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(Credits: AP Photo/Anjum Naveed)

Il premier pakistano, Yusuf Raza Gilani, è comparso in Tribunale per rispondere di “oltraggio alla Corte“. Il primo ministro di Islamabad si è rifiutato di riaprire un caso di corruzione ai danni del presidente Asif Alì Zardari. La giusitificazione di Gilani è che il capo dello Stato gode di una “immunità totale”.
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Gianandrea Gaiani ha seguito tutte le missioni italiane degli ultimi 20 anni. Dirige
Analisi Difesa ed è opinionista del Giornale Radio RAI. Ha scritto
"Iraq Afghanistan: guerre di pace italiane".

(Credits: Ansa)
Ecco alcuni brani dell’intervista che il dittatore libico Muhammar Gheddafi ha rilasciato al settimanale tedesco Der Spiegel nella quale torna sulla crisi aperta con la Svizzera (“rea” di aver arrestato nel 2008 suo figlio Hannibal per violenze sui domestici) ed esprime giudizi sul Cancelliere tedesco Angela Merkel e sul presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad.
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Qom: i minareti della moschea sacra agli sciti
Facciamo un po’ di chiarezza: in Svizzera, dove risiedono 350mila musulmani su una popolazione di quasi 8 milioni di abitanti, ci sono già 160 moschee all’interno di capannoni, autorimesse e centri culturali sparse un po’ su tutto il territorio della Federazione. Continua

Sì. Oui. Ja. Un passo verso l’Europa. Tutta, anche quella che fa paura e include bulgari e romeni. La Svizzera ha deciso: le urne hanno chiuso alle 12 e in tutte le proiezioni appare chiara la vittoria del “Sì” al referendum dell’8 febbraio. Secondo le proiezioni della Radio e televisione svizzere, tra il 55 ed il 60% dei votanti hanno approvato l’accordo sulla libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea nel territorio elvetico. E viceversa. Ma tra i punti sottoposti al quesito referendario c’è anche l’estensione dell’accordo ai nuovi membri dell’Unione, Bulgaria e Romania incluse. E proprio la paura dell’immigrazione dall’Est è stata la carta giocata dal primo partito del paese, l’Udc di Cristoph Blocher, con il suo manifesto per il “no” in cui tre corvacci neri si cibavano della bandiera elvetica. Ma alla fine ha prevalso l’apertura all’Europa: difficile tornare indietro dopo anni (il primo accordo è del 2002) di frontiere aperte, con una crisi economica che non ha lasciato indenne il paese delle banche blindate, e con molti lavoratori svizzeri andati a cercare fortuna fuori dai Cantoni. Solo quattro dei 26 Cantoni, tra cui il Ticino di lingua italiana, hanno votato contro l’accordo che prevede che i cittadini europei possano vivere e lavorare senza particolari restrizioni in Svizzera.
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Sui manifesti affissi nelle strade di Zurigo, Lugano e Ginevra appaiono tre corvi neri che si avventano minacciosi su una Svizzera piccina piccina. Così hanno deciso di rappresentare il proprio dissenso coloro che non vogliono l’abbattimento delle barriere alla circolazione delle persone anche per i cittadini di Romania e Bulgaria, gli ultimi paesi entrati nell’Ue. Gli svizzeri sono chiamati a esprimersi sul rinnovo della libertà di circolazione con l’Ue e la sua estensione ai nuovi membri, domenica 8 febbraio, in un referendum che prevede anche il rinnovo di una serie di accordi bilaterali faticosamente raggiunti tra la confederazione elvetica e l’Unione europea.
A guidare il fronte del no è l’SVP (in italiano, l’Unione democratica di centro Udc), un partito di estrema destra che agita lo spauracchio dell’invasione di disoccupati e rom dall’Europa dell’est a caccia di un posto di lavoro. “Il pacchetto sulla libera circolazione sarebbe di fatto un lasciapassare per tutto e tutti. Le conseguenze sul nostro paese sarebbero abnormi. Più disoccupazione, salari più bassi, previdenza sociale alla rovina, criminalità” tuonano dal sito della campagna che ricorda molto da vicino quella, dal sapore razzista, delle elezioni legislative del 2007. Tre pecore bianche che cacciano la pecora nera fuori dalla bandiera rosso-crociata, prendendola a calci. Dalle urne, allora, l’SVP uscì vittoriosa conquistando il 29 per cento dei voti e 61 deputati su 200 alla camera bassa.
L’accordo sulla libera circolazione tra Svizzera e Unione europea è entrato in vigore nel giugno del 2002. Tre anni dopo con un referendum gli svizzeri hanno accettato l’estensione del trattato ai dieci paesi che sono entrati nell’Ue nel 2004. Attualmente gli europei possano vivere e lavorare senza particolari restrizioni in Svizzera e gli svizzeri possono a fare lo stesso, alle medesime condizioni, nei paesi europei. La libertà, però, è totale solo per i vecchi membri dell’Ue, per Cipro e per Malta, mentre per gli stati baltici e le repubbliche dell’Est che si sono seduti al tavolo europeo nel 2004, è prevista una sorta di quota negli ingressi in Svizzera applicata fino al 2011, ovvero per sette anni dall’entrata in vigore dell’accordo.
Gli opposti estremismi antieuropei. Domani la Svizzera dovrà decidere se confermare definitivamente l’accordo o rescinderlo e, contemporaneamente, se estenderlo a Romania e Bulgaria che loro volta per sette anni dovranno sottostare al sistema della quote. Contrariamente alle indicazioni del Consiglio federale, il parlamento ha deciso di riunire le due questioni in un unico decreto. Non è realistico, secondo i legislatori, supporre che l’UE accetti di mantenere la libera circolazione delle persone con la Svizzera se questa non intende estenderla ai nuovi membri. Questa decisione ha provocato parecchi malumori nelle forze politiche, soprattutto nella destra dell’Unione democratica di centro, che ora si batte per il no insieme all’estrema sinistra, convinta che la libera circolazione dei lavoratori sia un danno.
Cooperazione commerciale e scientifica. Oltre che sulla libera circolazione, gli elvetici sono chiamati a esprimersi sul rinnovo anche di altri accordi bilaterali in materia di scambi commerciali, cooperazione scientifica, appalti pubblici trasporto, inclusi nello stesso pacchetto di accordi di cui fa parte quello sulla libera circolazione. Il no a quest’ultimo manderebbe all’aria tutto con conseguenze ancora tutte da calcolare.
Più del 60 per cento delle esportazioni svizzere è diretto all’Unione europea: l’interscambio tra la Confederazione elvetica e i 27 membri Ue genera vale 1 miliardo di franchi svizzeri al giorno. “La nostra economia ha beneficiato molto della libertà di circolazione dei lavoratori” ha chiarito Adrian Sollberger, ufficio dell’integrazione europea dell’amministrazione elvetica. “Il trattato ha reso possibile la creazione di 250 mila posti di lavoro e ha permesso la crescita di un punto del Pil”.
In Svizzera vivono 600 mila cittadini europei, mentre 400 mila svizzeri risiedono nei paesi dell’Ue. La temuta ondata migratoria verso la Confederazioni elvetica non c’è stata, al punto che non sono stati richiesti neppure tutti i permessi di soggiorno previsti dai contingenti.
Se vince il no, avverte il consiglio federale, le ripercussioni sarebbero gravissime: “La Svizzera guadagna un franco su tre grazie agli scambi economici con l’UE. Gli Accordi bilaterali costituiscono il pilastro di queste relazioni. Qualora fossero annullati, le imprese svizzere risulterebbero svantaggiate rispetto ai loro concorrenti europei. La piazza economica elvetica s’indebolirebbe e le aziende sarebbe costrette a delocalizzare all’estero la loro produzione con conseguente perdita di numerosi posti di lavoro. I danni per il mercato del lavoro e il benessere della Svizzera sarebbero incalcolabili”.
Guarda il video della trasmissione MicroMacro (TSI) sulla libera circolazione
Continua a fare discutere, soprattutto in Colombia e in Svizzera, la liberazione di Ingrid Betancourt e di altri 14 ostaggi dello scorso 2 luglio avvenuta nell’ambito dell’operazione “Scacco Matto”. Proprio ieri, infatti, il presidente Álvaro Uribe Vélez dalla capitale Bogotà ha ammesso che “sì, uno dei liberatori che hanno portato a compimento l’operazione portava su un giubbotto l’insegna della Croce Rossa”. Accusato da più parti perché in base alla Convenzione di Ginevra l’uso indebito del simbolo della CRI rappresenta un crimine di guerra, Uribe ha chiesto pubblicamente scusa all’organizzazione umanitaria con sede in Svizzera spiegando che l’errore si deve unicamente “al nervosismo” di uno dei liberatori, intimorito dal vedere “tanti guerriglieri armati”. Le polemiche sono scoppiate dopo che la tv statunitense CNN aveva mandato in onda un video della liberazione della Betancourt in cui uno dei falsi operatori umanitari – in realtà un membro dell’esercito colombiano – portava al braccio una fascia contenente il simbolo della Croce Rossa. Difficile comunque che il governo di Bogotá sia sanzionato. “Stiamo trattando direttamente con il governo di Bogotá con cui abbiamo una relazione molto buona”, spiega Carlos Ríos della Croce Rossa colombiana, “inoltre hanno già ammesso che si tratta di un errore”.
Tensione con Ginevra. C’è tuttavia un altro motivo di tensione tra Bogotá e Ginevra che ha fatto molto rumore nelle ultime ore. La procura generale colombiana ha infatti comunicato alla stampa che aprirà un’inchiesta contro Jean Pierre Gontard, un mediatore svizzero accusato di avere consegnato 500mila dollari ai guerriglieri delle Farc. Secondo il procuratore Mario Iguaran, infatti, esisterebbero “elementi che ci permettono di considerare che il mediatore svizzero potrebbe essere l’autore di un reato o aver partecipato a un’associazione a delinquere”. La decisione della procura colombiana è stata presa in seguito alle dichiarazioni rilasciate dal ministro della Difesa di Bogotá Juan Manuel Santos che qualche giorno fa aveva accusato Gontard di avere consegnato 500mila dollari a un membro delle Farc in Costa Rica. Inoltre il nome di Gontard figurerebbe più volte sul computer di Raul Reyes, il numero due delle Farc, ucciso dall’esercito colombiano il primo marzo scorso in territorio ecuadoregno. Per ora dalla Svizzera il ministero degli Esteri ha chiesto ufficialmente di “cessare gli attacchi contro Gontard”, ma da Bogotá hanno ribattuto che non si tratta di una questione politica bensì di semplici “indagini”.
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