
(Credits: Ap Foto/Hatem Moussa)

E’ stato ucciso Vittorio Arrigoni (36 anni), l’attivista rapito ieri nella Striscia di Gaza da un gruppo salafita che chiede la liberazione di prigionieri detenuti da Hamas. Il cooperante italiano è stato impiccato. Il suo corpo ritrovato durante un blitz di Hamas a Gaza City.
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Benjamin Netanyahu (EPA/JIM HOLLANDER POOL)
Ansa - Israele ha ieri deciso di formalizzare l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente per accertare i fatti legati al blitz del 31 maggio contro la flottiglia pacifista che
portava aiuti nella Striscia di Gaza.
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Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

(Credits: AP Photo/Hatem Moussa)
A Gerusalemme dicono che non è colpa loro. Che su alcune delle navi di Ong dirette a Gaza sono state trovate delle armi, che gli organizzatori erano stati avvertiti. Una cosa però è certa: Israele questa volta ha perso. Su tutti i fronti. Morale, diplomatico, politico e forse anche dal punto di vista strategico. Perché adesso non so, davvero, che cosa potrà evitare lo scoppio di una terza Intifada. Continua
Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Una finestra di quotidianità: ragazze palestinesi giocano a pallavolo (AP Photo/Tara Todras-Whitehill)
A volte un po’ di voyeourismo non guasta. Mi spiego. Di Paesi arabi si sente parlare molto sulla stampa e in televisione, su internet poi abbondano i siti d’informazione dedicati a quest’area e i blog politicizzati (mai sentito parlare di electronic intifada?). Bene, nulla di male. Ma a volte la rete offre anche altre possibilità. Con qualche sforzo, chi è animato da una sana e umana curiosità, può trovare tante piccole finestre su mondi interessanti. Così il web diventa uno strumento per trovare qualche spiraglio di quotidianità nei luoghi più distanti da noi. Continua

Presso il campo rifugiati di Shuafat (Ap Photo/Oded Balilty)
In questa galleria di immagini, una serie di scatti che il fotografo israeliano Oded Balilty ha realizzato per la Associated Press lungo il controverso muro di difesa che separa Israele dai Territori palestinesi. Guarda la fotogallery
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Una cerimonia semplice, ma significativa. Una corona di fiori deposta da Luigi Mattiolo, ambasciatore italiano in Israele, e poche parole pronunciate a Yad Vashem, sulla cima di Har Hazikaron, la montagna della rimembranza a Gerusalemme, che raccoglie la memoria dei sei milioni di ebrei di Europa sterminati durante il nazismo. E’ il giorno del ricordo in tutto il mondo, ma in Israele l’emozione è ancora più forte e Panorama.it è testimone delle commemorazioni, “che quest’anno hanno una risonanza particolare dal momento che si è appena conclusa una guerra e la situazione resta ancora molto incerta”, come sottolinea l’ambasciatore Mattiolo in un incontro organizzato con la comunità italiana di Tel Aviv. Per tutta la giornata il luogo è visitato da migliaia di persone: c’è chi depone un fiore, chi si ferma per una preghiera, chi si domanda il perché di tutto questo. Nella “Hall of remembrance“, una struttura in cemento armato a forma di tenda commemora l’uccisione di intere comunità ebraiche. Qui, dinanzi a una fiamma eterna, sono scolpiti nel suolo i nomi di ventidue campi di sterminio. La “Hall of names” custodisce, invece, i nomi scritti di tre milioni di ebrei uccisi e l’elenco delle comunità ebraiche sterminate. Non mancano i riferimenti ai bambini, quasi un milione e mezzo uccisi nelle camere a gas: cinquecento specchi riflettono la luce di cinque candele e verso mezzogiorno si ode una voce che proclama i nomi dei bambini uccisi.
Alla cerimonia di commemorazione è presente anche Antonio Tajani, commissario europeo ai Trasporti, che sta guidando la missione aerospaziale italiana, organizzata da Sat Expò Europe ed in programma a Tel Aviv fino al 29 gennaio. “Siamo qui come comunità europea per cercare di dare un contributo efficace per la stabilità di questa area. Siamo venuti per garantire l’esistenza di Israele, che ha tutto il diritto di auto difendersi, ma anche per creare uno stato palestinese moderato e democratico – dice Tajani a Panorama.it incontrando la comunità italiana a Tel Aviv. “L’Europa, e l’Italia in particolare, può svolgere in pieno il ruolo di mediazione come già avvenuto in altre parti del mondo, ad esempio nel recente scontro economico, ma con molti risvolti politici, tra Russia e Ucraina”. Tajani ha anche ricordato che Unione europea e Israele hanno firmato un accordo nel settore dell’aviazione che eliminerà le restrizioni nazionali in materia di servizi aerei tra gli Stati membri Ue e Israele. “E’ un primo passaggio per arrivare a dare vita ad un ufficio dei trasporti israeliano – palestinese, che possa gestire direttamente i soldi che arrivano”, aggiunge il commissario europeo.
Questione Gaza. In Israele tiene banco la fragile tregua con Hamas che provoca l’attenzione generale per l’eventuale possibilità di un riaccendersi dei conflitti a Gaza. Gli analisti ritengono che in base alla situazione attuale, le possibilità in questo senso siano scarse. “Dal punto di vista della parte israeliana, questa al momento non ha alcuna necessità di scatenare attacchi militari – dice a Panorama.it un giornalista locale. “Nel quadro delle prossime elezioni della Knesset (in programma il prossimo 10 febbraio, nda), un nuovo intervento militare a Gaza danneggerebbe l’attuale immagine del principale partito della coalizione di governo. Di conseguenza, l’attuale governo israeliano è costretto a considerare maggiormente come promuovere ulteriormente la disposizione della sicurezza ai confini di Gaza da parte della comunità internazionale, rendendo possibile una tregua durevole”. Anche dal punto di vista di Hamas, il riaccendersi dei conflitti non corrisponde ai suoi interessi intrinseci. Qualche giorno fa, il vice presidente del Dipartimento politico di Hamas, Mussa Abu Marzuq, ha emesso una dichiarazione che precisa come Hamas sia pronto ad accettare un accordo di tregua per “la cancellazione perpetua del blocco di Gaza da parte di Israele”, cosa a cui Hamas ambisce sin dalla sua ascesa al potere nel 2006, in particolare sin dal suo controllo unilaterale con la forza della Striscia di Gaza nel giugno 2007. In tale situazione, per Hamas è meglio approfittare della ricostruzione per rafforzare l’impegno negli ambiti diplomatico e politico, stimolando lo sviluppo del quadro in una direzione più favorevole. Intanto si attende per domani l’arrivo dell’inviato speciale per il problema mediorientale di Obama George J. Mitchell che avrà colloqui con i leader israeliani e palestinesi, Secondo voci ben informate informate, oltre a visitare Israele e Palestina, Mitchell potrebbe anche visitare Egitto e Giordania: l’obiettivo sarebbe coinvolgere tutte le parti in causa per metterli tutti di fronte alle proprie responsabilità e trovare un accordo il più condiviso possibile.
Elezioni in vista. Tutto questo a meno di 15 giorni dalle elezioni che, se fossero oggi, premierebbero l’opposizione di destra guidata dal leader del Likud, Benjamin Netaniyahu, secondo gli ultimi due sondaggi d’opinione pubblicati dai quotidiani “Maariv” e “Yediot Ahronot”. Il Likud, che dispone attualmente di 12 seggi su 120, otterrebbe dai 28 ai 29 seggi. Grazie al sostegno dei partiti religiosi e alla crescita del partito di estrema destra Israel Beitenou, il blocco di destra disporrebbe di una stretta maggioranza tra i 62 e i 63 deputati. Al contrario, l’estrema destra religiosa crollerebbe. La formazione di centro Kadima, al potere, guidata dal ministro degli Esteri Tzipi Livni, avrebbe tra i 24 e i 25 seggi, contro i 29 dell’attuale legislatura. I laburisti di centro-sinistra, infine, guidati dal ministro della Difesa Ehud Barak, otterrebbero tra i 16 e i 17 deputati, contro i 19 attuali. La formazione dell’ex premier israeliano ha ridotto le proprie perdite rispetto a sondaggi effettuati lo scorso mese, grazie a un aumento di popolarità di Barak dopo l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza.

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Prosegue anche questa mattina il flusso di migliaia di palestinesi che da Gaza entrano in Egitto attraverso la grande breccia aperta ieri nella barriera d’acciaio di Rafah. La polizia egiziana, affiancata da quella di Hamas, sosta lungo la linea di frontiera senza intervenire, come vuole lo stesso Hosni Mubarak, il presidente del Cairo costretto a giostrarsi tra le pressioni di una piazza infuocata dalla mobilitazione dei Fratelli Musulmani e quelle di Israele.
Gli agenti palestinesi si limitano a saltuari controlli tra coloro che rientrano per verificare che non trasportino, insieme ai prodotti acquistati sul mercato egiziano di Rafah, quelle che vengono classificate come “merci proibite”: droga, armi e anche alcolici, banditi nella Steriscia da quando Hamas, nel giungo dello scorso anno, ha assunto con un putch il controllo politico e militare di Gaza.
L’arrivo in massa di palestinesi alla ricerca di qualunque tipo di merce da acquistare, sta intanto già facendo schizzare, fino a triplicare, i prezzi delle merci sul mercato di Rafah, nella sua parte egiziana. “Un sacco di 25 chili di cemento che fino a ieri costava 20 shekel, oggi ne costa già 60 e aumenterà ancora” racconta un uomo di ritorno dal territorio egiziano (60 shekel corrispondono a circa 11 euro), carico di ogni genere di mercanzia. Il prezzo che paga oltre la frontiera resta comunque molto più basso di quello che avrebbe pagato a Gaza, dove a causa dell’embargo israeliano il cemento da mesi è diventato praticamente introvabile e quel po’ che circolava arrivava a costare oltre 300 shekel.

Con una decisione che è stata subito definita provvisoria, l’Unione europea ha deciso di riprendere ieri in via temporanea (Hamas è avvertita) le forniture di carburante necessarie per far funzionare l’unica centrale elettrica della Striscia di Gaza: un milione e mezzo di persone - costrette a brancolare nel buio da venerdì scorso - possono tornare a vivere, uscire dalle tenebre. Almeno fino al prossimo black out. Per i palestinesi - ormai abituati da quasi un anno (da quando Israele bombardò la centrale elettrica nell’ottobre 2006) a vivere con l’energia razionata, per poche ore al giorno - la questione si pone in termini pratici e non politici: come imparare a sopravvivere quando può mancare la luce anche quindici ore al giorno, per settimane o giorni a seconda dei capricci dell’agenda politica o dei militari che bombardano anche le centrali. Ed è un supplizio persino cucinare, studiare, guardare la televisione, leggere un libro, mandare a scuola i bambini. “Gli unici che si fregano le mani sono i venditori di generatori o di pile elettriche. Quelli sì che fanno affari d’oro!” - spiega ironica una blogger di Betlemme, cui è capitato nei mesi scorsi di andare a trovare dei parenti nella Striscia. Per gli altri - anziani, commercianti, malati, bambini, giovani, lavoratori - è stato un inferno. C’è chi si è barricato in casa per evitare il caldo e chi ha imparato - ed è la maggioranza - a concentrare tutta la giornata nelle poche ore di luce artificiale razionata. Tutto questo emerge dalle testimonianze in rete che abbiamo trovato. Con il linguaggio diretto cui ci ha abituato, Heba, la creatrice di un blog di successo - Contempling from Gaza - , dopo aver spiegato che cosa significa imparare a vivere a lume di candela, ci lascia lì in sospeso con una domanda: è giusto che, per isolare Hamas, l’Unione Europea abbia punito tutti i palestinesi (e minacci di farlo ancora), a cui è già stata imposta (questa volta da Israele) anche la punizione della chiusura del valico di Rafah? Ai palestinesi di Gaza, un milione e quattrocentomila persone (molte delle quali hanno perduto il lavoro dopo lo scoppio della seconda Intifada), in fondo, non interessa particolarmente di chi sia la colpa, se degli uomini di Hamas o della comunità internazionale.
LEGGI le testimonianze dei blogger: Vivere senza luce - Solo i morti entrano a Gaza
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