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(Credits: Epa/Mohamed Omar)

Altri due morti in Egitto, uccisi dai proiettili delle forze di sicurezza nella città di Suez. Gli scontri che hanno fatto 74 vittime allo stadio di Porto Said, si sono trasferiti nelle piazze. Anche al Cairo, in migliaia protestano per le strade contro i militari.
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(Credits: AP Photo/Scanpix, Ole-Tommy Pedersen)
Informazioni contraddittorie dalla polizia norvegese dopo l’evacuazione della stazione ferroviaria di Oslo. La polizia sta ancora cercando un bagaglio su un bus di collegamento con l’aeroporto, ma fa sapere che finora non è stato ancora trovato nulla di sospetto.
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(Credits: Erlend Aas, Scanpix Norway)

La Norvegia piange i suoi morti. In 150 mila hanno marciato per le strade di Oslo, mentre Anders Breivik confessava ai giudici di “non essere solo“. Ma la polizia non gli crede.
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Gabrielle Giffords con la madre in ospedale (Credits: LaPresse/Ap)

Il sorriso è quello di chi è tornato da un lungo viaggio indesiderato e fa fatica a rendersi conto di essere di nuovo a casa. Il volto è quello di una donna che in un istante aveva visto svanire tutto quello che aveva costruito e poi, dopo un lungo oblio, si è risvegliata consapevole del fatto che il Destino le aveva dato un’altra chance. I capelli sono diversi. Li aveva lunghi e e biondi. Ritorneranno anche quelli. Se vorrà. Continua
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(Credits: Epa/Mohamed Messara)

Gheddafi riappare in tv per salutare i suoi sostenitori, mentre il figlio Saif-al-Islam dichiara che in Libia è possibile una transizione al potere con l’uscita di scena del padre. Intanto proseguono gli scontri corpo a corpo tra truppe lealiste e ribelli. Testimoni denunciano una “strage” a Misurata.
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Barack e Michelle Obama alla cerimonia per le vittime di Tucson (Credits: LaPresse/Bigpicturesphoto)

Il New York Times l’ha definito uno dei discorsi più forti di Barack Obama. Probabilmente non lo è stato. Altri, in passato, hanno avuto una retorica più potente, un afflato più visionario. Però, quello in ricordo delle vittime della strage di Tucson, è stato sicuramente uno dei discorsi più difficili da scrivere, più complicati da preparare, più ardui da interpretare dal momento in cui doveva essere in grado di curare le ferite di una nazione scioccata dal massacro dell’Arizona. Continua

Le sei vittime della sparatoria di Tucson: Christina Taylor Green, 9, Dorothy Morris, 76, John Roll, 63; Phyllis Schneck, 79, Dorwin Stoddard, 76, e Gabe Zimmerman, 30 (AP Photo)

Era dalla strage di
Oklahoma City (1995, ricordate? Sembra un secolo fa, ma non lo è) che l’America non era così colpita, scioccata da un atto di violenza riconducibile a motivazioni (farneticanti motivazioni) politiche che riguardano gli Stati Uniti.
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Fiori e candele in terra di fronte all'University Hospital di Tucson (AP Photo/Matt York)
La notte è fiocamente illuminata da decine di candele accese in onore di Gabby, come viene chiamata nel suo Arizona la deputata democratica vittima di uno squilibrato che le ha sparato a bruciapelo.
A poche decine di metri Gabrielle Giffords, 40 anni, sta lottando contro la morte, dopo essere stata colpita da Jared Lee Loughner, che ha ucciso almeno sei persone e ne ha ferite una decina con un’arma da fuoco semi-automatica.
Ci troviamo davanti al pronto soccorso dell’University Medical Center di Tucson, dove la Giffords è stata ricoverata. FOTO
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