, no: i rapporti dovevano essere migliori. Mladic ci ha chiamati “vicini” . E io gli ho creduto. I soldati ci hanno separato: donne e figli piccoli da un parte e maschi dall’altra. Il più piccolo aveva fame e piangeva. Un soldato serbo mi si avvicina e mi dice: “Adesso ti faccio vedere come si fa per farli smettere di piangere”. Ha fatto una mossa per strapparmelo. Ho cominciato a gridare. Il soldato ha preso a picchiarmi le mani con il fucile. L’altro figlio, Almir, anche lui ha cominciato a piangere. Qualcuno ha tirato per le maniche il soldato e quello ci ha lasciato. Dopo un po’ sono arrivati i camion e gli autobus. Ci hanno caricato su come delle bestie. Uno sopra l’altro, proprio come le pecore che trasportano nei mattatoi. Ci spingevano, ci picchiavano e bestemmiavano.
Io, il figlio piccolo lo tenevo sotto la camicia, e Almir con tutte e due le mani lo abbracciavo. Pregavo Dio, gli facevo le promesse, supplicavo di fare quello o questo, offrivo la mia vita se solo avesse risparmiato i miei figli. A mio marito, Ahmo, non ci ho pensato neanche. Povero mio Ahmo. Poi, in strada: i soldati serbi, ci fermavano di nuovo, ci controllavano. Tiravano fuori dal camion e portavano via qualche maschietto o qualche ragazza, più carina. Nessuno li ha visti mai più. E noi tutte guardavamo d’altra parte. Se li guardi, porteranno via anche te. Se ti chiede qualcosa stai zitta, altrimenti fanno scendere anche te. Solo le madri, alle quali strappavano i figli, urlavano. Ma solo se perdi il figlio non hai più paura di niente e di nessuno.

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  • paolo.papi
  • Martedì 10 Luglio 2007
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