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Tzipi-Livni

(Credits: Epa/Jim Hollander)
Lo Stato ebraico prova vergogna. I giudici di Tel Aviv hanno appena emesso il verdetto sull’ex presidente Moshe Katsav, giudicato colpevole di stupri e molestie sessuali. Rischia sedici anni di carcere.
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È nato il governo Netanyahu-Lieberman-Barak, ma la grande protagonista della seduta della Knesset, il parlamento israeliano, che ha accordato la fiducia al nuovo primo ministro (la seconda volta nella carriera di Bibi) è stata la “sconfitta” delle elezioni: Tizpi Livni, il numero uno di Kadima, la nuova leader dell’opposizione. Al termine di una seduta di sei ore, a tarda notte, l’esecutivo è stato approvato con 69 voti a favore, 45 contrari e 5 astenuti. Dopo il voto, c’è stato il giuramento di Benjamin Netanyahu, dei 30 ministri e dei sette viceministri. Un numero troppo alto di poltrone, secondo la minoranza parlamentare, che indica i compromessi al ribasso che il leader del Likud avrebbe accettato pur di dare vita al suo esecutivo. Accuse respinte al mittente.
Secondo il neo primo ministro, Israele non poteva avere una coalizione migliore per guidare il paese fuori dalle secche delle crisi economica e per condurlo incontro alle nuove sfide sulla sicurezza, la questione iraniana, prima tra tutte. Netanyahu vuole avere comunque gli strumenti per controllare l’opera del governo e quindi ha inventato per sé un ruolo nuovo: oltre che guida dell’esecutivo, Bibi sarà anche ministro dei Pensionati, della Sanità e responsabile della strategia economica.
Tenuti per il Likud altri dicasteri strategici (come le finanze); fatto entrare nella compagine governativa il suo rivale di partito, Silvan Shalom, a cui è stato assegnato il ministero dello sviluppo regionale, Benjamin ha dovuto pagare una pesante cambiale ai suoi alleati, primi tra tutti i partner di Israel Beitenu. Il suo controverso leader, Avigdor Lieberman, ha ottenuto il prestigioso incarico di ministro degli esteri. Fino all’ultimo in forse, a causa delle inchieste amministrative e delle voci su di lui, l’uomo che dopo essere immigrato dall’ex Urss ha iniziato una sfolgorante ascesa politica che l’ha portato a essere, ora, il King Maker della politica israeliana, ha puntato i piedi e minacciato di abbandonare la coalizione se ci fossero stati ripensamenti da parte di Netanyahu sul ministero da dargli. Una tattica che ha avuto il suo effetto: Lieberman è diventato il successore di Tizpi Livni e ora guida la politica estera di Gerusalemme. Ma al suo partito sono andate altre importanti poltrone. Come quella della sicurezza interna e delle infrastrutture, il ministero che si occupa dello sviluppo delle colonie nei territori.
Meno importante il prezzo pagato al Partito Laburista che, sull’entrata in questo esecutivo, si è diviso. Ehud Barak - il segretario Labour - rimarrà alla guida della difesa, mentre un altro importante notabile del partito, Benjamin Ben Eliezer, sarà responsabile del lavoro e dell’industria. Elie Yishai - dello Shas, partito religioso, altro puntello dell’alleanza - sarà il nuovo ministro degli interni. Interrotto da numerosi applausi, il discorso del nuovo primo ministro ha indicato quali saranno le priorità del suo governo. Prima tra tutte, contrastare la potenziale minaccia nucleare iraniana per impedire a tutti i costi che Teheran sia dotata dell’arma atomica. Poi, la questione palestinese. Era il passaggio più atteso del suo discorso. Da sempre contrario alla nascita di uno stato palestinese a Gaza e Cisgiordania, il neo primo ministro israeliano, non è stato così esplicito nell’intervento alla Knesset. Ma nei fatti, la sua posizione non sembra essere mutata. “È possibile arrivare alla pace — ha detto Netanyahu, - e il mio governo agirà su tre direttrici: economica, di sicurezza e politica. Non vogliamo governare un altro popolo — ha aggiunto - non vogliamo controllare il destino dei palestinesi. I quali potranno godere di tutti i diritti all’autogoverno. Salvo quelli suscettibili di costituire un pericolo per la sicurezza e l’esistenza dello Stato di Israele” ha concluso Netanyahu. Parole che non hanno soddisfatto e rassicurato il presidente palestinese Abu Mazen. Anzi. Parole che non sono piaciute a Tizpi Livni. La donna che aveva vinto la battaglia delle elezioni, ma perso la guerra del governo, è stata molto dura con il nuovo primo ministro, definendo il nuovo esecutivo come una “vergogna” per la Knesset, accusando Benjamin Netanyahu di aver già tradito tutte le sue promesse elettorali, e denunciando come una truffa, la decisione del leader del Labour Ehud Barak di entrare nel governo.
La tattica di Tizpi Livni è molto chiara: spera di logorare un governo che non ha una grande maggioranza parlamentare; che non gode di un largo consenso internazionale e che rischia di dilaniarsi in lotte intestine, per poi prendere il posto del nuovo primo ministro una volta che la maggioranza dovesse andare in crisi. Benjamin Netanyahu e Tizpi Livni hanno fatto due scommesse diverse. Chi vincerà tra i due?
Due mesi dopo la sua conclusione, le forze armate israeliane (Tsahal) sono adesso in grado di stabilire che nella operazione ‘Piombo fuso‘ a Gaza sono rimasti uccisi 1370 palestinesi, una stima analoga a quelle pubblicate da fonti palestinesi comprese fra 1324 e 1434. Ma a differenza dalle statistiche palestinesi, quelle dell’esercito israeliano offrono un quadro molto diverso degli effetti della battaglia. Seicento degli uccisi, spiega il quotidiano Haaretz, sono stati identificati da Tsahal come miliziani di Hamas mentre 309 erano sicuramente “non coinvolte” nei combattimenti: di questi, 189 bambini al di sotto dei 15 anni, 91 donne e sei dipendenti di squadre mediche e dell’Unrwa, l’ente dell’Onu per i profughi. Centoventuno vittime non sono state identificate.
Nuove accuse all’esercito israeliano. L’offensiva nella Striscia di Gaza, iniziata il 27 dicembre e conclusa il 17 gennaio con 1300 vittime palestinesi e una ventina di soldati israeliani, è stata “un crimine di guerra” secondo il team di esperti della Commissione per i Diritti Umani dell’Onu a Ginevra, non nuova a esprimere severe condanne contro lo Stato ebraico. L’assunto da cui è partito il lavoro della squadra diretta da Richard Falk è che se in un teatro d’operazione “non è possibile distinguere tra obiettivi civili e militari, iniziare le operazioni (…) sembra costituire un crimine di guerra della maggiore gravità secondo il diritto internazionale”. Dopo l’Onu anche la sezione locale di Dottori per i diritti umani (Phr) punta l’indice contro l’operazione Piombo: “L’esercito ha violato i codici etici per aver attaccato personale medico; aver danneggiato strutture sanitarie e aver colpito indiscriminatamente civili non coinvolti nelle operazioni”.
La condanna della Commissione per i Diritti Umani dell’Onu giunge all’indomani di due inchieste realizzate dal quotidiano israeliano Haaretz che hanno suscitato accese polemiche, non solo in Israele, ma anche sui più importanti media internazionali. Nel primo caso il quotidiano ha pubblicato le testimonianze-choc di alcuni reduci, raccolte su una newsletter militare, che hanno ammesso inutili e reiterate uccisioni di civili e di famiglie palestinesi durante le operazioni militari. “Questi racconti” - ha scritto in questo caso Haaretz - “contrastano con le dichiarazioni dell’esercito secondo cui le truppe si sono comportante correttamente da un punto di vista morale durante l’operazione”. Indignata la risposta di Ehud Barak, il ministro della Difesa israeliano: “L’esercito israeliano è il più morale del mondo”. Non si è trattato, secondo Barak, di violazioni sistematiche dei diritti dei civili palestinesi, ma, al limite, di episodi isolati su cui è stata aperta un’inchiesta interna.
Nel secondo articolo, invece, il quotidiano israeliano punta l’indice contro le magliette che indossano decine e decine di reduci di ritorno dall’operazione. Magliette (vendute da ‘Adiv‘, il negozio di magliette nella zona sud di Tel Aviv) dove sono stampate immagini di bambini palestinesi trucidati, madri in lacrime sulla tomba dei loro figli, ragazzini con una pistola puntata alla testa, moschee bombardate. “One shot, two kills” (un colpo, due morti) si legge sulla t-shirt di un militare in borghese, ripreso di spalle dal quotidiano israeliano ‘Haaretz’, dove è stampata l’immagine di una donna araba incinta al centro di un mirino. Sotto la foto del corpo di un bambino palestinese, con accanto la madre in lacrime, campeggia la scritta “Better use Durex” (meglio usare il profilattico). “Scommetti che sarai violentata?”, è la domanda stampata sulla maglia di un altro soldato, accanto all’immagine di una ragazza piena di lividi.

Quale governo formerà Benjamin Netanyahu ? Riuscirà nel suo tentativo di convincere Tzipi Livi, con la sua Kadima, a entrare nel nuovo esecutivo? Oppure il leader del Likud sarà “costretto” a una alleanza con il solo blocco di destra, capitanato dal numero uno di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman? Ci sono ancora possibilità che si formi un governo di unità nazionale ? E se ciò, non avvenisse, Israele rischierebbe l’isolamento internazionale? Domande, quesiti, che rimbalzano da Gerusalemme alle principali capitali (e cancellerie) internazionali. Che si fanno anche gli analisti. Come Mark A. Heller, uno dei più importanti esperti israeliani, animatore dell’Istituto di Studi per la Sicurezza Nazionale di Tel Aviv. Editorialista di prestigiose riviste internazionali come Foreign Affairs e Foreign Policy, autore di numerosi articoli per il New York Times, Heller risponde alle domande di Panorama.it sulla politica israeliana. La prima, riguarda il prossimo esecutivo. Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente Shimon Peres una proroga di due settimane al termine ultimo per la presentazione del suo governo, fissato alla mezzanotte di domenica. Le speranze del leader del Likud di coinvolgere Kadima e il Partito Laburista non sono morte. Se, l’operazione però dovesse definitivamente saltare, Bibi, sceglierà la strada di un patto con con Lieberman: “Dobbiamo aspettarci di tutto, fino all’ultimo e anche oltre” - scherza, ma non troppo Mark A. Heller. “Vedremo cosa accadrà. Certo è che, allo stato attuale, l’opzione più probabile sembra quella di un rifiuto definitivo della Livni e di Barak ad entrare nell’esecutivo.
“Niente grande coalizione, come sognava Peres, come spera(vano) gli Stati Uniti di Barack Obama e l’Unione Europea”. Di fronte, alla prospettiva della nascita un governo di destra, Israele rischia l’isolamento internazionale? Molti lo credono. L’analista dell’ Institute for National Security Studies ha un approccio molto più pragmatico. “Credo che quel governo dovrà sostenere l’onere della prova in campo internazionale” dice Heller. “Vedrete che farà delle mosse sorprendenti e seguirà una politica diversa da quella che ci si aspetterebbe da un esecutivo composto da quei partiti. Secondo me, tenterà un dialogo con la parte moderata dei palestinesi e, perché no, anche con la Siria. Ma, probabilmente, questo esecutivo, non sarà in grado di arrivare a un accordo con la controparte. Non scioglierà i nodi decennali della regione. E allora, si concentrerà su temi più interni, come la crisi economica in cui versa anche Israele, senza tralasciare, anzi, il dossier sicurezza di Israele”. Lo scenario descritto da Mark A. Heller è proprio quello che la nuova amministrazione Obama vorrebbe evitare. Nel suo recente viaggio a Gerusalemme, il neo Segretario di Stato Hillary Clinton ha affermato che gli Usa collaboreranno con qualsiasi esecutivo israeliano, anche se è noto che la Casa Bianca avrebbe voluto assistere a una vittoria più netta della moderata Kadima nelle elezioni politiche del 10 febbraio scorso.
“Gli americani hanno lanciato i segnali e i messaggi che potevano mandare” racconta Heller. “Di più, in via formale o informale, pubblica o riservata, non possono fare: si tratterebbe di un’ingerenza - nei fatti di politica interna di un paese alleato - che gli Stati Uniti non intendono commettere. Sanno di poter (dover) fare i conti anche con un governo Likud, Yisrael Beiteinu“. Che vedrebbe, come ministro degli esteri, il discusso Avigdor Lieberman. Quale sarebbe l’impatto internazionale della sua nomina a capo della diplomazia israeliana, come prevede l’accordo firmato con Benjamin Netanyahu? “Credo che all’inizio, avere rapporti con lui, potrebbe essere un grosso problema, più in Europa che nei paesi arabi. Ma lui si presenterà con una veste diversa, più moderata, rispetto a quella che tutti gli hanno dipinto addosso. E’ probabile quindi che il suo approccio sia molto diverso a quello che siamo stati abituati a vedere in campagna elettorale”. in questo quadro, secondo Mark A. Heller, il prossimo esecutivo israeliano, qualsiasi sia la sua formula di composizione, sul dossier Iran non si comporterà in modo diverso rispetto ai precedenti governi. “Cercherà di fare capire al mondo il pericolo creato dalla corsa all’arma nucleare da parte degli Ayatollah. E cercherà alleati per fermare Teheran. A qualsiasi costo”. Su questo obiettivo, il duo Netanyahu-Lieberman, non dovrebbe rischiare l’isolamento internazionale. Anzi.

A un mese dalle elezioni del 10 febbraio, il premier designato del Likud (27 seggi) Benjamin Netanyahu ha raggiunto un accordo con il leader ultranazionalista Avidgor Lieberman per la formazione di un governo di destra in Israele: Israel Beitenu (15 seggi), il partito di Lieberman, otterrà cinque ministeri chiave - Esteri, Sicurezza interna, Infrastrutture, Turismo e Integrazione - mentre al Likud sarà assegnata la guida dell’esecutivo. L’ipotesi di una staffetta tra Tzipi Livni e Netanyahu alla guida del governo, di cui si era parlato inizialmente, sembra invece ormai tramontata.
Netanyahu ci aveva provato a dar vita a un esecutivo di larga coalizione con Kadima e il Labour di Ehud Barak, 13 seggi, per venire incontro alle impellenti richieste della comunità internazionale. Ma dopo il netto e ripetuto rifiuto di Tzipi Livni, motivato da una completa differenza di opinioni sul tema cruciale del processo di pace tra israeliani e palestinesi, si è trovato costretto a formare un esecutivo dalla forte presenza nazionalista che, con il contributo dei piccoli partiti religiosi (Shas e l’United Torah Judaism), potrebbe sì contare su 65 seggi. Ma potrebbe anche avere qualche problema con la nuova Amministrazione americana, che a più riprese si è detta favorevole alla formazione di un governo allargato con Kadima che rilanci le speranze di pace della conferenza di Annapolis.
Il rifiuto di Netanyahu di impegnarsi per una soluzione fondata sul principio ‘due popoli-due Stati’, preoccupa però, oltre che gli Stati Uniti, anche l’Europa. “L’Unione europea è pronta al business as usual con il nuovo governo israeliano purché esso sia pronto a sua volta a continuare sulla strada della soluzione che prevede due Stati” ha avvertito oggi l’alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune, Javier Solana, al suo ingresso al Consiglio dei ministri degli Esteri. Per Solana la collaborazione della Ue con il nuovo governo di Israele ‘’sarà normale se esso continuerà con il dialogo sulla soluzione a due Stati”. Ma in caso contrario, ”la situazione sarà molto diversa”, ha concluso l’alto rappresentante. “Noi avremmo seria difficoltà (con il nuovo governo israeliano, ndr) se questo messaggio fosse abbandonato, perché è quello che il Quartetto (per il Medio Oriente) ha sempre stabilito” ha detto il ministro degli esteri Franco Frattini, al suo arrivo a Bruxelles al consiglio esteri della Ue.

Si sono parlati. E lo hanno fatto con chiarezza, diretti, senza peli sulla lingua. La basi per un (nuovo) rapporto di fiducia (nonostante le differenze tra la nuova amministrazione statunitense e il futuro governo di Gerusalemme) sembrano essere state poste dopo la giornata di incontri tra il Segretario di Stato Hillary Clinton e la leadership israeliana.
Il più atteso, quello con Benjamin Netanyahu, l’uomo incaricato di formare il nuovo esecutivo, sembra essere stato il più franco - come si dice in diplomazia; una vero e proprio chiarimento. “It was deep, important and good“. È stato importante, produttivo e abbiamo affrontato i temi in profondità, ha detto il leader del Likud, dopo il faccia faccia con il numero uno della diplomazia statunitense. “Abbiamo trovato un terreno comune, per raggiungere l’obiettivo comune che i nostri paesi hanno in questa regione” ha detto Netanyahu. I due hanno discusso del rapporto con i palestinesi e del dossier Iran. Su Teheran, dicono le indiscrezioni, Bibi è stato molto netto, così come aveva fatto anche il ministro della difesa e la guida del partito laburista Ehud Barak: segnale verde al tentativo di Barack Obama di trovare un canale di dialogo diretto con gli ayatollah per convincerli a rinunciare all’”avventura” atomica, ma solo se Washington metterà una deadline, una data ultimatum entro la quale l’Iran dovrà rinunciare all’arma nucleare, pena, in caso contrario, sanzioni e - eventuale - opzione militare, mai ritirata dal tavolo. Su questo, Hillary Rodham Cliton sembra aver convenuto con i suoi interlocutori. E ciò proprio nella giornata in cui, il Dipartimento di Stato ha annunciato la missione di due inviati speciali a Damasco per discutere con il regime siriano, una svolta rispetto all’atteggiamento della precedente amministrazione. Ma il nuovo approccio statunitense con Bashir Al Assad non sembra voler dire che Washington abbia intenzione di “accettare” sull’altro fronte, quello iraniano, l’agenda di Teheran sulla corsa all’atomica sciita. Se su questo tema, la comprensione tra il Segretario di Stato Usa e i suoi partners sembra essere stata “forte”; sull’altro dossier caldo, i rapporti con i palestinesi, i distinguo sono emersi a seconda di chi, Hillary Clinton si è trovata davanti.
Nella conferenza stampa dopo il meeting con Tzipi Livni, il ministro degli esteri israeliano e numero uno di Kadima, l’ex first lady ha detto con molta nitidezza che la Casa Bianca punta alla nascita di uno Stato palestinese, come “soluzione indispensabile per porre termine al conflitto israelo-palestinese”. La Livni non ha bocciato l’uscita. Anzi. Ma,ieri, il grande quesito era: cosa dirà il leader del Likud, visto che non ha mai appoggiato lo schema “Due popoli, due Stati“, ma anzi l’ha sempre osteggiato? E cosa farà il suo governo - soprattutto nel caso in cui la coalizione formata sia quella di estrema destra - se le pressioni americane continueranno in futuro per arrivare, a tutti i costi, a quella soluzione? La curiosità non è stata soddisfatta. Clinton e Netanyahu sono rimasti molto abbottonati nelle dichiarazioni fatte dopo l’incontro. I collaboratori del futuro primo ministro di Gerusalemme hanno però voluto far sapere che, comunque, un’apertura c’è stata.
Il leader del Likud si sarebbe detto disponibile a “intraprendere” negoziati politici con l’Autorità Nazionale Palestinese, andando ben oltre quelle trattative su accordi economici tra le parti di cui aveva parlato nel passato. “Mi sembra molto difficile che negli anni del mandato di Barack Obama possa nascere uno stato palestinese” - dice Michia Pomerance, politologa dell’Università Ebraica di Gerusalemme, grande esperta dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. “Certo, dipenderà molto dalle condizioni politiche, ma mi sembra sempre più evidente che l’opinione pubblica israeliana sia impreparata a tale soluzione”. Secondo la docente, la Casa Bianca perseguirà questo obiettivo, ma, probabilmente, senza riuscire a centrarlo. Comunque, quello che è emerso dagli incontri di Hillary Clinton è che il rapporto tra Washington e Gerusalemme sia ancora ben saldo, difficilmente, veramente scalfibile. Non è un caso che il Segretario di Stato abbia detto con molto chiarezza che il suo esecutivo “lavorerà con qualunque governo rappresenti la volontà
democratica della popolazione israeliana”. Non certo un appoggio incondizionato, ma la dimostrazione di una vera volontà di collaborazione con l’alleato di sempre in Medioriente.
La visita di Clinton in Israele (France 2)

Per Benjamin Netanyahu, la strada per formare un governo è, per ora, in salita. Almeno un esecutivo di unità nazionale così come gli “imporebbe” il mandato di Shimon Peres. Con un doppio colpo, prima la leader di Kadima, Tzipi Livni, e poi il numero uno dei laburisti, Ehud Barak, hanno respinto le avances del presidente incaricato. I giochi sono però sono ancora molto aperti.
Il leader del Likud ha un mese di tempo prima di chiudere il cerchio. E, per ora, è in grado di condurre la partita. Può scegliere quale sarà il risultato finale. Perchè se non riuscisse a dare a Israele un governo di Grande Coalizione, potrà comunque percorrere la seconda strada, quella di un esecutivo formato dal blocco di destra. “La possibilità che Netanyahu formi un’alleanza con Kadima e Labour la darei al cinquanta per cento”- dice Menachem Hofnung, docente di Scienze Politiche all’Università ebraica di Gerusalemme. “Dipende tutto da lui, da quello che intende fare”.
Se Bibi è intenzionato veramente a varare un governo che porti avanti i colloqui di pace con i palestinesi, che abbia un buon rapporto con gli Stati Uniti e con l’Europa, sceglierà la prima opzione. E per la Livni sarà facile abbracciare l’alleanza con lui. Se invece, intendesse seguire un’altra strada, quella di una chiusura al dialogo con il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, quella del tentativo di spaccare Kadima - una buona fetta del partito vuole andare al governo a ogni costo, allora stringerà un patto di ferro con i partiti ultra-nazionalisti”.
Difficile dire ora quale sarà la scelta di Bibi. L’accademico israeliano non vuole sbilanciarsi. Le trattative saranno lunghe e difficile, dice. Solo tra qualche settimana se ne conoscerà l’esito. Per ora, siamo ancora alle prime mosse della lunga partita a scacchi. Tzipi Livni si è proposta come portabandiera del dialogo con i palestinesi. Nell’incontro con Benjamin Netanyahu, la leader di Kadima avrebbe detto al presidente incaricato “Io voglio che il prossimo governo porti avanti gli accordi di Annapolis con l’Anp. Il tuo esecutivo, lo farà?” gli ha chiesto, con il suo piglio diretto, per sapere se il numero uno del Likud è disposto ad accettare la formula “Due popoli, due Stati”. Su questo punto, Bibi è sempre stato abbastanza vago, non ha mai voluto scoprire le carte. Secondo i dirigenti del partito di Netanyahu, la posizione della Livni, invece, sarebbe puramente strumentale, tenuta solo per accreditarsi con la Casa Bianca e Bruxelles come unica possibile candidata premier. “Ma può anche rinunciare a questo suo sogno impossibile per avere comunque la possibilità di condizionare pesantemente la politica del prossimo esecutivo” dice Menachem Hofnung. “Quando sapremo quale sarà l’agenda del prossimo governo, sapremo anche se ne faranno parte Kadima e, magari il Labor” - afferma il politologo.
Secondo lui, i laburisti difficilmente entreranno nell’esecutivo, ma l’ipotesi non è completamente da escludere. Anche se, nell’incontro con Benjamin Netanyahu, (l’ancora) ministro della difesa Ehud Barak ha chiuso (per ora) la porta. “Il popolo ha deciso che dobbiamo andare all’opposizione e ci andremo” - ha detto ai giornalisti, al termine del summit con Bibi. Aggiungendo poi però che, ci sarà, in futuro, un nuovo incontro tra loro due. “Se Kadima entra, lo faranno anche i laburisti, ma se la Livni rimane fuori, il Likud formerà un governo di destra. Lui ha già i numeri per governare, ma come si si sa, pochi dentro e fuori Israele vorrebbero un esecutivo condizionato da Avigdor Lieberman, il leader del partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu e dalle altre formazioni ultra ortodosse.” Qualche pressione, nelle prossime settimane, arriverà ancora dagli Usa e dall’Europa. Il neo-segretario di stato statunitense Hillary Clinton e il Ministro degli Esteri Europeo Xavier Solana andranno a Gerusalemme per far sentire il loro peso nella partita a scacchi per la formazione del nuovo governo israeliano.
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