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Russia e Georgia, tensione alle stelle

Georgia
Supporter dell’opposizione in piazza a Tbilisi

Da una parte le accuse. Mosca vuole volere abbattere il governo di Tbilisi con un colpo di stato. Dall’altra, come risposta, il sarcasmo. “Sono follie: il presidente georgiano Mikhail Saakashvili deve rivolgersi a uno psichiatra”, ha dichiarato, con una nota, il Cremlino. Guerra di parole, dopo il conflitto armato della scorsa estate. Tensione alle stelle, a poche ore dall’inizio delle prime manovre militari della Nato in Georgia. Frizioni che si riverberano direttamente sul clima e sui rapporti tra Russia e Alleanza Atlantica, dopo la distensione cercata (e ottenuta) da Barack Obama e Dmitri Medvedev nelle scorse settimane. Nonostante i toni si siano abbassati, rispetto a quelli abituali ai tempi dell’amministrazione di George W. Bush, alla fine, però anche tra Bruxelles e Mosca, in questa occasione, sono volate parole grosse.

E il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha fatto sapere che non parteciperà al Consiglio Nato-Russia, previsto per il 19 maggio prossimo. Ufficialmente, si tratta di una “ritorsione” all’espulsione di due diplomatici russi da parte dell’Alleanza Atlantica, la scorsa settimana. In realtà, i motivi di contrasto rimangono sempre quelli: i rapporti dell’Alleanza Atlantica con Georgia e Ucraina, le due repubbliche “ribelli” che, per Mosca, non dovrebbero entrare sotto la piena “influenza occidentale” perché troppo vicine al cuore dell’impero ex sovietico. Così, come era prevedibile, le manovre militari programmate da tempo in Georgia, sono diventate una miccia a lenta combustione. “Nel paese, la tensione è stata alta per tutta la giornata” racconta Tengo Gogotishvili, giornalista di punta della televisione di Tbilisi Rustavi 2, una delle firme che seguì la guerra della scorsa estate in prima linea, a rischio della propria vita.

Due gli episodi cruciali: l’arresto da parte delle forze di sicurezza del ministero degli interni di alcuni alcuni alti ufficiali, accusati di volere effettuare un colpo di stato in combutta con i servizi speciali russi. E, poi, l’ammutinamento - rientrato dopo alcune ore - di un reparto militare in una base dell’esercito nei pressi della capitale georgiana. “Secondo le autorità, i russi hanno cercato di impedire le manovre Nato commissionando un golpe” racconta Tengo Gogotishvili. “La guerra fredda con Mosca è all’ordine del giorno, con i continui tentativi del Cremlino di abbattere il presidente Saakashvili. Il ministero degli Interni dice di avere le prove della preparazione del colpo di stato. Gli alti ufficiali fermati avrebbe dovuto causare l’ammutinamento dei militari nel corso delle esercitazioni militari Nato che prendono l’avvio domani sul territorio georgiano” chiosa il giornalista televisivo. Il Cremlino ha risposto con fermezza alle accuse georgiane. Invitando, senza mezzi termini, Mikheil Saakashvili ad andarsi a “curare”.

“Stiamo cominciando ad abituarci alle folli accuse da parte delle autorità politiche e militari della Georgia, che ogni volta che c’è una tempesta sostengono sia tutta responsabilità di Mosca” ha dichiarato l’ambasciatore russo presso la Nato Dmitri Rogozin. “In realtà, un reparto militare georgiano si è ribellato nel corso della giornata. Un battaglione corazzato con base a Mukhrovani, secondo il ministro della Difesa David Sikharulidze, nel corso della mattina ha annunciato di voler disobbedire agli ordini”. Per tutto il giorno, racconta ancora Tengo Gogotishvili, sono proseguite le trattative tra il governo e i presunti ribelli fino a quando i “ribelli” si sono arresi e il loro comandante è stato arrestato. Solo al termine di questo ammutinamento, la tensione in Georgia è lievemente diminuita. Ma è destinata a rialzarsi.

La Russia non vuole ad ogni costo che la Nato metta un piede in un paese così vicino ai suoi confini. Nello scorso agosto, la guerra scoppiò per il controllo delle due repubbliche autoproclamate di Ossezia del Sud e Abkhazia, russofile, che dopo l’attacco georgiano e la controffensiva russa, sono passate, di fatto, alla fine del conflitto sotto le ali del Cremlino. Ora, il contrasto rimane profondo, i rapporti sono avvelenati e il filo americano Mikheil Saakashvili è visto come un pericolo da Mosca. La Nato cerca di sostenerlo, anche se con meno detreminazione rispetto all’epoca della presidenza Bush. L’Orso Russo però non vuole mollare la presa. E non lo farà.

Ossezia e Abkhazia: Mosca punta a un’asse con la Cina

Ossezia del sud
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Per superare l’isolamento diplomatico Mosca cerca un primo sostegno internazionale al suo riconoscimento dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia al vertice, in programma tra oggi e domani a Dushambé, in Tagikistan, dello Sco, l’organizzazione per la cooperazione di Shangai che raggruppa Russia, Cina ed ex repubbliche sovietiche centroasiatiche come Kazakhstan, Uzbekistan, Kirzichistan e Tagikistan. Lo prevedono alcuni media russi, tra cui il quotidiano in inglese Moscow Times che cita una fonte del ministero degli esteri russo: “Mi auguro che lo Sco firmerà una dichiarazione che esprima inequivocabilmente un sostegno alla posizione russa nel conflitto con Tbilisi, condannando la violenza e apprezzando il ruolo della Russia nel mediare le ostilità”. Una bozza di dichiarazione è attualmente sul tavolo degli esperti. Se dovesse incassare il sì dello Sco, di cui Mosca dovrebbe assumere la presidenza di turno, si tratterebbe del sostegno più forte ricevuto finora da Mosca, dopo quelli isolati - e interessati - di Minsk e Damasco.

Medvedev: sì all’indipendenza di Ossezia e Abkhazia

35 putin

È intorno a mezzogiorno che il presidente russo Dmitry Medvedev è apparso sugli schermi della televisione di Stato per fare quell’annuncio che era nell’aria ormai da qualche giorno: “Firmerò il decreto per il riconoscimento dell’indipendenza di Abkhazia e dell’Ossezia del Sud che mi ha sottoposto il parlamento. Non è stata una scelta semplice ma è l’unico modo di salvare delle vite umane. Ormai è chiaro che una soluzione pacifica al conflitto non è nelle intenzioni della Georgia”. Il j’accuse del numero uno del Cremlino contro la leadership georgiana e i suoi “guardiani stranieri” è totale e la responsabilità della guerra ricade, secondo Mosca, interamente su Tbilisi: “La sua scelta, il presidente georgiano Mikhail Shakaasvili, l’ha compiuta la notte dell’8 agosto”, quando le truppe georgiane hanno attaccato la provincia ribelle dell’Ossezia del Sud. “Saakashvili - ha rincarato - ha scelto il genocidio per raggiungere i propri obiettivi politici”.

Reazioni internazionali. Non si sono fatte attendere le reazioni all’annuncio del Cremlino, giunto al termine di un Consiglio di Sicurezza sul Mar Nero cui ha partecipato anche il premier russo Vladimir Putin. A cominciare da Shakaasvili che ha equiparato il riconoscimento all’annessione, chiamando attorno a sé la solidarietà di tutto il suo popolo ma soprattutto della comunità internazionale. La Francia, che ha la presidenza di turbo dell’Ue, punta a ottenere dall’Unione Europea una condanna unanime della decisione della Russia già questo pomeriggio. Anche Angela Merkel, il cancelliere tedesco, durante un viaggio in Estonia, è apparsa tutt’altro che conciliante. “È una scelta totalmente inaccettabile e l’Unione europea dovrà dirlo forte e chiaro”. La posizione di Gran Bretagna, Stati Uniti e Nato era più scontata: “Ribadiamo la sovranità e l’integrità territoriale gerorgiana”, ha scritto in una nota il Foreign Office britannico. “Riconoscere l’indipendenza dei due territori georgiani è un atto deplorevole”, ha dichiarato un’infuriata Condoleezza Rice. Secondo il segretario generale della Nato, l’olandese Jaap de Hoop Scheffer, la mossa del Cremlino costituisce invece una “violazione diretta di numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguardanti l’integrità territoriale georgiana”. Anche sul fronte economico la risposta degli investitori all’annuncio di Medvedev è stata tutt’altro che entusiasta: meno sei per cento alla borsa di Mosca.

Le precisazioni del Cremlino. Sulle accuse di non aver rispettato il patto Saarkozy, Medvedev, in un’ intervista al canale televisivo in lingua inglese ‘Russia Today‘, ha precisato la sua verità: “Mosca ha pienamente adempiuto ai propri impegni, previsti nei sei punti del piano a nome dell’Ue. Abbiamo ritirato le nostre truppe dalla Georgia, tranne che nella cosiddetta fascia di sicurezza”. Poi un accenno alla questione dell’indipendenza del Kosovo che aveva diviso su fronti diversi Russia e Occidente: “Quando si parlò del Kosovo, i partner occidentali lo giustificarono come un caso particolare. Ma ogni caso di riconoscimento è di per sé particolare. La situazione era particolare in Kosovo, la situazione è particolare in Ossezia del Sud e Abkhazia”, ha terminato con una punta di veleno.

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Medvedev: siamo pronti a sospendere tutti i rapporti con la Nato

Presidenziali russe

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Mosca è pronta a interrompere tutti i rapporti con l’Alleanza atlantica. A poche ore dal sì del parlamento russo al riconoscimento dell’indipendenza delle due regioni separatiste georgiane Ossezia del Sud e Abkhazia, è il presidente Dmitry Medvedev ad alzare da Sochi i toni della polemica diplomatica contro Usa e Ue ribadendo il principio che il Caucaso è affare esclusivamente russo. E che pur di difendere i suoi interessi strategici e politici nell’area il Cremlino è pronto ad andare allo scontro con l’Occidente sospendendo del tutto i rapporti con la Nato. Ma il gelo potrebbe anche estendersi anche al processo di integrazione al Wto, perfino ai voli nello spazio che in questi anni hanno visto russi e americani viaggiare insieme verso la Stazione spaziale internazionale. L’obiettivo moscovita è di rivedere quegli accordi che imponendo tariffe doganali troppo alte - secondo il vicepremier Igor Chouvalov - penalizzerebbero l’agricoltora e la produzione russa. Insomma, alla guerra guerreggiata in Georgia potrebbe aprirsi la fase delle ritorsioni diplomatiche, militari e commerciali.

Le settimane che precedono il vertice straordinario dell’Unione Europea, convocato per il primo settembre da Nicolas Sarkozy, si annunciano tese. I carri armati e i soldati russi restano ben saldi nelle posizioni strategiche conquistate durante il conflitto e, nonostante il ritiro di Gori, continuano a controllare manu militari alcune zone strategiche della Georgia. Il braccio di ferro, come aveva previsto tempo fa George W. Bush, è destinato a durare “settimane” e l’Europa è in attesa di uno sbocco alla grave crisi diplomatica. C’è chi ventila la possibilità di sanzioni, ma il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, è cauto e deciso a concedere alla Russia ancora qualche giorno prima di ritornare sulle proprie posizioni: “C’è una tregua, il ritiro delle truppe è stato fissato in otto giorni: è già tanto ma conviene aspettare”.

E’ di ieri invece la notizia che i soldati russi, ritirandosi da Gori, avrebbero disseminato il terreno di mine pronte a esplodere contro un’eventuale riavanzata georgiana. La Russia continua a controllare almeno sei postazioni strategiche nella parte occidentale del paese (come i porti di Bitumi e di Poti dove una nave da guerra americana carica di aiuti è ancora in attesa di poter attraccare) e altre otto al confine con l’Ossezia del sud, anche attraverso i suoi “peacekeeper” con lo scudetto Mc in bella vista sul braccio. A rendere ancora più incandescente la situazione ‘è anche una dichiarazione del presidente georgiano Milhail Shakaasvili che ha ribadito che è intenzione di Tbilisi riconquistare le enclave filorusse dell’Ossezia del sud e dell’Abkhazia dopo aver ricostruito l’esercito distrutto dalla guerra: “La bandiera georgiana sventolerà su tutto il nostro territorio”. Sui motivi della sconfitta subita, Shakaasvili ha invece spiegato che è stato lui a dare l’ordine di fermarsi, per evitare il peggio: “Potevamo trasformare la guerra in un’altra Cecenia. Ma abbiamo preferito non fare nulla perché siamo una grande nazione europea. Magari li avremmo battuti ma avremmo dovuto andare in montagna e farci crescere le barbe. Ma sarebbe stato un dramma per la nostra nazione”.

Il parlamento russo dice sì all’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud

Dmitry Medvedev

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Dopo il voto unanime del Senato russo (130-0), anche la Duma, la Camera bassa, chiederà oggi al Cremlino di riconoscere l’indipendenza formale di Abkhazia e Ossezia del Sud, le due repubbliche separatiste filorusse della Georgia. L’esito del voto è scontato: Russia Unita, il partito presidenziale, ha di fatto una maggioranza blindatissima e la linea dura nel Caucaso della coppia Medvedev-Putin è sostenuta dalla stragrande maggioranza della popolazione russa. Un grosso vantaggio politico che Mosca intende far pesare nella complessa battaglia militare-diplomatico che si è aperta con la comunità internazionale sulla questione dell’integrità di Tbilisi.
Il presidente Medvedev non è però obbligato a riconoscere il pronunciamento del parlamento e potrebbe decidere di utilizzare il voto di oggi come semplice strumento di minaccia futura per rallentare e impedire che altri Stati al confine possano accelerare il processo di avvicinamento alla Nato. Uno di questi è l’Ucraina, dove il presidente Viktor Iuscenko ha dichiarato stamane che l’adesione dell’Ucraina alla Nato è l’”unico mezzo per proteggere la vita e il benessere delle nostre famiglie, i nostri figli e i nostri nipoti”. Il presidente georgiano Shakaasvili, a sua volta, ha poi ribadito che l’eventuale “secessione avrà effetti disastrosi” e che Abkhazia e Ossezia del sud appartengono “ora e sempre” alla Georgia: “Non credo che qualcuno nella comunità internazionale sia così irresponsabile da accettare la secessione di queste due repubbliche”.

In questo quadro, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha convocato per il primo settembre, nella sua qualità di presidente di turno dell’Unione europea, un vertice straordinario dei capi di Stato e di governo dei 27, dedicato alla crisi nel Caucaso. Una nave da guerra americana intanto è arrivata davanti al porto georgiano di Batumi, con un carico di aiuti. Ma resta ferma al largo. Un altro fattore di tensione sul terreno, accanto a quello sulle reciproche accuse tra la Georgia e l’Ossezia sull’effettiva portata del ritiro russo, che rischia di riaccendere la miccia della guerra.

Georgia: Mosca boccia la bozza Onu sul ritiro

Ossezia del Sud chiede tregua

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Il Senato russo è pronto a votare a favore dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud. Nella battaglia diplomatica che si è aperta con l’invasione dell’Ossezia del sud da parte delle truppe georgiane, Mosca ormai ha ormai deciso di giocare a carte scoperte. E oggi, dopo aver di fatto avallato il probabile pronunciamento indipendentista da parte delle due repubbliche ribelli, ha posto il veto, in qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a una bozza di risoluzione francese che non solo ribadiva il principio dell’integrità territoriale della Georgia ma avrebbe imposto ai russi di ritirarsi dalle posizioni militari conquistate in Ossezia del sud durante la guerra. Mosca insiste invece sulla necessità, sancita dall’accordo di pace patrocinato da Sarkozy, di mantenere posizioni all’interno dell’Ossezia del sud. Ma questo è solo uno dei fronti del braccio di ferro diplomatico sul ritiro russo dalla Georgia. La questione dello scudo antimissile americano in Polonia infiamma le relazioni russo-americani. E nonostante le rassicurazione della Rice, il Cremlino ritiene che quelli polacchi siano missili puntati contro Mosca.

Caucaso: torna il gelo tra Stati Uniti e Russia

Mikheil Saakashvili e Condoleezza Rice

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Non ci sarà una nuova Guerra Fredda, ha detto Bob Gates. Ma tra Mosca e Washington è tornato il gelo. Lo stesso Segretario alla Difesa statunitense ha avvertito la Russia: la crisi georgiana avrà profonde implicazioni ne rapporti tra i due (ex) nemici “per molti anni”. A complicare la situazione, in queste ore, ha contribuito anche la firma di un accordo tra la Polonia e gli Stati Uniti per la dislocazione in territorio polacco di una batteria anti missile made in Usa. Si tratta di uno dei passi previsti dal Pentagono per costruire lo scudo spaziale in Europa, il sistema difensivo progettato (ufficialmente) per contrastare minacce provenienti dal Medioriente e dall’Asia. Che Mosca, invece, considera uno strumento di “contenimento” militare contro la possibile, rinascente potenza della Russia. Non è una caso che in serata , il ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov abbia annullato una visita a Varsavia in programma per il prossimo settembre.

L’episodio arriva nel momento di maggiore tensione degli ultimi quindici anni tra il Cremlino e la Casa Bianca. La guerra nel Caucaso rischia veramente di lasciare il segno nelle relazioni tra i due. Gli Stati Uniti cercheranno di evitare di essere “espulsi” dalla regione, dove Mosca vuole tornare a comandare, come in passato. È in questa ottica che deve essere letta la visita del Segretario di Stato Condoleeza Rice a Tbilisi. Dopo aver incontrato Nicolas Sarkozy, il numero uno della diplomazia statunitense vola nella capitale georgiana per dimostrate l’appoggio americano al presidente Mikhail Saakashvili. “Con il suo viaggio la Rice vuole dire una cosa chiara ai russi: noi non vogliamo che sia messa in pericolo l’integrità territoriale e la sovranità della Georgia “, spiega Stephen Schlesinger, storico, membro della Century Foundation, un importante think tank di New York e per anni direttore del World Policy Institute. “Comunque penso anch’io che quello che sta succedendo lascerà profonde ferite. Faccio un esempio: l’Iran ? Cosa farà la Russia? Appoggerà delle nuove sanzioni contro Teheran, come vuole Washington ? Io non ne sarei certo, a questo punto. E, poi, sono sicuro che ci saranno ripercussioni anche dentro il G8. E nei rapporti tra la Nato e Mosca”.

Sono ben lontani i tempi della distensione, delle pacche sulle spalle del dopo crollo del Muro di Berlino. L’orologio della Storia ha fatto un paio di giri indietro. Quanto affermato dal Segretario alla Difesa Bob Gates durante la sua prima conferenza stampa dopo lo scoppio della crisi è significativo: occorre che Mosca paghi per quello che ha fatto. La comunità internazionale deve isolarla. Ci sarà un’escalation (non solo verbale)? “Dipende da quello che succederà nelle prossime settimane”, risponde Schlesinger. Se i russi si ritirano in pochi giorni dalla Georgia, si troverà un accordo e la tensione scenderà. Se ciò non accadesse… i prossimi mesi saranno molto, molto difficili per la diplomazia internazionale”.

Crisi in Georgia: nonostante l’accordo, l’Europa è ancora divisa

Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy

Al termine di un Consiglio straordinario, i 27 ministri degli Affari Esteri europei hanno sottoscritto un documento commune in cui dichiarano la disponibilità dell’Unione europea a inviare osservatori in Georgia e “impegnarsi sul terreno” in vista di “una soluzione pacifica e durevole dei conflitti”. Allarmati delle notizie contrastanti giunte dal Caucaso nel corso della giornata, i Ventisette hanno esortato le parti a rispettare l’accordo raggiunto ieri tra Russia e Georgia grazie alla mediazione del presidente di turno dell’Ue Nicolas Sarkozy. Come avevano previsto gli analisti, però, sono emerse nel corso della riunione, al di là dell’unanimità di facciata, le storiche divergenze tra i paesi dell’Unione, vera spina nel fianco per la diplomazia francese, attivissima sin dall’inizio del conflitto.

“Ancora una volta” metteva in guardia Le Monde nella sua edizione di ieri “i 27 dovranno superare le loro divisioni sulla natura delle loro relazioni con Mosca”. Sostenuti dalla Svezia e dalla Gran Bretagna, la Polonia e i Paesi baltici, noti per la loro avversione nei confronti dell’ex tutore sovietico, hanno sempre chiesto fermezza contro la Russia. Al contrario, Francia, Italia e, in misura minore, Germania, sono stati più propensi al dialogo, quantomeno per scongiurare uno scontro frontale con un paese ritenuto strategico sul piano energetico. L’accordo di oggi rispecchia queste divisioni strategiche in seno all’Ue e di fatto demanda a una seconda fase la discussione sulle modalità di applicazione del piano euro-francese. Secondo una fonte della Commissione europea, l’accordo di Sarkò “ha consentito ai paesi europei favorevoli al dialogo di presentarsi alla riunione dei ministry degli Esteri in posizione di forza rispetto ai falchi”. Ciononostante, al termine del Consiglio straordinario, i presidenti di Polonia, Lituania ed Estonia, assieme al premier della Lettonia, hanno ribadito le loro critiche al piano di pace affermando che nel documento commune non è stato menzionato il diritto della Georgia all’integrità territoriale. A ruota, il ministro degli Esteri britannico, David Milliband, dopo aver accusato Mosca di aver “aggredito” la Georgia, ha convinto i suoi partner che la questione del “partenariato tra l’Ue e la Russia” dovrà essere affrontato con accuratezza nel corso della prossima riunione informale dei capi di Stato Ue prevista ad Avignone i prossimi 5 e 6 settembre. Un messagio molto chiaro destinato a una diplomazia francese sospettata di aver preparato un piano di pace troppo favorevole all’Orso Russo

Oltre all’impegno “a non rincorrere alla forza”, il piano di Sarkò prevede la “cessazione immediata delle ostilità”, “il libero accesso per gli aiuti umanitari”, “il ritorno delle forze militari georgiane nel loro luogo abituale di stazionamento” (ovvero al confine con l’Ossezia del Sud), il ritiro dell’esercito russo “dietro le linee precedenti allo scoppio del conflitto” e, infine, “l’apertura di discussioni internazionali sulle modalità per raggiungere sicurezza e di stabilità in Abkazia e nell’Ossezia del Sud”. Quest’ultimo punto è stato fonte di numerose discussioni tra Sarkozy e il presidente georgiano Mikhail Saakashvili, contrario all’idea di discutere in sede internazionale lo “status futuro” delle province separatiste georgiane. “Nessun processo internazionale potrà mettere in dubbio l’integrità territoriale della Georgia” aveva dichiarato ieri. L’ipotesi di una eventuale ridefinizione dei tracciati frontalieri della Georgia era emersa poche ore prima dell’arrivo di Sarkozy a Tbilisi durante il colloquio che il presidente di turno dell’Ue aveva avuto nel pomeriggio di ieri con il presidente Dimitry Medvedev e il premier Putin.

Se il leader georgiano avesse accettato questa proposta, il trionfo di Mosca sarebbe diventato totale“. Contattata da Panorama.it, Sabine Freizer, analista presso l’International Crisis Group (un think tank tra i più influenti in Europa), non ha dubbi sulla volontà del tandem Putin-Medvedev di forzare la mano di Bruxelles e mettere sul tavolo la questione dello status delle repubbliche separatiste georgiane in nome del principio dell’autodeterminazione: “Mosca intende applicare in Georgia la strategia diplomatica che consentì agli occidentali di condurre il Kosovo verso l’indipendenza. Con la risoluzione 1444 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Washington e Bruxelles erano riusciti a imporre la questione dello “status” del Kosovo sul tavolo dei negoziati. Si sa com’è andata a finire”. Per ora il destino della Georgia rimane ancora molto incerto. Di fronte all’immobilismo dell’Onu e all’impossibilità degli Stati Uniti di mediare in un conflitto di cui è parte in causa (Washington è il primo sostenitore del governo georgiano), tocca all’Europa sfruttare la sua neutralità per riportare la pace in un paese che consente di far transitare il greggio dal Caspio al Vecchio continente senza passare per la Russia.

Di sicuro, la diplomazia russa farà di tutto per mettere a nudo le divisioni che permangono tra i paesi europei. Ieri purtroppo, l’Ue aveva dato l’ennesima prova della sua scarsa propensione alla coesione. L’arrivo di Nicolas Sarkozy a Tbilisi era stato infatti preceduto dall’incontro di una delegazione composta dai presidenti di cinque paesi dell’ex blocco sovietico (tra cui Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania) con il presidente georgiano. Nessuno mette in dubbio i timori di Varsavia e dei paesi baltici nei confronti delle pressioni esercitate da Mosca in Europa dell’Est in chiave anti-NATO, ma qualcuno a Bruxelles dovrà pur dare qualche spiegazione su divergenze che ancora oggi mettono a dura prova la credibilità della politica estera dell’Unione europea.

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Gori, violenze senza fine. La testimonianza di un reporter georgiano

La guerra in Ossezia

La guerra sulla carta è (sarebbe) finita, ma non la violenza. Il Presidente georgiano Mikhail Saakashvili ha accusato i russi di aver violato il cessate il fuoco. Per la prima volta dallo scoppio delle ostilità, una colonna di mezzi corazzati russa è entrata a Gori, lo strategico centro a nord di Tbilisi. Alcuni tanks hanno poi lasciato la città per dirigersi verso la capitale. Dopo pochi chilometri, si sono fermati. Una mossa per aumentare la pressione sui georgiani. Mosca ha confermato di avere mandato i suoi soldati a Gori, ma ha spiegato che si è trattato di una operazione tesa a “ripulire” i depositi di armi della città. Testimonianze indipendenti parlano invece di violenze e saccheggi. Secondo i resoconti raccolti in prima persona da un funzionario di una Ong internazionale che Panorama.it ha raggiunto a Tbilisi, le milizie militari ossete sarebbero calate in massa sulla città. Un racconto simile l’ha fatto l’inviato speciale del quotidiano britannico Guardian, che oggi si trovava a Gori. La città natale di Stalin sembra essere uno degli obiettivi russi di questo conflitto.

Quella che segue è la storia di un ordinario giorno di guerra sotto le bombe russe. A raccontarlo a Panorama .it è Tengo Gogotishvili, giornalista di punta della televisione di Tbilisi Rustavi 2. Nel primo mattino di ieri, 12 agosto, al quinto giorno di combattimenti, Tengo viene chiamato dal suo caporedattore che gli dice di andare a vedere cosa succede a Gori, la città a 90 chilometri a nord della capitale georgiana martoriata dai bombardamenti dell’esercito di Mosca. Il cronista parte in macchina con un cameraman. Tornerà in redazione dopo alcune ore, durante le quali avrà visto - di nuovo - tutto l’orrore della guerra: “Siamo entrati in città dopo che i russi avevano bombardato qualche ora prima”, spiega il cronista georgiano. “Ci avevano detto che era stato colpito l’ospedale e c’erano state delle vittime. Volevamo documentarlo. Eravamo ormai nel centro, quando abbiamo sentito un sibilo e poi una fortissima esplosione. Ci siamo fermati, ci siamo buttati fuori dalla vettura e scaraventati a terra. Ho visto da dove partivano i colpi. Dalle colline vicine, dove i russi hanno posizionato la loro artiglieria.”

Con un tono calmo, Gogotishvili prosegue a raccontare quello che ha vissuto.”Ci siamo alzati e poco lontano dal luogo in cui ci trovavamo, abbiamo visto un’automobile ferma, un taxi. I vetri erano distrutti. A bordo c’erano quattro persone leggermente ferite: un’anziana donna, sua figlia e due bambini. Ci hanno detto che se la sarebbero cavata, così siamo tornati sulla nostra macchina e abbiamo iniziato ad andare a gran velocità in direzione di Tbilisi. Mentre stavamo per uscire dalla città, il cameraman seduto nel portabagagli della station wagon mi dice di fermarmi. C’era un uomo che faceva degli ampi gesti con le mani. Ci siamo fermati . Lui ci ha detto di seguirlo in fretta. Dopo pochi metri abbiamo visto a terra un altro uomo. Era gravemente ferito alla testa e aveva anche uno squarcio alla gola. L’abbiamo caricato sulla macchina e trasportato a Tbilisi. Era un’autista, che lavorava per una radio televisione greca.”

Spari ai reporter. E’ in quel momento che Tengo Gogotishvili scopre che altri suo colleghi , inviati a Gori, non sono stati cosi fortunati come lui. In ospedale, gli raccontano che, in mattinata, un cronista olandese della rete televisione Rtl è rimasto ucciso sotto le bombe russe. Le notizie parlano anche di un cronista georgiano e del suo autista, morti, uccisi colpiti di una granata che ha colpito in pieno la vettura sulla quale viaggiavano. Più tardi verrà ferito anche un giornalista israeliano, anche lui colpito dai soldati di Mosca. Non saranno le sole vittime della giornata nella città natale di Joseph Stalin.

Città fantasma. Il volto di Rustavi 2 descrive una città fantasma, abbandonata dalla popolazione civile. “Sono rimasti soltanto pochi uomini, la maggior parte delle donne e dei bambini sono stati mandati a Tbilisi, migliaia di persone, migliaia. Chi ha deciso di non lasciare Gori lo ha fatto, probabilmente, perché non aveva altro luogo dove andare, o perché non voleva abbandonare la propria casa”. Più volte data come caduta nelle mani dell’esercito di Mosca da parte del governo georgiano, in realtà Gori, probabilmente, non ha mai visto una divisa russa negli ultimi giorni. Tengo Gogotishvili conferma di non aver incontrato soldati “nemici”, ma di aver individuato le postazioni dei loro cannoni a pochi di chilometri di distanza, nei villaggi che sorgono poco oltre il confine della repubblica ribelle dell’ Ossezia meridionale. E’ da lì, secondo il giornalista, che sono partiti i proiettili che lo hanno sfiorato mentre si trovava nel centro della città. “Mi è andata bene” - dice, al termine della conversazione. “Mi è andata bene”, sospira ancora una volta.

Il VIDEOservizio Reuters

Il VIDEO servizio Ansa:

Guerra in Georgia: l’accordo è la rivincita dell’Orso Russo

Ossezia del Sud chiede tregua

Un piano di pace che i georgiani hanno dovuto digerire a fatica. Perché premia la potenza dell’Orso Russo. Ma non avevano altra scelta. Troppa la disparità delle forze in campo. Dopo aver parlato a lungo con il presidente russo Dmitri Medvedev, e con “l’uomo forte” del Cremlino, Vladimir Putin, Nicolas Sarkozy è comparso di fronte ai giornalisti per esporre il piano in sei punti che dovrebbe portare a un cessate il fuoco definitivo tra Russia e Georgia.

La dichiarazione di Medvedev

Poi, l’inquilino dell’Eliseo, presidente di turno della Unione Europea, è volato da Mosca a Tbilisi per convincere Mikhail Saakashvili ad accettare l’accordo. I colloqui si sono tenuti nella notte. E alla fine quella che sembrava un’impresa non facile, visto che le condizioni elencante sembrano avvantaggiare i russi, è stata compiuta. Nonostante i sorrisi georgiani, i sei punti, più che una mediazione, sembrano essere la richiesta di una resa incondizionata. Perché, di fatto, contemplano la presenza in massa e a tempo indefinito delle truppe russe nelle due repubbliche “ribelli” dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Cioè in quello che Tbilisi considera territorio georgiano.

“La Russia ha vinto questa partita dal punto di vista militare e politico. In cinque giorni è riuscita a ricostruire la sua influenza nel Caucaso meridionale e ha allontanato per decenni, ripeto per decenni, la possibilità che la Georgia, ma qualsiasi altro paese confinante con Mosca, possa aderire alla Nato, come invece volevano gli Stati Uniti, come sognavano a Tbilisi.” Il giudizio di Alexsander Rahr, tedesco, grande biografo di Putin, esperto di rapporti tra Occidente e Cremlino, direttore dell’Istituto tedesco per gli Affari Internazionali di Berlino, è netto: con la guerra in Georgia Mosca si è presa una storica rivincita. “Se si pensa a come si muovevano le potenze nei due secoli precedenti, possiamo dire che la Russia, dopo questa guerra è tornata ad essere una potenza regionale in quella area. Nessuno potrà costruire oleodotti che bypassino il suo territorio; nessuno potrà sfidarla sul controllo dell’energia. Nessuno potrà tentare di contenere la sua potenza. Sì, in quella zona, Mosca è tornata a comandare”.

La condanna di Bush


Rahr, spesso invitato negli Usa per tenere conferenze sul “nemico” ex sovietico, non ha remore nel dire che accanto a Saakashvili, c’è un altro grande sconfitto in questa partita: George W. Bush. “Per l’Amministrazione statunitense ciò che è successo è un disastro. Quella del Caucaso, sembra essere la sua terza (in questo caso, indiretta) sconfitta, dopo, affermo io, Afghanistan e Iraq. Dopo quello che è successo, difficilmente, Washington potrà ancora giocare un ruolo da king-maker in quella area”. Non solo: prosegue Rahr: “Esiste il rischio che l’Europa e gli Usa si dividano sull’atteggiamento da assumere nei confronti di Mosca. C’è chi, come la Polonia e i paesi baltici, seguiranno gli Stati Uniti nella sua probabile politica del Muso Duro. Mentre altri paesi, come per esempio la Francia, potrebbero decidere di procedere lungo un’altra strada: adottare una tattica più morbida. Vedo il pericolo di nuove divisioni, nuove incomprensioni nei rapporti transatlantici”. In effetti, la Casa Bianca starebbe pensando, secondo gli analisti americani, a una serie di possibili ritorsioni diplomatiche contro Mosca: l’espulsione della Russia dal G8, il congelamento della sua integrazione nel Wto, la (probabile) cancellazione delle prossime esercitazioni militari congiunte Russia-Nato. L’Europa seguirà gli Usa o continuerà a fare da pontiere tra Est e Ovest?
Dopo aver guidato le operazioni militari nel Caucaso, il primo ministro russo è volato a Mosca per aggregarsi all’incontro tra il Dmitri Medvedev e Nicolas Sarkozy. Segno del suo fondamentale ruolo nella Stanza dei Bottoni. “I due uomini forti della Russia non sono antagonisti, ma alleati nella gestione del potere”, afferma Rahr. “Putin ha dimostrato di essere il centro motore della politica russa, l’uomo delle scelte e della strategia. Medvedev indossa un’altra maschera, quella dello statista che predilige il dialogo e rispetta la legge internazionale. Il primo è il Duro, il secondo, il Diplomatico. I due si completano a vicenda e sono in grado così di presentare la Russia come una nazione governata con il pugno di ferro ma nel guanto di velluto. Una formula vincente, per Mosca” conclude Rahr. Come dimostrato nella guerra nel Caucaso.

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Il 9 novembre 1989 cadeva il Muro di Berlino: Mondadori riporta in edicola una sua testata storica, Epoca: da mercoledì 4 novembre 2009.

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