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Gli attentati contro le sedi dei servizi segreti militari e di polizia nel quartiere centrale Kufr Susa a Damasco rappresentano un’ulteriore escalation della crisi in atto in Siria che sta progressivamente internazionalizzandosi.
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(Credits: Epa/Mohammed Jalil)

L’Iraq senza le truppe Usa continua ad essere una polveriera. Non è un caso che, proprio con la partenza degli ultimi 4.000 soldati americani, sia stato spiccato un mandato di arresto contro il vice presidente Tareq al Hashemi, accusato di essere a capo di uno “squadrone della morte” coinvolto in attività terroristiche. E poi le dodici esplosioni di Baghdad e i morti nella città sciita di Najaf. Hashemi è sunnita e il premier iracheno, Nouri al Maliki, è sciita. La rabbia e la tensione nascono (ancora e sempre) da qui.
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(Credits: Epa/Mohammed Jalil)

In Iraq le autorità hanno spiccato un mandato di arresto nei confronti del vice presidente sunnita Tareq al Hashemi. Su di lui il sospetto di essere collegato a una serie di attentati terroristici contro alti esponenti politici. Washington esprime “preoccupazione” per la vicenda.
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(Credits: Epa/Shamshahrin Shamsudin)
Le autorità malesi hanno dichiarato che gli sciiti, definiti una setta “deviante”, non possono fare proselitismo nei confronti degli altri musulmani, ma sono liberi di praticare la loro fede.
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- farian
- Mercoledì 16 Marzo 2011
- Tags: Bahrein, Barack Obama, Egitto, Fadhel Salman Matrook, giornate della rabbia, Hamad bin Al Khalifa, piazza delle Perle, Piazza Tahrir, proteste, rivolte islam, sciiti, sunniti, Tunisia, Wefaq, world news, yemen
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(Credits: Ap Foto/Hasan Jamali)

Il Bahrein seppellisce i suoi morti. Dopo la Tunisia, l’Egitto e lo Yemen è il turno del piccolo arcipelago nel golfo Persico. In migliaia sono accampati nella piazza delle Perle (nel cuore della capitale) per protestare contro il re. Finora ci sono stati due morti e per la prima volta il sovrano è andato in tv a chiedere scusa. Ma non è bastato per placare la rabbia della folla.
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Anna Momigliano è una scrittrice e giornalista milanese di 29 anni. Va spesso in Israele a trovare amici e parenti. Per Marsilio ha scritto
Karma Kosher.

Asse sciita: Ahmadinejad, Assad e l'ayatollah Ali Khamenei (AP)
A Damasco una violenta esplosione ha distrutto un autobus, forse carico di pellegrini sciiti: sono almeno sei i morti accertati, due siriani e quattro iraniani. Decine i feriti, e il bilancio sembra destinato a salire. L’attentato non è stato ancora rivendicato, ma per ora l’obiettivo sembra questo: i legami politici tra Siria e Iran. Continua
L’ex presidente egiziano Anwar Sadat
Da mesi gli hacker musulmani si sfidano sul web, divisi tra sciiti e sunniti. L’ultimo colpo è stato messo a segno contro Al Arabiya. Sulla pagina web dell’emittente di Doha è apparso un messaggio minaccioso, sormontato dall’immagine di una bandiera israeliana in fiamme: “Avviso importante: se gli attacchi contro i siti sciiti continuano, nessuno dei vostri siti internet sarà al sicuro”. La guerriglia online si è accesa dalla fine del ramadan, il periodo religioso di digiuno, quando si sono intensificate le incursioni di pirati informatici sunniti contro le comunità sciite, diffuse soprattutto in Iran, Iraq e Azerbaijan. Secondo la Bbc uno dei 300 siti colpiti è quello dell’ayatollah iracheno Ali Al Sistani. A fomentare gli attacchi contro gli sciiti sono state anche le dichiarazioni di Yousuf Al Qaradawi, un predicatore che dalla sua trasmissione quotidiana su Al Jazeera li ha accusati di cercare nuovi fedeli nelle nazioni sunnite, come l’Egitto.
Perché gli hacker sciiti hanno scelto proprio Al Arabiya per rispondere all’offensiva virtuale? La scorsa estate un’associazione iraniana ha organizzato la proiezione di un documentario al Cairo: Execution of the Pharaoh (L’esecuzione del faraone) è un filmato sull’omicidio dell’ex presidente egiziano, Anwar al-Sadat, ucciso nel 1981. Ma l’opinione pubblica si è infiammata per i toni offensivi dell’opera: la federazione di calcio egiziana ha cancellato la partita con l’Iran e la polizia ha chiuso un’emittente satellitare di Teheran con una sede nella capitale dell’Egitto. A poco sono servite le scuse ufficiali: “Il documentario è stato prodotto da un’organizzazione privata” ha detto una fonte diplomatica iraniana “e non rappresenta la posizione ufficiale dell’Iran”. Il giornale Al-Masri Al-Yawm, poi, ha scoperto che in realtà Execution of Pharaoh è la copia di un’inchiesta trasmessa da Al Jazeera due anni prima, ma doppiata in farsi e montata per enfatizzare i punti critici contro Sadat. Dopo settimane di polemiche sulla stampa e sui forum online, l’Egitto ha annunciato che produrrà un documentario, Imam of blood, sulla figura dell’ayatollah Khomeini, padre della rivoluzione islamica in Iran (dove la maggior parte dei fedeli sono sciiti). E la prima emittente a diffondere la notizia è stata Al Arabiiya con il suo sito web. A fare le spese della tensione crescente tra mondo sciita e sunnita sono stati anche i rapporti tra Egitto e Iran: se negli ultimi mesi era iniziato un riavvicinamento tra i due Paesi, ora il dialogo si è raffreddato.
L’omicidio del presidente egiziano Anwar al-Sadat durante una parata militare

Nel giorno che segna la fine del Ramadam, il mese sacro di digiuno e purificazione dei musulmani, una nuova raffica di attentati kamikaze ha colpito questa mattina diversi luoghi di preghiera dove si stava raccogliendo la comunità sciita di Baghdad. Nel distretto signorile di Zafranyya, dove vivono fianco a fianco fedeli di entrambe le comunità, un kamikaze alla guida di un’autobomba si è lanciato contro una moschea, uccidendo sette persone e ferendone almeno altre 23. Quasi contemporaneamente, durante le prime luci del giorno quando i fedeli si raccolgono in preghiera, un altro attentatore suicida, probabilmente un ragazzino sui 14 anni, si è fatto saltare in aria davanti ad un’altra moschea sciita, nel quartiere di al Jedida (la Nuova Baghdad), uccidendo sei persone e ferendone altre 26. E a chiudere questa giornata di sangue giunge la notizia che due persone sono state uccise sempre questa mattina in uno scontro di carattere tribale a Butayra, nella regione sciita di Amara, nel Sud del Paese.
Gli attentati di oggi segnano la ripresa delle violenze inter-etniche in Iraq. Nel pomeriggio di ieri tre persone erano state uccise e 13 altre ferite dall’esplosione di un’autobomba nei pressi di una moschea sciita nella regione di Balad. Domenica scorsa ci furono 27 morti e 84 feriti in una serie di attacchi terroristici in varie zone del Paese.
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