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Trattato-di-Lisbona

Clima, Trattato, Crisi. I risultati dello storico vertice Ue

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  • Tags: Bruxelles, clima, crisi, Trattato-di-Lisbona
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bruxelles

Alla fine, è arrivato anche il tribolato accordo sulla lotta alle emissioni inquinanti. Il vertice dei 27 paesi dell’Unione che si conclude oggi a Bruxelles è stato definito “cruciale” dal presidente della Commissione Barroso. I documenti prodotti dopo cene, bilaterali, negoziati e confronti tra i capi di governo coprono una serie di questioni chiave come le misure contro la crisi economica, il rilancio del Trattato di Lisbona e la lotta ai cambiamenti climatici. Il presidente di turno dell’Ue Nicolas Sarkozy voleva chiudere il proprio semestre da protagonista al vertice dell’Unione (in questa veste ha promosso e partecipato ai negoziati durante la crisi russo-georgiana e al G20 sull’economia a Washington).
Nel compromesso Ue sul pacchetto clima, l’Italia è riuscita a ottenere tutto. Lo stesso Berlusconi ha spiegato che “le misure vanno in essere dopo il 2013, ma dopo il 2010 ci sarà una rivisitazione di queste misure sulla base dei risultati della conferenza di Copenhagen”. In questo modo l’Europa si è posta “all’avanguardia sull’ambiente ma senza essere quella che paga per tutti”. Per il premier italiano si è, quindi, trattato di un risultato pieno soddisfacente: “Abbiamo tenuto una posizione tattica, senza paura di dire che avremmo usato il diritto di veto, con delle posizioni di buonsenso”.

Al di là dei toni soddisfatti, ecco come sono stati affrontati i nodi più spinosi:

Trattato di Lisbona: Il documento, fortemente voluto da Sarkozy per rilanciare il progetto di Costituzione Europea, sembrava definitivamente sepolto dopo la vittoria del “No” nel referendum irlandese di giugno. Per rilanciarlo, i leader dei Ventisette hanno approvato la “roadmap” sul Trattato, che prevede alcune concessioni a Dublino in cambio dell’impegno dell’Irlanda a tenere un nuovo referendum per la ratifica. L’intesa accoglie le richieste avanzate dal premier irlandese Brian Cowen per convocare il nuovo referendum fine ottobre 2009, in modo da permettere l’entrata in vigore della riforma delle istituzioni comunitarie entro l’inizio del 2010. La Ue però ha concesso all’Irlanda il non-taglio dei membri della Commissione, che restano 27, uno per paese, invece che 18. E il testo sarà annacquato: non ci saranno interferenze su questioni sensibili per Dublino come la neutralità, il diritto di famiglia (con le limitazioni all’aborto) e il sistema di imposte dirette.

Clima: L’accordo sulle misure contro il cambiamento climatico è stato il più faticoso: Italia e Polonia hanno minacciato il veto più volte, la Germania ha fatto pesare le richieste del suo settore manufatturiero. Ma alla fine un documento è stato approvato:il pacchetto prevede che entro il 2020 l’Ue riduca del 20% delle emissioni di gas serra, aumenti del 20% dell’efficienza energetica e porti al 20% il ricorso alle fonti alternative nel mix energetico. Nessun cedimento dunque sugli obiettivi finali decisi nel 2007. Ma le concessioni sulle modalità di raggiungimento di quegli obiettivi sono molte: “l’Italia” ha detto il ministro Frattini, “ha ottenuto una clausola di revisione generale al marzo 2010 per l’intero pacchetto clima-energia dell’Ue estesa alla valutazione sull’impatto di competitività”. Previste anche “quote di emissioni gratuite al 100%” per le imprese manifatturiere italiane più esposte alla concorrenza internazionale. Si passerà, per le industrie giudicate non a rischio di delocalizzazione, dal 20% nel 2013 al 70% nel 2020, ma nel 2025 si arriverà al 100% dei diritti di emissione a pagamento. La Polonia e gli ex paesi del blocco comunista hanno ottenuto sostanziosi aiuti economici e agevolazioni per riconvertire il loro sistema energetico al momento prevalentemente a carbone. L’accordo lascia scontenti molti tra gli ambientalisti, ma è stato definito “Storico” e “d’avanguardia” da Sarkozy. “Non c’è nessun altro continente al mondo che si sia dotato di regole cosi’ vincolanti come quelle da noi adottate oggi all’unanimità” ha detto il presidente francese. “Adesso tocca agli altri fare la propria parte” ha aggiunto. Un richiamo a Usa e Cina, in vista della prossima conferenza sul clima di Copenaghen. “L’Europa non pagherà il conto da sola” ha dichiarato Berlusconi.

Crisi: Via libera al piano anti-recessione messo a punto dalla Commissione lo scorso 26 novembre. Il progetto, secondo la decisione presa ieri, dovrà poter contare su un ammontare complessivo di risorse, tra quelle impegnate dai singoli Paesi e quelle provenienti dal bilancio comunitario, pari a circa l’1,5% del Pil Ue. Duecento miliardi di euro (il 15% dalla Commissione). Il piano prevede, tra l’altro, interventi sociali per far fronte alla perdita di posti di lavoro e misure a sostegno delle piccole e medie imprese. Per far fronte alla flessione della domanda si apre a incentivi a settori come l’auto e le costruzioni. In questo caso, è stata Angela Merkel a sgombrare le possibili tensioni, annunciando la collaborazione al fondo comune della principale economia europea, la tedesca, dopo che nei giorni scorsi i dirigenti tedeschi avevano pesantemente criticato il piano.

Il VIDEO servizio:

  • emanuele rossi
  • Venerdì 12 Dicembre 2008

L’Europa “va cambiata”. Ma la strada di Sarkozy è tutta in salita

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  • Tags: ambiente, commissione-europea, consiglio-europeo, dublino, nicolas sarkozy, Parigi, presidenza-di-turno, Trattato-di-Lisbona, ue
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Tour Eiffel illuminata di blu
Oggi il presidente francese Nicolas Sarkozy si appresta a ricevere a Parigi una Commissione europea al gran completo. Nonostante un’accoglienza in pompa magna – ieri la Tour Eiffel è stata illuminata per una notte intera all’insegna dei colori dell’Ue, in blu e stelle gialle – Sarkò è conscio che l’inaugurazione della presidenza di turno francese dell’Unione europea segna l’avvio di un periodo cruciale non soltanto per il destino di Bruxelles, ma anche per la sua stessa affermazione politica (sia interna che internazionale). Purtroppo mai come in queste ore, i sei mesi che la Francia si appresta a presiedere rischiano di trasformarsi in un autentico naufragio. Dopo il no irlandese al Trattato di Lisbona, il Titanic europeo non sta certo navigando in buone acque. Le correnti sono diventate così pericolose che tra il boom delle tariffe petrolifere, la crisi alimentare, quella dei subprimes e un carovita alle stelle, buona parte dell’opinione pubblica europea non vede l’ora di abbandonare una nave considerata alla deriva. E come se non bastasse, proprio in serata il presidente polacco Lech Kaczynski conferma che non ratificherà il Trattato di Lisbona, la “Costituzione leggera” dell’Ue (”La questione del Trattato è senza scopo dopo la bocciatura irlandese”).
Per scongiurare le conseguenze tragiche di una sciagura annunciata, Sarkozy è ben deciso a riportare l’imbarcazione in terraferma con lo scopo di rimetterla in sesto entro il 1 gennaio 2009. La ricostruzione è prevista in cinque cantieri. Questi.
Trattato di Lisbona. Da Parigi a Londra, da Roma a Berlino, i leader dei 27 Stati membri sanno che la sconfitta incassata il 12 giugno scorso con il no irlandese rimanda alle calende greche l’adozione di una Carta europea. Per Nicolas Sarkozy, protagonista assieme alla cancelliera tedesca Angela Merkel del rilancio di un “mini-Trattato” che potesse superare il no francese nel referendum del 2005 e le reticenze dei cittadini dell’Unione, il colpo è durissimo. Fu proprio Sarkò, in un discorso pronunciato a Bruxelles nel settembre 2006, a preconizzare un Trattato che riprendesse le tre riforme istituzionali in grado di suscitare consenso tra gli Stati membri: una presidenza del Consiglio europeo per due anni e mezzo con poteri rafforzati rispetto alla Commissione; la nomina di un super ministro degli Esteri e, soprattutto, un ampliamento delle decisioni da sottoporre alla maggioranza qualificata (e non all’unanimità come previsto dall’attuale Trattato di Nizza). Nel tentativo di metterlo in cassaforte, la coppia Sarkozy-Merkel optò per un’adozione parlamentare del Trattato, sicuri che i deputati e i senatori dei Paesi membri non avrebbero ostacolato il processo riformistico dell’Ue. Ma era senza contare con l’Irlanda, unico paese ad essersi arrogato il diritto di dare il proprio consenso attraverso le urne. Ora che il no ha prevalso in modo perentorio (con 53,4% di voti contrari al Trattato di Lisbona), quali sono le opzioni rimaste a disposizione? La prima, definita la “passerella giuridica”, propone a Dublino una forma di associazione con gli altri 26 Stati membri. La seconda, sostenuta dalla Francia, offre la possibilità agli irlandesi di votare una seconda volta. Sarkò è tanto più conscio dei rischi che l’Europa incorre con un altro referendum irlandese, che si è deciso ad affrontare il male alla sua radice: il crollo del potere d’acquisto dei cittadini europei. Nella sua lunga apparizione televisiva sugli schermi di France 3, ieri sera il presidente francese ha ribadito la sua volontà di “avvicinare i francesi e gli europei all’Unione” affrontando “i problemi concreti della gente”. Tra le idee escogitate all’Eliseo, si parla della possibilità di fissare un tetto all’Iva sui prodotti petroliferi per controbilanciare la crescita del prezzo del barile. Altro suggerimento: frenare la Banca centrale europea, accusata da Sarkozy di prestare troppa attenzione all’inflazione tralasciando le strategie per rilanciare la crescita.
Ambiente (e clima). Il boom del barile chiama in causa il dossier più spinoso della presidenza francese: il compromesso sul pacchetto ‘clima/energia’ attualmente sotto esame presso la Commissione europea. Per Sarkozy, si tratta di una sfida fondamentale. Nel marzo 2007, la Commissione europea ha adottato tre misure vincolanti: ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 20% da qui al 2020; consumare 20% in energia rinnovabile e risparmiare il 20% dell’attuale consumo energetico. L’Ue spera di trovare un accordo comune in dicembre 2008 per un’adozione in prima lettura presso il Parlamento europeo entro giugno 2009, ma la partita non si annuncia per niente facile. Sotto tiro sono i paesi dell’Est, i cui consumi sono quasi totalmente vincolati alla produzione di carbone. “La Pologna” ha ricordato Sarkozy, “dipende al 95% dal carbone, la Francia all’85% dall’energia nucleare, una risorsa contro la quale si dichiarano contrari il 95% degli austriaci”. Di fronte a tali divergenze, la strada per adottare il pacchetto “clima/energia” presentato dalla Commissione nel gennaio scorso per accelerare l’armonizzazione del sistema delle quote di emissioni di gas carbonico in ambito industriale (attraverso un sistema unico di mise aux enchères delle quote di CO2) si scontra di continuo con le reticenze delle imprese est-europee. Da Varsavia a Bucarest, i governi sono ancora convinti che l’applicazione di un sistema ecologico troppo vincolante mette a rischio la rincorsa economica dei paesi dell’Est sui loro vicini occidentali. Ma la Commissione europea non vede l’ora di poter incassare le decine di miliardi di euro generati dal sistema di mise aux enchères per sostenere la lotta contro il riscaldamento climatico. Per Le Monde, le capitali dell’Europa orientale non hanno molte alternative: “il boom del prezzo del barile di petrolio, attorno ai 140 dollari, rende indispensabile la formulazione di una strategia comune, in particolar modo per produrre energie rinnovabili o creare degli stock strategici”.
Agricoltura. Prima della tegola irlandese, Bruxelles era già confrontata a un’altra sfida improvvisa: la crisi alimentare mondiale. Per molti esperti, il boom dei prezzi dei beni di prima necessità ha messo nuovamente in discussione la Politica agricola comune (Pac) difesa dalla Francia. Chiamata ad accelerare le riforme avviate nel 2003 e che dovrebbero chiudersi con una ‘grande Riforma’ nel 2013, l’Unione europea è divisa tra i paesi come Francia, Italia e Spagna, decisi a difendere le politiche di sovvenzioni concesse ai loro agricoltori, e il Regno Unito, i cui vincoli economici e sociali al mondo agricolo sono ormai ridotti a poca cosa. Non a caso, Londra non ha esitato a puntare il dito contro la Pac sottolineando gli effetti nefasti sul boom delle tariffe alimentari e sull’agricoltura dei paesi sotto-sviluppati, spesso vittime delle sovvenzioni europee e delle barriere doganali che l’Ue impone ai prodotti provenienti dal Sud del mondo. A ruota ci si è messo pure Pascal Lamy, Direttore dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto), convinto che le concessioni dell’Europa sulla sua politica agricola potrebbero chiudere il Ciclo di Doha entro luglio 2008 e favorire così la liberalizzazione degli scambi commerciali mondiali.
Immigrazione. Se la circolazione delle merci è fonte di preoccupazione per Sarkozy, quella delle persone è ormai un’ossessione. Nella prossima riunione dei 27 ministri incaricati di seguire le questioni migratorie (il 7 e l’8 luglio a Cannes), la Francia presenterà ufficialmente il suo ‘Patto sull’immigrazione’ che intende far adottare dal Consiglio europeo durante l’autunno 2008. Preparato dal ministro dell’immigrazione, Brice Hortefeux, il progetto francese si articola attorno a cinque “impegni”: favorire il principio di “un’immigrazione scelta” in base alle esigenze del mercato del lavoro degli Stati membri e rinunciare alle sanatorie; rafforzare e accelerare le procedure di rimpatrio degli immigrati illegali invitando gli Stati membri a negoziare con i paesi di origine dei migranti la loro riammissione in madrepatria; rendere “più efficaci i controlli alle frontiere”, in particolar modo rilasciando solamente visti biometrici; adottare da qui al 2013 “dei criteri comuni di richieste di asilo e di riconoscimento dello statuto di rifugiato”; infine, sostenere politiche di “sviluppo solidale” in grado di “costruire un partenariato con i paesi di origine e di transito” con lo scopo di mettere i migranti nelle condizioni di investire nelle regioni che hanno lasciato.
Nonostante le rassicurazioni di Hortefeux sulla buona accoglienza del patto francese tra gli Stati membri, il premier spagnolo José Luis Zapatero ha già opposto un primo rifiuto sul “contratto di integrazione” voluto dalla Francia e che impone i migranti appena sbarcati in Europa di impegnarsi a imparare la lingua del paese di accoglienza e adottare i suoi usi e costumi. Secondo Le Figaro, “la Spagna temeva che un tale contratto potesse dissuadere i lavoratori regolari di cui necessita l’economia spagnola. Negli ultimi dieci anni” ricorda il quotidiano francese, “la crescita della Spagna si è nutrita dell’apporto di oltre 7 milioni di immigrati regolari”.
Difesa. La Politica europea di sicurezza e di difesa (Pesd), che Parigi intendeva vincolare al suo ritorno nella Nato, doveva essere la ciliegina sulla torta dei successi della presidenza di turno francese. Ma anche in questo caso, le ambizioni di Sarkozy rischiano di rimanere lettera morta. Dalla volontà di voler adottare l’Unione di un budget comune per le operazioni militari all’affermarsi di un “meccanismo di cooperazioni permanenti” che potesse sovrapporsi ai meccanismi di collaborazione tra i paesi europei membri della Nato, passando per la nascita di un quartier generale in grado di rafforzare la pianificazione degli interventi dei soldati Ue e l’aumento dei finanziamenti riservati all’Agenzia europea di difesa, le proposte ventilate dall’Eliseo non sono riuscite a raccogliere consensi. Tra i più strenui oppositori, Londra continua a mandare segnali negativi in difesa della Nato.
A ben vedere, la strada di Sarkozy per raggiungere le vette dell’Europa è più che mai in salita.

  • joshua.massarenti
  • Martedì 1 Luglio 2008

Dublino: ora la strada dell’Europa è tutta in salita

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  • Tags: dublino, irlanda, Trattato-di-Lisbona, Yves-Meny
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Dublin Castle
I no hanno vinto a Dublino. Le previsioni della vigilia sono state rispettate. Hanno prevalso gli euroscettici. Nell’Isola Verde hanno vinto le paure delle nuove sfide globali. Per l’Europa è un altro stop nella strada dell’integrazione. Una fortissima frenata. “Il risultato del referendum butta sale sulle ferite europee. Per l’Europa è un colpo molto duro, tanto più in questo momento in cui il continente attraversa una fase di difficoltà, caratterizzata dalla crisi economica e dalle incertezze politiche”. Yves Meny, politologo francese, direttore dell’Istituto Europeo di Firenze, lascia poco margine alle speranze nel commentare l’esito della consultazione elettorale irlandese sul Trattato di Lisbona.

Problema giuridico. Non entusiasta dell’accordo raggiunto nella città lusitana, Meny non è certo contento del voto di Dublino. “Bruxelles adesso ha una nuova, doppia, prova da affrontare: cercare di salvare il Trattato dal punto di vista giuridico, invitando l’Irlanda a riconvocare un referendum tra qualche mese. Ricordo che l’intesa deve essere ratificata da tutti gli stati membri e il Si irlandese è obbligatorio. Ma – prosegue il politologo francese – questo potrebbe anche non essere sufficiente per salvare il Trattato. Ci saranno, infatti, grandi problemi dal punto di vista politico. Ed è questa la seconda sfida che dovrà affrontare l’Europa. Il No di oggi rafforzerà infatti il fronte degli oppositori in paesi già molto scettici, come la Gran Bretagna e la Repubblica Ceka”.

Problema politico. Meny intravvede un pericolo: se Bruxelles proseguirà sulla strada dell’approvazione a tutti i costi potrebbe fare aumentare i malumori di larghe fasce dell’opinione pubblica del Vecchio Continente che vedono come una minaccia contro “L’Europa dei Popoli” ogni mossa dei politici e dei burocrati di Bruxelles.

Si, perché il malato non è grave, ma non sta certo bene. Il docente universitario francese giudica molto fragile lo stato di salute dell’integrazione europea. “Una crisi continua su cui si innestano altri fattori di crisi. Il tema è, dal mio punto di vista: quale è il livello di difficoltà che può sopportare l’Europa ?”. Una ricetta deve essere trovata in fretta. Il Trattato di Lisbona ha pregi e difetti, luci e ombre, ma almeno un merito, secondo Meny, l’aveva: prevedeva dei meccanismi di funzionamento dell’Europa a 27 che altrimenti, rischia di rimanere bloccata nell’empasse.

Elezioni 2009. L’occasione per individuare la medicina potrebbero essere le prossime elezioni europee del 2009. “Si tratta di trasformare quella campagna elettorale in una grande occasione di discussione sul futuro europeo. Cinque anni fa, l’accordo sulla Costituzione Europea venne raggiunto 15 giorni dopo le elezioni per il Parlamento di Strasburgo. Dopo, ripeto, e non prima, quando gli elettori ne avrebbe potuto discutere. Bene, proprio questo atteggiamento – sono convinto – ha provocato poi la vendetta francese, che bocciò la Costituzione attraverso il referendum convocato dal Presidente Chirac”. Per Meny, quindi, la strada per l’Europa è veramente in salita. I circa 2 milioni irlandesi che si sono recati alle urne hanno lanciato a Bruxelles un segnale molto forte. Ora, tutti i governi europei, il Parlamento di Strasburgo e la Commissione presieduta da Josè Manuel Barroso dovranno trovare una risposta adeguata. Saranno in grado di farlo?


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  • michele.zurleni
  • Venerdì 13 Giugno 2008

L’Irlanda sempre più verso il no al Trattato di Lisbona

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  • Tags: convenzione-europea, irlanda, referendum, Trattato-di-Lisbona
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bruxelles
Dopo il flop della Costituzione Europea, anche la sua versione rinnovata e alleggerita, il trattato di Lisbona, potrebbe morire senza essere mai entrato in vigore. Prevede infatti di essere ratificato da tutti e ventisette gli Stati dell’ Ue. Ma ce n’è uno in cui è stato indetto un referendum: l’Irlanda. Ieri si è votato, e oggi il “No” al trattato, secondo le prime rilevazioni, è in vantaggio sul “Sì” quasi ovunque, nei 43 distretti dell’Isola. Lo scrutinio delle schede è iniziato alle 9 di stamattina e procederà sino alle 16,30. Gli ultimi sondaggi davano timide speranze agli europeisti, ma già ieri François Fillon, primo ministro francese, ammoniva: “Se l’Irlanda vota no non ci sarà nessun trattato”. A quanto pare, è stato profetico: I contrari al documento, indicano i primi conteggi in varie zone del Paese, sembrano prevalere sui favorevoli quasi ovunque.
Il No, secondo questi primi rilevamenti, va forte nelle campagne, ma anche a Dublino: il vantaggio dei voti contrari a Lisbona e’ forte nei distretti di Mayo, Limerick, Galway, Sligo e Louth. Ma anche a Dublino, dove vive un terzo dell’elettorato, il No sembra in consistente vantaggio nei distretti operai, mentre nei quartieri di classe media il sostegno al Si’ non e’ stato massiccio come ci si attendeva.
”Le cose non si presentano bene” per il Sì, ha ammesso Dick Roche, ministro per gli Affari Europei irlandese, commentando le prime indicazioni sul voto.”Sembra proprio che il No sia in testa. A Dublino la maggior parte dei distretti operai di Northside sembrano propendere per il No”, ha fatto eco Joan Burton, deputata della capitale per il Labour, che e’ il terzo partito dell’Eire e che aveva chiesto un Si’ al Trattato, ”Il Si’ sembra forte in alcune delle aree di classe media, ma onestamente non credo che sia sufficiente a battere il No”.
L’affluenza media è stata del 50% sui tre milioni chiamati alle urne. Secondo l’ Irish Times, è stata più alta nei distretti del nord, tendenzialmente più contrari.
L’Europa intera aspetta i risultati finali, ma si registrano già alcune dichiarazioni. In Italia il ministro Calderoli, noto per la sua poca simpatia nei confronti delle istituzioni comunitarie, dice grazie “al popolo irlandese per il suo voto. Tutte le volte in cui i popoli sono stati chiamati a votare hanno bocciato clamorosamente un modello di Europa che viene vista lontana dai popoli stessi”. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, invece, crede nella vittoria finale del “Sì”, perchè: “Se davvero lo bocciassero ci troveremmo in una situazione di crisi senza precedenti. Per questo auspichiamo un esito positivo”.
LEGGI ANCHE: Il futuro dell’Europa passa da Dublino

  • emanuele rossi
  • Venerdì 13 Giugno 2008

Trattato di Lisbona, Gordon Brown c’è ma non si vede

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  • Tags: Trattato-di-Lisbona, ue
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La sala del monastero di jeronimus a Lisbona dove si è tenuta la cerimonia per la firma del trattato il 13 dicembre 2007
Dopo sei anni di lavorio interno e di tentativi di riforma fermati dai referendum di Francia e Olanda, e poi di crisi e di stallo, l’Ue (a cinquant’anni di vita) a Lisbona si è data i mezzi per ripartire, con la ’storica’ firma del Trattato che adegua le istituzioni europee al grande allargamento verso Sud e Est. Ora scatta la fase cruciale delle ratifiche, che tutti sperano non riservi come in passato cattive sorprese.

“È una giornata veramente molto importante: due anni fa l’Europa viveva una tragedia completa. Si è ricostruito adagio adagio un momento di unità, adesso si può ripartire” ha commentato Romano Prodi, che ha firmato il trattato per l’Italia con Massimo D’Alema. Un richiamo alla situazione di crisi e di incertezza creata dalla bocciatura della Costituzione europea nel 2005 da parte di francesi e olandesi.

La presidenza portoghese dell’Ue ha voluto dare una cornice grandiosa all’avvenimento: i leader hanno firmato il Trattato di Lisbona nel celebre e spettacolare Monastero dei Jeronimos, costruito nel 1500 sulle rive del Tago in omaggio a Vasco da Gama. Il documento è stato siglato durante una cerimonia show nell’antico chiostro ‘manuelino’ dei Jeronimos, trasformato in studio tv. Sola nota stonata l’assenza del premier britannico Gordon Brown, arrivato dopo la cerimonia, per la colazione conclusiva. Brown ha firmato dopo, separatamente. Ufficialmente e’ stato ritardato da una riunione dei Comuni. Ma secondo la stampa inglese non ha voluto figurare sulla ‘foto di famiglia’ del vertice per non irritare gli euroscettici forti anche nel suo stesso partito, il Labour.

Tanti i commenti soddisfatti fra i leader europei, che hanno anche preso il tram per andare a pranzo nel vicino ‘Museu dos Coches‘. La Commissione Ue ha parlato di “giornata storica”. Il premier portoghese José Socrates, presidente di turno dell’Ue, non ha esitato a dire che “questo era il progetto europeo di cui molte generazioni hanno sognato”. “L’Europa era bloccata senza sapere come andare avanti, ma abbiamo trovato una soluzione con questo trattato” ha aggiunto il francese Nicolas Sarkozy e il presidente della Commissione Manuel Barroso ha detto che “ora e’ tempo di andare avanti: l’Europa deve raccogliere molte sfide, interne e esterne, e i nostri cittadini chiedono risultati concreti”.

Il nuovo trattato, dopo un duro negoziato al vertice di Bruxelles in giugno sotto la presidenza del cancelliere tedesco Angela Merkel e un chiarimento finale al summit di Lisbona in ottobre sotto presidenza portoghese, modifica le regole del gioco istituzionali nel senso, si spera, di una maggiore efficacia e incisività: crea l’incarico di presidente fisso dell’Unione, rafforza il ruolo del “ministro degli Esteri” Ue, che sarà anche membro della Commissione, snellisce la composizione dell’eurogoverno di Bruxelles, rafforza i poteri di codecisione del Parlamento Ue, riequilibra il rapporto fra ‘grandi’ e ‘piccoli’ stati nelle decisioni. Il nuovo trattato prevede anche per la prima volta una ‘clausola di uscita’ per i paesi che volessero lasciare l’Unione.

Ora per i 27, memori dei precedenti e soprattutto dell’insuccesso della Costituzione, parte la fase ad alta suspence delle ratifiche, che deve concludersi per l’ inizio del 2009. La maggior parte dei governi vuole evitare referendum sempre ad alto rischio, perché potenzialmente inquinabili da altre tematiche, come quando nel 2005 gli elettori francesi votarono contro la Costituzione per protesta contro l’ipotesi di una adesione della Turchia e contro la disoccupazione, che non c’entravano.
Per ora solo l’Irlanda, per ragioni costituzionali, ha previsto un referendum. Ma anche le ratifiche parlamentari potrebbero riservare cattive sorprese. Potrebbe così essere a rischio il Regno Unito, secondo l’ex-capo dello stato portoghese Mario Soares, se ci sarà una coalizione fra euroscettici di sponde opposte. Il ministro degli Esteri portoghese Luis Amado ha avvertito oggi in una intervista che un “no” creerebbe “una crisi politica seria in Europa, peggiore di quella che abbiamo attraversato”.

Il primo ministro portoghese Jos Scrates, con il presidente francese Nicolas Sarkozy, il ministro degli Esteri portoghese Luis Amado, il suo collega francese   Bernard Kouchner,  e il primo ministro francese Franois Fillon, a Lisbona per la firma del trattato il 13 dicembre 2007

  • redazione
  • Giovedì 13 Dicembre 2007

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